XIV Congresso UST CISL Siracusa
Relazione del Segretario Generale
Enzo Scatà


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Care amiche e cari amici,

è con vivo piacere, ma anche con tanta emozione, che do inizio ai lavori di questo XIV Congresso territoriale della Cisl di Siracusa. Desiderando rivolgere il più cordiale saluto mio personale, della segreteria e del consiglio generale uscente, a voi tutti amici, delegati, semplici militanti iscritti alla Cisl siracusana, per la fiducia, il sostegno e la collaborazione che in questi anni non ci avete mai fatto mancare.

Il nostro saluto va a Sua Eccellenza il Prefetto di Siracusa, il dottor Francesco Alecci, che ci onora della sua presenza e che ringraziamo per la disponibilità e il contributo che darà ai lavori di questo congresso. Per noi della Cisl, ma ritengo anche per il sindacato confederale tutto, la Prefettura di Siracusa ha sempre rappresentato, e rappresenta ancora oggi, un punto di riferimento fondamentale, la garanzia di legalità e, se volete, anche il tavolo che nei momenti più difficili del nostro operato è sempre stato presente e puntuale nell’incidere sulle problematiche e sulle soluzioni da adottare.

Il nostro saluto va ancora al sindaco di Siracusa Titti Bufardeci e al presidente della Provincia Regionale di Siracusa Bruno Marziano, a tutti i sindaci presenti e a tutti i rappresentanti istituzionali. Salutiamo anche i colleghi di Cgil e Uil, Pippo Zappulla e Giovanni Greco, con i quali si è lavorato assieme nell’interesse dei lavoratori di questa provincia. Un saluto va anche ai segretari di partito e ai parlamentari, ai responsabili delle associazioni, del mondo imprenditoriale e a tutte le autorità presenti.

Un nostro saluto particolare, va al segretario generale della Cisl siciliana, nonché nostro conterraneo, Paolo Mezzio, al quale va tutto il mio ed il nostro apprezzamento, oltre che il riconoscimento e il plauso per il modo con cui ha diretto e sta dirigendo la Cisl regionale. Adoperandosi per il rinnovamento, il cambiamento; dando finalmente una linea, un peso politico e un protagonismo a questa Cisl siciliana e cercando di creare un gruppo dirigente giovane ed unito che è l’invidia di molte strutture e che è guardato con attenzione e preso in seria e debita considerazione anche dalla segreteria nazionale. All’amico Paolo auguriamo le migliori fortune per questo nuovo incarico che lo vede, dal 22 dicembre ’98, alla guida della nostra Unione Regionale. Sperando che, per lui, per noi e per la Cisl siciliana, si apra una nuova stagione, una nuova primavera, una nuova alba ricca di successi come quelli che Paolo, assieme al gruppo dirigente siracusano, è riuscito qui a raggiungere.

Il nostro caloroso saluto, va anche al segretario confederale nazionale Raffaele Bonanni che ringraziamo perché ha accettato con molta disponibilità di concludere i lavori di questo nostro congresso. Da te, Raffaele, ci aspettiamo molte cose, perché riteniamo che in questa tua nuova veste puoi starci più vicino e perché pensiamo che rappresenterai, anche in futuro, un sicuro punto di riferimento per questa Unione. Anche perché siamo convinti e coscienti che tu possieda i numeri, la capacità e la preparazione per portare avanti e dare risposte ai problemi e alle domande che la società civile ci pone. Riteniamo che con Pezzotta e con te, questa Cisl possa avere ancora un forte protagonismo, un suo peso politico anche nel confronto con gli altri perché sia guardata con rispetto e attenzione dagli organi istituzionali e sindacali. Il nostro augurio è che riesca, nel prossimo congresso, a darsi una dirigenza forte, capace ed unita, in modo da potere affrontare con grande serenità l’impegno, il lavoro e le iniziative sindacali che per il nuovo quadriennio cercheremo di portare avanti nell’interesse dei nostri iscritti, dei nostri militanti, dei nostri simpatizzanti con la speranza di non deluderli. Anche perché questa stagione congressuale è la prima che celebriamo, dopo dieci anni, senza Sergio D’Antoni. A cui va, consentitemi, il mio saluto personale ed il ringraziamento per quello che ha rappresentato e che ha fatto nell’interesse della Cisl e dei lavoratori. Certamente senza di lui dobbiamo cercare di essere più uniti, più coesi, per continuare nell’impostazione dantoniana che negli ultimi dieci anni ci ha fatto raggiungere traguardi insperati.

Sono convinto che, se siamo insieme a svolgere bene il nostro ruolo, ognuno nel proprio ambito, certamente potremo ricevere in cambio solidarietà, stima e grande consenso.

Il nostro grazie va a quanti hanno riconosciuto la forza e l’incisività della Cisl siracusana ed in particolar modo alle popolazioni e ai lavoratori della nostra provincia per l’alta considerazione che esprimono per il sindacato e la Cisl aumentando, sempre più, gli indici di sindacalizzazione.

Care amiche e cari amici, oggi, con la celebrazione di questo congresso, rimettiamo a voi il mandato che ci affidaste nel lontano marzo del ’97. La Cisl di Siracusa si presenta a questo appuntamento, al cospetto dei propri organizzati e al confronto con le altre organizzazioni sindacali e le istituzioni, con le carte in regola per affrontare le trasformazioni in atto nel nostro Paese, il nuovo che avanza e le sfide che la società e i tempi ci lanciano: pronta quindi alle scommesse esaltanti su cui puntiamo.

Giungiamo a questo appuntamento congressuale, nonostante le difficoltà di natura occupazionale, con la nostra forza sostanzialmente intatta. Un’organizzazione con le carte in regola anche dal punto di vista organizzativo, in quanto i 26.818 iscritti rappresentano, si, una forza non indifferente di questo sindacato, ma anche la fiducia ed il consenso che i lavoratori ci hanno dato e continuano a darci in questa provincia, mettendo così al bando le tesi dei facili profeti di sventura che invece auspicavano lo sfaldamento di questo sindacato. Questi strani corvi oggi debbono ricredersi perché la Cisl è viva e vegeta. Da parte nostra, nel ringraziare i lavoratori, riteniamo che il loro costante consenso premi soprattutto la coerenza politica ed il nostro impegno con il quale, a tutti i livelli, come Cisl, abbiamo sviluppato la tutela sindacale nonostante le oggettive difficoltà della fase di trasformazione che stiamo vivendo. Ma tutto ciò, anche se può darci un riconoscimento del lavoro svolto, certamente non può farci dormire sugli allori perché le difficoltà su cui ci muoviamo sono tali e tante che non ci consentono pause e tentennamenti. Infatti, le problematiche marciano con una velocità tale che a volte le soluzioni risultano inefficaci in quanto sorgono nuove emergenze che impongono nuove scelte e nuove risposte. La sfida ultima che questo congresso lancia a noi stessi, è quella di costruire una nuova Cisl, una nuova grande Cisl, un nuovo sindacato. Un sindacato che, per far fronte a questo compito, deve in continuazione farsi sindacato nuovo sempre all’altezza dei tempi, in virtù certamente delle nuove scelte che incombono.

L’Italia, l’Europa, il mondo intero stanno cambiando. Lo scenario politico economico sociale internazionale che si presenta oggi ai nostri occhi è così diverso rispetto a quello di quattro anni fa. Dal 1997 ad oggi è stato un quadriennio denso di avvenimenti che hanno cambiato il volto del mondo, il modo di pensare, che hanno accresciuto i problemi, che impongono nuove riflessioni, nuove scelte da fare, nuove iniziative sindacali.

Abbiamo vissuto negli anni precedenti, per quel che ci riguarda come italiani, l’avvento di Ciampi al Quirinale e la celebrazione dell’anno Giubilare. Mentre a livello internazionale abbiamo assistito prima alla riconferma di Clinton alla Casa Bianca, oggi alla sconfitta di Al Gore e all’avvento di Bush alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Un Bush, che deve fare i conti con l’eredità della politica clintoniana che ha visto l’America raggiungere livelli economici mai raggiunti in passato. Abbiamo assistito alla guerra nella ex Jugoslavia; una guerra che ha seminato morti, tragedie umane e che alla fine ha visto la cacciata del governo di Milosevic e l’avvento di Kostunica. Tutto questo era prevedibile fino a qualche anno fa?

Abbiamo registrato l’abbandono di Eltsin dalla scena politica russa post Gorbaciov e l’avvento di Putin al Cremlino; continuiamo a stare in pensiero per i focolai di guerra che ancora insistono nel continente africano e in America latina. Mentre riteniamo che ancora una volta si è cercato di bruciare un tavolo di trattativa affinché nel Medio Oriente, in quella Terra Santa per chi, come me, ci crede, si potesse arrivare ad una pace seria e duratura.

Durante il Duemila ho avuto la possibilità di recarmi in quella Terra e sono stato a contatto con israeliani e palestinesi ed ho avuto la sensazione di essere a contatto con un popolo stanco di questa condizione. Un luogo dove, in effetti, traspare come non ci sia, tra l’uomo qualunque della strada, una sorta di reciproca odiosità tra israeliani e palestinesi; l’uomo qualunque faceva capire e trasparire che soltanto interessi di natura verticistica hanno portato o trascinato questi due popoli in guerra per la sete di vendetta e di governo di una classe dirigente sull’altra.

Io ritengo che questi avvenimenti hanno certamente creato problemi sia a livello internazionale sia nazionale. Basti pensare ai soccorsi, agli aiuti, alla solidarietà che come Paese e come sindacato abbiamo dato impegnando il Governo, le istituzioni, affinché questo avvenisse e perché si evitasse un balbettio politico che portasse alla strumentalizzazione e al non intervento in termini di sostegno e di solidarietà. Ritengo, come Cisl, che l’unica cosa che non possiamo fare è stare fermi perché dobbiamo ancora dare molto a quei popoli, a quei paesi per i quali, per anni, abbiamo invocato libertà, democrazia e giustizia. Questo nostro XIV congresso deve dimostrare ed affermare che anche oggi si può.

Abbiamo appena finito di celebrare il cinquantenario di questa nostra organizzazione con la consapevolezza, storicamente dimostrata, che i principi di libertà, democrazia e solidarietà sono oggi come allora i principi e i valori che ci hanno guidati in questi 50 anni di storia. E quindi il sindacato nuovo deve portare con se il DNA di quella impostazione, cercando di dire la sua per quanto riguarda la problematica della globalizzazione dell’economia, dello sviluppo delle biotecnologie, della salvaguardia dell’ambiente, l’emigrazione di milioni di persone, sfide epocali di questo nuovo millennio.

Noi riteniamo che la globalizzazione deve avere sempre al centro la persona umana, l’individuo, il soggetto, l’uomo in quanto tale. Il problema non è quello di contrastarla e/o subirla ma di arrivare a governarla con istituzioni politiche e democratiche. Certo in questo processo sicuramente si segnalano grandi rischi per la giustizia, l’ambiente, la democrazia, le persone. Ma se, come dicevamo, va governata si può trasformare in opportunità senza dare spazio a quello che può essere il dominio del mercato e della finanza. Quindi dobbiamo chiamare in causa, in forme diverse l’ONU, il Fim, l’Ocse, la stessa Unione Europea perché anche nel mondo si sviluppi più solidarismo verso la persona cercando di fare attecchire i diritti umani, sconfiggendo quelle sacche di povertà dove giornalmente muoiono milioni di persone per la mancanza di alimentazione e di condizioni primarie di sopravvivenza. E molti invece perdono la vita per strumenti legislativi orrendi come la pena di morte che va condannata ed abolita. A questo punto riteniamo importante quello che può essere il ruolo della Cisl internazionale e in Europa: la CES. Perché, in effetti, si possa condurre una battaglia per le regole del bene comune affinché non prevalga l’egoismo dei singoli attori economici con conseguenze devastanti. Lo scopo del nostro agire resta sempre e comunque di restringere la platea degli esclusi e di aumentare il numero degli inclusi.

Si tratta quindi di credere o no a questi nostri principi e soprattutto per noi Cristiani le ragioni sono ancora più profonde se pensiamo che le persone, le donne e gli uomini sono uguali davvero. La differenza sta proprio qui, chi sostiene che gli esseri umani sono uguali per dignità e per diritti sa che non potrà mai accontentarsi dell’equilibrio che c’è. Ecco perché riteniamo che la Cisl, la Cisl italiana e quella internazionale, debba avere un ruolo forte per l’affermazione dei principi appena detti.

A livello nazionale dobbiamo fare i conti con un sistema che certamente non risponde alle reali esigenze della nostra società. Che ha degenerato e che ha messo in ginocchio la democrazia, che ha fatto dell’immoralità (vedasi Tangentopoli) la sua regola di vita. Che ha imbarbarito la politica che ha fatto perdere credibilità alla gente verso le istituzioni, i partiti eccetera.

Questo ci ha portato poi alle risultanze di quel forte astensionismo che abbiamo registrato durante le ultime chiamate alle urne, sia per qualsiasi elezione sia per le campagne referendarie. Se tutto questo lo trasferiamo in Sicilia, possiamo affermare che oltre il 90 per cento del nostro popolo negli anni precedenti si recava alle urne. Mentre oggi si registra una media poco al di sopra del 70 per cento: c’è qualcosa che non va.

Tutto questo, come dicevo prima, ci porta, come sindacato, a fare una diagnosi attenta e proporre terapie severe e rigide assumendoci a volte nuovi tipi di responsabilità per fare uscire il paese dal torpore e dalla litigiosità in cui questa nostra classe politica lo ha portato. Quindi questo sindacato, in generale, ha un compito davvero arduo da portare avanti. Bisogna riformare la politica, rinnovare le istituzioni, far partecipare la gente per far riacquistare loro credibilità verso le stesse istituzioni. Bisogna convincere la gente che c’è ancora spazio per cambiare e rinnovare il sistema democratico non cambiandolo o soppiantandolo con altri sistemi di cui molti schieramenti dovrebbero vergognarsi per quei misfatti che in determinate realtà si sono consumati. Sistemi che la storia ha ormai cancellato e che rendono sempre più giusta l’intuizione dei padri fondatori della Cisl quando fecero la scelta dell’occidente, una scelta che a distanza di anni si è rivelata giusta e vincente perché ha garantito, pace, libertà e democrazia al Paese.

Quindi abbiamo la presunzione di affermare che la Cisl, che il sindacato confederale, deve porsi al centro della comunità nazionale come punto di riferimento. Ed oggi più che mai possiamo affermare che l’intuizione dantoniana che portò all’affermazione di fare governo e farsi governo deve accompagnarci nella impostazione quotidiana del nostro lavoro. Il nostro lavoro ed il nostro impegno che, vedi caso, è stato messo in risalto da Sua Santità Giovanni Paolo II sia nell’enciclica papale Centesimus Annus che durante la celebrazione del Primo maggio giubilare a Tor Vergata.

Questo sindacato deve proporsi senza dubbio come riferimento e baluardo della democrazia del nostro Paese affinché favorisca il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.

Perché riteniamo che fino ad oggi di questo passaggio non abbiamo avuto riscontro. Abbiamo soltanto registrato che le varie compagini di governo che si sono succedute hanno mostrato la maturità di questo popolo che, al di là dei colori politici o delle formazioni politiche di varia natura, arrivate alla gestione della cosa pubblica, tutto questo è avvenuto facendo ricorso agli strumenti democratici e non agli spargimenti di sangue.

Dicevo che bisogna realizzare il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica garantendo il pluralismo di tutti non favorendo con riforme elettorali sbagliate il nascere di molteplici formazioni o di movimenti che ingenerano confusione nello scenario politico nazionale.

In questa nostra Italia dove la transizione sembra interminabile, che il traghettamento dalla Prima alla Seconda Repubblica non è ancora avvenuto, il Sindacato confederale rimane una forza sana che si propone come soggetto per il cambiamento ed il rinnovamento del mondo sociale politico ed economico. Certamente il fatto stesso di caricarsi di tale responsabilità ci fa capire come sia impegnativa e affascinante questa nostra azione quotidiana. Ma è comunque una bella avventura. E nonostante lanciamo sfide e scommesse su tutti i versanti c’è chi vuole metterci in discussione in un modo pretestuoso. La Cisl convinta e cosciente della sua storia, della sua tradizione, non può certamente deludere i lavoratori che rappresenta e non può rimanere indifferente di fronte agli attacchi che da più parti vengono mossi nei confronti del sindacato confederale. Quando all’inizio di questo intervento sostenevo che oggi ci si muove in un terreno pieno di difficoltà certamente di natura occupazionale debbo purtroppo rilevare che oltre a problematiche di questa natura ci imbattiamo quotidianamente o per meglio dire dobbiamo far fronte agli attacchi che ci vengono mossi da un tipo di informazione e di stampa che cerca di alimentare la sfiducia nei confronti del sindacato ed esaspera le problematiche. Purtroppo oggi è di moda una comunicazione che a volte mi sembra telecomandata, che vuole ridimensionare ed appannare l’azione sindacale. Noi respingiamo questi atteggiamenti che vogliono mettere in difficoltà il sindacato confederale e lo facciamo con la stessa forza che ci consentì qualche anno addietro di combattere quella cultura "cobasistica" che qualche organo di stampa portava avanti ma che non è mai attecchita e non potrà trovare mai spazio, specialmente in momenti di difficoltà come questo che sta attraversando il Paese dove le spinte corporative devono trovare sempre meno spazio a favore del solidarismo. Quindi quando affermano che il sindacato confederale non riesce più a dare risposte ed è giunto al capolinea, questo non corrisponde alla realtà delle cose. Ed è questo tipo di informazione che va isolata e sconfitta. Ma come? Con i fatti. E fatti concreti in questo Paese ne abbiamo portati avanti e ne porteremo avanti ancora tanti. Debbo però ammettere, per onestà intellettuale, che la nostra stampa locale non ha il vezzo delle testate nazionali che cercano di cancellare la voce del sindacato e di offuscarne l’azione, anzi, nella nostra realtà la stampa ci da voce riportando fedelmente il pensiero sindacale e a volte anche divulgando le iniziative sindacali che vengono attuate nella nostra provincia. Per questo mi sento di dire un grazie di cuore a tutti gli operatori dell’informazione della nostra provincia che ci danno visibilità e quindi la possibilità di trasmettere il nostro messaggio.

Ci rammarica il fatto che anche molti ambienti politici, da un fronte e dall’altro, da destra e da sinistra, hanno mostrato ostilità nei nostri confronti, perché abbiamo notato rispettivamente che c’è una parte della destra di questo Paese che pregiudizialmente è in contrapposizione a qualsiasi iniziativa sindacale, mentre c’è una parte della sinistra che ha la presunzione di rappresentare le impostazioni sindacali nella compagine di governo e quindi automaticamente cerca di esautorarci. Noi non abbiamo dato delega in bianco a nessuno, la Cisl non desidera essere rappresentata da chicchessia, la Cisl rappresenta se stessa con i suoi programmi, le sue iniziative, i suoi valori e le sue tesi.

Quindi, come vedete, ci sono atteggiamenti e comportamenti che si concentrano per attaccare il sindacato confederale. Ma tutti questi grandi scienziati della politica attuale dimenticano che gli accordi del luglio ‘93 e i successivi del ‘96 si sono fatti grazie all’assunzione di responsabilità che negli anni ‘90 ha contraddistinto l’azione della Cisl e del sindacato confederale. Abbiamo agito da protagonisti per gli accordi di concertazione dal ‘92 al ‘98, quindi la politica dei redditi ha fatto sì che attraverso quegli accordi si riducesse l’inflazione, il debito pubblico, che il Paese entrasse in Europa con il gruppo di testa, che si arrivasse alla moneta unica. Vale la pena ricordarlo agli interlocutori meno attenti. Questo si è potuto fare grazie a questo sindacato, da soli il Governo, le istituzioni non gliel’avrebbero fatta. Oggi invece c’è uno strano atteggiamento nel Paese, non si parla di quello che di buono ha fatto il sindacato in Italia e per l’Europa; si dimentica invece, spesso e volentieri, che questo sindacato ha sostenuto uno schieramento politico cui fu consentito, nel 1996, di proporsi al governo del Paese; uno schieramento che in corso d’opera certamente non ha attuato il programma per cui chiese il consenso. Perché è rimasto tutto intero il problema nord sud del Paese, dell’occupazione, della democrazia economica e dei problemi della stessa inflazione. Purtroppo ci accorgiamo, e lo diciamo apertamente, che la politica del sindacato confederale, della Cisl, è avversata sia dalle forze liberiste che da quelle dirigiste. Le une nel nome dell’individualismo sfrenato che misconosce i soggetti intermedi della società e che privilegia soltanto il mercato, misconoscendo il ruolo contrattuale del sindacato e cercando di proporre un negoziato che vada avanti su un rapporto individuale tra cittadini e agenti della produzione. Dall’altra sponda forze politiche che restano prigioniere di una vecchia cultura politica che vuole ancora sancire il primato del partito su tutto e relegare il sindacato ad un ruolo di subordinazione. Noi a tutto questo diciamo no, non ci stiamo. Anche perché riteniamo di non essere figli di un dio minore. Perché la verità, diciamolo, oggi il nemico non è né il comunismo e né il fascismo, ma il liberismo sfrenato.

Quindi l’egemonia del liberismo e del dirigismo vanno contrastate nei due schieramenti perché tentano in qualsiasi modo di rendere marginale l’azione sindacale. Sono questi tipi di atteggiamenti che hanno fatto sì che s’interrompesse la politica della concertazione che questo sindacato, ma io dico che D’Antoni, si era inventata. Il venir meno di questa politica certamente potrà portarci a disperdere i risultati raggiunti negli anni precedenti. Purtroppo quello che D’Antoni aveva affermato tempo fa puntualmente si è avverato. Oggi purtroppo c’è una crescita dell’inflazione che rimane certamente uno dei freni inibitori del nostro sviluppo. L’innalzamento dei prezzi e delle tariffe non fa altro che favorire la crescita del tetto inflativo. A questo punto mi chiedo cosa fa l’autorithy per intervenire in tale direzione. E poi assistiamo a giorni alterni a questa sceneggiata dell’aumento e della diminuzione del prezzo della benzina che aumenta in modo cospicuo e diminuisce in modo irrisorio. Mentre bisognerebbe far rilevare che l’anno finanziario per i produttori di petrolio si è chiuso in attivo; quindi vorrei capire qual è l’azione del nostro governo nei confronti della politica internazionale per difendere gli interessi di questo nostro Paese. Per noi va rilanciata la politica della concertazione ormai da tutti bypassata; il sindacato non ha bisogno di essere consultato, perché, come si dice, una consultazione non si nega a nessuno, ma invece vuole essere co-protagonista nelle scelte di politica economica e sociale che vengono fatte in questo Paese. Questo atteggiamento di disconoscimento della concertazione noi l’abbiamo avvertito durante il varo della finanziaria già nel 1999. In quell’anno denunziammo tutto questo, e con la manifestazione dell’Eur del 20 novembre, dove oltre 25 mila cislini protestarono perché ritenevano quella finanziaria certamente non conducente alle politiche dell’occupazione del Mezzogiorno e quindi la messa in soffitta della politica concertativa. E abbiamo denunziato in quell’occasione ma anche in quest’ultimo anno la mancata applicazione del famoso patto di Natale che, firmato da UPI, Anci, Governo, organizzazioni sindacali, doveva rappresentare lo strumento per lo sviluppo e l’occupazione del Mezzogiorno. Di quel patto non un rigo è stato realizzato, anzi oggi siamo in presenza di una concertazione virtuale e non reale. Non è possibile che in questo Paese il sindacato apprenda dalla stampa le iniziative del governo in materia di misure economiche, come spesso è avvenuto anche per il varo dell’ultima finanziaria. Una finanziaria che è mancata di slancio e che è un’occasione perduta per avere maggiori investimenti per il Mezzogiorno e per l’occupazione. Quali risposte si sono date per quanto riguarda la formazione, l’immissione di ricercatori nel Mezzogiorno, per quanto riguarda la formazione dei funzionari e l’informatizzazione della pubblica amministrazione? Che fine ha fatto il piano dell’occupazione che il Governo doveva presentare all’Unione europea? Come ha difeso l’occupazione, come l’ha rilanciata in questo Paese? Tutto questo stava scritto in quell’accordo per il quale questo sindacato si era speso e sul quale purtroppo oggi dobbiamo registrare risultati insoddisfacenti. Mentre affermiamo queste cose c’è qualcuno che afferma che c’è stata una ripresa nel nostro Paese; sì è vero, una lieve ripresa. Certamente dovuta all’impegno di questo sindacato ma certamente non bastevole a quelli che sono i reali bisogni della nostra società. C’è stato un timido recupero sull’evasione fiscale, bisogna fare ancora molto. La Cisl si è battuta sempre per la lotta all’evasione fiscale ma la verità è che, in questo Paese, si è cercato di svuotare i bicchieri semi vuoti piuttosto che svuotare le piscine. Questo è, in realtà, un Paese dove bisogna abbattere le tre E: evasione, erosione ed elusione per dare spazio alla quarta E, quella dell’equità. Noi non vogliamo criminalizzare o demonizzare il problema, vogliamo soltanto evangelizzare questa gente a non peccare più e pagare le tasse. Bisogna cercare, insomma, di dare di più alle famiglie e lo diciamo noi perché riteniamo che qui nel Mezzogiorno siamo in presenza di famiglie monoreddito. Quindi riteniamo che una politica fiscale più equa, una politica per la famiglia più concreta, significa dare la prova di essere dalla parte dei più deboli e quindi operare per lo sviluppo del Mezzogiorno. Perché più entrate fiscali potranno significare più investimenti al Sud, facendo capire che un’azione orientata ad essere la sintesi tra deboli e forti del mondo del lavoro, potrà dare voce agli ultimi senza perdere la rappresentanza dei primi. E quindi in queste condizioni c’è bisogno di solidarietà. Oggi purtroppo va ribadito che è difficile fare attecchire questi valori perché esistono forti spinte verso l’egoismo che genera nuova povertà nel Mezzogiorno d’Italia. Quindi dobbiamo annotare che il Paese, ma il Mezzogiorno soprattutto, vive momenti particolari dove registriamo una stagnazione del reddito e della produzione, occupati in diminuzione e disoccupati in aumento impressionante. Queste sono le cose che riassumono la crisi del nostro Meridione. Quindi possiamo ammettere che oggi il divario nord sud si è allargato ancora di più, dove registriamo che il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno tocca punte massime del 25-26 per cento contro il 3 del Nord. A questo punto dobbiamo purtroppo constatare che siamo in presenza di un Paese non unito ma dimezzato, dove la forbice e il divario tra Nord e Sud diventa sempre maggiore. Intanto in questi ultimi mesi abbiamo assistito anche da parte del Presidente Amato, relativamente al fabbisogno di mano d’opera al Nord, che bisognava puntare sugli immigrati, sugli extracomunitari. Noi come organizzazione siamo perché ci sia piena accoglienza e tolleranza verso gli stranieri e siano garantiti i diritti di cittadinanza a chi viene da fuori, però è anche giusto e sacrosanto che prima che vengano impiegati i cittadini comunitari o extracomunitari bisogna innanzitutto dare lavoro ed occupazione ai nostri connazionali giovani e donne che sono in cerca di prima occupazione. Questo l’impegno che il Governo deve assumere ed attuare.

Ed allora qui si ripropone l’annoso problema che è quello di portare il lavoro là dove sono i disoccupati, cioè al Sud e quindi creare le condizioni affinché le grandi imprese, l’imprenditoria sana possa investire nel Mezzogiorno. Questo è un Paese, ad esempio, dove c’è il maggiore consumo di telefonini al mondo ma, vivaddio, non esistono fabbriche per la realizzazione dei pezzi di ricambio in loco. Tutto questo è falso o è vero? Non esiste una ripresa per lo sviluppo. Un Governo che si rispetti deve guardare agli interessi interni. Deve, così come avviene per le nostre aziende che operano all’estero (vedi Parmalat o Barilla), costringere le imprese a creare strutture nel nostro Paese.

Questo nostro congresso, oltre che rappresentare il momento di riflessione e di sintesi, vuole essere soprattutto un momento di messa a disposizione di tutta la nostra esperienza affinché scaturisca un impegno più qualificante ed incisivo in favore della nostra provincia e del Mezzogiorno in genere. Non c’è dubbio alcuno bisogna trarre insegnamento dalla Germania che nel processo di unificazione, in 10 anni, ha speso più di quanto il nostro Paese ha speso in 50 per il Mezzogiorno.

Anche se possiamo ammettere che la situazione del Sud non è più quella di trenta anni fa e che in esso c’è una nuova soggettualità politica economica e sociale. Ma è altrettanto vero che nel Mezzogiorno esistono aree metropolitane degradate, zone interne sottosviluppate e largamente abbandonate a situazioni di sotto occupazione che non si riscontrano al centro Nord. Il Mezzogiorno e la Sicilia e la nostra provincia vivono momenti difficili della loro storia, attanagliate tra le difficoltà di una economia minacciata dall’allargamento della Unione Europea che se ci trova consenzienti, sul piano politico, al progetto dell’Europa unita, che agli albori degli anni ‘50 ci proposero Schuman, De Gasperi ed Adenauer, non può non imporci adeguate attenzioni per limitare le preoccupazioni sul piano della concorrenza.

La Cisl vuole che si realizzi il progetto dell’Europa unita secondo i principi a cui si ispirarono questi grandi uomini, cioè l’Europa dei popoli, della solidarietà e del lavoro e non l’Europa delle banche, dei banchieri e degli speculatori. Noi abbiamo l’obbligo di contrastare le devianze sull’Europa e soprattutto quei falsi europeisti che prima non credendo e guardando con scetticismo all’UE contrastavano questo grande progetto ed ora invece cercano di affermare i loro interessi a discapito delle classi più deboli. Il vecchio continente realizzerà questo progetto nobile dell’unità se l’Europa diverrà un luogo dove troverà spazio la solidarietà tra i popoli, il lavoro, l’occupazione e la realizzazione ed il rispetto dell’uomo in quanto tale.

E per tornare ai problemi di casa nostra dobbiamo dire ai Governi Nazionale e Regionale che l’Italia per risolvere i suoi problemi anche nel rapporto con l’Europa, deve varare provvedimenti legislativi di protezione e iniziative atte a promuovere campagne pubblicitarie per facilitare l’accesso e la penetrazione dei nostri prodotti nei mercati europei. Quindi riteniamo che l’Italia, per risolvere i suoi problemi, deve affrontare la questione meridionale per non ridursi ad un Paese dimezzato che non ha una prospettiva intera, dove ci sarà una parte che andrà sicuramente verso l’Europa avendo l’altra parte che scivola verso altre direzioni. Una condizione che rischia di far fermare anche quella parte che in teoria potrebbe andare a prendere il treno dell’Europa. Se il problema del Meridione diventa il problema reale nazionale, il Paese potrà uscire dalla crisi. E nonostante questa diagnosi si prosegue con provvedimenti, atteggiamenti che finiscono per sottrarre risorse al Mezzogiorno per poi destinarle ancora una volta al rafforzamento delle aree più forti del Paese.

Il sindacato confederale con gli accordi del ‘93, con il patto sul lavoro e la concertazione, si fece carico dei problemi del Paese facendo presenti ai lavoratori le difficoltà e assumendosi un grande ruolo di responsabilità rispetto a chi portava avanti una politica ed un cultura di deresponsabilità. A tutto questo non è corrisposta, come ci aspettavamo, una reale politica sull’occupazione. La Cisl con la manifestazione delle 100 Città del 12 febbraio 2000, che come siciliani abbiamo svolto a Troina, ad Enna, in videoconferenza con le altre parti del Paese, ha dato l’opportunità di vedere uno spaccato dell’Italia dove si evinceva il lavoro che cambia ed il lavoro che manca. Il lavoro che cambia interessava ed interessa il Nord del Paese, dove si è registrata una crescita occupazionale di oltre 250 mila unità, anche se di lavoro precario, interessando le aree forti del paese. Mentre nel Sud, come recitava la slogan di quella manifestazione "Il lavoro che manca", si sono registrati oltre 60 mila occupati in meno. Ecco che allora ritorna in primo piano la mancata attuazione del patto di Natale, che, ricollegandosi ai principi della concertazione e alla politica dei redditi, poteva dare un supporto ed un contributo per lo sviluppo e l’occupazione nel Meridione. Quindi il patto rappresentava uno strumento che, se realizzato in pieno, poteva programmare uno sviluppo organico nelle aree del Meridione del Paese. C’è invece chi, in questo andazzo di cose, ha portato avanti un falso dibattito e che qualche falso meridionalista ha messo in campo per deviare e sfuggire il problema. Cioè che il Sud debba darsi una volta al turismo, una volta all’agricoltura eccetera. Questo significa non affrontare i problemi perché non esiste uno sviluppo parziale, settoriale perché una società si sviluppa nel suo complesso: se è competitiva, se conquista mercato, se ha città vivibili. E quindi operando affinché i finanziamenti delle telecomunicazioni, dell’Enel, delle ferrovie dei trasporti prediligano le aree meridionali. Sì, parliamo anche di mezzi di locomozione al passo con i tempi se vogliamo conquistare mercati in Europa. Perché, al di là della new economy, nei mercati bisogna arrivarci per conquistarli e facendo arrivare i nostri prodotti nei mercati di consumo, non facendo perdere la loro freschezza originaria. Perché riteniamo che qualsiasi settore si sviluppa e progredisce se è competitivo, se riesce ad intuire il nuovo che avanza e quindi ad inserirsi conquistando mercato. Ed invece assistiamo ancora oggi alla telenovela sul ponte dello Stretto di Messina. La Cisl rispetto alla indecisione del governo che cambia opinione da un giorno all’altro, con la manifestazione del 3 febbraio a Messina e a Reggio Calabria, ha posto con forza il problema della realizzazione perché significa ridurre le distanze e avvicinare sempre più questa regione al Paese e all’Europa. Diamo atto alla Chiesa siciliana che ha sposato in pieno questa causa ed anche al Presidente Ciampi che, durante la sua visita in Calabria, ha affermato come non è più rinviabile la decisione per la costruzione del ponte. E’ deprimente invece, per quel che ci riguarda, assistere ad interventi di politici o di membri del governo che sottovalutano il problema mentre fanno assurgere la Lega e Bossi come i fautori di questo progetto dopo che il Senatur, in una trasmissione televisiva, ha affermato che il Sud realizzando il Ponte sullo Stretto potrebbe diventare il giardino d’Europa. E’ veramente paradossale assistere a tutto ciò. E far diventare Bossi il paladino di tale iniziativa quando invece alcune forze che si ritengono progressiste e meridionaliste e che avrebbero dovuto sposare in pieno tale iniziativa rimangono nel silenzio più assoluto. Noi continueremo la nostra battaglia su questa partita coinvolgendo le popolazioni mobilitandole perché questo sogno possa diventare realtà.

Se diamo poi uno sguardo alla nostra provincia i dati statistici mettono ancora in evidenza la gravità della situazione, si registrano tassi di disoccupazione che ci debbono far riflettere. Gli oltre centomila disoccupati che abbiamo denunciato con lo sciopero del 6 dicembre dello scorso anno, sono la prova lampante del disagio di cui parliamo. E bene hanno fatto Cgil Cisl e Uil a livello regionale quando, durante la visita di Ciampi a Palermo, hanno radiografato la situazione siciliana. E Mezzio in nome e per conto del sindacato unitario faceva rilevare a Ciampi che se la Sicilia deve recuperare il gap nei confronti del nord del Paese deve avere un tasso di sviluppo del 7-8 per cento, cioè il doppio di quello del Nord.

Noi ci auguriamo che l’intervento di Ciampi nel richiamare il governo e le forze politiche ad avere un’attenzione particolare nei confronti del Meridione non caschi nel vuoto. Tra l’altro il Governatore della Banca d’Italia Fazio non perde occasione per far rilevare a tutti, e lo dice lui non il sindacato, che non è possibile avere un Paese duale perché è inammissibile, come ha affermato in diversi convegni, che il reddito pro capite al Sud è il 45 per cento in meno di quello del centro Nord. Quindi bisogna avere la forza e la capacità di adottare misure diseguali per condizioni di partenza diseguali. Questa potrebbe essere la filosofia che potrebbe portare ad una nuova politica per il Mezzogiorno d’Italia e soprattutto anche per la nostra provincia.

Anche qui in Sicilia, da noi e nella nostra provincia, molte volte abbiamo evidenziato il tentativo di depotenziare la concertazione. Noi pensiamo che se si andasse a rivisitare l’articolo 81 della Costituzione ritengo si possa trovare lo spazio per istituzionalizzarla. E bene ha fatto la Cisl regionale che con il suo segretario generale Paolo Mezzio ha richiesto al Governo regionale una task force per la concertazione per essere co protagonisti su quelli che sono gli indirizzi di Agenda 2000 e sui fondi strutturali 2000 2006. Ma certamente questa concertazione va rilanciata anche qui in provincia, va rilanciata a 360 gradi, con i Comuni, con l’Amministrazione Provinciale, con i privati. Noi riteniamo che il sindacato non possa in questa provincia fare il notaio di quello che ci si propone perché questa non è concertazione è un’altra cosa. E’ dirigismo. La Cisl a questo non ci sta. La Cisl non è per una concertazione virtuale, è per una concertazione reale. Se vogliamo creare, ed io ritengo di sì, le condizioni per uno sviluppo organico ed armonico.

Riteniamo che vada aperto un dialogo con le pubbliche amministrazioni, per capire se concertando ci siano gli spazi all’interno dei bilanci, della vita amministrativa dei comuni e della Provincia, ci siano le condizioni per un nuovo welfare che guardi con maggiore attenzione alle fasce più deboli e alle nuove povertà emergenti nella nostra provincia: i giovani, gli anziani, i disabili. Cercando loro di evitare allarmismi come ha fatto il Governo nazionale con quello stillicidio continuo quotidiano sulla riforma pensionistica che sta dando già i suoi frutti e quindi va rivista dopo la sua piena applicazione e non prima. Il Papa dall’alto del suo magistero ha affermato che lo stato sociale resta una manifestazione di autentica civiltà, uno strumento indispensabile per la difesa delle classi sociali più sfavorite spesso schiacciate dal potere esorbitante del mercato mondiale. Per fare tutto questo prima e più che tagliare bisogna recuperare gli sprechi, se vogliamo andare incontro a quelle che sono le esigenze dei pensionati, dei giovani, dei disoccupati. Quindi concertiamo per la ripresa. Riteniamo che la politica concertativa ci debba accompagnare per avere certamente in questa provincia una politica agricola che punti a valorizzare la zona agrumetata del triangolo Lentini, Carlentini Francofone, che cerchi di valorizzare le produzioni vitivinicole della zona sud, i primaticci dell’hinterland siracusano, e cercando i presupposti perché questi prodotti finalmente possano trovare sbocco in Europa e nei paesi dell’est, mercato che potrebbe darci qualche risultato.

Certamente va rilanciato il confronto con la Regione siciliana per quanto riguarda la forestazione. Siamo convinti che le politiche forestali non sono più quelle di una volta, quando agli albori degli anni ‘70 questo sindacato si inventò uno sviluppo in tale direzione. Si è passati dalle 5 – 10 mila giornate lavorative annue di quel periodo, e l’impiego di poche decine di lavoratori assunti per poche giornate, alle oltre 150 mila giornate che interessano un bacino di utenza di oltre 2000 unità. Questo grazie all’opera del sindacato unitario anche se possiamo affermare che molte cose debbono essere ancora fatte nel senso che deve ancora attecchire il progetto di una forestazione produttiva che cerchi di rendere fruibile e con servizi il bosco alla utenza dei cittadini e abbattendo la vergogna del ritardo dei pagamenti dei lavoratori forestali.

La firma del contratto integrativo dei lavoratori agricoli, rappresenta un momento importante perché bisogna vigilare attentamente affinché ci sia piena applicazione nelle aziende e si apra un dialogo con la Confagricoltura siracusana, determinando uno sviluppo del comparto che cerchi di debellare il fenomeno del caporalato e sconfigga il lavoro nero.

Non vi è dubbio che uno sviluppo serio passa attraverso una vera politica dei trasporti che certamente significa potenziamento della struttura ferroviaria esistente perché è inammissibile che ancora rimanga in piedi il problema della fossa di manutenzione e della platea di lavaggio. Ma la cosa ancora più grave è quella della soppressione di alcune corse che collegano Siracusa col continente. Tutto questo è possibile quando parliamo di sviluppo del Mezzogiorno e di avvicinare il paese all’Europa? E non parliamo della soppressione della cintura ferroviaria che seppure potrà sembrare un risultato raggiunto, certamente dobbiamo capire quali prospettive e quali programmi ci sono per la dismissione di quel tratto ferroviario. Il problema dei trasporti interessa anche i servizi all’interno della città e della provincia e riteniamo che l’AST debba avere un ruolo determinante cercando di investire con mezzi nuovi e con assunzione di nuovo personale affinché si possa avere un servizio efficiente sia con i collegamenti con gli altri comuni della provincia e con un collegamento in città per evitare il perpetrarsi di disfunzioni che portano all’annullamento di corse all’ultimo minuto, che creano difficoltà ai giovani, agli studenti, ai cittadini. Certo si pone anche il problema di avere un piano del traffico in città, con le corsie preferenziali per facilitare le corse ed evitare ingorghi. Ma nello stesso tempo bisogna cercare di andare incontro soprattutto alle fasce più deboli per quanto riguarda il costo del biglietto. Su questo riteniamo che qualcuno debba mettere un po’ del suo: sia l’azienda sia il Comune. E quindi il sindacato ritiene che su questa partita venga fatto un protocollo d’intesa per trovare le adeguate soluzioni.

Certamente non può passare inosservato anche il problema della viabilità. Non c’è dubbio alcuno che per la Siracusa Catania, la Siracusa Gela, bisogna impegnarsi affinché si arrivi in tempi brevissimi al completamento dei lavori, perché questi assi viari potranno far fare il salto di qualità alla nostra provincia. In questo settore bisogna anche tenere conto di una rivisitazione della rete viaria interna e mi riferisco all’ammodernamento della 124 che faciliterebbe il collegamento di alcuni comuni della zona montana, vedasi Cassaro, Ferla, con la zona industriale ed il comune capoluogo. Certamente bisogna porre rimedio anche con uno studio accurato alla messa in sicurezza della Mare Monti per evitare che si verifichino tragedie che purtroppo abbiano vissuto durante gli ultimi mesi. Tenendo anche conto del completamento per arrivare al congiungimento con la Ragusa Vizzini. Certamente un’altra azione va fatta rispetto al gran chiasso che si è fatto per l’inaugurazione della bretella dell’asse attrezzato che ha in effetti impedito agli abitanti della zona collinare di immettersi sulla strada che porta da un lato ad Avola dall’altro a Catania, creando difficoltà agli abitanti ma soprattutto all’economia di quella parte della provincia. Questo è un impegno che dobbiamo tutti quanti assumere.

Per non parlare poi di un migliore collegamento con la zona sud della provincia. Riteniamo che una viabilità sicura e moderna possa garantire anche quello che è il decollo del turismo nella nostra realtà. Promuovendo così la conoscenza delle bellezze paesaggistiche, architettoniche, naturalistiche e culturali della nostra provincia. Però se vogliamo fare decollare il nostro turismo certamente bisogna cercare di adeguarsi al modello Europa. Soprattutto adesso che Siracusa è stata dichiarata "città turistica". Questo presuppone che gli esercizi commerciali rendano servizi efficienti, ma soprattutto abbiano orari elastici per offrire ai turisti una città vivibile con i servizi all’altezza del compito. Io ritengo che l’amministrazione comunale debba affrontare con equilibrio il problema e che il sindacato deve favorire tutto ciò perché laddove è stato possibile negoziare l’orario di lavoro per far fronte a queste esigenze si sono registrati: più lavoro, più occupazione, più profitti e più salario. Riteniamo che il protocollo d’intesa siglato dal sindacato sul master plan di Ortigia con l’Assindustria, che a regime dovrebbe prevedere 15 mila posti letto, e circa 3 mila addetti, possa rappresentare il volano per lo sviluppo del turismo. Ma nello stesso tempo affermiamo che un progetto di tale portata successivamente deve essere esteso a tutta la provincia.

Anche le telecomunicazioni debbono contribuire allo sviluppo di questo territorio e la richiesta di un call center per Siracusa rappresenta certamente un momento di sviluppo ma anche di occupazione. Quando all’inizio parlavamo di concertare con i Comuni, riteniamo opportuno rilanciare con forza, in questo congresso, una politica che guardi anche allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani cercando assieme ai comuni, al comune capoluogo e alla provincia di progettare un modello tipo quello che la Foster Wheeler ha creato a Lomellina in provincia di Pavia. Tutto questo risolverebbe molti problemi e creerebbe le condizioni per la produzione di energia pulita. Non c’è dubbio alcuno che anche l’Enel su questa partita debba recitare la sua parte rendendo chiare le posizioni sulle centrali di Augusta e Priolo e non mettendo in discussione i livelli occupazionali perché su questo terreno il sindacato non farà sconti a nessuno.

Rispetto alle trasformazioni in atto, oltre che alle Ferrovie e all’Enel, dobbiamo chiedere alle Poste precise politiche in direzione sia del mantenimento dei livelli occupazionali sia anche dell’assunzione di nuova forza lavoro per rendere un servizio più efficiente e più vicino ai reali bisogni della gente.

Certamente va rilanciato il settore edile. Bisogna pur dire che rispetto alla diminuzione di addetti di qualche anno fa, in quest’ultimo periodo c’è stato un pur minimo aumento degli addetti in virtù dei cantieri aperti in città, specialmente in Ortigia dove grazie al Piano Urban e alla legge 179, che riguardava il piano di riqualificazione urbana, possiamo affermare che qualche risultato è stato ottenuto. Però, anche su questo versante, pur avendo firmato dei protocolli d’intesa con i comuni della provincia per la legalità e la trasparenza sugli appalti e per la sicurezza, bisogna rilanciare la concertazione affinché si possa fare una radiografia sulle opere da appaltare per snellire le procedure burocratiche e quindi avviare i progetti affinché si realizzino quei programmi che purtroppo rimangono ancora nei cassetti.

Non vi è dubbio che un rilancio dell’edilizia scolastica e della edilizia popolare deve essere uno dei punti cardini su cui il sindacato deve misurarsi con gli enti e con l’IACP. Abbiamo parlato di edilizia scolastica ma certamente non possiamo non fare un accenno alla riforma scolastica che certamente mostra molte ombre, soprattutto quando si guarda alla riforma dei cicli. E’ veramente strano quello che accade in questo paese, dove un ministro della Repubblica, Berlinguer, che riteneva di diventare il nuovo Gentile nel nostro Paese, aveva talmente impostato bene questa riforma che lo hanno licenziato e non lo hanno riconfermato nel governo Amato. E se poi parliamo dell’attuale ministro De Mauro è talmente fiero di questa riforma che al cospetto e al confronto con gli insegnanti scoppia a piangere. È veramente penoso e paradossale ciò che avviene sotto i nostri occhi.

Lo abbiamo affermato da sempre e lo riaffermiamo adesso nella solennità del congresso, che un Paese misura la sua civiltà soprattutto dal tipo di servizi sanitari che si riesce ad erogare. C’è qualcosa che non va nella nostra provincia in questo settore dove purtroppo assistiamo ancora all’incompiuta dell’ospedale di Lentini, sul quale, nonostante la fiaccolata del 16 febbraio cui è seguito l’incontro all’assessorato senza l’assessore Provenzano, fino ad oggi non abbiamo una soluzione certa del problema. Se poi parliamo degli ospedali di Avola e Noto anche lì siamo ancora in alto mare, al di là dell’incontro palermitano che si è avuto qualche mese fa. Non c’è dubbio che l’ospedale di Siracusa sta cambiando look (bisogna dare atto al direttore generale), si sta dando una nuova immagine, ha branche specialistiche all’altezza del compito. Ma certamente c’è qualche pecca e la pecca è dovuta all’intasamento che si riscontra al pronto soccorso che diventa l’approdo di ogni qualsiasi evenienza. Come bisogna fare? Certamente bisogna fare in modo che l’Asl decentri e investa nel territorio per evitare queste disfunzioni. Riteniamo altresì che sia arrivato il momento di richiedere un nuovo polo ospedaliero per Siracusa. Ho lasciato per ultima la zona montana. È veramente vergognoso registrare in quella realtà la mancanza di strutture sanitarie. Non sarà certamente il PTE, che può essere già qualcosa, a risolvere i problemi sanitari di quella zona. Riteniamo che bisogna richiedere all’assessorato regionale il distretto sanitario di base per quelle popolazioni. È veramente paradossale che l’ex commissario dell’Asl si accorga di queste situazioni negative presenti in quella realtà pochi giorni prima di andare via. Io mi auguro che il nuovo direttore generale, dottor Failla, cui va il nostro benvenuto ed augurio di buon lavoro in questo suo incarico, possa aprire un dialogo ed un confronto su tale partita. Mi sembra oltretutto importante, e la Cisl con la conferenza stampa del 24 giugno scorso ne fece esplicita proposta quando invitava le amministrazioni comunali dell’area a convocare una riunione con le forze sociali affinché si costituisse un comitato di coordinamento, arrivare ad imboccare l’iter, con l’Asl prima e con l’assessorato poi, per la rivisitazione nel piano sanitario regionale della distribuzione dei Distretti sanitari di base. Fino ad oggi niente è avvenuto, almeno per quanto riguarda il confronto con le forze sociali, al di là di qualche autonoma e sporadica riunione organizzata con qualche pseudo sindacato certamente non confederale. Allora cari sindaci svegliamoci e diamoci un percorso affinché si possa aprire una vertenza in tale direzione. Però debbo affermare, se parlo di vertenza, che Siracusa deve avere la forza ed il coraggio di aprire un confronto forte e serrato con l’assessorato per quanto riguarda la sanità della nostra provincia. Mi rendo conto che siamo in prossimità della scadenza del mandato parlamentare all’ARS ma intanto è giusto e doveroso e rispettoso nei confronti di quelle popolazioni iniziare ad elaborare una vertenza Siracusa sulla sanità. Tra l’altro,vorrei che qualcuno mi spiegasse come si fa a parlare di turismo, di sviluppo e decollo della nostra provincia se non si riesce a garantire i servizi sanitari primari a chi viene a visitare questa zona.

Dulcis in fundo ci corre l’obbligo di affrontare il problema industriale di questa provincia. Sono passati 50 anni da quando Angelo Moratti scese in Sicilia per porre la prima pietra per lo sviluppo industriale in questa nostra provincia. Non è possibile, oggi più che mai, che qualcuno si sogni di mettere in discussione questo polo petrolchimico di Priolo. Il sindacato non permetterà a nessuno speculazioni e fughe in avanti in tale direzione, ma si adopererà perché questa nostra zona industriale venga salvaguardata, ricacciando gli attacchi sfrontati che cercano di seminare allarmismo tra le popolazioni. Secondo noi il problema deve essere affrontato in termini di equilibrio. Vogliamo capire, sino in fondo, il destino di questa zona e dei nostri lavoratori rispetto ad accordi a volte sotterranei e non trasparenti agli occhi del sindacato. Desideriamo capire in che termini si pronuncerà l’antitrust sulla joint venture Esso Agip. Su questa partita riteniamo affermare che il sindacato, come per altri comparti, non abbasserà la guardia specialmente sui livelli occupazionali. Vogliamo capire e richiediamo con forza al gruppo Eni una politica di sviluppo nel settore della chimica e della raffinazione; la tutela di queste aree passa attraverso la tutela delle produzioni esistenti ed il rafforzamento e l’integrazione tra petrolio, energia e chimica.

Secondo noi le grandi aziende industriali l’Agip petroli, Enichem, Polimeri Europa, Esso, Erg petroli, Isab Energy, Sardamag, Air Liquide, devono impegnarsi sempre di più nelle loro attività produttive rendendo sempre più possibile la presenza industriale in un sistema eco-compatibile, tutelando l’ambiente di lavoro e i territori circostanti rispettando le normative vigenti.

Non c’è dubbio alcuno che vorremmo capirne di più sul futuro della Condea di Augusta. Mentre riteniamo interessante l’incontro avuto in Assindustria con Cuomo dell’Enichem rispetto all’accordo tra Enichem e Dow Chemical. Dove si è evidenziato, ed è emerso in quel confronto, che bisogna fare i conti con i mercati internazionali e che purtroppo qui l’Enichem sostiene dei costi esorbitanti per quanto concerne il consumo di energia elettrica, il doppio di quello francese, e un ulteriore aggravio proviene dallo smaltimento dei rifiuti attraverso l’IAS. Riteniamo opportuno che su questa vicenda, con l’intervento del prefetto e il coinvolgimento dei presidenti dell’Asi e dell’Ias, bisogna trovare il modo per ridurre i costi e non mettere a repentaglio 700 posti di lavoro. Non v’è dubbio che se si riesce a trovare una via d’uscita l’Enichem ha tutto l’interesse ad investire, anche con il coinvolgimento di partner internazionali, sul sito di Priolo. La situazione non è allarmante ma è preoccupante.

Lo sciopero del 6 dicembre scorso ha messo in risalto le difficoltà di questa zona industriale. Il sindacato le ha evidenziate nell’incontro del 10 gennaio al ministero dell’Industria, tenuto non con il ministro Letta, non con il sottosegretario ma con il direttore del ministero; e mi esimo da esprimere giudizi sull’assenza dei soggetti politici che dovevano tenere l’incontro. Ma dobbiamo dire che in quella circostanza abbiamo richiesto un accordo di programma sulla scia di Porto Marghera, l’inserimento di Siracusa nell’Osservatorio chimico nazionale e la realizzazione del Piano di Risanamento Ambientale. Nonostante l’azione di coinvolgimento dei soggetti locali, chiamati da questo sindacato ad una disponibilità, peraltro riscontrata, su questi tre punti, non abbiamo avuto certamente nessun cenno di riconvocazione da parte del ministero. Figuriamoci adesso che il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere.

Non v’è dubbio che su queste partite un ruolo determinante lo deve avere anche la Regione Siciliana, ma anche qui abbiamo riscontrato grossi problemi di dialogo. È inaccettabile, non è condivisibile, non sono state per niente opportune, le dichiarazioni sia dell’assessore Ricevuto sia dell’assessore Drago quando nei mesi scorsi hanno affermato che non avrebbero riconfermato le concessioni alle imprese che insistono sul sito di Priolo. Potrei intuire che poteva trattarsi di provocazioni, ma certamente, autorevoli esponenti del governo della Regione, non possono permettersi di usare tale linguaggio qualunquista che certamente potrebbe scatenare la canea di quanti prefigurano e preconizzano lo sfaldamento della zona industriale. Ritengo sarebbe più giusto e più opportuno, più costruttivo, parlare invece di spostare le sedi legali di queste imprese in loco per avere relazioni sindacali più concrete e più conducenti a risultati nell’interesse dei lavoratori e delle popolazioni di quella realtà. Come sarebbe giusto richiedere che le imposte di fabbricazione vengano certamente versate qui; questo presuppone avere le sedi legali nella nostra provincia, perché questo significherebbe un contributo non indifferente per lo sviluppo e la difesa di questo patrimonio.

La Cisl siciliana ed il suo segretario generale regionale Paolo Mezzio, di questo problema ne ha fatto un cavallo di battaglia. Su questo versante imposteremo le nostre azioni future.

Non è di secondaria importanza il confronto con il Governo regionale che ci sembra latitante sul problema di Marina di Melilli e di Punta Cugno.

C’è un silenzio tombale. Riteniamo vada ripreso con forza perché rilanciando su questo versante, potremmo veramente pensare ad un decollo del polo metalmeccanico. Ci eravamo illusi quando nel febbraio del 1999 firmammo un protocollo d’intesa con il consorzio Italoffshore. Da quell’accordo non abbiamo ottenuto nessun risultato, il Consorzio non so!

Pensavamo con quel protocollo di potere aprire un nuovo discorso concertativo nella zona industriale, che gettasse le basi per lo sviluppo nel settore cantieristico. Tutto questo non è avvenuto. Come riteniamo opportuno rilanciare il problema del porto commerciale di Augusta, come pure il rilancio dell’ASI e del Ciapi.

Abbiamo parlato di relazioni sindacali, certo, anche con i privati. Con Assindustria abbiamo cercato di avviare in questi anni relazioni sindacali nuove e diverse. Ad oggi posso affermare di essere un pò deluso perché sui problemi della sicurezza, sui problemi della legalità, degli appalti, non abbiamo approdato a niente. Non capisco la diffidenza di Assindustria nei nostri confronti, eppure basterebbe ricordare quando, concertando e assumendoci la responsabilità per la costruzione dell’impianto Isab Energy, si sono mantenuti gli impegni con rispetto reciproco portando a compimento un progetto che vide abbassare il tasso di disoccupazione nella nostra provincia e dove il sindacato dimostrò grande affidabilità nell’assunzione di responsabilità. Se questa esperienza è stata positiva perché non proseguire? Diamo atto alla Prefettura di Siracusa, che su questo versante ha creato un tavolo perché si arrivi ad un approdo. Noi riteniamo che si giunga al più presto alla firma di un accordo, che si chiami protocollo d’intesa o si chiami in un altro modo poco importa, l’importante è la sostanza.

Nessuno ha in mente di mettere in ginocchio l’altra parte, si vuole soltanto costruire assieme un progetto di sviluppo per Siracusa. Il presidente di Assindustria afferma che non ha nessun tabù e ci invita a presentarci al cospetto delle altre province in un modo unitario. La proposta è alquanto nobile ma certamente non si può discutere a senso unico; noi riteniamo che prima di andare al confronto con gli altri bisogna sciogliere i nodi a casa nostra. Ed allora sulla sicurezza non facciamo sconti a nessuno. La commissione Clini, che io chiamo commissione d’indagine, voluta fortemente da questo sindacato dopo le tragiche vicende che lo scorso anno interessarono la nostra zona industriale, dove abbiamo registrato morti e feriti, ma anche nei cantieri edili questo è avvenuto, ci ha dato ragione. È inammissibile, è inaccettabile che agli inizi del terzo millennio si possano registrare incidenti sul lavoro per mancanza di sicurezza. Non possiamo diventare il nord Africa dell’Europa.

Noi ringraziamo, lo faccio oggi per quello che rappresenta la valenza di questa giornata, l’azione della magistratura siracusana da noi invocata perché si facesse luce su quanto è avvenuto. E se la commissione Clini è arrivata a quelle conclusioni bisogna dare atto all’opera svolta con grande senso di responsabilità da quei magistrati impegnati su questo versante. Noi non vogliamo colpevolizzare nessuno, ma certamente gli avvisi di garanzia non potevano essere mandati ai lavoratori che non hanno responsabilità su questo versante.

La commissione Clini ha fatto giustizia su quello che richiedeva il sindacato. Le industrie non debbono vedere nella sicurezza il business, debbono invece attrezzarsi ed investire come molti stanno già facendo, e bisogna dare atto di questo. E quindi investire in tale direzione.

Io mi domando: siamo degli eretici o delle schegge impazzite quando richiediamo più tutela e più sicurezza nell’ambiente di lavoro e per le popolazioni circostanti? Il buon senso e la ragionevolezza di lavorare e di adoperarsi per qualcosa che nobilita il nostro impegno, penso valga la pena sia come Assindustria che come sindacato.

Mi auguro che i vertici di Assindustria non abbiano in mente, come purtroppo è avvenuto in passato, in qualche mente ammalata della Confindustria, di pensare ad una società post sindacale. Questa sarebbe una scelta miope e senza respiro in quanto, se le parti sindacali sociali stanno ognuno per proprio conto, chi paga sono sempre i più deboli. Quindi la contrapposizione non paga, tra l’altro il sindacato non ritiene di essere in una società post-industriale, serve invece creare un rapporto di reciproco rispetto pur nei rispettivi interessi che esistono e che nessuno può eliminare. E facendo una considerazione che nessuna delle parti può fare a meno dell’altra. Occorre quindi fare accordi dove vengano contemplati produttività, profitti e, non mi scandalizzo, salari, investimenti ed occupazione. Su questo possiamo aprire un nuovo capitolo della concertazione. Non potremmo parlare anche di flessibilità concertata e non arbitraria specialmente nelle nostre zone? La Cisl da anni, e D’Antoni ne è stato l’interprete autentico, continua a fare sindacato proponendo una democrazia economica che pensi certamente ad un nuovo mercato del lavoro dove in effetti ci sia la compartecipazione del lavoratore, la cogestione e la codecisione del lavoratori nei destini dell’impresa. Come avviene in tutte quelle democrazie più avanzate. Non è possibile in questa nostra Italia perpetrare questo modo distorto e perverso che quando ci sono difficoltà si socializzano le perdite e pagano sempre i lavoratori, mentre quando si è in un periodo di floridezza si privatizzano gli utili. Questo non è possibile. Dobbiamo avere una inversione di tendenza. Tutto questo deve anche interessare la contrattazione di primo e di secondo livello, dove il contratto nazionale deve stabilire le norme, mentre il secondo livello deve dare più risalto a quella che è la contrattazione decentrata e al negoziato all’interno delle aziende. In un modo molto semplice, ci vuole una rivoluzione anche sulla contrattazione ed è quella dove il secondo diventa primo livello ed il primo diventa secondo. Questi sono elementi di grande modernità che la Cisl pone all’attenzione di tutti anche all’interno del movimento sindacale italiano.

Ecco, per noi Democrazia economica significa partecipare contando sempre di più.

Certamente, sono delle innovazioni che stentano ad attecchire nella mentalità di questo Paese, ma noi dobbiamo avere la forza di proporle e di portarle avanti perché questo è un nuovo modo di fare sindacato che non interessa soltanto la Cisl ma anche tutto il sindacato confederale. Mi rendo conto che a volte di fronte alla modernità delle cose si è un po’ restii, ma come ha insegnato Ezio Tarantelli alla Cisl e al sindacato tutto: le idee buone i lavoratori alla fine le capiscono sempre.

Ritengo quindi che per creare le condizioni di uno sviluppo armonico e di nuove relazioni sindacali, sia col pubblico che col privato, specialmente al Sud ma certamente in tutto il Paese, ci sia intanto il bisogno di una grande stabilità politica ed istituzionale, dove ci siano governi che scelgano, decidano e governino. Una classe dirigente che non si presenti al cospetto dello Stato, del Paese con facce ascaristiche e rinunciatarie e non offra immagini di connivenza e di collusione mafiosa per non dare alibi al governo per non investire al Sud. Occorre arrestare il processo di libanizzazione del Mezzogiorno impegnando tutti i poteri dello Stato e le forze vive della società, per ricondurre alla legalità istituzionale ed al controllo democratico interi territori meridionali assoggettati alla criminalità organizzata, alla camorra e alla mafia. Ecco quindi che puntare allo sviluppo del Mezzogiorno significa combattere questi fenomeni degenerativi, occorre intraprendere una iniziativa a tutto campo sul versante dell’occupazione che modifichi l’humus in cui la malavita si sviluppa. Ciò significa più opportunità di lavoro e lotta al sistema degli appalti, nuovi criteri di gestione della spesa pubblica e procedure che richiamino alla massima trasparenza e controllabilità. Combattere la mafia significa puntare al reale decollo del Mezzogiorno e della Sicilia in particolare. Perché essa, cioè la mafia, diventa una doppia conseguenza negativa per la nostra Sicilia e per lo sviluppo della nostra isola. Primo in quanto si pone come potere alternativo per il dominio della società, secondo perché diventa l’alibi per il Governo per non investire al Sud. Lotta alla mafia significa chiedere allo Stato il potenziamento di uomini e mezzi e quindi migliore sorveglianza del territorio, cambiare il modo di amministrare la pubblica amministrazione, cercando di snellire gli iter burocratici per gli appalti, per facilitare la realizzazione delle opere pubbliche, cercando soprattutto di formare i funzionari, la dirigenza ed informatizzando gli uffici. Rompendo quindi il mostruoso connubio tra amministrazione e politica, significa moralizzazione del potere pubblico, spezzare l’intreccio perverso tra affari, politica e criminalità organizzata, per rompere i vincoli di omertà, le reti di connivenza, il clima di ricatto e di paura che rischia di soffocare e spegnere nella rassegnazione impotente le migliori energie. In sintesi abbattere la politica del malaffare e riprendere il gusto a fare politica con la P maiuscola. Il sindacato, la Cisl, non si rassegnerà e porterà avanti questa battaglia di civiltà perché ritiene che la stragrande maggioranza del popolo siciliano è un popolo onesto come lo erano Falcone e Borsellino. Perché riteniamo che questo fenomeno possa essere sconfitto e debellato, perché non è un castigo di Dio.

Tra l’altro i risultati ottenuti in questi ultimi anni ci hanno fatto capire che se c’è la volontà tutto è possibile. Perché riteniamo che come sconfiggemmo il terrorismo, anche se abbiamo registrato una timida ripresa e quindi non dobbiamo abbassare la guardia, che voleva sovvertire il sistema democratico e scendemmo in piazza per difendere la democrazia ai tempi del rapimento e del barbaro assassinio di Moro, di Bachelet e di Guido Rossa, il sindacato sarà pronto alla mobilitazione per marginalizzare questo fenomeno e creare le condizioni per un territorio più sano e bonificato.

Desidero fare un passaggio, prima di parlare d’altro, su questo sciocco, inutile e vergognoso ed offensivo dibattito che nel Paese è andato avanti per mesi sul problema dell’indulto. Come Cristiani certamente la regola del perdono accompagna la nostra vita, ma è anche vero e giustamente ritengo che tutti coloro i quali si sono macchiati di infamia e di delitti e di feroci assassinii debbono pagare, perché abbiamo il compito e il dovere di rendere giustizia alle vittime e ai loro familiari.

Anche perché riteniamo che questi delitti, questi assassinii non hanno avuto nulla di episodico e di casuale ma portano con sé il marchio di esecuzioni prevedibili ed evitabili, di uno scacco ad una democrazia lenta nella diagnosi e nella cura dei propri mali. Purtroppo questi morti che abbiamo pianto sono state vittime del loro coraggio, della loro fermezza dei loro propositi ma anche le vittime degli errori e della inconcludenza di una classe politica nazionale e regionale i cui tempi di decisione, di intervento e di iniziative da intraprendere sono apparse radicalmente sfasate rispetto alla potenza offensiva di una criminalità inaudita che non pone limiti alla sua incalcolata ferocia perché depositaria di interessi. Soltanto un grande movimento sindacale che fa acquisire una forte tensione morale ai lavoratori e risveglia gli animi della gente cosciente del proprio ruolo, può sconfiggere queste forze perverse ed eversive che sono le tare del Paese e del Meridione.

Dicevo che bisogna dare atto, per i risultati ottenuti, alle forze di Polizia, ai Carabinieri, alla Guardia di finanza, alla Magistratura. Per questo la Cisl dice loro grazie.

Ma tutto questo non ci deve fare dormire sugli allori, non ci deve fare abbassare la guardia nella lotta alla mafia e alla criminalità che rappresentano i freni inibitori dello sviluppo; perché, se vogliamo che qualcuno investa anche nella nostra provincia e quindi porti lavoro là dove ci sono i disoccupati, dobbiamo essere in grado, oltre che offrire la flessibilità di cui si parlava e gli strumenti di convenienza per fare decollare anche la programmazione negoziata, patti territoriali, contratti d’area, di offrire un terreno fertile e un territorio bonificato.

A proposito dei patti territoriali che rappresentano un volano di sviluppo per questa provincia, non vi è dubbio alcuno che bisogna rilanciare un discorso concertativo con il Cosvis per avere realmente la fotografia o la radiografia di quelle imprese o aziende commerciali e artigiane che hanno usufruito dei benefici previsti per capire se si è proceduto ad immissione di nuova forza lavoro e quindi si è riusciti a lenire la disoccupazione. Questo lo dobbiamo fare per avere il termometro per un controllo democratico del mercato del lavoro. Dobbiamo dare atto che anche su questa partita la Prefettura attraverso l’osservatorio ci ha permesso e ci permetterà di garantire sia la tutela delle aziende rispetto ai finanziamenti appetibili che potrebbero interessare le forze malavitose con l’ausilio delle forze di polizia ma sia anche attraverso gli organi di vigilanza la effettiva tutela del lavoratore in termine di sicurezza e di rispetto dei propri diritti. Desidero anche affermare che questo Paese, questa provincia, i giovani dell’ex articolo 23 (che oggi grazie alla nuova normativa regionale, che l’assessore Adragna ha fatto approvare, potranno superare il precariato) sono stanchi di appartenere a questi strumenti di precarietà e che non desiderano più Pip od altro ma che invece rispetto alle LSU, LPU, si possa offrire sempre e comunque più lavoro, più lavoro, più lavoro.

Non c’è dubbio alcuno che per ottenere risultati bisogna cambiare le regole del gioco della politica. Occorre ricercare alleanze e favorire i dialoghi con le varie articolazioni politiche presenti nel nostro Paese e stimolare le forze del cambiamento e del rinnovamento perché si vada alle riforme istituzionali ed elettorali che rompano con un modo certamente vecchio, clientelare, non consono con le esigenze della nostra società, anacronistico di far politica e aprano invece le porte della politica ad uomini liberi moralmente integri che governino e assicurino stabilità amministrativa ed istituzionale facendo della trasparenza, della moralità, la vera essenza della politica come servizio alla collettività. Perché su questi principi non c’è né centro sinistra né centro destra che tenga, perché quando si sfonda su tali obiettivi non vincono gli schieramenti ma la società e l’uomo in quanto tale. Affermiamo questo perché vogliamo dire basta a quelle pagine negative che abbiamo registrato in Italia e che sono: la breve durata dei governi, i ribaltoni che certamente non hanno portato ad una democrazia compiuta e quindi alla non realizzazione della democrazia dell’alternanza.

Riteniamo che se c’è l’impegno e la volontà di tutti c’è lo spazio per potere realizzare riforme istituzionali ed elettorali. Tutto questo si può fare perché non è un sogno di una notte di mezza estate. La società italiana ha messo in evidenza le difficoltà di questo sistema elettorale maggioritario. Tanto è vero che nel 1999 il 51 per cento degli italiani bocciò il referendum. Il 21 maggio del 2000 il 64 per cento ancora una volta bocciò i referendum, sia quelli antisindacali che quello sul maggioritario riponendo nel parlamento la facoltà di riformare il sistema con una legge in tale direzione.

Le forze politiche si sono espresse affermando che andava rivisto e che un sistema proporzionale alla tedesca, con lo sbarramento al 4 per cento, poteva essere una soluzione che certamente andava incontro alle specificità del nostro Paese. Abbiamo invece assistito al fatto che chi era proporzionalista convinto si è atteggiato con spirito maggioritario e chi invece era maggioritario si professava proporzionalista. Il risultato è stato quello che siccome ad entrambi gli schieramenti l’attuale sistema va bene fino alla fine della legislatura si è inscenato un falso dibattito (così come avvenuto per il problema del conflitto d’interesse) facendo melina e quindi portando il Paese a votare il prossimo 13 maggio col vecchio sistema e con gli stessi dubbi. Questo perché sicuramente in quanto sia l’uno che l’altro schieramento danno le carte, cioè distribuiscono i collegi. Tanto è vero che questo Paese soffre di collegite acuta. È possibile che in un Paese democratico come l’Italia si riuniscono cinque, sei persone da un lato ed una persona dall’altro per assegnare centinaia di collegi? È democrazia questa? Io penso proprio di no. Come cittadini abbiamo il diritto di capire e soprattutto di sapere, all’indomani delle elezioni, chi vince (perché tutti dicono di avere vinto), chi ci governerà. Ritengo che bisogna invece adoperarsi perché si realizzi un sistema elettorale che cancelli l’attuale falso bipolarismo che ha portato alla disaffezione della gente nei confronti della politica raggiungendo alte percentuali di astensionismo; che ha soltanto messo assieme delle forze per un cartello esclusivamente elettorale senza affinità politiche sui programmi, sui contenuti che hanno determinato invece, come abbiamo riscontrato in passato, ribaltoni e quindi crisi politiche al buio. Riteniamo che bisogna certamente favorire in questo paese il dibattito politico che superi le attuali distanze e che punti ad una riforma elettorale dove sia garantita la vera democrazia dell’alternanza, l’affermazione delle proprie identità e del pluralismo democratico ispirato a quei principi degasperiani e sturziani a cui tutti oggi fanno riferimento pur non avendone la titolarità e che noi invece abbiamo il diritto dovere di portare avanti in nome del riformismo laico e del cattolicesimo democratico.

Qualcuno potrebbe dire che questo è esclusivo compito dei partiti e che da un punto di vista dell’autonomia il sindacato non dovrebbe entrarci. Io ritengo che un grande movimento sindacale deve anche affrontare questi temi, che certamente l’autonomia non significa la negazione dei partiti ma che invece vuol dire dare indicazioni secondo quelle che sono le esigenze di quelli che voce non hanno in questo Paese e quindi scegliere per non essere scelti e non dicendo sì o no rispetto al sì o no dei partiti. Questa è la vera autonomia.

In questi ultimi tempi ci sono stati degli attacchi indegni, indecorosi ed ingenerosi nei confronti della Cisl e del suo ex segretario generale Sergio D’Antoni che certamente non corrispondono alla realtà delle cose rispetto a quanto si è andato cianciando in giro. La Cisl e D’Antoni non debbono certamente dimostrare il loro modo di essere, il loro modo di pensare, il loro modo di agire, perché è la storia che parla in termini di iniziative unitarie, di protagonismo sui problemi di coerenza e di lealtà d’impostazione nei confronti sia delle due altre consorelle ma sia anche nei confronti delle istituzioni pubbliche e private. Non vi è dubbio alcuno che D’Antoni dopo Pastore rimane il più grande ed impareggiabile segretario generale che la Cisl abbia avuto.

Come sappiamo con l’esecutivo del 12 ottobre del 2000 D’Antoni preannunziava le sue dimissioni e quindi l’uscita dall’organizzazione. Il 4 dicembre dello stesso anno si presentava dimissionario al consiglio generale proponendo Savino Pezzotta come suo naturale successore. Su 213 votanti Pezzotta otteneva 204 preferenze dimostrando a tutti che il testimone passava senza nessun trauma, anzi Pezzotta rappresenta la continuità o per meglio dire il continuatore del progetto dantoniano degli ultimi dieci anni. Sergio D’Antoni non è stato grande soltanto perché ha dato grande visibilità, grande protagonismo, grande risultato organizzativo superando i 4 milioni di iscritti, ma è stato soprattutto grande perché è riuscito a lasciare questa organizzazione in un clima di grande unità di grande armonia dove a nessuno è permesso di disperderlo.

Noi come Cisl siracusana, ma penso che tutta la Cisl debba adoperarsi affinché questi principi e questi valori vengano riaffermati in questo congresso, vogliamo fare capire a tutti che in questa splendida anomalia che è la Cisl non esistono diverse anime ma esiste la Cisl, la Cisl dei lavoratori, degli iscritti, dei militanti, dei simpatizzanti.

Non desidero parlare delle critiche esterne ma voglio rivolgermi a quanti, al nostro interno hanno cercato di criticare ingenerosamente e maldestramente la scelta di Sergio definendola scelta dettata da interessi personali. Questo è quanto di più falso si possa affermare. D’Antoni andando via ha lasciato qualsiasi incarico ed è andato a navigare in mare aperto per un progetto di cui appresso parlerò. Desidero ricordare a quanti sono di memoria corta o hanno messo la benda ai propri occhi facendo finta di non vedere, che se guardiamo indietro quando Pierre Carniti lasciò la Cisl era stato nominato ai vertici della Rai ma poi non accettò per suoi motivi personali. Quando Franco Marini andò via dalla Cisl era contemporaneamente ministro del Lavoro e segretario della Cisl. Tanto è vero che al consiglio generale del 30 aprile del ‘91 che elesse D’Antoni alla guida della Cisl Marini si presentò al Consiglio generale in qualità sia di segretario generale che di ministro del Lavoro. Mi fate capire quali sono gli interessi personali quando qualcuno fa riferimento al passato o ad alcuni uomini che hanno guidato la Cisl? Ma di cosa parlano? Questa è verità, questa è la storia della Cisl.

Certamente se l’invito che fanno alcuni amici a non seguire Sergio su questa scelta, io rispondo a costoro: ma da che pulpito viene la predica? Prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro bisogna guardare la trave nel proprio occhio. Naturalmente avendo affermato queste cose non mi esimo dal dire ciò che penso su tale argomento. Io non capisco perché gli uomini e le donne libere di questa organizzazione non dovrebbero appoggiare questo progetto della fondazione di Democrazia Europea. È forse cambiato il linguaggio di Sergio rispetto a quando era segretario generale della Cisl? Parlava di sviluppo del Mezzogiorno, parlava di occupazione, parlava di lotta all’inflazione, parlava di una politica dei redditi di prezzi e tariffe, allora ne parla ancora oggi da un altro osservatorio.

Parlava allora di politica della concertazione, ne parla ancora oggi da questo versante. Certo dicevano i latini nemo profeta in patria, ci voleva lo studioso Alain Touraine che in una lettera inviata a Sergio tempo fa gli diceva che bisognava dargli atto per questa splendida invenzione che aveva avuto sulla politica della concertazione perché questo può essere un modo di far politica per rappresentare degnamente i più deboli senza perdere la rappresentanza dei primi specialmente in Europa. Ma soprattutto questa politica della concertazione deve attuarsi anche all’interno dei paesi della comunità.

Come vedete questi temi sono ancora una volta il credo del suo impegno quotidiano.

A questo punto non capisco. Quando Sergio si appella ai nostri iscritti, ai nostri militanti per seguirlo in questa sua nuova bella e affascinante avventura c’è un grido allo scandalo. Ma di quale scandalo parlano quando c’è una linea di demarcazione tra il sindacato e la fondazione. Ognuno col proprio ruolo, con la propria autonomia. Mi chiedo io personalmente c’è qualcuno che può vietarmi o vietare agli uomini liberi al di fuori dell’ambito sindacale di fare scelte attinenti al proprio modo di essere? Io dico di no. A nessuno permetterò e permetteremo di interferire sulle nostre scelte personali e sulle scelte della Cisl. Questa è la vera autonomia, questa è la vera libertà di scelta perché non si può essere autonomi soltanto se si sta da un lato o dall’altro cioè con i due grandi fratelli. La Cisl ed i suoi dirigenti non rinunzieranno alla loro autonoma soggettualità politica. Intendono scegliere e non essere scelti. Invece si vuole condannare con questo sistema elettorale chi la pensa in modo diverso. Vi voglio citare un esempio: spesso capita che in determinati collegi elettorali le persone sono condannate a votare, a volte, o un candidato dell’estrema destra o uno dell’estrema sinistra. Ma uno come me, che sin da ragazzino ha fatto il chierichetto e che poi è stato delegato giovanile di un partito cattolico della prima Repubblica può tollerare tutto questo? Non pensate che non entri in crisi di identità e quindi subentri il disamore e il distacco per la politica? Questo è quello che condanniamo e che vogliamo modificare con una battaglia imperniata all’insegna della libertà di scelta e del raggiungimento della vera democrazia, tenendo conto di tutte le specificità presenti nella società italiana e quindi anche di quelle cattoliche. In questi ultimi mesi abbiamo registrato il richiamo del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi richiamando tutti alla laicità dello Stato. Vorrei dire sommessamente: ma è stato forse il cardinale Sodano, il cardinale Ruini o sua Santità Giovanni Paolo II a convocare i politici oltre Tevere? Ritengo che tutti in un modo strumentale hanno cercato di accreditarsi nei confronti della chiesa, la quale certamente non metterà a repentaglio i suoi principi e i suoi valori. Tutti hanno gridato allo scandalo di questi incontri. Io mi scandalizzo di quelli che si scandalizzano che questo sia avvenuto anche perché a nessuno di loro era stato richiesto di recarsi in visita in Vaticano.

Ed allora ritengo che il problema del rapporto con la politica il sindacato, ma a questo punto la Cisl per quanto ci riguarda, se lo sarebbe dovuto porre con o senza D’Antoni.

Perché purtroppo per quello che abbiamo visto in passato se il sindacato confederale e quindi la Cisl avessero avuto degli interlocutori politici capaci di ascoltare e portare avanti le nostre impostazioni qualche risultato in più l’avremmo portato a casa rispetto ai proclami elettorali del 1996 quando contribuimmo all’affermazione di un certo schieramento.

Il sindacato e la Cisl non si scoraggiano e non si rassegnano, si porranno certamente in una posizione di dialogo con tutte le articolazioni politiche con cui si possono portare avanti progetti di sviluppo per il mezzogiorno e specialmente per la nostra provincia.

Naturalmente tutto quanto deve avvenire nel pieno rispetto di una forte autonomia a cui non vogliamo certamente rinunciare che certamente non significa né negazione né disconoscimento degli altri ma condizione necessaria per assolvere nel migliore dei modi il ruolo che la gente, gli iscritti, i militanti ci hanno affidato e tutto quanto in un rapporto di pari dignità con la politica perché il sindacato, la Cisl in particolare, non si sentono figli di un dio minore.

Questa è l’autonomia che noi intendiamo nel rispetto della valenza e del ruolo dei partiti anche se vanno rinnovati e riformati rispetto ai tempi che attraversiamo ma che comunque rappresentano e restano una grande palestra di democrazia e formazione per i giovani e per la società. Quindi l’autonomia, il pluralismo sono il genoma costitutivo del DNA della Cisl. Due cose fondamentali affermava, 50 anni fa Mario Romani, vere e proprie stelle polari per noi sull’autonomia. La prima: "Non risulta pensabile un’azione sindacale politicamente neutra", e questa l’abbiamo tenuta sempre presente. La seconda dobbiamo richiamarla invece costantemente all’attenzione di tutti "che se autonomia significa stabilire in piena indipendenza obiettivi e corsi di azione, c’è solo un confine che non possiamo superare, se non vogliamo contraddire in termini l’aspirazione verso l’autonomia: quello di decidere autonomamente di non essere autonomi". In altri termini autonomia non significa dire no o dire sì: a nessuno e a chiunque. Significa, invece, dire no o dire si quando e se noi, o per meglio dire il sindacato, decide di dire sì o no. È chiaro, allora, cosa significa autonomia per la Cisl?

La Cisl ritiene che bisogna avere il coraggio, la forza, la tenacia, la capacità e la caparbietà di cambiare la politica nel nostro paese per renderla più vicina ai reali bisogni della gente.

E per tranquillizzare tutti e per essere coerenti e fedeli alla nostra storia, perché sul terreno dell’autonomia nulla è cambiato, anzi la Cisl lo ha affermato e lo riafferma ancora oggi più che mai, che per la stessa Cisl non esistono governi amici, ma vanno giudicati per il loro operato e nello stesso tempo per noi della Cisl il partito amico per eccellenza è e resta il sindacato stesso. E quindi se tutto questo lo rapportiamo all’attuale momento noi riteniamo che tra il bello e il ricco noi scegliamo la politica, quella vera nel senso nobile del termine.

Care amiche e cari amici,

mi rendo conto che in presenza di risultati a volte non entusiasmanti e negativi o di fatti terribili e inquietanti, ci può capitare di essere presi dallo sconforto e dalla tentazione di abbandono della prima linea mettendoci in disparte.

Ma la convinzione di battersi per cause giuste ed esaltanti come il riscatto del Mezzogiorno e della nostra provincia, nel Paese e nell’Europa, ci deve vedere sempre impegnati in trincea in quanto il Mezzogiorno deve giocare le proprie carte in termini di rinnovamento e di protagonismo.

Bisogna innescare, come dice D’Antoni, un circuito virtuoso che restituisca al Mezzogiorno l’economia nazionale in un rapporto di scambio paritario che abbia protagonisti attori pubblici e privati esterni e locali.

Non c’è sviluppo senza autonomia e non c’è autonomia nel Sud senza il concorso responsabile dei meridionali, senza che essi per primi decidano di camminare da soli e imparino a non farsi male.

Cose sentite in passato, che sono state usate contro i meridionali, Oggi vanno riprese, ribaltandone il significato per dire l’esatto contrario: e cioè che il Sud non ha bisogno di sconti, ha diritto di essere messo alla prova perché è capace di fare. Forse meglio di tante altre aree.

Quanto affermato è in sintonia con quello che Ignazio Silone, meridionalista convinto, scriveva nel 1955 e che oggi è ancora attuale: "nel nostro sud nessun progresso può attecchire e durare se manovrato dall’alto, all’insaputa e in assenza dei diretti interessati, senza mettere in moto l’energie nascoste ed il loro entusiasmo".

A questo punto ritengo che i soggetti collettivi, quindi il sindacato, debbono certamente dare speranze a tanti milioni di cittadini, di lavoratori, di giovani, di donne che ci guardano con grande attenzione.

Dobbiamo alimentare la loro speranza per evitare lo scoramento, il disamore, la disaffezione che potrebbero portare a delle devianze e quindi alla non affermazione di intere generazioni.

Io ritengo che non ci voglia chissà quale artifizio per programmare un futuro di lavoro, perché si possa arrivare a dare diritto di cittadinanza e rispetto della dignità dell’uomo in quanto tale.

Del resto, è un fatto che i due milioni di giovani di Tor Vergata non andavano su quella spianata solo per fede, ma anche per speranza per ritrovare in una persona e in un Verbo quella risposta di speranza che la politica vecchia ormai non da più.

Quindi ci vuole un’altra politica, allora, che dialoghi col sociale e torni a discutere di modelli, di progetti, di speranza.

Che torni ad essere progetto, passione, identità e costruzione di volontà comune. Su questi principi non vinceranno gli schieramenti né di destra né di sinistra, dizione ormai quasi inservibile (qual è la differenza concreta tra Aznar e Blair? Forse il fatto che il primo di sicuro concerta coi sindacati molto più del secondo?). È dizione ormai superata almeno quanto la dislocazione topografica nelle aule parlamentari che la battezzò; ma vincerà l’affermazione ed il rispetto della dignità dell’uomo.

Il sindacato comunque resta per queste battaglie un grande punto di riferimento. Allora ritengo che c’è un futuro per un grande sindacato che non sta scomparendo, come qualcuno spera e parecchi vanno profetizzando. La Cisl, più in generale il sindacalismo confederale italiano, godono di una solida rappresentatività non solo come capacità di rappresentare il sociale ma anche come riconoscimento conferito dagli altri attori sociali. Questo, al di là della contestazione concorrenziale del sindacato autonomo, di quella politica dei partiti, dei tentativi di emarginazione che di volta in volta si intestano con esiti, per lo più, nei fatti inesistenti. Questa rappresentatività di cui noi parliamo è dimostrata dai fatti. Attestato tra l’altro dal BIT dove in effetti possiamo affermare che rappresentiamo uno dei più alti tassi di sindacalizzazione del mondo, intorno al 40%. Questa rappresentatività è dimostrata dalla capacità di mobilitazione per scioperi e manifestazioni e dal voto dei lavoratori nelle elezioni della RSU che ha visto, con oltre il 75 % dei suffragi, l’affermazione del sindacato confederale. Questo è un Paese strano dove a volte si scrivono fiumi di parole, di inchiostro per denigrare i soggetti collettivi mentre poi di contro passano inosservati i risultati e le conquiste che si raggiungono. Questo bagno di democrazia dice a tutti e specialmente alla società italiana che c’è forte bisogno di questo sindacato, di questo grande soggetto collettivo che rappresenta sempre un collante tra istituzioni, la base e garante della democrazia nel nostro Paese.

Quindi rispondiamo a chi ci diceva che non eravamo rappresentativi e poneva il problema della rappresentanza come un possibile neo del sindacato confederale che non siamo al capolinea e che questo sindacato ha un grande futuro nel nostro Paese. Perchè la verità è poi un’altra e la storia ce lo conferma: che il sindacato confederale e la Cisl non sono stati coinvolti nella crisi dei grandi partiti e nella frantumazione del sistema politico. E infatti solo noi non abbiamo avuto bisogno di cambiarci anche il nome: 50 anni fa nascemmo come Cisl, oggi siamo ancora la Cisl. Ed allora se siamo ancora la Cisl a 50 anni dalla sua nascita, quando Giulio Pastore, il 30 aprile del 1950 al teatro Adriano dava origine a questo grande sindacato, il suo fondatore affermava allora, lasciandoci questo messaggio così attuale: "Ci sono momenti nei quali temiamo per l’avvenire e ci pare non ci sia più posto per la speranza. Ma occorre sperare, avere immensa fede nella missione che siamo chiamati a compiere, nei sicuri destini della classe lavoratrice, fede nella volontà di lotta della gente che soffre e che ha diritto a migliori condizioni di vita".

Questo messaggio ci ha accompagnato nei nostri 50 anni di storia e ci deve accompagnare ancora oggi nella nostra missione quotidiana per dare speranza a chi ha riposto in noi tanta fiducia.

A questo punto, care amiche e cari amici, consentitemi adesso una riflessione su come ipotizziamo la Cisl, la sua azione, la sua missione sindacale, la sua presenza nel rapporto con i propri quadri e con gli altri, specialmente nella nostra provincia. Bisogna certamente adeguare la nostra azione sindacale ai tempi che attraversiamo anche perché è opinione diffusa che le strutture organizzative sindacali a volte facciano fatica a reggere il passo. Dobbiamo cercare di offrire il nostro prodotto, la nostra solidarietà organizzata ai nuovi mercati che dobbiamo imparare a capire, mercato del lavoro che cambia giorno dopo giorno (agenzie private, interinale, eccetera) continuando a consolidare l’offerta su quello nostro più tradizionale dell’organizzazione. E per avere un grande futuro occorre al nostro interno riflettere sulla nostra natura organizzativa. Ritengo insostituibile la funzione delle Unioni e delle Leghe Comunali (FILCA-FAI-FNP ecc.) che devono attenzionare le politiche emergenti e le nuove figure presenti nel nostro territorio (anche gli immigrati). Le unioni e le leghe hanno il compito certamente per essere conseguenti alle cose che abbiamo detto in questa relazione, di rilanciare la politica della concertazione ricercando accordi con le amministrazioni locali e stipulando protocolli d’intesa, per il rilancio delle politiche settoriali e territoriali. Avendo sempre ferma la convinzione che la concertazione non nega la conflittualità e quindi non abbiamo amministrazioni amiche perché se non vengono incontro alle giuste impostazioni sindacali e non vanno incontro alle esigenze delle fasce più deboli dei cittadini e delle popolazioni certamente le additeremo per la non assunzione di responsabilità e quindi ognuno torna a fare il proprio mestiere. Perché poi a volte non si capisce come alcuni uomini e personaggi politici ed istituzionali ce li ritroviamo a partecipare a manifestazioni o a capeggiare cortei per le problematiche che interessano la nostra provincia dimenticando che non si può giocare allo scarica barile, perché non sempre le controparti sono lontane, anzi spesso sono molte vicine territorialmente. Per noi non c’è spazio per qualunquismi sfrenati e demagoghi da strapazzo. Questa non vuole essere una polemica ma anzi stimolo nei confronti di quelle amministrazioni pubbliche o di uomini politici che vogliono avere un confronto leale onesto senza riserve mentali e quindi produttivo con il sindacato, ma vuole avere invece essa una chiara posizione di accusa e di denuncia nei confronti di chi non vorrà questo rapporto e preferirà invece generare confusione cercando di screditare il sindacato confederale e delegittimarlo. Noi certamente non abdicheremo al nostro ruolo.

E per tornare ai fatti interni nostri bisogna realmente puntare al potenziamento delle strutture periferiche perché una Cisl forte in periferia è una Cisl forte anche al centro: di questo abbiamo bisogno.

Bisogna cercare, coinvolgendo l’Inas, di rendere sempre più efficiente un servizio ai nostri iscritti dando risposte in tempi celeri rispetto alla domanda che ci viene. Bisogna senza dubbio razionalizzare le risorse sia umane che finanziarie favorendo le categorie resesi grandi rispetto agli accorpamenti ad investire nel territorio per un migliore funzionamento delle strutture comunali. Non vi è dubbio che bisogna dare più mezzi alle strutture delle Sas e delle Rsu (che certamente non debbono pensare di essere una cosa fuori dell’organizzazione) per espletare nel migliore dei modi il loro ruolo di sindacalisti di trincea. Perché sono parte integrante dell’organizzazione. Certamente bisogna tutelare sempre più l’iscritto nell’erogazione dei nostri servizi rispetto al non iscritto. Mi è doveroso ringraziare gli amici che si sono adoperati nel progettare un servizio fiscale efficace ed efficiente ai nostri iscritti ma anche facendo diventare il centro servizi di questa Cisl siracusana un grande punto di riferimento per chi si rivolge a noi (attenti a non snaturare l’organizzazione; l’organizzazione è quella degli iscritti e non quella dei servizi).

Bisogna inoltre creare un interscambio tra le categorie, gli enti e la Cisl dando protagonismo e privilegiando l’azione e la presenza del mondo femminile evitando compartimenti stagni e facendo attecchire una maggiore mentalità confederale. Non c’è dubbio alcuno che è logico e doveroso indirizzare e destinare risorse nei confronti della formazione e la selezione dei quadri dirigenti perché nel futuro la differenza la farà il sapere. Ci dobbiamo adoperare perché i giovani guardano con attenzione a questo mondo sindacale. Naturalmente su questo versante non ci aiuta assolutamente la televisione sia quella pubblica che quella privata per la pochezza e la diseducatività dei programmi (la gente è stufa di guardare trasmissioni di riconciliazioni familiari o affettive) perché se per i giovani il modello diventa il Grande Fratello e quindi il Taricone di turno ci dovremmo chiedere perché i giovani dovrebbero studiare impegnarsi ed affermarsi se la via di Taricone è quella più facile? Noi abbiamo il dovere con il nostro operato, con i nostri programmi e le nostre iniziative di dare una sponda di ascolto e di formazione al mondo giovanile. Anche perché riteniamo che il mondo del lavoro moderno, la nostra società, noi soprattutto abbiamo sempre meno bisogno di agitatori, di tutori o di masanielli di turno e sempre più bisogno invece di persone e di cervelli pensanti che sappiano far lievitare: solidarietà, intelligenza, competenza e quindi il sapere.

Ritengo che questo non bisogna solo affermarlo e predicarlo, dobbiamo senza dubbio praticarlo, realizzarlo perché non è possibile richiedere che debba cambiare tutto, che cambino gli altri, che cambino i governi e poi il colmo è: che non cambiamo noi. Dobbiamo cambiare anche noi.

E per cambiare dobbiamo anche pensare di realizzare il federalismo sindacale nel rapporto categoria-territorio, cioè dare dei poteri reali e delle risorse alle strutture orizzontali e verticali dell’organizzazione.

Perché se tutti assieme pensiamo comunemente che il territorio oggi conta di più per l’organizzazione è anche vero che il federalismo potrebbe agire sul serio, ridistribuendo dal centro alla periferia una serie di decisioni e di risorse oggi accentrate. Non cadiamo nell’errore di pensare ad un federalismo come quello che si vuole attuare oggi in Italia (non hanno neanche pensato alla istituzione della camera delle regioni), perché per noi il federalismo è la questione di come rafforzare meglio l’unità del Paese, rendendolo più coeso, ma anche mettendolo meglio insieme, per farlo crescere più civile, più libero, più stabile, più competitivo, più consapevole delle sue mete collettive e della sua posizione in Europa e nel mondo.

Che tale si mantiene solo se resta insieme, diverso com’è ed unito com’è.

È la storia ad insegnarci che il federalismo non nasce per dividere e separare i forti dai deboli, questo mai, anzi; non per escludere, ma per allargare le basi della convivenza e della prosperità, così come hanno fatto Stati Uniti, Germania, Svizzera, per farsi più forti insieme, per tendere insieme a maggiore sicurezza, maggiore benessere, maggiore sviluppo.

Care amiche e cari amici ritengo fare un passaggio ed una riflessione sulla vexatissima quaestio della unità sindacale. Di regola chi si è scottato con l’acqua bollente tende ad aver paura anche dell’acqua calda: noi no. L’unità sindacale rappresenta per la Cisl la stella polare e la nostra agenda non è cambiata, è sempre presente questo progetto nonostante le difficoltà degli ultimi tempi e ancora oggi noi la riteniamo un progetto da perseguire. Io non so se altri si sono sentiti appagati rispetto a quelle che sono le rappresentanze istituzionali e politiche e quindi hanno messo in secondo piano o rimosso questo problema. Noi perché riteniamo che sono in tanti in questo Paese a cercare di mettere in difficoltà questo sindacato, sia governi e sia rappresentanze politiche, affermiamo ancora una volta che c’è bisogno di un grande sindacato unitario in questo Paese, autonomo democratico e pluralista. Non c’è dubbio alcuno che in provincia, al di là delle differenziazioni nazionali, si è proceduto per i grandi problemi di questa nostra realtà in un cammino unitario (al di là di qualche critica che ci è stata rivolta, ingenerosa ed ingiustificata ed immeritata anche perché non c’è stato un cambio di linea della Cisl rispetto ai problemi di questa provincia) che va riconfermato proponendo un grande patto di unità d’azione per lo sviluppo sociale ed economico della nostra provincia. Questo lo diciamo perché non facciamo parte di quella schiera di sindacalisti pentiti che debbono scontare qualche colpa o debbono giustificarsi agli occhi di non so chi: o di partiti o di altri. Potremmo anche aver sbagliato ma in buona fede, ma questo capita naturalmente a tutti quelli che operano e che cercano di costruire un futuro migliore per le loro popolazioni.

Naturalmente non potevo non parlare di un dialogo che va sempre più rafforzato con il mondo dell’associazionismo, della Chiesa, con quella parte di volontariato che vogliono dare un impulso nuovo e diverso e quindi un aiuto per i problemi sociali che attanagliano la nostra società. Molti guardano con molta diffidenza ma anche con un po’ di invidia a questo nostro dialogo con questi ambienti di cui ho parlato perché possibilmente pensano o si preoccupano che la Cisl possa aggregare questo mondo. Ma scusatemi, è peccato mortale adoperarsi in questi termini cercando l’unità con questo mondo vicino a noi? Io penso proprio di no. Dobbiamo andare avanti su questa strada e percorrerla fino in fondo.

Care amiche e cari amici un passaggio sintetico che ha caratterizzato la vita della Cisl in questi ultimi due anni. Sono passati 50 anni dalla nascita della Cisl. Quando nel 1978 arrivai alla Cisl giovinetto non avrei mai pensato di essere o di diventare il segretario generale della Cisl che avrebbe traghettato questa organizzazione negli anni Duemila, che avrebbe celebrato il congresso del cinquantennale e che avrebbe proposto questa relazione per il nostro cammino nel terzo millennio. Tutto questo per me non era prevedibile, non era pensabile, anzi certamente mi reputo una persona fortunata perché se questo è avvenuto lo debbo sicuramente ed esclusivamente a voi e per questo vi dico grazie. Ma debbo dire grazie a D’Antoni perché quando era solamente segretario regionale della Cisl mi dava la forza, la tenacia e il conforto se volete nei momenti difficili ad andare avanti. Grazie Sergio. E debbo dire anche grazie, e lo faccio oggi, nella solennità del congresso ad un uomo che ha scritto la storia di questa Cisl siracusana, del movimento sindacale siracusano e che se oggi molti dirigenti si sono affermati compreso me ed hanno raggiunto livelli di rappresentanza nell’organizzazione, questo lo si deve a quest’uomo che ci ha formati trasmettendoci il Dna dei valori della Cisl. Sicuramente mi avrete capito mi sto rivolgendo all’amico Enzo Terranova. Grazie Enzo per quello che hai fatto e hai rappresentato per questa Cisl siracusana.

Consentitemi, avendolo lasciato per ultimo, questo passaggio di farlo anche in termini affettivi. Sono passati oltre due anni da quando il 22 dicembre del ‘98 Paolo Mezzio fu chiamato a guidare la Cisl regionale. Nella sua qualità di segretario generale della Cisl siciliana debbo dargli e dobbiamo dargli atto del lavoro che sta svolgendo in termini di cambiamento, di rinnovamento, di rilancio e di peso politico che questa organizzazione ha assunto e sta assumendo ogni giorno di più nello scenario della vita sindacale siciliana e nazionale. Ma è doveroso caro Paolo dirti grazie per come hai gestito la tua successione qui a Siracusa senza traumi ed indicandomi, non so se sono all’altezza o meno, di guidare questa Cisl siracusana. Caro Paolo, questa Cisl siracusana ti deve riconoscenza e ti è grata per il lavoro che hai svolto assieme ai tuoi ex colleghi di segreteria che hai avuto qui a Siracusa. Ti abbiamo assecondato a costruire una dirigenza nuova e moderna, leale e affezionata ai colori della maglia per ridare immagine a questa Cisl, protagonismo e linea politica per affrontare e guidare i cambiamenti in atto in questa provincia e ponendoci in un modo nuovo e diverso nella gestione delle politiche sindacali. Per questo ti diciamo grazie, assicurandoti che ci adopereremo per la tua riconferma alla guida della Cisl siciliana. Come tuo fraterno e personale amico in questa avventura che ci ha visti lavorare assieme quotidianamente per oltre sei anni debbo dirti che per me hai rappresentato un compagno di viaggio ideale, portando avanti un lavoro certamente impegnativo ma soprattutto sei stato una persona onesta, leale, sincera ed affettuosa soprattutto nei miei confronti. Questo grande rapporto che c’è stato, che c’è e che ci sarà anche in futuro ci ha aiutati a superare l’amara realtà che avevamo ereditato e nonostante tutto abbiamo guardato con grande speranza e grande fiducia al futuro. Tanto è vero che oggi la Cisl non è più quella del 1993. Dove abbiamo avuto grande rispetto della democrazia e degli organismi interni, cercando di indirizzare sempre la nostra azione nella gestione di questa Cisl non a fini personali ma certamente nell’interesse dei nostri iscritti e dei nostri militanti. Per il lavoro svolto, per l’esempio e l’insegnamento lasciatoci personalmente ti dico grazie.

Care amiche e cari amici avviandomi alle conclusioni ritengo che il nostro congresso deve affrontare il dibattito sulle iniziative e sulle nuove fasi che si aprono al movimento sindacale italiano e soprattutto alla Cisl e deve assolvere a quei due compiti fondamentali che la democrazia affida ad ogni congresso:

1) la verifica delle linee politiche raggiunte, congiuntamente alla progettazione degli orientamenti e degli obiettivi sindacali per i prossimi anni;

2) il mandato da affidare alla nuova dirigenza operando scelte che assicurano alla Cisl il contributo di uomini politicamente coerenti e moralmente integri, capaci di gestire nell’autonomia e nella democrazia quella azione sindacale di tipo nuovo e diversa che oggi deve assicurare la tutela dei lavoratori e quindi creare i presupposti del sindacato nuovo. E questo modo nuovo di fare sindacato nuovo la Cisl lo sta portando in essere anche ora, perché ha fatto bene a celebrare i congressi alla loro scadenza naturale e non posticipandoli perché le cose che abbiamo detto oggi e che verranno dette in tutte le assise congressuali le diremo nonostante che siamo in un periodo di campagna elettorale a qualsiasi governo di destra o di sinistra che andrà al potere. Questa è la nostra autonomia, questa è la nostra coerenza.

La Cisl siracusana proprietaria di un bagaglio di esperienze e di lotte, gestita da un gruppo dirigente non al traino di alcuno e all’altezza del compito, non distratto da beghe interne di potere (tra l’altro il cammino congressuale con la celebrazione dei congressi di categoria dove si è registrato un forte dibattito in un clima di grande armonia, di grande unità e di grande autonomia, lo dimostra ampiamente), è pronta come sempre, con leale impegno, a compiere il proprio dovere per i lavoratori e la causa del sindacato. Rimette a voi, oggi, care amiche e cari amici, il mandato ed il giudizio sull’operato fin qui svolto. Certamente a conclusione di questo mandato devo ringraziare tutti, gli iscritti, i militanti, dirigenti e quanti hanno permesso di raggiungere traguardi nell’interesse della Cisl e delle nostre popolazioni. Devo ringraziare il gruppo dirigente, lo staff ed il personale che mi hanno sempre collaborato in un clima di grande disponibilità e sopportandomi a volte cristianamente per il mio caratterino particolare, per il quale vi chiedo scusa.

Perché ritengo che lavorare accanto a me non è certamente facile. Un ringraziamento va senza dubbio ai colleghi Pasquale Garipoli e Antonio Bruno e agli amici e ai colleghi dei dipartimenti ed a tutti i segretari di categoria per avermi collaborato e assecondato nelle scelte e nelle iniziative che insieme abbiamo portato avanti nell’interesse della Cisl. Un grazie va a tutti coloro che ci hanno permesso di realizzare questo congresso, tecnici, operatori, stampa e certamente alla dirigenza della Fiera del Sud.

Care amiche e cari amici sono altresì convinto che per realizzare le linee guida che ci diamo in questo congresso ci vuole certamente una buona dose di ottimismo. Ottimisti come siamo dobbiamo certamente isolare quella schiera di pessimisti che sperano in un nostro sfaldamento ma complessivamente del sindacato confederale. A costoro rispondiamo citando Giovanni XXIII: "Dei pessimisti diffidate sempre perché l’unica cosa che realizzano è l’oggetto del loro stato d’animo, cioè il nulla".

Allora per le cose che abbiamo detto certamente posso dirvi che della Cisl di D’Antoni prima, di Pezzotta, di Bonanni e di Mezzio adesso, potete fidarvi.

Care amiche e cari amici sono certo che la nuova dirigenza che sarà eletta da questo congresso saprà affrontare sfide e scommesse esaltanti su cui puntiamo nella nostra provincia e nell’ambito sindacale, per essere un sindacato protagonista che garantisca in una nuova stagione di diritti soprattutto il lavoro che è certamente l’unica e vera essenziale battaglia del sindacato. Per fare tutto questo ci dobbiamo impegnare sempre di più per avere, come sta scritto nello slogan di questo nostro congresso, una Cisl forte per Siracusa per un futuro di uomini liberi e solidali. Non soltanto questo a Siracusa ma anche nel Paese e per fare questo dobbiamo impegnarci sempre di più, come più volte ha ripetuto Sergio, per avere una più equa ridistribuzione del potere, del sapere e della ricchezza per una Italia più libera e solidale. Per questo la Cisl chiede più fiducia e più consensi ai lavoratori siracusani convinti come siamo che molti traguardi restano da raggiungere, molte partite restano da giocare e da vincere anche se qualche volta c’è qualche amarezza. Ma l’insegnamento di Madre Teresa di Calcutta che ci diceva: "Se oggi costruisci e poi dopo distruggono il tuo lavoro domani rialzati e ricomincia a lavorare", questo è quello che noi dobbiamo fare. Quindi c’è ancora tempo e spazio per un grande sindacato per fare tutto ciò nella speranza di migliorare le condizioni di vita della nostra gente. Ottimisti come siamo una certezza ci accompagna, quella di potercela ancora fare.

Concludendo veramente voglio riferirmi ad una citazione con la quale Sergio concluse i lavori del 13° congresso confederale. "Dicono i cinici che tutto ha un prezzo e niente ha un valore. Siamo nel sindacato perché crediamo in rapporti di idee il cui valore non ha, invece, prezzo. Racconta Ted Sorensen che Robert Kennedy si trovava a discutere di economia e politica con un gruppo di illustri professori. Pretendevano di spiegargli che l’unico modo di misurare il successo economico e il benessere di una nazione fosse quello di calcolarne con la massima precisione la grandezza del Pil. "Sì, forse avete ragione", rispose. "Ma mi preoccupa e vi dovrebbe preoccupare, il fatto che il Pil non misurerà mai la salute dei bambini, la qualità della loro scuola e della loro educazione, o la loro felicità quando giocano assieme. E che non possa tenere mai conto della bellezza di una poesia o della stabilità serena di un matrimonio, dell’intelligenza e del buon senso del dibattito pubblico, dell’integrità di chi serve lo Stato. Il fatto è che il Pil misura tutto e ogni singola cosa. Meno ciò per cui vale la pena di vivere".

Ecco, di questo noi ci preoccupiamo ogni giorno, ogni ora, perché questo non è un sogno di una notte di mezza estate. E per quel che mi riguarda personalmente vi ringrazio per questa affascinante avventura della mia vita che mi state facendo vivere e spero che con il vostro aiuto possa fare sino in fondo il mio dovere con responsabilità con impegno e con giustizia. Sperando di meritare sempre la vostra stima la vostra fiducia e il vostro consenso per oggi e per domani.

Viva la Cisl, viva Siracusa.


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