LA CISL NISSENA PER IL LAVORO NELLA DIMENSIONE EUROPEA

RELAZIONE CONGRESSUALE
di ANGELO PRIZZI
Segretario Generale   
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INTRODUZIONE

Il tema del nostro Congresso “La CISL nissena per il lavoro nella dimensione europea” è esplicitamente e significativamente indicativo del ruolo che ci attribuiamo, dell’obiettivo che vogliamo realizzare e dello scenario entro il quale dovremo muoverci.

Elementi motivanti che sostanziano questo nostro Congresso.

Siamo qui per confermare quel valore di democrazia partecipata che da sempre ha contraddistinto il nostro “essere” e “fare” sindacato, cogliendo questa occasione, volutamente non rituale e non formale, per operare, insieme, un momento di sostanziale verifica, di attenta analisi, di valutare proposte programmatiche, realizzando un vivificante appuntamento che rinforzi motivazione e speranza, gratificazione ed impegno, fiducia e costante disponibilità al senso di servizio.

Siamo qui, insieme, delegati dagli iscritti alla CISL ed in loro rappresentanza, per riaffermare i valori fondanti la nostra organizzazione: la solidarietà, la giustizia sociale, l’eguaglianza, l’autonomia; valori che si concretizzano, nell’interesse del mondo rappresentato, con le grandi scelte strategiche della concertazione, con le modalità contrattuali e negoziali, e con l’esercizio costante della tutela e difesa dei diritti.

Valori e scelte che restano di grandissima rilevanza politica, sindacale e sociale, idonei sempre, oggi come ieri, a guidare il nostro comune impegno.

Questo percorso ideale, questo costante riaffermare valori e praticare strategie, si inserisce realisticamente in un mondo sempre più complesso e variegato, sempre più mutevole e, spesso insidioso, la cui complessità e mutevolezza impongono a noi tutti di essere vigili e attenti, disponibili e competenti, per continuare ad essere “protagonisti del cambiamento”.

E ancora oggi questo si può! Dopo cinquanta anni di vita e di storia della CISL permane la consapevolezza dell’intuizione originaria: quella del legame forte che c’è tra l’emancipazione di chi lavora e sviluppo della società tutta intera.

Possiamo continuare a farlo adattandoci al nuovo per progettarlo e gestirlo, “aggiornandoci” continuamente, offrendo il meglio della continuità e della novità.

E abbiamo dimostrato di saperlo fare, perché “…noi la nostra scommessa, sulla libertà e sull’autonomia, sul protagonismo e sull’innovazione, e sul far stare insieme pluralismo e unità, l’abbiamo vinta…”.

GLI SCENARI

L’aver evidenziato, nel tema congressuale, la “dimensione europea" della CISL  di questo territorio nel suo impegno per lo sviluppo ed il lavoro, non risponde a slogan di moda, ma alla convinzione, ormai definita, di scenari ed orizzonti nuovi, consolidati che già sono i nostri parametri di riferimento.

La moneta unica, l’euro, è una costante, ormai invariabile, della nostra vita quotidiana, costituendo essa, oggi, la nostra seconda moneta, e domani sarà la prima e unica moneta.

Ed ancora, in effetti, a livello di Unione Europea già si decide oltre il 20% del valore effettivo - del potere di acquisto – di salari e pensioni del continente ed oltre il 30% della legislazione nazionale è determinato da direttive europee.

La stessa politica economica nazionale, con i vincoli di stabilità e i relativi “esami” annuali, nelle sue dimensioni “macro” è condizionata da vincoli, scelte, impegni ormai spostati a livello comunitario.

Nel mondo della globalizzazione, con le sue opportunità e i suoi rischi, cambia il “lavoro” sotto tutti gli aspetti, perché cambiano i modi della produzione, della conoscenza, della circolazione di finanze, merci, uomini: sta cambiando la “cultura del mondo”, con gravi rischi per la giustizia, l’ambiente e la democrazia se ci faremo dominare dal mercato e dalla finanza senza confini.

Occorre “governare” la globalizzazione, globalizzando la democrazia, la solidarietà, i diritti insieme all’economia, facendo andare insieme sviluppo economico e sviluppo sociale.

E’ l’area europea quella dove hanno più peso scelte omogenee dei poteri economici e finanziari.

E, tra le resistenze forti ed i misurati passi in avanti anche del vertice di Nizza, si fa sempre più evidente che, per non arretrare, lo stesso processom di unificazione monetaria va accompagnato da un processo di armonizzazione accelerata economica, sociale e politica, con un Sindacato europeo che contratti, negozi, concerti e firmi a Bruxelles.

E di dimensione europea parlaimo in ogni momento del percorso, lungo e difficile, che stiamo realizzando a livello istituzionale, concertativo, e tecnico-progettuale, per la piena utilizzazione dei fondi comunitari di “Agenda 2000”.

E in Europa ci siamo grazie agli accordi di concertazione degli anni novanta, risultati decisivi per il risanamento finanziario e per l’ingresso del Paese nell’Europa Unita.

La CISL ha successivamente aspramente criticato, (e negli ultimi anni molto spesso da sola) le involuzioni dei governi di centro-sinistra rispetto alla politica di concertazione (….nei fatti sempre più misconosciuta e negata…), alle gravi questioni del riequilibrio dell’aumentato divario Nord-Sud, del lavoro negato, specie al Sud e ai giovani, a uno Stato Sociale da tutelare riformandolo con equità e giustizia, alla costante sottovalutazione del rischio inflazione.

E abbiamo dato corpo alla critica con la mobilitazione visibile: basti pensare alla manifestazione nazionale al Palaeur di Roma del novembre 1999, e alla manifestazione di “cento città: per il lavoro che manca, per il lavoro che cambia” del febbraio 2000.

Questa soggettività politica espressa dalla CISL è la manifestazione alta della sua “autonomia” fondata sul primato della persona umana, sul pluralismo e sui principi di solidarietà e di sussidiarietà, in una visione dello Stato interessato a sostenere l’autonomia delle forze organizzate della società.

Il Sindacato associazione è espressione organizzata di questo tipo di società, e la sua soggettività politica è necessariamente avversata dalle forza liberiste e dirigiste; dalle prime, in nome di un individualismo che misconosce i soggetti intermedi della società; dalle seconde, in nome di una vecchia cultura che afferma il primato dello stato e del partito politico e il ruolo subordinato del sindacato.

Nell’attuale sistema politico italiano, con una legge elettorale che facilita la creazione di un “falso bipolarismo” si è finora affermata l’egemonia delle culture liberiste e dirigiste, pregiudicando e tentando di annullare la rappresentanza di posizioni attente al pluralismo e all’autonomia del sociale.

Questa legge elettorale per la CISL, e già con Sergio D’Antoni Segretario Generale, è da modificare in senso meno seccamente maggioritario e più proporzionalista, pur garantendo meccanismi di stabilità governativa, per rispettare sia gli impegni incoerentemente disattesi da molti riformatori poi “pentiti” sia la volontà popolare che ha disertato i referendum anti-proporzionale, sia la nostra cultura politica ancora profondamente desiderosa di visibilità distinte e di chiara, coerente rappresentativa e responsabile identità.

Per queste ragioni è ancora più necessario uno sviluppo forte della soggettività politica e dell’autonomia del sindacato per garantire la prospettiva strategica della valorizzazione del pluralismo sociale.

Autonomia e pluralismo che vengono garantiti dalla politica di concertazione, che, nonostante i meriti riconosciuti, è stata sistematicamente depotenziata dalla politica, dai poteri economici e da perplessità e distinguo di parte del sindacato.

Nel respingere la concezione della concertazione come invasione dei campi istituzionale e politico da parte del sociale, la CISL considera la concertazione una politica che porta le parti sociali, economiche ed istituzionali a condividere gli obiettivi dello sviluppo in una condivisione autonoma e reciproca di responsabilità.

Pertanto, essa va rilanciata nel Paese con un nuovo patto per lo sviluppo, in Europa va conquistata e praticata nella costruzione economica, politica e sociale comunitaria, ai livelli regionali e locali va realizzata nell’ambito della programmazione negoziata e dei confronti con le amministrazioni, poiché essa promuove una forte coesione sociale, mobilita solidarietà e sussidiarietà, contrastando i rischi di neocentralismi regionali e le stesse tentazioni presidenzialiste indotte dall’elezione diretta dei sindaci, presidenti provinciali e regionali.

E se è vero (recente studio pubblicato nell’inserto Economia del Corriere della Sera) che dal 1980 al 1999 la quota di reddito nazionale che va al lavoro dipendente sarebbe scesa dal 56 al 40%, mentre crescono rendite e profitti, si evince un serio problema nella distribuzione dei redditi e della ricchezza che deve essere assunto con la conseguente assunzione di attenzione e di responsabilità.

Il problema dei problemi è per noi l’occupazione che non c’è e che resta la grande emergenza del Paese e continua ad aggravare lo squilibrio Nord-Sud, non risolvibile con le emigrazioni reali dei nostri giovani in cerca di un lavoro, spesso incerto e precario, ma con la certezza di un disagio personale e sociale, ne con le emigrazioni annunciate o sponsorizzate.

E’ mancata una chiara, organica, coerente e costante azione di governo per aggredire e cominciare a risolvere realisticamente questo dramma sociale, in termini concreti e visibili.

Il tasso di disoccupazione nel nostro paese sta calando, tra enfatiche dichiarazioni degli attuali governanti, senza evidenziare, però, il ricorso sempre più massiccio a forme di contratti atipici e, quindi, al lavoro precario, che laddove lo sviluppo c’è può trasformarsi in lavoro stabile in buona parte dei casi.

Ma non possiamo ignorare che nel Sud l’economia sta lentamente migliorando e che emergono isole di significativa e importante innovazione, non ci si può accontentare di un calo della disoccupazione dal 21, 1 al 20% (da ottobre 1999  ottobre 2000), quando nelle regioni settentrionali si colloca al 4,3%.

Il problema del lavoro in Italia è il problema del Sud.

E proprio perché convinti dell’attualità del dettato costituzionale (…l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro…), confortati dalla dottrina sociale della Chiesa (…la persona umana, nella sua integralità, è il soggetto del lavoro ed ha il primato su di esso…), persuasi che la realizzazione della dignità e della libertà di ogni cittadino passi attraverso il lavoro, abbiamo, e non da ora, posto il lavoro e la sua tutela-realizzazione-espansione come l’obiettivo primario della nostra azione (…la CISL…si ispira al principio della supremazia del lavoro sul capitale e si impegna a perseguire il miglioramento delle condizioni economiche delle classi lavoratrici…).

Ciò ci obbliga a non allentare l’iniziativa, anche perché siamo convinti che oggi le possibilità di far crescere l’occupazione ci sono, che è possibile distribuirla in modo ordinato nell’intero Paese e che non esiste solo il problema della mobilità dei lavoratori dal Sud al Nord, ma anche, e soprattutto, quello della mobilità delle attività dal Nord al Sud.

Per questo servono coerenti e visibili organiche politiche infrastrutturali per lo sviluppo dell’intero Sud (…a quando una decente e coerente decisione del Governo sulla fattibilità del Ponte sullo Stretto? La CISL Nazionale, unitamente alla CISL di Sicilia e Calabria, nell’iniziativa del 3 febbraio u.s. ha sostenuto la necessità storica, politica, economica e sociale della fattibilità!).

Sono necessarie anche politiche di reale vantaggio fiscale, di convenzioni tariffarie, di diffusa e alta formazione, di governo del mercato del lavoro, di legalità e di sicurezza.

Abbiamo da tempo sostenuto che la flessibilità governata e accompagnata da garanzie sociali produce risultati, anche nella creazione di posti di lavoro nel nostro Sud.

In tal modo la flessibilità contrattata diventa un’opportunità di sviluppo e di occupazione “tutelata”, per superare e contrastare il lavoro irregolare e sommerso.

E in merito ai recenti moniti del Governatore della Banca d'Italia sulle riforme per l’occupazione, sulla tenuta dei conti pubblici, sull’inflazione pongono problematiche da affrontare in maniera seria e corretta (…le considerazioni di Fazio non possono essere certamente lette come tentativi di “lesa maestà governativa”…).

La lunga, troppo lunga campagna elettorale non sembra essere tarata su questi temi; la cattura del consenso ad ogni costo porta, purtroppo, ad affrontare in modo o spettacolare/partigiano o congiunturale questioni che richiederebbero seri e concertati interventi di struttura.

E i due cosiddetti “poli” hanno chiaramente, e da tempo, optato per la politica dell’annuncio sloganistico, dell’immagine mediatica, della rissa continua, contribuendo a realizzare una progressiva disaffezione dalla partecipazione e politica e elettorale.

L’attuale maggioranza, inoltre, creato un pericoloso precedente nella vita istituzionale di questo Paese, con la modifica costituzionale in senso federalista votata a maggioranza, offrendo ad altre eventuali maggioranze, di segno contrario, l’alibi per continuare un metodo di riforme costituzionali portate avanti a colpi di variabili maggioranze parlamentari.

La proposta CISL per modernizzare il Paese prevede anche l’aggiornamento del modello contrattuale, affidato unicamente alla volontà delle parti, convinti sempre che la legge non difende i lavoratori meglio del contratto; gli interventi legislativi consentono, in merito, intromissioni esterne sulla autonomia sindacale e sul diritto dei lavoratori a determinare le proprie scelte.

I due attuali livelli di contrattazione vanno rivisitati, coniugando al meglio la contrattazione nazionale e la contrattazione aziendale o territoriale di secondo livello collegata alla produttività e redditività.

Una altra proposta forte riguarda la sfida della democrazia economica.

Riteniamo che i lavoratori, fondamentale capitale umano, possano diventare anche azionisti collettivi dell’impresa e titolati, perciò, a decidere e co-decidere.

Ciò consentirebbe di modernizzare il mercato finanziario di questo Paese.

Democrazia economica significa per la CISL avere una visione pluralistica dell’economia in cui trovi legittimità anche l’inventiva sociale: non profit, forme cooperative diverse, tutta l’area del privato-sociale, che non aspira propriamente al profitto ma crea imprese e strutture capaci di dare risposte complementari allo stato sociale.

L’impegno a sostenere e potenziare il “privato sociale con finalità pubbliche” ci vede protagonisti, per sollecitare l’adeguamento degli ordinamenti giuridici e fiscali, stabilire un rapporto diretto con tutto il “terzo settore”, superando ogni residua anomalia sulla contrattazione.

La riforma dello stato sociale è stata e rimane una continua sfida per il Sindacato che ha di fronte a se due obiettivi: da un lato portare a termine le riforme già fatte –pensioni, sanità e assistenza- dall’altro, completare la riforma del welfare col collegamento tra lavoro e ammortizzatori sociali per tutelare i lavoratori e governare tutte le flessibilità che li coinvolgono.

La modernizzazione del welfare non può significare l’abbandono dell’individuo ai rischi che si presentano nel corso della vita, garantendo solo ai più poveri il sostegno dello Stato.

Nei vari settori bisogna individuare la soglia delle prestazioni essenziali (uniformi e non minime) che garantisce a tutti, e quelle da erogare invece attraverso una compartecipazione dei cittadini sulla base del reddito, basato su scale di equivalenza familiare.

Continua e maggiore attenzione dovrà essere realizzata nei confronti dell’istituzione “famiglia”.

E , parlando di stato sociale, non possiamo non parlare di “pensioni”.

Abbiamo contribuito a realizzare due recenti riforme del sistema previdenziale, cercando di coniugare omogeneità e solidarietà, tutele e cambiamenti.

Queste riforme, incomplete per quanto riguarda la parte della previdenza complementare e del trattamento di fine rapporto o buonuscita, prevedevano un momento di verifica proprio quest’anno: verifica tanto attesa e annunciata quanto puntualmente rinviata o per rispetto o per timore delle scadenze elettorali.

Riteniamo che di adeguamenti o riforme della riforma se ne possa “decentemente” parlare solo dopo il previsto appuntamento di verifica: averne parlato troppo spesso in termini punitivi, non ha giovato “ai coriferi dell’anatema sulle pensioni”.

Troppi interessati riformatori (…ovviamente in peggio per i futuri pensionati e forse anche per gli attuali…) continuano a trovare eco in autorità soprannazionali (naturalmente non esposti alle intemperie elettorali): l’ultima bacchettata ci è stata inferta dalla B.C.E. e prima ancora dal F.M.I., i quali non sanno che esiste in Italia il vero problema dei pensionati, (del quale pochi parlano) che “dovrebbero vivere” con un reddito inferiore e (spesso di molto) al milione al mese, e molti di questi ovviamente sono in questo profondo Sud!

E anche sul tema della verifica riformatrice sul sistema pensionistico si è conosciuta una ulteriore divergenza con la CGIL.

Troppo spesso, in troppe occasioni, queste divergenze hanno sempre più allontanato (…e per i più pessimisti fatto tramontare…) la proposta dell’unità sindacale.

Dagli accordi separati, agli scioperi realizzati dalla CISL (v. vertenza Poste ed ENEL), passando per divergenze sempre più strategiche e valoriali.

E nonostante ciò “non riteniamo la proposta di unità sindacale un reperto da archivio”.

E’ un valore e come tale rimane nel nostro orizzonte ideale.

Continuiamo a ritenere l’unità d’azione necessaria senza che l’agire insieme porti alla paralisi dei veti accettati o subiti.

“La prospettiva dell’unità passa oggi attraverso il percorso della competizione, con l’avvertenza che il cemento di ogni possibile unità dei lavoratori è, in primo luogo, la ricerca del merito delle cose, dei problemi e delle soluzioni, indipendentemente, anche, degli schieramenti nominali”.

LO SCENARIO LOCALE

Dovendo operare alcune riflessioni sugli più a noi prossimi cominciare a farlo iniziando dall’”eterna incompiuta” dello Statuto della Regione Siciliana.

Nel momento in cui con la recentissima legge di riforma costituzionale il federalismo si appresta, salvo imprevisti, a diventare realtà, dobbiamo, con rabbia ed amarezza, constatare come il nostro Statuto Regionale avesse anticipato, più di cinquanta anni fa, un modello di autonomia regionale, invidiabile e imitabile nel lungo dibattito sul federalismo, ma utilizzato in maniera parziale, ritardata, incoerente da generazioni di dirigenze politiche certamente via via sempre meno capaci di apprezzarne la validità e la lungimiranza.

Sono ben evidenti i danni derivanti dall’uso “imperfetto” dell’autonomia, al di là dello storico sottosviluppo, dei “gap” secolari da colmare, delle mutazioni sociali ed economiche nazionali ed internazionali, delle grandi scelte macro-economiche operate a livello nazionale ed europeo.

Sono ben noti gli indicatori socio-economici, che costantemente ed ossessivamente, ci fanno ricordare, qualora avessimo la fortuna o la possibilità dell’oblio, le nostre vecchie e nuove povertà, il miraggio o l’illusione di un lavoro “abbastanza stabile” per intere generazioni di giovani e meno giovani, con una diffusa emarginazione sociale dei più deboli ed indifesi, con un crescente disagio giovanile, in un’isola “sponsorizzata” in tutto il Paese e nel mondo dal fenomeno mafioso.

E per “dare i numeri” ricordiamo che la Sicilia ha avuto una media di crescita del P.I.L. del 63,5% della media dell’Unione Europea nel 1999, di fronte ad una analoga crescita italiana del 101%, e che la Sicilia fa parte delle regioni “obiettivo 1”, cioè quelle regioni che hanno il prodotto interno lordo inferiore al 75% della media europea,e pertanto, destinatarie di interventi economici strutturali e straordinari quali l’attuale “Agenda 2000”.

“Il nostro tasso di industrializzazione è ancorato al 20%, contro il 405 del Nord-Est e il 23% nazionale: esiste ancora un abisso tra le due Italie.

Siamo in presenza di un’economia irregolare pari al 33% di quella regolare, contro il 13% DEL Centro-Nord, e la Sicilia, con Campania e Calabria, è al livello più basso della graduatoria occupazionale italiana, con il 23-25% di disoccupati.”. (da Conquiste del lavoro del 15/02/2001)

E le industrie del Nord continuano a non arrivare, nonostante la diffusione delle iniziative derivanti dai patti territoriali e contratti d’area, incentivazioni varie (Legge 488, incentivi per l’imprenditoria giovanile, decontribuizoni e defiscalizzazioni varie, ecc), preferendo, ancora, la Romania e Timisoara.

“I giovani…partono per il Nord e così la provincia…perde…posti di lavoro, mentre nel resto d’Italia aumentano, sia pure di poco.

Contemporaneamente gli imprenditori veneti del mitico Nord-Est celebrano a Timisoara, terza città della Romania, le diecimila industrie da loro impiantate che hanno prodotto mezzo milione di posti.

…Il mercato è molto più sveglio e dinamico del Governo, che tra l’altro non può dare gli incentivi che vuole al Sud perché la comunità mette paletti.

…Insomma l’Irlanda può dare le agevolazioni che vuole perché è Nazione, agevolazioni che le Regioni del nostro Mezzogiorno non possono avere perché appunto regioni. Da qualunque parte la giri siamo sempre fregati…” (da La Sicilia del 27/02/2001)

e in questo contesto non ci aiuta e non ci ha aiutato la costanza del fenomeno mafioso, negatore di legalità, decisamente combattuto nell’ultimo decennio, e che oggi non è ancora finito, forse domato, apparentemente silenzioso, continuamente dedito a mimetizzarsi per sopravvivere, per essere meno esposto e visibile, ma non meno insidioso e pericoloso.

Occorre non abbassare la guardia, ed essere, anche noi, costruttori e garanti di legalità per realizzare sviluppo e lavoro nella sicurezza.

Certamente cinque Governi Regionali con alterne maggioranze in cinque anni non hanno aiutato questa disastrata regione: incapacità ed incoerenze politiche, stentatissime politiche riformatrici, ritardati avvii di recepimento di leggi nazionali (dalle riforme Bassanini alla riforma previdenziale) logiche diffuse di interessi particolari e/o localistici, carenza di visioni ed elaborazioni strategiche, crescenti deficit di bilancio, una produzione legislativa scarsa espressione di paralizzanti confusioni assembleari, mancanza di una organica, chiara, coerente, concreta e costante voglia di politica della concertazione ed una “infinita” corsa per tentare(?) di superare l’enorme precariato vecchio e nuovo, omogeneamente diffuso e continuamente alimentato.

Questo sarebbe servito nel passato e si sta cominciando a realizzare ora, per provare, insieme alle istituzioni locali alle forze sociali, imprenditoriali e culturali, di delineare scenari di sviluppo, partendo da un’attenta analisi della realtà e cercando di prevedere cosa potrà diventare questa Regione con Agenda 2000, dopo Agenda 2000 e con il 2010 quando l’intero Mediterraneo diventerà area di libero scambio, in una logica comunitaria di coesione sociale e di integrazione economica

Per realizzare questi obiettivi, a cominciare dai problemi del mondo dell’agricoltura, si è realizzato uno sciopero generale unitario regionale del settore, con manifestazione a Palermo il 2 marzo: ciò a ulteriore testimonianza dell’autonomia dell’organizzazione nei confronti dei governi… (e di questo Governo Regionale che, con ostinazione, ci attribuiscono come ”vicino”).

La concretizzazione degli impegni e delle responsabilità connesse alla progressiva realizzazione di “Agenda 2000” ci sta impegnando e ci impegnerà sempre di più.

Nel ricordare che la nostra capacità di utilizzo dei fondi comunitari non è stata certamente né esaltante né invidiabile (capacità di spesa 1994/1999 del 56,5%), dobbiamo rammentare che “Agenda 2000” parte con una dotazione finanziaria complessiva di 18.500 miliardi di lire, e con modalità procedurali e scadenze temporali tanto dettagliate quanto rigide.

Dovremmo, per esempio, essere capaci di rendicontare entro il mese di ottobre del 2002, spese già fatte, nell’intera Sicilia, per 3.500 miliardi!

Il mancato rispetto di queste scadenze, ci farebbe perdere i fondi non utilizzati, non potendoli reimpiegare e questi fondi sarebbero utilizzati per finanziare l’allargamento della Unione Europea verso i Paese dell’Est.

Ciò, nella consapevolezza della irripetibile occasione fornitaci, carica di enorme responsabilità i soggetti istituzionali, in primis, e con essi i protagonisti del partenariato sociale, corresponsabili dei processi concertativi.

Certamente a ben guardare ritmi, tempi, modalità, divergenze strategiche iniziali sui centri decisionali e sui centri di spesa, conflitti tra mondo politico e tecnico-burocratico, non hanno aiutato la partenza e il faticoso cammino di realizzazione.

E mentre il Programma Operativo Regionale, approvato dall’U.E. nell’agosto 2000 identifica le priorità strategiche e le politiche trasversali che devono essere obbligatoriamente rispettate, il Complemento di Programmazione, strumento operativo-tecnico-procedurale non risulta ancora formalmente vigente.

Certamente non aiutano le polemiche di questi giorni tra Governo ed opposizioni sui ritardi (che ci sono) e sul rischio di perdere le prime quote di finanziamento e il prossimo periodo di “vacanza” elettorale.

E in questo scenario non esaltante né edificante, “e pur qualcosa si muove”.

Gli effetti diretti ed indotti dagli interventi finanziari della programmazione negoziata (n. 18 patti territoriali, 3 contratti d’area) e degli aiuti nazionali e regionali alle imprese, l’estensione di nuove tecnologie di servizi, tipiche della “nuova economia” dell’era informatica-telematica o punte di eccellenza quali il distretto informatico di Catania, stanno producendo una inversione di tendenza anche sul piano dell’occupazione, timida quanto “irregolarmente sparpagliata sul territorio regionale”, pur con i ritardi procedurali le difficoltà burocratiche o le incoerenze legislative (…leggi regionali senza adeguate coperture finanziarie…).

Una adeguata e forte azione di governo, sorretta da una reale e convinta concertazione, può oltre che garantire il lavoro che c’è, sempre a rischio per scelte “lontane” di razionalizzazioni (v. FS, Poste, ENEL, Telecom …. Poli petrolchimici … Pubblico Impiego … etc.), contribuire a creare nuovo lavoro attivando quelle condizioni di convenienza e opportunità che producono vero sviluppo.

In questa direzione ogni responsabile impiego della CISL sarà profuso per “evitare di negare anche la speranza ai nostri figli”!


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