CISL   E N N A   relazione congressuale
di Claudio Saita


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                Care amiche , ci

 gentili Ospiti, Autorità , ogni Congresso , rappresentando al contempo un momento significativo di bilanci e riflessioni sulle prospettive , contiene elementi di continuità e discontinuità rispetto alle assise congressuali che lo hanno preceduto.

Il Congresso della CISL di questo anno 2001 , primo anno del terzo millennio, contiene inevitabilmente elementi di suggestione per il sindacato, elementi che ti costringono a ripensare ancor di più alle tue radici valoriali, alla tua tradizione , al tuo DNA, perché la sfida del cambiamento ,  l'Abitare il Futuro, non sia l'esito di un vagabondaggio , di un nomadismo culturale e politico.

 L'Italia nella globalizzazione

 Enna , la Provincia più piccola della Sicilia , rappresenta un microcosmo , un laboratorio , un laboratorio in vitro , delle contraddizioni e delle speranze di quest'era della c. d. globalizzazione.

Un tempo nel quale viene meno il vincolo stabile tra Stato , Territorio , Popolazione e Ricchezza della  nazione e si erodono dunque i fondamenti della stessa fiscalità.

 Un 'era nella quale le decisioni dei soggetti hanno come sfondo il sistema mondo , sistema nel quale le trasmissioni avvengono in tempo reale, con una compressione oggettiva dei poteri legittimi degli Stati , i cui poteri  si esercitano sempre più spesso su comunità "illusorie".

Si sostiene, con qualche ragione , che la finanziarizzazione dell'economia, la "dematerializzazione" della sfera della produzione , abbia prodotto la democratizzazione della stessa finanza , delle tecnologie e dell'informazione; una pervasività delle reti di comunicazione in ogni settore della vita sociale , nelle amministrazioni , nelle scuole , nella vita familiare.

 Queste c.d. democratizzazione non si è limitata ad abbattere le barriere che proteggevano i sistemi alternativi , dal libretto rosso di Mao al Manifesto del Partito Comunista , ai welfare state dell'Europa occidentale , al Capitalismo mafioso del Sud est Asiatico.

Hanno anche generato una nuova forza : la mandria elettronica.

La mandria elettronica è formata da migliaia di individui che, in ogni parte del mondo , seduti davanti ad uno schermo di computer, in uffici lussuosi o nello scantinato di casa , via Internet , comprano e vendono azioni, obbligazioni  e valute , spostando il proprio denaro dai fondi comuni ai fondi pensione ai fondi  specializzati in mercati emergenti; ne fanno parte anche le grandi società multinazionali che allocano le proprie attività produttive in giro per il mondo , spostandole continuamente alla ricerca dei produttori più efficienti e a costo più basso.

 Con la democratizzazione della finanza , della tecnologia  e dell'informazione , questa mandria è cresciuta a dismisura , al punto che oggi , in qualche caso , riesce a sostituirsi agli Stati come fonte primaria  di capitali per la crescita sia delle aziende sia delle nazioni.

Anzi,  tanto più le nazioni sono costrette al pareggio di bilancio dai vincoli imposti dalle camicie di forza dorate , tanto più le loro economie diventano dipendenti della mandria elettronica per disporre di capitali per la crescita.

Così, per prosperare nell'attuale sistema, un paese, nonché indossare la camicia di forza dorata, deve unirsi alla mandria elettronica.

 La mandria ama la camicia perché incarna tutti i valori liberali e di libero mercato che gradisce vedere in una nazione.

 I paesi che indossano questa camicia e la tengono ben aderente sono ricompensati dalla mandria con una pioggia di capitali d'investimento; quelli che non la indossano vengono puniti dalla mandria che evita d'investire o richiama i propri investimenti.

L'interazione fra mandria elettronica , stati nazionali e camicia di forza dorata è al centro dell'attuale sistema di globalizzazione.

Si può affermare, forse con un'espressione forte , che si sta instaurando un nuovo "ordine mondiale" la cui forza dipende sempre più dalla frammentazione politica, da stati deboli, ridotti spesso al ruolo di commissariati locali di polizia , che assicurano quel minimo di ordine necessario a mandare avanti gli affari.

 Il nuovo ordine cerca di separare l'economia dalla politica per sottrarre la prima agli interventi regolatori della seconda.

Tutto ciò rischia di comportare la totale perdita di potere della politica , di rendere sempre più problematica la politica come capacità di compiere scelte collettive vincolanti e di metterle in atto; di rendere sempre più nominali  le sovranità , il potere anonimo, la sua sede vuota.

Come è noto , ed è giusto ricordarlo in questa sede , questo nuovo ordine mondiale, è sempre più fondato sulla esclusione e sulle diseguaglianze.

Infatti solo il 22% delle ricchezza complessiva appartiene ormai ai  " paesi in via di sviluppo " che rappresentano circa l'80% della popolazione mondiale.

 E, ciò malgrado , non è affatto questo il limite che toccherà la polarizzazione , dato che la quota del reddito globale che attualmente va ai poveri è ancora inferiore: nel 1991 l'85% della popolazione mondiale ha ottenuto solo il 15% del reddito.

Non ci si può meravigliare quindi se il magrissimo 2,3 % della ricchezza globale posseduto trent'anni fa dal 20% dei paesi più poveri è diminuito ancora, toccando attualmente l'1,4%.

In termini globali 800 milioni di persone sono permanentemente nutrite in maniera insufficiente , ma quattro miliardi di esse - due terzi della popolazione mondiale - vivono in povertà.

 L'equazione povertà = fame , in realtà occulta molti altri , complessi , aspetti della povertà:

 condizioni di vita e abitazioni orribili , malattie , analfabetismo, aggressioni, famiglie in disfacimento, allentamento dei legami sociali, assenza di futuro e di capacità produttive, afflizioni che non possono essere curate con i biscotti alle proteine e il latte in polvere, né con misure di semplice contenimento e/o repressione dei flussi imponenti di migrazione di quelli che Franz Fanon definì qualche anno fa " i dannati della terra. "

 Occorre dunque prendere sempre più consapevolezza che le categorie tradizionali dell'agire politico ed economico, le stesse distinzioni classiche fra " destra e sinistra " , rischiano di essere definitivamente travolte da questa Era dell' Accesso  come l'ha definita  Jeremy Rifkin che, imperniata da due concetti fondamentali quali quello di rete e portabilità del lavoro, recherà  inevitabilmente con sé distinzioni e divisioni , di chi sarà incluso e di chi sarà escluso.

L'Accesso sta diventando un potente strumento concettuale per riformulare una visione del mondo e dell'economia, ed è destinato a diventare la metafora più efficace della nuova era.

 La configurazione di due distinte civiltà: quella di chi vive all'interno dei cancelli del ciberspazio e quelle di chi ne è fuori.

La questione dell'accesso assume un'importanza politica di proporzioni storiche, perché comporta un ripensamento delle categorie tradizionali che hanno guidato un'era , quelle di Stato e di Mercato , ed un riposizionamento dei soggetti politici, culturali e sociali.

In particolare noi occidentali dobbiamo porre molta attenzione al tema dei valori , perché oggi non esiste nessuna centrale ideologica così forte da contrapporsi alla autonomia della scienza e della tecnica che per statuto sono sempre più sottratti ad ogni controllo sociale, culturale e politico.

Ricostruire i valori significa salvaguardare anche il fondamento storico della democrazia, ripristinare un circuito virtuoso fra economia , politica e società ,   ritessere la tela della filosofia di una nuova cittadinanza sociale, di cui il sindacato quale espressione storica, insieme ad altre, di civiltà , di dignità, di diritti, e di responsabilità, non può non essere soggetto protagonista.

Se la globalizzazione sta mettendo radicalmente in crisi il tradizionale equilibrio Stato-Mercato, si affaccia anche una nuova frontiera dei diritti dell'uomo che deve essere emancipata dal dominio della politica e del mercato. Diritti umani che non possono essere né negoziabili né flessibili, ma semplicemente globalizzabili.

 Per queste ragioni la CISL intende affrontare il problema della modernità e della modernizzazione del paese non con un atteggiamento regressivo o tremolante rispetto alle sfide del tempo presente.

Come giustamente sostengono le nostre tesi " …….  il problema, allora, non è quello di contrastare o subire la globalizzazione  ma di arrivare a governarla  con istituzioni politiche democratiche e strutture tecniche non egemonizzate unilateralmente dei grandi interessi " ed ancora " ……… Sviluppo economico e sviluppo sociale devono andare di pari passo , governando la globalizzazione con più politica, più partecipazione, più società, più democrazia".

 Sviluppo Italiano  Stato e Società

 La nostra epoca rischia di essere ricordata , soprattutto dalle giovani generazioni, come l'epoca del trionfo del pensiero debole, del pensiero cioè privo di senso, lontano dal principio di realtà che governa ogni attività umana.

In un quadro crescente di omologazione culturale e di conformismo nei comportamenti sociali, si continuano ad usare categorie interpretative della realtà, della post-modernità, ancorate a distinzioni che si giustificano solo in un ideale quadrato pugilistico dove i volti dei contendenti ,sempre più segnati dai colpi, diventano sempre più simili, così come i contenuti dei loro programmi.

 Dobbiamo sempre più guardare , credo, ai metodi ed ai contenuti reali; se essi siano in grado , al di là della consuetudinaria ed obsoleta distinzione degli schieramenti, di proporre una filosofia  della cittadinanza che sappia far distinguere fra il carattere umano e non umano di ciò cui si riferisce.

Un nuovo umanesimo nella politica e nella società che rimetta al centro la persona ed il lavoro quale fattore che ne connatura un elemento essenziale di dignità e responsabilità verso se stessi e la società.

Troppe disinvolte piroette si sono registrate in questi anni per non farci ammettere, con qualche amarezza che , forti idealità del recente passato, sono state travolte dal potere omologante del pensiero liberista che appare sempre più nell'era della globalizzazione come l'autentico pensiero dominante.

 Un sindacato che voglia continuare a proporsi come soggetto protagonista del cambiamento, deve essere in grado di cogliere in se stesso e nella società quali debbano essere le ancore da piantare se non voglia essere travolto dalle maree del conformismo culturale e politico.

Ciò implica per la CISL che, per mantenere fermi i principi ed i contenuti della propria identità, occorre metterli in gioco , in campo aperto, per riaprire il tavolo della discussione, del confronto e del dialogo fra i soggetti e per superare la politica dei veti e dei pregiudizi immotivati.

 Coloro i quali ci accusano che vogliamo mutare il nostro DNA; chi sostiene che addirittura sarebbe in corso un processo degenerativo di mutazione genetica della CISL, dovrebbero ricordare che quando in un paese la politica è malata, la società è sempre più vittima di fenomeni di frammentazione e frantumazione culturale e sociale che tendono ad allargare il differenziale economico e sociale, come purtroppo i dati ci testimoniano.

Ciascuno di noi , dunque, per rimanere se stesso ed esercitare il proprio ruolo e la propria responsabilità è chiamato ad un compito straordinario.

Abbiamo pochi anni davanti a noi  per salvare l'unità di questo paese, per assicurare una speranza di dignità e di protagonismo ai tanti, ai troppi, giovani e meno giovani, sempre più scettici ed apatici verso i circuiti della formazione del consenso democratico, perché non trovano risposte adeguate al bisogno di lavoro, di socialità e di sicurezza.

 Per queste ragioni la CISL, in questi ultimi anni, se ha assunto comportamenti nei confronti degli ultimi governi di Centro sinistra estremamente critici, così come in altre epoche, con altri governi  c.d. "amici", è perché l'entrata nell'Europa dell'euro, frutto straordinario di una politica concertativa , non ha provocato quel salto di qualità necessario nell'azione politica ed economica  ma anzi ha riprodotto e sta implementando vecchi vizi che sono riconducibili a forme di dominio improprie della politica e della compressione dell'autonomia e del ruolo delle formazioni sociali.

Le due ultime leggi finanziarie hanno segnato, ad esempio, la seria messa in crisi della politica della concertazione; i risultati, pur significativi, in termini di risanamento e di redistribuzione del reddito e di diminuzione della pressione fiscale , potevano essere ben diversi per il Mezzogiorno se si avesse avuto più coraggio anche in Europa e più autonomia nei confronti di schemi politici consolidati.

Tant'è che, nonostante timidi segnali di ripresa e di aumento dell'occupazione, il paese resta profondamente diviso in due , le nostre comunità si spopolano di giovani in cerca di fortuna e i fenomeni di devianza sociale sono visibilmente in aumento.

A fronte di tutto ciò , c'è chi pensa, invece  che a portare il lavoro dove vi sono i disoccupati, ad offrire bonus di affitto per le case agli emigrati meridionali.

La fretta di voler dare una lettura  politica a tutti i costi delle posizioni assunte della CISL in questi ultimi anni, ha portato gli interlocutori e controparti sociali ed istituzionali a sottovalutare gli errori ed i limiti delle politiche fin qui adottate e la perdita di peso oggettiva dell'Italia in Europa, dove sempre rischiano di farla da padrone le aree forti, come la recente vicenda della mucca pazza ci testimonia.

Bisognerebbe dunque ammettere con molta più libertà  concettuale e coraggio che in Italia oggi la questione sociale è la prima questione all'ordine del giorno e non la si risolve se non si affronta la questione della riforma della politica.

Una politica che abbia innanzitutto quel respiro internazionalmente necessario in Europa affinchè i problemi irrisolti dello sviluppo delle regioni deboli, mediterranee e non, possano trovare soluzioni analoghe a quelle  già  sperimentate con successo in paesi come l'Irlanda , Spagna ed Olanda.

Un impegno forte anche della Confederazione Europea dei Sindacati e della CISL internazionale in particolare, perché l'Europa, possa definitivamente proiettarsi nella dimensione della coesione sociale e nella solidarietà attiva non solo dei governi ma soprattutto dei popoli, rappresentati in un Parlamento ancora troppo vuoto di poteri.

Un Europa che riesca ad essere forte guida nel mondo per una globalizzazione che consegua obiettivi di uguaglianza e solidarietà , attraverso il rispetto nei Trattati così come nelle legislazioni nazionali delle c.d. " clausole sociali" ad iniziare dal divieto del lavoro nero e minorile.

Tutto ciò implica anche per il sindacato una più grande capacità di coordinare la propria  azione, oltre le frontiere, nelle politiche contrattuali e sociali, ma anche nella sfera della tutela dei diritti fondamentali della persona.

Un'altra dimensione, a nostro giudizio, della riforma della politica è quella legata alla ridefinizione di una nuova forma di Stato che abbia al centro valori estremamente importanti quali quelli del  federalismo solidale e della sussidarietà.  

I passi fin qui fatti dalle forze politiche rappresentate in Parlamento sono a nostro giudizio insufficienti. La legge sul Federalismo, approvata dalle Camere prima dello scioglimento, rappresenta sicuramente un passo avanti positivo ma molta è la strada ancora da percorrere.   

Certo è difficile immaginare come un processo di così profonda trasformazione possa incanalarsi in un percorso virtuoso con maggioranze risicate e spesso non omogenee.

Così come sono da respingere parimenti  tentativi unilaterali di " devolution " che confermano la sensazione che si voglia spaccare il paese in due, continuando ad usare lo strumento referendario come una clava nei confronti dei più deboli e degli avversari politici e sociali.

A noi pare che, più che esserci un progetto complessivo di ridefinizione e di riassetto  dei poteri e dei rapporti non solo fra le istituzioni ma anche fra istituzioni e società, si navighi a vista senza una visione d'insieme.

In altri termini non c'è un'idea positiva di ricostruzione di quel rapporto virtuoso e non virtuale fra economia,  politica e società , di cui la forma di Stato è un elemento determinante.

Se è del tutto evidente che occorre respingere con fermezza tentativi di separatismo e di allargamento dei differenziali economico - sociali, è del tutto ovvio che il federalismo solidale non può essere l'esito di un semplice processo di trasferimento e di decentramento di poteri e competenze istituzionali che tra l'altro rischiano di produrre nuovi centralismi regionali e nuove forme di dominio della politica sulla società.

Senza un'idea generale sullo sviluppo per il  paese, sulla riforma del capitalismo e sulla democrazia economica in Italia , il federalismo rischia di essere un guscio vuoto che ratifica le divisioni in atto esistenti fra aree forti ed aree deboli del paese, con il rischio di stressare ulteriormente istituzioni già inadeguate e rendere ancora più fragile un tessuto sociale nel mezzogiorno in diverse aree quasi al collasso. I risultati di una recente indagine della Regione Campania sugli effetti  del federalismo fiscale sulla spesa sanitaria sono, infatti, estremamente preoccupanti per il Mezzogiorno.

Per queste ragioni noi riteniamo, anche alla luce dell'esperienza maturata in questi ultimi anni ad Enna, che occorre avere una idea chiara di ciò che significa autonomia del sociale  ed il valore della sussidiarietà.

 Fra le cause della crisi della politica della concertazione in questi ultimi anni, non c'è stata solo la disattivazione di fatto del tavolo dove le principali variabili che influiscono sul sistema di formazione del reddito nazionale sono tenute sotto controllo per libera decisione dei soggetti che hanno potere d'intervento e di rappresentanza.

( Es. politica tariffaria e fiscale).

C'è da segnalare anche un susseguirsi di tentativi d'intervento ed interferenza del livello politico - istituzionale su materie lasciate alla libera negoziazione fra le parti  o addirittura interventi legislativi tesi ad incidere sull'autonomia di rappresentanza dei soggetti sociali.

Tali interventi, occorre ricordarlo , sono accaduti ed accadono con l'esplicito avallo di una parte del movimento sindacale e segnatamente la CGIL.

Questa concezione proprietaria della politica sul sociale ha registrato un'esplosione pirotecnica nelle vicende legate alla c.d. riforma dei cicli scolastici,   e dei programmi dove, un decisionismo degno di essere citato, per la verità, solo nella cronaca e non nei libri di storia, ha sostituito al dialogo ed alla concertazione la formazione del consenso per via telematica da parte del corpo docente, peraltro in tempi estremamente rapidi , introducendo così forme subdole di " cesarismo digitale" anche nella compagine del centro sinistra.

Si tratta di segnali estremamente preoccupanti che rischiano, in modo strisciante, di introdurre una visione tecnocratica dei rapporti fra istituzioni e società, confondendo la regolazione del sociale con la regolamentazione di esso.

Ci riferiamo a quanto sostenuto da tempo da un autorevole studioso francese che non può essere sospettato di simpatie di destra, Michel Croizier, il quale ha affermato che lo Stato moderno per essere tale deve essere uno Stato modesto, uno Stato che agisce non per imporre le visioni aprioristiche dei suoi tecnocrati che operano per regolamentazioni impositive ma per agevolare la trasformazione delle regolazioni profonde dei sistemi umani.

Nelle società complesse il moderno Stato sociale non può reggere in sé il cumulo di funzioni operative e di regolamentazione, pena un'implosione del suo tessuto connettivo.

Operando questa distinzione fra regolamentazione e regolazione, si può favorire la cooperazione fra soggetti destinatari degli interventi.

Concludendo su questo punto , la crisi della vecchia idea di Stato regolatore pone la questione di una nuova architettura dello Stato moderno e , dunque, dello Stato sociale.

Una nuova forma di Stato che reca con sé una filosofia della cittadinanza sociale, dove i diritti dell'uomo e delle formazioni sociali non sono dominio della politica ma semmai " ambiente " di quest'ultima.

Il discorso sulla cittadinanza moderna in una società complessa richiede, dunque, molto più di una realizzazione dei principi della Rivoluzione Francese del 1789, di libertà , uguaglianza e fraternità.

Diventa una questione di trattamento della condizione umana e sociale in situazioni di elevata diversità.

Diventa un problema di riconoscimento e gestione della dissimiglianza e, dunque, investe le stesse basi culturali della democrazia e del diritto.

Per queste ragioni la CISL insiste anche sul valore centrale della sussidiarietà  che è uno dei fili conduttori di tutto il processo riformatore a partire da quello che investe le istituzioni dello Stato.

Esse sono chiamate nei confronti delle società a svolgere importanti funzioni in senso promozionale , protettivo e di responsabilizzazione degli attori sociali.

La risposta alla " rivoluzione associativa globale " dello Stato moderno non può limitarsi ad uno sviluppo della sussidiarietà solo in senso verticale ma anche in senso orizzontale, valorizzando e sostenendo gli attori sociali secondo la propria originarietà ed originalità, favorendo il concorso autonomo e responsabile alla soluzione dei problemi di enorme rilevanza sociale, quali come diremo le politiche del lavoro e sociali.

Il principio di sussidiarietà applicato alle politiche del lavoro e sociali significa l'esatto contrario del principio assistenzialistico.

Per assistenzialismo noi indichiamo quelle logiche d'intervento e quelle configurazioni di beni o servizi che tendono a sostituire nelle loro funzioni i soggetti ed i titolari delle politiche.

L'assistenzialismo è dunque, a rigore di logica, un insieme di interventi de- abilitanti tendente a depotenziare l'attivazione delle risorse autonome singole ed associate in una comunità ed a non riconoscerne le loro capacità originarie, sostenendole.

Ogni cultura politica presuppone relazioni particolari tra persone - associazioni - Istituzioni.

Una concezione della sussidiarietà sbilanciata solo sulla dimensione verticale , come diremo a partire dalla situazione Ennese, rischia di riprodurre nuove forme di espropriazione del sociale, da parte del livello politico - istitizionale , con risultati peraltro complessivamente modesti sul fronte dello sviluppo e del lavoro.    

I Problemi dello Sviluppo della Provincia

       Le problematiche del lavoro e dello sviluppo della comunità ennese non possono essere che collocate in un quadro regionale che è noto per costituire, tutt'oggi, più una palla al piede che una risorsa per lo sviluppo delle realtà locali.

La Riforma della Regione Siciliana , la sua modernizzazione , la ridefinizione delle competenze e degli assetti, il riequilibrio fra centro e periferia , sono alcuni dei temi da affrontare prioritariamente insieme ad altri quali l'avvio di un processo di reindustrializzazione e di ricollocazione di risorse strategiche, come il Know - how , centri di ricerca, infrastrutture materiali ed immateriali.

Anche in Sicilia si registrano segnali timidi d'inversione di  tendenza, sul fronte della crescita delle imprese e dell'occupazione   ancora però prevalentemente collocati, a macchie di leopardo, nelle zone costiere più che nelle aree interne dell'isola.

Il nodo dunque delle infrastrutture, ad iniziare dal sistema dei trasporti e viario, il Ponte sullo Stretto che  per noi è importante quanto la Nord - Sud , è un nodo decisivo unitamente ad un'insieme di interventi, fiscali, di sicurezza e sul mercato del lavoro , che incrementino il regime delle " convenienze " ad investire  nella nostra Regione.

Una Regione dove l'area dei servizi alla persona rimane complessivamente carente, pur con alcune punte d'eccellenza con la necessità , per noi positiva, di dover fare rapidamente i conti con tutti i problemi connessi al recepimento della L.N. 328/00 , la legge - quadro sull'assistenza , oggetto di una specifica piattaforma - vertenziale regionale da parte di CGIL - CISL  ed UIL.

La Provincia di Enna, la Provincia del primo Patto Territoriale d'Italia, anch'essa , pur con elementi talvolta significativi di ripresa, rimane ancora , per quello che valgono, agli ultimi posti di tutte le graduatorie delle Provincie d'Italia.

Una provincia che nell'ultimo quinquennio ha continuato a perdere posti di lavoro nel settore industriale, edile ed agricolo tradizionale.

A ciò si è aggiunta la perdita di posti di lavoro all'Enel, alla Telecom,  nella Scuola e nelle Poste pur in presenza, come in quest'ultimo caso, di elevati tassi di produttività del personale.

La chiusura di aziende storiche come l'Intesa di Gagliano e la Miniera di Pasquasia sulle quali ritorneremo, segnano emblematicamente la necessità di ripensare complessivamente lo sviluppo di questa Provincia nel contesto regionale e nazionale.

La CISL ma credo complessivamente il movimento sindacale ennese che generosamente e da protagonista ha portato avanti il Patto Territoriale,- evento che è stato ricordato nella testimonianza che la nostra dirigente Patrizia D'Angelo, a Troina il 12 febbraio del 2000,  ha reso nel corso della Manifestazione Nazionale della CISL in videoconferenza da venti città d'Italia - , esprime la propria insoddisfazione profonda per l'andamento complessivo dello sviluppo della nostra Provincia. 

Una Provincia che ha circa 46.000 disoccupati su 183.000 abitanti, 4.300 lavoratori forestali, circa 2.500 lavoratori tra ex - articolisti , LSU  e LPU.

Un numero impressionante di persone assistite ( 14 Comuni su 20 sono attualmente inserite nel reddito minimo) ed un numero altrettanto notevole di pensionati con pensione da fame ( la media infatti della Provincia è attestata sulle 702.000 lire al mese).

E del tutto evidente che la nostra continua ad essere una provincia che mantiene livelli dignitosi di pace sociale e sicurezza basati  prevalentemente su diversi segmenti di reddito d'assistenza e da lavoro nero che entrano nelle famiglie pluricomposte , le quali continuano a sobbarcarsi , peraltro,  oneri enormi d'assistenza nei confronti dei propri membri più deboli ( giovani ed anziani ) senza un adeguato sostegno delle istituzioni e della comunità.

Certamente c'è una ricchezza prodotta , significativamente correlata all'esistenza di queste povertà e diseguaglianza , testimoniata dal numero notevole di sportelli bancari e dei depositi,

fenomeno che conferma, da un lato, l'esistenza di un processo di accumulazione di rendite finanziarie non finalizzato allo sviluppo di attività e dall'altro il drenaggio da parte delle banche della stessa ricchezza prodotta verso altre aree del paese.

Da qui anche le difficoltà di molti veri imprenditori di poter accedere ad un mercato del credito effettivamente sussidiario nei confronti delle autentiche attività d'impresa.

Un credito spesso usuraio che  ha   portato  molti imprenditori a rifugiarsi nella giungla degli incentivi costituiti anche della strumentazione della programmazione negoziata , con seri dubbi da parte nostra sullo effettivo futuro di queste imprese. 

L'analisi degli assetti economici territoriali della provincia di Enna è resa quanto mai complessa dalla circostanza che nel nostro territorio non si è mai proceduto ad un'analisi sistematica , e soprattutto " sistemica" , del territorio , inteso come sistema complesso, ossia come sistema di sistemi".

Questa difficoltà di approccio alla comprensione del sistema territoriale e dei sistemi che lo compongono del sistema "territorio" poteva essere superata grazie ad un uso corretto ed intelligente dei " tavoli di concertazione".

 La concertazione, infatti, oltre ad essere un fondamentale strumento della democrazia partecipativa, dovrebbe rappresentare il luogo di incontro del patrimonio di conoscenze dei diversi soggetti in essa coinvolti.

Questa prospettiva non è stata sempre correttamente colta nell'ambito delle attività di concertazione necessarie allo sviluppo dell'economia territoriale ennese.

Bisogna a questo punto chiedersi se l'inefficacia della concertazione nel raggiungimento dell'obiettivo dello sviluppo complessivo del territorio derivi da precondizioni ineluttabilmente insite nel codice genetico di tale territorio, o se piuttosto una svolta nell'approccio metodologico alla pianificazione del territorio non possa in futuro creare le condizioni per lo sviluppo reale.  

 1. I punti di forza della provincia di Enna:

              forze potenziali ed espresse        

 L'analisi dei dati territoriali manifesta , nell'ambito di tale provincia, la presenza di forze ancora non del tutto espresse, ma che incominciano a manifestarsi.

Ci si riferisce, ad esempio , alla ricchezza complessiva del sistema territoriale, ed in particolare all'enorme patrimonio connesso ai sistemi " ambientale " , storico - Architettonico" eno gastronomico " e socio - culturale" .

Un'indagine condotta nel 1998 dall' U.I.C. ( Ufficio Italiano dei cambi) evidenzia, attraverso l'applicazione di un sistema di valutazione delle attrattive turistiche ( IAP - Indice di Attrattività Potenziale ) , come il territorio ennese ed altri simili, considerati " depressi", possono in realtà esprimere un enorme potenziale di attrazione , e dunque trovare nel turismo una delle chiavi del loro sviluppo economico e sociale.

 Una buona notizia, questa, ma , a tre anni di distanza da questa e da altre preziose quanto misconosciute ricerche, si è forse nel territorio ennese adottata un'ottica di sviluppo turistico diversa dalla inefficace azione promozionale di singole , o meglio, solitarie risorse ? Si è delineato in modo chiaro il quadro complessivo del sistema turistico territoriale? Si è pensato ad una pianificazione complessiva del sistema tenendo conto di tutte le risorse in esso presenti?

Si è tenuto conto delle istanze presenti su un mercato che si evolve in una direzione nettamente favorevole ai territori che, come il nostro, danno la possibilità di forme di turismo alternativo?

La risposta , purtroppo, è negativa, e ci impone di agire immediatamente, al fine di valorizzare, nei tempi più brevi, risorse che potrebbero costituire l'asse portante dello sviluppo economico della Provincia di Enna , non sottovalutando da parte nostra i passi compiuti , come ad esempio l'apertura del museo di Centuripe, la Biennale Archeologica e il corso di laurea in Scienze Turistiche nella sede distaccata di Piazza Armerina.

 Nel sistema territoriale di questa Provincia sono presenti altre forze. Si pensi all'elevato pregio delle produzioni agricole e zootecniche ed alle risorse forestali, ed a come il comparto agro-alimentare si stia evolvendo quasi spontaneamente, nonostante le numerose minacce ed i  forti ostacoli presenti nel sistema , verso forme produttive che fanno ben sperare in una riconquista della centralità del sistema agricolo - zootecnico nella provincia di Enna. Si pensi al notevole incremento della superficie in regime biologico di conversione in provincia di Enna, ed all'emergere di nuove quanto interessanti ed innovative iniziative private che possono costituire  un'interessante alternativa alle forme agricole e zootecniche più tradizionalmente praticate nel nostro territorio: si pensi, ad esempio, alle iniziative in corso relative all'allevamento della bufala e della capra.

Si pensi, ancora , a come lo sviluppo del sistema agrituristico stia sopperendo ad una cronica carenza del sistema ricettivo preesistente. Nel sistema turistico della provincia di Enna, agriturismo e turismo rurale stanno assumendo un ruolo estremamente importante:

la capacità ricettiva in termini di posti letto di queste strutture rappresenta attualmente circa il25% della capacità ricettiva complessiva nella provincia ed è destinata ad aumentare.

 Ciò a fronte, comunque, di un'offerta ricettiva ancora sottodimensionata rispetto alla domanda: dal 1993 al 1994, a fronte di un incremento degli arrivi del 3,73% si è registrato un decremento delle presenze dell' 1,25%. Ciò significa che i turisti che arrivano si fermano sempre meno: un turismo " mordi e fuggi " inidoneo alla piena valorizzazione del territorio provinciale.

 Ma il sistema agrituristico ennese sta anche svolgendo un ruolo di quarto elemento delle filiere agro- alimentari, contribuendo alla valorizzazione ed alla promozione dei ricchi "giacimenti  eno - gastronomici " presenti nel territorio ennese.

Tali " giacimenti " possono costituire la principale attrattiva per targets turistici costituiti da food-trotters e gastronauti, da quei turisti cioè che sono interessati al cibo come elemento culturale e contestualizzato rispetto all'intero sistema delle risorse territoriali.

Si tratta di viaggiatori  culturalmente preparati, che non temono i disagi connessi ad un sistema viario come quello ennese, che apprezza la rustica ospitalità agrituristica e che desidera partecipare attivamente agli eventi culturali.

 Secondo i dati dell'Ente nazionale per il turismo italiano ( ENIT), questo tipo di turismo realizza, da solo, circa il 30% dei 30 miliardi di dollari che il turismo sviluppa in termini di entrate. E si tratta di appena il 6% dei turisti italiani: sono soprattutto medici, avvocati, docenti universitari , liberi professionisti, dirigenti d'azienda ( CENSIS ).

Questi sono elementi che fanno ben sperare , se si pensa che da un'indagine condotta nel 2000 dalla Mercury Turistica risulta che il macro settore turistico maggiormente in crescita nei prossimi anni sarà per l'appunto quello cosiddetto "turismo alternativo".

All'interno di tale  macro settore sono previsti , per l'agriturismo, incrementi del 10% annuo ed un progressivo cambiamento dei modelli di consumo in ambito turistico che stanno spostando l'asse del modello agrituristico umbro- toscano a quello meridionale.

Questa è una prospettiva di sviluppo sostenibile, dalla quale può derivare un incremento occupazionale orientato non soltanto alla quantità ma anche e soprattutto alla qualità.

 2. I punti di debolezza del territorio ennese

              Il sistema territoriale ennese presenta elementi di debolezza.

     Si pensi, ad esempio, al sistema " infrastrutturale " e, nello specifico, ai problemi connessi       alle reti viarie, alla gestione delle risorse idriche, al ritardo nello start-up delle aree    industriali ed artigiane.

Gli elementi di debolezza non riguardano soltanto le citate " infrastrutture materiali" , ma anche e soprattutto quelle " immateriali " . Diverse ricerche condotte sul territorio evidenziano  uno scarsissimo ricorso alle forme di integrazione orizzontale e verticale in ambito economico.

 Nella provincia di Enna tardano ad affermarsi le strutture chiave della moderna economia territoriale e cioè le filiere ed i distretti.

Quanto alle prime, è evidente l'incidenza di alcuni specifici elementi di natura psico - sociale, ed  in particolare il forte individualismo, associato ad una scarsa cultura imprenditoriale, alla mancanza di strutture di sinergizzazione ( terziario avanzato e quaternario) ed all'incapacità delle amministrazioni locali di assumere il ruolo di " catalizzatori dello sviluppo".

Quanto all'aspetto dell'assenza dei distretti, si sottolinea il ritardo nello start-up delle aree artigiane ed industriali  e un 'imperdonabile indifferenza da parte degli agenti dello sviluppo economico verso vocazioni territoriali localizzate che avevano creato distretti produttivi spontanei oggi a rischio di estinzione ( si pensi all'artigianato del legno a Nicosia ed ai poli tessili di Gagliano e Valguarnera).

 3. Le opportunità per il territorio ennese     

 Illustrare il sistema delle opportunità per la provincia di Enna impone di evidenziare le opportunità perdute. E' infatti un imperativo categorico imparare dagli errori fatti, dalle occasioni perdute.

La provincia di Enna ha perduto , senza aver raggiunto l'obiettivo del pieno sviluppo imprenditoriale, i privilegi delle aree considerate della Comunità Europea " Obiettivo 1A". Chi oggi volesse accedere ai finanziamenti ed alle agevolazioni comunitarie in questa provincia otterrebbe le stesse misure di agevolazione previste per provincie e per regioni molto più ricche e sviluppate.

L'imprenditore che decidesse di chiedere un finanziamento per una nuova iniziativa imprenditoriale sarebbe penalizzato nelle graduatorie rispetto ad imprenditori di altre provincie che hanno avuto la capacità , al contrario della nostra, di indicare priorità e bonus di punteggio per specifiche attività o per chi si insedia nelle proprie aree industriali. 

 Nella provincia di Enna una sola area industriale attribuisce alle imprese proponenti che vi si insediano una posizione privilegiata nelle graduatorie ( l'area industriale del Dittaino ).

Inoltre, nessun ordine di priorità è stato dato in ordine ai settori economici , come se questa provincia non avesse alcuna specifica vocazione territoriale, alcun obiettivo da raggiungere, alcuna strategia, o perlomeno idea, per lo sviluppo.

 I " Patti Territoriali " hanno rappresentato , in netto contrasto con la loro originaria " raison d'etre" , un " minestrone" male assortito e spesso decisamente indigesto, e ciò sia nella loro accezione generalista ( i famosi " patti da 100 miliardi " - si vedano il  Patto di Enna " e il Patto dei Nebrodi " ) e sia nella loro accezione tematica ( " Patto Verde di Enna ).

Questi strumenti , che dovevano essere espressione della concertazione, hanno ampiamente dimostrato nella loro specifica applicazione al territorio ennese come la concertazione sia stata intesa nel suo più deleterio significato, quello della  "mediazione fra i poteri", così fallendo il suo scopo prioritario. Quello di creare un'economia fondata su una visione complessiva del territorio, e dunque connotata da sostenibilità, adeguatezza ed orientamento al futuro.

 La condizione degli elementi - fattori di sviluppo economico nel Territorio, con specifico riferimento all'utilizzo ed allo stato di attuazione dei patti territoriali e delle iniziative collegabili , mostra un percorso che toglie non poco mordente alla già scarsa propensione e vocazione alla realizzazione d'impresa dalle nostre parti. La lentezza, nonostante l'opera di snellimento delle procedure effettuata negli ultimi due anni, segna il cammino e fiacca le attese dei tanti ( ma pochi rispetto alle potenzialità) che hanno mostrato interesse ad accedere ed utilizzare le risorse finanziarie rese disponibili da una politica di interventi regionali , nazionali e comunitari. Per la verità , l'impressione che se ne ricava è che , molto spesso, il gioco non valga la candela. Vero è , però , che l'esperienza ha anche mostrato un progressivo approccio che, man mano, ha portato sulla maggior parte del Territorio:

amministrazioni locali e banche, sindaci ed assessori, associazioni dei lavoratori e delle imprese, professionisti e consulenti, a confrontarsi  ( a volte senza le necessarie regole sulle competenze ed a prescindere da un vero progetto di base concertato , quindi pienamente condiviso) sulle possibilità di sviluppo di una Provincia altrimenti destinata  all'abbandono ed alle irregolarità più diffuse.

 Da tre anni circa, dopo l'esperienza della messa in cantiere del Patto Territoriale di Enna, hanno preso l 'impulso  ulteriori simili iniziative: incentivate dall'eco positiva di quel primo esperimento, primo anche ( tra i tanti sul territorio nazionale) ad essere finanziato e reso operativo. Ma il risultato in corso d'opera di quella prima esperienza, non può certo confermarsi del tutto positivo: per l'inconsistente effettiva creazione di posti di lavoro in confronto ai dati attesi, per la perdita di "controllo concertato" della fase di attuazione , per la trasformazione del confronto in momenti di pura precostituzione di potere assoluto e ristretto  dello stesso controllo. Ad ogni modo, il Patto dei Nebrodi ( 6 comuni della zona nord della provincia, insieme ad una decina del messinese) e quello del Golfo di Gela ( Piazza Armerina e comuni agrigentini e nisseni) sono partiti all'insegna della valorizzazione delle risorse esistenti e della creazione di infrastrutture adeguate a quel progetto.

Il Patto del Golfo, avendo superato in tempi utili l'accesso all'istruttoria bancaria, risulta tra i Patti di prossimo effettivo finanziamento secondo le ultime decisioni del Ministero T.B.P.E.

Esso prevede l'utilizzo potenziato del già esistente sistema produttivo artigianale, collegato ad un rilancio turistico che, per quanto riguarda il comune del nostro Territorio interessato, contempla un flusso di presenze diretto alla fruizione dei siti archeologici di grande interesse: Villa del Casale e Morgantina. Potenziamento viario, quindi, ed alberghiero in senso largo.

 L'inizio, comunque, di una trasformazione in impresa, anche sociale, di una ricettività turistica di grandi possibilità.

Il Patto dei Nebrodi, sta percorrendo un iter un pò più complesso , a causa di ritardi nei diversi passaggi procedurali, che ne mette spesso in crisi la capacità di pervenire al traguardo . Il tavolo di concertazione aperto a Nicosia, ha di recente opposto ricorso, appunto, all'esclusione dal finanziamento per la mancanza dell'invio all'istruttoria bancaria nei tempi previsti dalle successive decisioni del CIPE; notizie recenti portano a riprendere la speranza di una celere ripresa operativa.

 Il progetto di valorizzazione, qui , ruota attorno al ruolo dello stesso Parco dei Nebrodi e si estende verso il mare. Anche qui, la creazione di un porto turistico a S.Stefano di C. dà accesso ad un flusso di visitatori e cultori della natura, in un ideale percorso mare - monti che potrebbe dare impulso e vigore sia all'economia esistente che alle iniziative private direttamente collegate al patto ( produzione di ceramiche , ricettività alberghiera , prodotti alimentari tipici ….)

Ulteriori interventi infrastrutturali, parzialmente finanziati dai fondi del Patto , prevedono l'impegno delle amministrazioni comunali alla realizzazione di opere complementari al progetto complessivo: recupero di immobili di valore architettonico da destinare a museo, opere utili alla fruizione del parco, la sistemazione di siti archeologici, strade turistiche panoramiche….

I progetti ammessi sin qui , porterebbero possibilità di lavoro per circa 1200 posti, con un investimento di circa 300mld.

Oggi , molte altre opportunità si presentano per il territorio ennese. Il Quadro Comunitario di Sostegno ( QCS) 2000-2006 sembra finalmente recepire la logica di approccio sistemico al territorio. Le iniziative che l'Unione Europea sosterrà in un futuro ormai prossimo sono dunque, sia che si tratti di iniziative private che di grandi iniziative pubbliche, quelle che possiedono il requisito della trasversalità rispetto ai sei assi portanti del QCS , i quali a loro volta si riferiscono ai sei principali raggruppamenti dei sistemi territoriali: I-Risorse Naturali, II-Risorse Culturali, III- Risorse Umane, IV-Sistemi Locali di Sviluppo, V-Città, VI - Reti e Nodi di Servizio.

 Speriamo dunque che un'opportunità, quella di "Agenda 2000 " , che trova la sua fonte regolamentare proprio nel Quadro Comunitario citato, venga nella nostra regione e nella provincia di Enna, utilizzata secondo una logica che non sia quella della concertazione come " mediazione di poteri " , ma della concertazione come mediazione di saperi con il concorso protagonista e responsabile dei soggetti intermedi.

 4. Gli ostacoli per il territorio ennese

Lo scenario macro-ambientale evidenzia numerosi ostacoli allo sviluppo territoriale, determinati da una complessa serie di fattori prodromici, fra i quali spicca tragicamente un malinteso " europeismo " vissuto dal nostro Paese in questi ultimi anni non come ampliamento della propria dimensione economica , sociale e politica, ma come mortificazione delle specifiche vocazioni territoriali, una mortificazione alla quale si risponde talora in modo supino e servile.

A poco serve avere risorse finanziarie, se esse possono essere impiegate soltanto nella misura in cui non si creino le condizioni di sviluppo territoriale che possano dar fastidio agli interessi economici  di aree territoriali " forti ". Gli esempi non mancano.

L'ultima circolare europea sulle industrie alimentari delle bevande e del tabacco ha, di  fatto , posto ai margini della frontiera delle possibilità lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali nel settore agro-industriale, cioè uno di quei settori che potrebbero costituire la chiave dello sviluppo della provincia di Enna.

 Quella stessa Unione Europea che ha riconosciuto la pericolosità delle farine animali, ponendole al bando, prevede nel 2000, nella circolare citata, che le nuove industrie mangimistiche possano accedere ai finanziamenti in due casi:

-               se gli impianti derivino da operazioni di concentrazione fra imprese esistenti e , dunque, riferendosi alle grandi realtà imprenditoriali, alle grandi concentrazioni industriali;

-                 oppure soltanto se nel ciclo di lavorazione vengono impiegate farine animali.

 La medesima circolare limita la creazione di strutture di caseificazione  a pochissime quanto marginali, almeno nel territorio ennese, ipotesi, quali le produzioni di prodotti a marchio DOP ed IGP, o la lavorazione del latte bufalino.

Stesse considerazioni per il settore " olio di oliva " e per l'industria molitoria, altri settori strategici per la provincia di Enna.

Come faremo, dunque, a creare le filiere così tanto proclamate?

Come potremo dar vita a stabili opportunità occupazionali nel settore agro-alimentare?

Proprio l'agroindustria potrebbe consentire il superamento della stagionalità del lavoro in agricoltura, creando , fra l'altro , nuovi ruoli professionali ad alto livello di specializzazione:

tecnici specializzati, quali i casari, tecnici di laboratorio, operai specializzati, managers, etc..

 Invece, se non ci sarà un intervento forte da parte della Regione Sicilia, soprattutto in una più attenta definizione delle linee del POR 2000/2006 e del PSR 2000/2006, avranno ancora una volta prevalso i poteri più che i saperi, e il giusto sistema di controllo sovranazionale dell'economia si sarà ancora una volta trasformato in un brutale dirigismo.

Al di là delle questioni terminologiche, e dunque sorvolando su nuove ipotesi di definizione della concertazione, sembra evidente la necessità di arricchire di nuovi contenuti un termine che altrimenti rischia di rimanere una vuota espressione.

La concertazione è un elemento di base della democrazia partecipativa, intesa come strumento di programmazione e di sviluppo territoriale, ma su questa base devono innestarsi strumenti  che le ridiano dignità ed efficacia.

 Fra questi il "marketing territoriale"  o "macromarketing ". Secondo l'ottica del "marketing territoriale" ogni singolo agente dell'economia, ente o impresa che sia , deve rapportarsi ed interagire con il sistema territoriale nel suo complesso , anche se gli obiettivi dei vari sistemi di aggregazione sociale siano diversi.

La prospettiva " macro " consente il superamento della visione tecnico/operativa del marketing di matrice aziendalistica ed implica il coinvolgimento attivo e protagonista dei corpi intermedi della comunità.

In una società avanzata , i problemi dell'economia territoriale investono una molteplicità di soggetti, i quali su diversi piani devono operare secondo i propri obiettivi, ma in una visione complessiva del sistema per far sì che i processi di sviluppo economico non solo si realizzino in maniere efficiente , ma anche e soprattutto in maniera sostenibile, adeguata e orientata al futuro.

  Una strategia di svolta

 Una vera strategia di svolta per la provincia di Enna implica, come dicevano, un approccio metodologico diverso ai problemi dello sviluppo della comunità da parte dell'insieme dei soggetti che hanno titolarità d'interessi e di rappresentanza.

Se, come noi crediamo , anche per la nostra provincia si pone il problema della ricostruzione di un rapporto virtuoso e non virtuale fra economia, politica e società, occorre riflettere autocriticamente sull'esperienza fatta e cogliere i segnali di cambiamento che ci sono nella nostra realtà.

E' necessario un atteggiamento culturale diverso da parte della classe dirigente complessivamente intesa che, come abbiamo detto, dovrebbe rimodulare i suoi comportamenti in modo sussidiario per favorire la partecipazione democratica e responsabile alle scelte fondamentali da parte di una platea più ampia di soggetti.

Se ci vogliamo liberare da determinate gerarchie abusive che ci opprimono , non c'è altra soluzione ad Enna come altrove che uscire dal binomio che il fine giustifica i mezzi, poiché alla lunga i cattivi mezzi corrompono i fini migliori e l'ideale di una classe dirigente, sempre più autoreferenziale, rischia di degenerare in dispotismo politico e tirannide burocratica.

La riflessione sulla leadership nei processi sociali è inseparabile da quelle sul metodo e, in un certo senso, la riflessione sul metodo e sull'apprendimento di nuovi tipi di ragionamento coincide con l'apprendimento di nuovo tipo di leadership.

La differenza , ad esempio , fra i comandanti e gli strateghi è che i primi hanno in mente solo i loro piani militari, i secondi per arrivare al risultato hanno l'intelligenza di analizzare e muovere tutte le risorse in campo.

A nostro avviso i poli di un ragionamento strategico per lo sviluppo della nostra provincia è la ripresa di una discussione partecipata e concertativa sui tre poli: obiettivi - risorse - vincoli.

Il metodo punitivo per la comunità privilegia la relazione obiettivi - vincoli.

I rivoluzionari vogliono far saltare subito tutti gli ostacoli, mentre i riformisti si contentano di una condotta prudente e progressiva; ma sia gli uni che gli altri attribuiscono un'importanza limitata alle risorse.

Il ragionamento strategico rovescia i dati del problema: sono le risorse, non gli obiettivi, l'elemento determinante. Ed è in funzione delle risorse che bisogna, se non determinare, almeno adeguare gli obiettivi.

Anche il ragionamento sui vincoli non va separato da quello sulle risorse, in quanto spesso le risorse sono anche vincoli, come tutto ciò che ci sembra vincolo può trasformarsi in risorsa.

L'analisi di ciò che si considera come un vincolo permette di scoprire possibili risorse.

Per una società moderna, la cosa più importante è ormai l'investimento nella qualità.

Per una società che si voglia sviluppare, non esistono problemi più importanti ed investimenti più decisivi di quelli di tipo qualitativo.

Anche i servizi possono e devono essere razionalizzati. Tuttavia la chiave del loro successo non è nella razionalizzazione ma nella qualità del servizio offerto.

Se la qualità è conseguita a livelli adeguati anche  la quantità sarà assicurata. Se ad esempio, la frontiera dell'Hi -Tech è così importante, non  perché essa, di per sé, produca i grandi numeri  ma perché i suoi modelli consentono il rinnovamento delle produzioni di massa.

Bisogna allora rimettere la barra su una seria politica di concertazione in provincia di Enna, fissando alcuni tavoli che rimettano in circuito virtuoso questi tre poli: obiettivi - vincoli - risorse.

Occorre naturalmente fare delle scelte di priorità , selezionando alcune aree d'intervento che tengano anche conto delle caratteristiche socio - economiche della nostra Provincia.

A nostro avviso occorre delineare i capitoli di un vero Patto per il Lavoro  che scaturisca da un processo vero di concertazione fra le forze sociali e produttive , capace di coinvolgere il privato - sociale e le agenzie culturali e formative.

In linea generale questo Patto dovrebbe contenere le seguenti Misure:

a)      Misure per favorire la creazione di nuove imprese ed opportunità di lavoro;

b)      Misure per favorire l'inserimento dei lavoratori;

c)      Misure per favorire la stabilizzazione del rapporto di lavoro.

Questi temi devono rappresentare quel necessario tentativo di passaggio dall'assistenza al lavoro, le priorità orizzontali  che investono localmente ogni livello di responsabilità, istituzionale e sociale, prioritariamente chiamato a contribuire sia alla creazione di nuove attività imprenditoriali ed opportunità occupazionali, sia alla tutela delle imprese e dei lavoratori , con un'attenzione all'inclusione sociale dei soggetti che spesso restano ai margini del mercato del lavoro.

Un Patto capace di dare impulso nella nostra provincia a politiche attive del lavoro che poggino su specifiche opzioni politiche quali ad esempio:

-   Favorire la migliore capacità d'inserimento professionale e produttivo sia dei giovani che   

   dei  soggetti espulsi dal mercato del lavoro, anche a seguito di crisi   aziendali, raccordando

    la relativa domanda con l'offerta,

-  Sviluppare nuove attività imprenditoriali, fornendo i necessari strumenti operativi, con una

    particolare attenzione alla cooperazione ed al terzo settore.

-   Incoraggiare l'adattabilità delle imprese e dei lavoratori ai mutamenti globali sia sul      

    versante della produzione che su quello dell'innovazione tecnologica.

-   Rafforzare le politiche delle pari opportunità e dell'inclusione sociale dei soggetti     

     svantaggiati.

 -  Utilizzare in modo organico e propulsivo tutte le opportunità offerte da Agenda 2000 e       

     gli strumenti ad essa collegati.

L'elaborazione delle linee strategiche del Patto , come pre - requisito implica un forte consolidamento dei rapporti bilaterali fra le parti ed un clima di relazioni sindacali favorevole con le associazioni datoriali, a partire dall'impegno per la riemersione del lavoro nero.

Relazioni industriali tali da garantire l'attuazione degli accordi interconfederali per la contrattazione aziendale e la formazione;

l'applicazione delle norme sulla sicurezza e l'igiene sul lavoro;

l'esercizio dei diritti e delle attività sindacali.

E' del tutto evidente che il Patto deve essere supportato da una strumentazione adeguata dal punto di vista del monitoraggio delle risorse disponibili e del censimento delle iniziative  in itinere .

Particolare attenzione dovrà essere posta al censimento di tutti gli spazi disponibili per iniziative produttive all'interno del territorio dei vari comuni ed adottare tutte le iniziative utili per dotare le aree industriali ed artigianali - quest'ultime in larga misura da creare - dei servizi essenziali.

In altri termini occorre lavorare " sul regime delle convenienze " per rendere il territorio appetibile per gli investimenti e capace di sviluppare un buon marketing al di fuori della Regione. In questo quadro la CISL farà la sua parte, disponibile a ragionare sulle flessibilità contrattate ed a tempo definito ( salario d'ingresso, regime degli orari etc.)

I più che accettabili livelli di sicurezza , per i quali va rivolto un plauso a tutte le istituzioni preposte in particolare ai loro Responsabili, non sono sufficienti se non si lavora sull'insieme delle "diseconomie" , fra le quali la carenza d'infrastrutture, di servizi alle persone ed alle imprese e la formazione sono gli elementi più significativi.

A ciò si aggiunga la necessaria bonifica del mercato del lavoro , elemento di concorrenza imperfetta nell'economia ennese, che tende a scoraggiare l'arrivo e le permanenze nel mercato dei veri imprenditori.

Vorremmo adesso delineare nell'ambito di una possibile strategia di svolta indicare alcune aree prioritarie  d'iniziativa concertativa.

            a)      Comparto Agro - Alimentare - Ambientale    

Agricoltura - Alimentazione - Ambiente sono oggi tre questioni al centro del dibattito economico e politico anche nella nostra Provincia  perché l'agroalimentare come recita la nostra piattaforma regionale unitaria di settore è …….  "la metafora dello sviluppo siciliano dove convivono innovazione e arretratezza, produttività ed assistenzialismo, futuro e passato, lavoro tutelato e sommerso , punti di eccellenza e precariato".

Ferme restando le iniziative vertenziali nei confronti del Governo della Regione Siciliana , dopo la positiva e molto partecipata assemblea di  oltre 600 lavoratori  forestali della provincia di Enna il 28 Febbraio u.s. , chiediamo il rilancio del c.d. Tavolo Verde   nella nostra Provincia.

Tale richiesta tiene anche conto delle necessità di andare oltre l'esperienza certamente non esaltante sotto il profilo del metodo e dei contenuti del Patto Territoriale per l'agricoltura che ha evidenziato tutti i limiti di una politica razionalizzatrice di basso profilo dell'esistente.

Noi riteniamo che il Tavolo  debba affrontare, con incisività ed efficacia, temi quali quelli rappresentati dalla nuova frontiera della qualità , della sicurezza alimentare , della conquista dei mercati europei ed extracomunitari , della  capacità di produrre rispettando l'ambiente.

Per quanto riguarda la forestazione , essa  va ripensata e sviluppata come fattore di tutela dell'assetto idrogeologico del territorio, sviluppo turistico-ambientale , una politica forestale principalmente in funzione di progetti integrati; una fonte di reddito a patto che vengono rivalutate tutte le possibili attività come il rimboschimento, la produzione di legno a scopo industriale , la commercializzazione di prodotti del sottobosco, la valorizzazione di luoghi turistico - ambientali.

La sicurezza alimentare per il consumatore, tema oggi  molto più attuale che nel recente passato, passa per la sicurezza delle produzioni e del  lavoro.

Occorre dare priorità ad un'agricoltura eco - compatibile che salvaguardi la salute e l'ambiente per l'uomo ma al tempo stesso , lavorare per superare uno stato di arretratezza complessiva che è testimoniata oltre che dalle note carenze infrastrutturali e di servizi alle

 imprese,  dalla presenza di una classe imprenditoriale frammentata e dai livelli di produttività al di sotto della media nazionale, incentivando e favorendo anche il ricambio generazionale in agricoltura, come stimolato da leggi quali la 135/97.

Il Tavolo Verde ,  a nostro avviso , è una delle gambe più importanti di quel tavolo concertativo per la Provincia di Enna che affronti i modi dello sviluppo sostenibile anche dal punto di vista ambientale.

La conferenza di Rio dieci anni fa  e più recentemente quella di Trieste , pur fra mille contrasti e contraddizioni , hanno fatto un riferimento ricorrente a obiettivi di efficienza nell'uso di risorse naturali ( " dematerializzazione " )  nel lungo periodo.

In  questa visione , un sistema economico è sostenibile dal punto di vista ambientale se la quantità di risorse utilizzate per generare benessere viene costantemente limitata ad un livello tale da non sfruttare in maniera eccessiva le disponibilità o sovraccaricare le capacità di assorbimento dell'ambiente.

L'avvento tumultuoso delle nuove tecnologie apre grandi prospettive ma suscita anche moti di rifiuto , come il "popolo di Seattle" ci ha testimoniato .

Il processo di globalizzazione erode le frontiere nazionali, potenzia gli scambi culturali prima ancora che commerciali, ma rischia anche di cancellare  i mercati ed i prodotti locali e di complicare i controlli sulla qualità delle merci.

Ancora più complessi interrogativi si aprono sugli effetti delle nuove tecnologie sul perseguimento degli obiettivi sostenibilità ecologica.

La diffusione delle nuove tecnologie  comporta una riduzione dell'intensità materiale e quindi una maggiore produttività delle risorse.

Grazie ad esse , emergono attività economiche nelle quali il rapporto tra elementi materiali ed immateriali tende a modificarsi sensibilmente: conoscenza, organizzazione e informazione non sono più semplicemente applicati alla materia per darle valore come ad esempio nelle attività manifatturiere ma costituiscono esse stesse il valore, la materia essendo solo un supporto necessario al loro trasferimento.

E' convinzione diffusa che la strada dell'innovazione tecnologica possa portare alla sostenibilità dello sviluppo solo se orientata da adeguate strategie politiche.

Va segnalato , dunque , un persistente ritardo della politica nei confronti della innovazione scientifica e tecnologica; e gli effetti crescenti che l'evoluzione culturale delle società  ha sulla sfera pratica.

" Seattle è un episodio , un sintomo da decifrare , in cui l'eterogeneità delle istanze, la strumentalità o il conservatorismo di molte di esse contano meno della corrente che la trascina " . " Vale a dire , l'emergere sulla scena internazionale , fuori dai tradizionali canali di lobbyng e con modalità di lotta politica, di istanze diffuse di carattere etico  o , meglio , di " qualità" politica  , culturale e ambientale che finora avevano agito prevalentemente all'interno degli Stati "   ( Ministero Ambiente : Piano Nazionale di Sviluppo Sostenibile - Indirizzi di sostenibilità ecologica ).

In questo contesto e con questa nuova sensibilità vogliamo lanciare la proposta   della costituzione  immediata di una conferenza su Pergusa e l'autodromo che metta al riparo questo luogo e questa struttura , che la Provincia di Enna non può perdere , al riparo da scorrerie  e progetti  che ,  sfruttando magari il sentimento popolare diffuso di difesa di questo " bene  simbolo per Enna " possono appartenere a quelle lobbies precedentemente citate.

Un tavolo che metta insieme tutti i soggetti della comunità ennese che, a vario titolo, possono esprimere indirizzi , pareri e programmi di sviluppo, facendo i conti naturalmente con il fattore tempo ed il fattore finanziario.

Tuttavia questi fattori , come purtroppo tante volte è accaduto nel passato, non possono essere invocati , per lanciare messaggi e proposte di cui non è chiara la destinazione, la fattibilità e la natura degli interessi  in campo.

Per noi è del tutto evidente che nel suddetto tavolo la Regione Siciliana dovrà essere uno dei maggiori protagonisti , anche perché essa dovrebbe avere il compito di definire le linee dello sviluppo ambientale e turistico a livello regionale , senza fughe propagandistiche , magari a fini elettorali, di qualche esponente politico   che possono solo provocare guerre senza costrutto di campanile.

b)  Progetto di reindustrializzazione      

Nei giorni scorsi , alcune cronache locali , hanno citato con molta enfasi alcuni dati elaborati dall' ISTAT , relativi allo sviluppo della nostra provincia che, a loro dire , confermerebbero una crescita di alcune migliaia di posti di lavoro in ambito provinciale negli ultimi anni.

Come già abbiamo avuto modo di dire , purtroppo la realtà rimane quella di un'economia prevalentemente assistita , pur in presenza sicuramente della nascita di nuove imprese, non solo quelle del patto territoriale, ma in particolare nel settore agricolo e terziario.

Infatti il dato dell'incremento del 5,1% riportato dall' ISTAT  conferma   che si è avuta una perdita secca di posti  nel settore industriale , includendo in esso il settore edile oltre che quello manifatturiero in senso stretto.

Non sottovalutiamo naturalmente le prospettive che si aprono con un rilancio e potenziamento dell'area industriale del Dittaino , la crescita del settore della gomma e plastica nella zona di Regalbuto e  l'ulteriore consolidamento dell'area artigianale di Centuripe che sta assumendo le caratteristiche di un polo industriale.

Tuttavia bisogna partire da un consolidamento nel settore industriale che , pur facendo intravedere segnali d'inversione di tendenza, è a tutt'oggi negativo.

La CISL propone allora l'attivazione di un Tavolo di concertazione per la reindustrializzazione della Provincia di Enna che faccia il check - up dell'attuale situazione, monitorizzi lo stato delle opere infrastrutturali , a partire dalle incompiute che sono numerose , delinei una strategia  di sviluppo possibile , censendo la strumentazione legislativa e finanziaria disponibile , crei gli opportuni collegamenti con Agenda 2000 ed i PIT, valuti le possibilità di allocare centri di ricerca e  Know - how intorno al polo Universitario ennese  in sicura e positiva crescita.

In questo quadro denunciamo l'incomprensibile inattuazione del Protocollo d'intesa firmato circa 10 mesi fa fra la Provincia Regionale di Enna e l'Eni  Sud , protocollo che è rimasto fino ad oggi lettera morta.

E' del tutto evidente che, se il committente non indica le priorità , il commissionario non si può mettere al lavoro.

Avendo  noi partecipato come testimoni alla firma di quel protocollo e non alla sua  definizione , come spesso accade , tuttavia abbiamo valutato positivamente, insieme con i colleghi di CGIL ed UIL , il fatto che l'ENI Sud , per bocca del suo Presidente Umberto Nobile , s'impegnava nel giro di qualche mese , se la Provincia Regionale si fosse attivata , a predisporre ipotesi di allocazione , utilizzazione o riconversione anche di siti importanti e fondamentali per lo sviluppo della comunità ennese , quali il territorio di Gagliano, dove , dopo la chiusura dell'Intesa , le mancate promesse " storiche " dell'ENI,