Relazione
XIII CONGRESSO DELLA UST CISL CATANESE
di Salvatore Leotta
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Amiche,
amici Delegati, Signori invitati,
Apriamo insieme oggi, il XIII Congresso della UST CISL catanese.
Questo non solo non esclude, ma
presuppone il confronto la contrattazione, se necessario lo scontro; sia nel posto di
lavoro sia nel territorio; sia nei confronti dei datori di lavoro pubblici o privati, sia
nei confronti delle istituzioni. Ridurre il nostro ruolo, come qualcuno anche al nostro
interno agogna o immagina, ad agente organizzativo e di contrattazione è sicuramente
antistorico ed inaccettabile oltre che estremamente penalizzante per i lavoratori.
Vorrei ancora considerare:
affermare la voglia di battersi non significa non avere percezione della dimensione
dei problemi; essere velleitari e irrealisti. Significa rendersi disponibili a fare
con senso di responsabilità e con impegno la propria parte, nella certezza che i
risultati piccoli o grandi, verranno. L'idealismo non è in antitesi con il realismo ma
con l'irrealismo.
Il crollo del muro di Berlino, tangentopoli, mucca pazza. Un percorso veloce
che esemplifica oltre dieci anni di storia del nostro Paese e del mondo. Il sistema
finanziario e quello industriale in questo breve periodo si sono globalizzati, noi no; la
politica ha cambiato ruolo perdendo il suo primato. Uno dei poteri della società,
quello finanziario, si è fatto governo. Dobbiamo porvi riparo. Dobbiamo contribuire a
ripristinare l'equilibrio altrimenti la corsa degli egoismi prevarrà e ripartiranno
scontri, guerre e devastazioni sociali.
Nel momento in cui è il potere finanziario quello dominante, e la
politica solo uno strumento, è assai chiaro che, la articolazione della politica, quali
che siano le etichette di cui si fregi (centro destra-centro sinistra; polo delle
libertà, ulivo), sono solo e sempre funzionali ad un disegno in cui non è più il bene
dell'uomo il centro, il riferimento. Saltano tutte le regole della democrazia
partecipativa che funziona secondo lo schema: Progetto > raccolta del consenso
> acquisizione di potere > ritorno del potere in periferia per l'allargamento del
consenso e così via; e ancora alternanze con sostituzione del progetto ecc. ecc.
La politica "strumento" non è più in grado di sollecitare l'allargamento nella
base democratica della partecipazione; cerca la "singolarizzazione", della
società; mira all'auto referenzialità. L'impazzimento del sistema produce
"l'uomo del destino".
Oggi, a mio avviso, abbiamo una democrazia seriamente malata. Abbiamo
il dovere di dare il nostro contributo per riportarla in salute, abbiamo l'interesse a
farlo per dare speranze e futuro ai nostri figli e per difendere i più deboli.
Al di là del volto presentato dai due maggiori schieramenti in campo, tutti gli
indicatori ci certificano la loro assoluta devozione a poteri estranei ai valori
fondamentali dell'Uomo.
Per ciò che ci riguarda, l'attuale quadro di riferimento, ci vorrebbe assegnare: da un
lato (centro destra), un ruolo incidentale e corporativo subordinato ad una politica
liberista onnipotente e predominante; dall'altro (centro sinistra) una condizione
subordinata e strumentale ad una politica dirigistica di cui essere strumento succedaneo.
Concezioni ambedue ben lontane dalla nostra cultura e dal nostro sentire che, al
contrario, pensa ai soggetti intermedi della società e al sindacato quali elementi
essenziali e fondamentali per il riequilibrio in senso orizzontale e solidaristico dello
schema di sussidiarietà verticale che sta ridisegnando la struttura istituzionale dello
Stato. Un riequilibrio, capace di leggere e governare le crescenti complessità della
società che la globalizzazione accentua e moltiplica.
Cogliamo, presumo senza eccessivo sforzo, la sostanziale differenza di impostazione che ci
fa essere critici nei confronti delle due compagini politiche maggiori e il nostro
straordinario interesse perché nasca qualcosa di nuovo, culturalmente più vicino al
nostro sentire. Che nel rispetto dei ruoli e nella più sostanziale autonomia sia adeguata
sponda sulla frontiera della politica. Senza un sistema a rete capace di intercettare a
tutto tondo la società è difficile avere spazio di protagonismo e di "vita".
Se poi quel "qualcosa di nuovo" nasce grazie ad un uomo importante e coraggioso
come Sergio D'Antoni, be, io credo, al di la dei pruriti e dei livori che ce lo
possono far sentire più o meno vicino, la sua storia personale dovrebbe per noi
costituire motivo se non di gioia e coinvolgimento certamente di positiva serenità.
IL NUOVO NON PUO' ESSERE ARRESTATO
Per fare ciò è necessario un sindacato che al pari del potere finanziario si globalizzi,
si mondializzi.
Sul piano europeo, più e meglio che per il passato, dobbiamo far sentire la
nostra voce perché il processo di unificazione sia velocemente completato
nell'equilibrio, pena l'inizio di sentimenti di disaffezione e di euro scetticismo.
Cambia il mondo, cambia l'Europa, il nostro paese. Un nuovo alfabeto è necessario per
leggere ciò che ci circonda ma continuando a partire dall'Uomo.
L'Uomo nella sua dimensione singola e nella sua pluralità solidale. Il
sindacato strumento di incarnazione di questo progetto da parte dei lavoratori, dei
deboli, degli emarginati in un sistema sussidiario che copra i divari sociali evitando
prevaricazioni e predomini; che esalti il territorio come luogo di incontro e
partecipazione democratica, in cui sia possibile il confronto e anche la contrapposizione
progettuale; ma che abbia a riferimento unico e condiviso sempre l'Uomo, il Suo rispetto
al di sopra di ogni altro fattore.
Non
si tratta infatti di fare un passo avanti in un solco già tracciato, quanto
piuttosto di avere il coraggio di segnarne uno nuovo.
Ancora
una volta sbagliato! Le risorse non sono state utilizzate per unificare il paese ma per
dividerlo ancor più.
Abbiamo
voluto l'ingresso in Europa con convinzione perchè in questa nuova dimensione volevamo
ritrovare le certezze che i confini nazionali non garantivano a sufficienza.
In
sostanza le distanze sono aumentate. Non solo, ad un mercato del lavoro, forse rigido in
eccesso se ne va sostituendo un'altro senza regole e sempre più precario. Il lavoro nero
cresce in modo esponenziale al nord e al sud. Al nord per mancanza di lavoratori al sud
per carenza di lavoro. Com'è evidente le conseguenze sono diametralmente opposte ma
egualmente disastrose.
L'unico elemento unificante del fenomeno è il mancato flusso di ingenti
risorse nelle casse anemiche dell'INPS.
Al sud il lavoro nero è ormai talmente patologico da disarticolare sempre
più il lavoro buono, risucchiandolo in gorghi crescenti di lavoro grigio, di sottosalari,
di illegalità diffuse di ogni tipo.
La conseguenza più macroscopica e più ripugnate è l'abbassamento dei più
elementari sistemi di sicurezza, il crescente livello degli incidenti sul lavoro. Troppi
di questi hanno quale insopportabile epilogo la morte di lavoratori. (Di queste morti ve
ne sono due in particolare che vorrei ricordare, quelle del Mulino S. Lucia per le quali
aspettiamo ancora di sapere chi le ha provocate!!!).
Quali le terapie consigliate? La lotta bla
bla
all'illegalita' e
agli intrecci politico, affaristico, mafiosi! .
Ogni volta che si deve fare qualcosa di serio per il mezzogiorno, per il Sud,
per la Sicilia ecco che salta fuori il "Sistema", anzi il teorema, anzi
l'intreccio!.
A scanso di equivoci, noi siamo convinti che la mafia non è stata debellata;
indebolita certamente, debellata no. Il problema è un altro; il governo, lo Stato, i
"professionisti"non possono tirarla fuori dal cassetto all'abbisogna e spesso
quando non si capisce perchè e per chi.
La lotta alla mafia deve essere un impegno visibile e costante che deve dare
ai lavoratori ai cittadini la certezza che mai per un momento la guardia è abbassata.
Non possiamo non rilevare che spesso si ha invece l'impressione che si tratta
di "frutta di stagione". Qualche altra volta che si tratta di "Cavoli a
merenda"; il tutto col contorno di mass-media più o meno interessati.
Ma torniamo al tema.
Il divario nord-sud sul piano occupazionale sta producendo e ancor più
produrrà incalcolabili guasti sull'intero territorio nazionale e sinceramente diventa a
mio avviso complicato verificare quale parte del paese ne sarà più colpita.
Se da un lato assistiamo infatti ad una crescente desertificazione,
"causa emigrazione",di braccia e cervelli; dall'altro verifichiamo già
schizofrenie e micro esplosioni sociali che preludono sicuramente al peggio.
La terapia proposta dal Governo? Un po' di precariato al sud, case per gli
emigrati al nord!
Come si può?
In questi cinque anni abbiamo avuto un inquietante aumento di poveri. Una
povertà diversa da quella che conoscevamo. Non più una scala sociale con tanti gradini
tutti uguali; ma una scala dove per milioni di cittadini il primo gradino e'
matematicamente impossibile scalarlo se non vincendo la lotteria.
(Sarà per questo che questo governo si interessa tanto alle sale da gioco di
prossimo impianto) In cima alla scala un fenomeno opposto: grandi ricchezze sempre più
concentrate in poche mani. Mi spiegate dove sta il progresso? Milioni di persone non
esisteranno di fatto per la società. Di che parliamo? Stiamo costruendo un futuro
precario sempre più precario per milioni di nostri figli ai quali l'unico lusso
consentito sarà quello di emigrare?
Dove sta l'impegno solidale dello Stato?
Le privatizzazioni che dovevano rendere efficiente il sistema e
far saltare i monopoli hanno prodotto spesso lo straordinario risultato di consegnare i
"gioielli di famiglia" a gruppi e potentati spesso stranieri, sostituendo ai
vecchi monopoli nuovi monopoli. I sistemi sono diventati più razionali e più efficienti,
i lavoratori hanno pagato il conto. (Ciò che è accaduto nel settore della telefonia, ma
non solo, ne è esempio).
Per farlo, abbiamo bisogno di ripartire con una nuova stagione di dialoghi,
collegamenti, positive trasversalità (cosa assai diversa dal consociativismo e dagli
inciuci). Abbiamo bisogno di referenti sempre più numerosi che si facciano carico di
sostenerla. Sino ad ora, non mi pare che ci sia stata sufficiente attenzione a questi
problemi come ai tanti altri di cui siamo portatori.
Semmai abbiamo assistito ad un utilizzo distorto e di parte di essi. Per alzare polveroni
e continuare a non parlare di nulla. E' per questo che ritengo, nel rispetto
delle regole dell'autonomia, ognuno di noi abbia interesse, che si affermi una politica
capace di produrre quel risultato. Anche perché, sinceramente lasciatemelo dire, io non
sono tra quelli che pensano che gli attuali poli siano confusi senza idee, nè programmi
come di fatto ogni giorno (vedi l'ultimo caso in Rai) si sforzano di apparire. La verità
mi sembra un'altra. I programmi le idee i progetti li hanno eccome, magari chi per loro,
ma sono talmente impresentabili ed indigesti che ritengono assai più utile non farli
conoscere.
Ancora, sul piano tariffario, della lotta all'inflazione non sembra possiamo sottolineare
alcunchè di positivo.
Ci pare piuttosto che ci sia un'allentamento per ciò che concerne la lotta all'evasione
fiscale, soprattutto nella zona grigia del sistema e nei nuovi filoni di ricchezza, una
perdita di controllo del sistema tariffario una ripresa inflativa che prefigura una
ulteriore disarticolazione della politica dei redditi, la quale ultima, ha il
grande merito di avere sostanzialmente retto in questi 7-8 anni un circuito virtuoso che
ha permesso al paese di ripartire. Seppure in innegabile difficoltà in questo stesso
periodo la nostra Organizzazione, dimostrando la straordinaria vivacità che l'ha sempre
caratterizzata, è stata protagonista. Senza supponenza la CISL ha in modo indiscutibile
esercitato questo ruolo anche quando i nostri "compagni" soprattutto della CGIL
erano soggiogati dal canto delle sirene di una politica che solo nell'auto definizione
può dirsi di Centro-Sinistra. Questo ci ha portato a fare anche tratti di strada
importanti senza la compagnia di CGIL e UIL ma avendo la condivisione della gran
maggioranza dei lavoratori.
I risultati di queste nostre azioni "fuori dal coro" sono stati
notevoli.
Vedi ad esempio le importanti modifiche che siamo riusciti a strappare
nell'ultima finanziaria. Un solo rammarico: se non saremmo stati soli i risultati, per i
lavoratori, sarebbero stati certamente più consistenti!
C'è sicuramente, in questo momento, una profonda diversità di vedute tra noi e la CGIL
in particolare, anche su problemi fondamentali. Cogliamo timidezze e strabismi che
riteniamo inaccettabili, una concezione del ruolo del sindacato che culturalmente non ci
è mai appartenuta: quella dell'essere figli di un Dio minore e indirizzare in conseguenza
azioni e comportamenti. Non avendo quale riferimento primario gli interessi dei nostri
organizzati e dei lavoratori quanto prioritariamente quelli della "bottega" di
riferimento.
Negli ultimi 5 anni non c'è stata la possibilità di costruire una
grande mobilitazione unitaria, nonostante le molteplici necessità presentatisi.
Forse qualcuno pensa di essersi risparmiato per essere più grintoso, in futuro, al mutar
di quadro politico.
Non credo che così si faccia per intero l'interesse dei lavoratori. Non
credo che così si possano fare passi avanti, sul terreno dell'unità
Essa è un bene ma l'identità è un valore.
IL QUADRO REGIONALE
Se dal piano nazionale ci trasferiamo a quello regionale purtroppo non solo la musica non
cambia ma si fa ancora più stonata.
Ho seguito tutti i congressi di categorie della CISL catanese, nonostante i grovigli gli
ingorghi e le sovrapposizioni ho seguito o letto tutte le relazioni, ho seguito e
partecipato ai dibattiti.
Grande assente la Regione Sicilia.
Eppure ritengo che non vi sia alcuno di noi a cui sfugga la essenzialità del ruolo che
essa sarebbe chiamata a svolgere. Dico sarebbe non a caso. L'attuale "nanismo"
che l'affligge tuttavia, da solo, non può né spiegare nè giustificare i
mille appuntamenti mancati, l'arretratezza accumulata. Ci deve essere dell'altro. Forse la
forma dello strumento non è quello adatto ai siciliani, adatto a determinare occasioni
utili per i siciliani.
Tranne rari momenti , (durante la presidenza Rino Nicolosi), nei quali non a
caso si parlò di un governo parallelo, non è riuscita a svolgere la funzione propulsiva
che avrebbe dovuto avere per lo sviluppo. E' stata un enorme "dispensificio" di
generiche opportunità dove l'unico elemento di continuità logica è ancora costituito da
una burocrazia egemone, intrighina, spesso veicolo di ogni tipo di patologia
presente nella società siciliana, mafia compresa. Nessun rimpianto e tantissime
recriminazioni, per le occasioni mancate, in questa legislatura, caratterizzata da 4
governi di segno diverso, già sepolti e da uno da archiviare il più velocemente
possibile. Le uniche cose non negative che riusciremo, credo, a ricordare sono
l'avvio della riforma della P.A. regionale e la legge sul precariato (n.24/2001) che
finalmente affronta in modo serio e razionale il bubbone del precariato in Sicilia: una
piaga da 40 mila addetti.
Per il resto soprusi e barbarie di un inutile esercito di 90 deputati
(a che?)
Purtroppo il sopravvenente sistema elettorale detto "tatarellum"
per ciò che mi è dato capire, peggiorerà le cose.
Ciò nonostante, ritengo necessario che il ruolo che come sindacato, dopo
periodi bui, andiamo riacquisendo, soprattutto come CISL siciliana, venga meglio
esercitato che nel passato; quanto meno per correggere arroganze e storture che, non me ne
vogliono i presenti, un personale politico sempre meno adeguato alle sfide che attendono
la nostra terra ritengono di poter perpetuare impunemente. Vorrei poter evidenziare
l'impegno di civiltà per: il piano delle acque e delle infrastrutture in genere; il piano
dei trasporti; ma soprattutto l'impegno per la riforma della formazione
professionale sulla quale puntare perché la Sicilia diventi luogo di grandi opportunità
che abbiano nell'uomo e nelle sue conoscenze un punto di forza impareggiabile.
Una formazione capace di assecondare il mercato del lavoro ma che sia nel
contempo miniera di nuove ricchezze conoscitive che possono essere esaltate da un sistema
universitario già oggi ricchezza straordinaria e sottoutilizzata.
Mare, Agricoltura, Turismo, Beni culturali i punti naturali di forza che
facciano diventare la nostra terra, nuovo baricentro del Mediterraneo, crogiuolo culturale
ed economico e non semplice "passante", come di fatto pare teorizzare un sistema
di poteri, estraneo a noi e ai nostri interessi ma che tra di noi trova
"ascarico" supporto.
Agenda duemila è un occasione concertativa in parte sprecata ma che comunque
può diventare una risposta alla voglia di riscatto che alberga sempre tra i
siciliani. Una riconsiderazione infine del ruolo che la Regione deve riacquisire sul
sistema del credito, dopo la grande stagione delle rinunce.
La nostra Provincia, il nostro impegno, il nostro ruolo.
Quando quattro anni fa insieme a tanti di voi abbiamo assunto l'impegno
di portare avanti il testimone della CISL in provincia di Catania, certamente sapevamo di
assumere un impegno nobile ma gravoso. Forse però non sapevamo compiutamente, quanto
gravoso. Era ancora il periodo in cui si contavano tra i lavoratori e le aziende, come in
un martellante bollettino di guerra, i morti ed i feriti. Con coraggio e perché no, con
un pizzico di sana incoscienza, abbiamo proseguito, da un lato nella titanica opera di
contenimento dei danni occupazionali prodotti dal ciclone tangentopoli e della incombente
globalizzazione; e dell'altro, sempre con maggiore lena, attraverso la concertazione,
abbiamo incominciato ad esplorare, una nuova progettualità indirizzata allo
sviluppo, che prefigurasse il "come" andavano riempiti gli spazi rimasti vuoti.
Abbiamo con lungimiranza capito che tutto ciò era più facile se al fare si
fosse aggiunto anche un impegno a mettere insieme i cocci di una società che era stata
frantumata dagli eventi. Abbiamo lavorato a nuove alleanze nella società consolidando le
vecchie. La "consulta delle forze sociali cristianamente ispirate" che D'Antoni
tenne a battesimo nel '97 viaggiava in questa direzione.
C'era e fu fondamentale, anche nelle Istituzioni: comuni, province,
università, una voglia importante di fare, di cimentarsi per ridisegnare, partendo da
noi, le possibili direttrici di una nuova stagione di riscatto. Il comune capoluogo
divenne emblematicamente il luogo "dell'assemblamento concertativo", il Sindaco
Bianco il riferimento visibile, sempre più visibile, oltre i confini territoriali. Tutto
ciò consentì che sulla nostra provincia, partendo da Catania, "si riaccendessero i
fari" facendola cogliere in questa riacquisita dimensione di territorio operoso e
voglioso di farcela.
Tutti i riferimenti organizzativi della città contribuivano, il sindacato
unitario e confederale certamente più degli altri.
Con Scarciofalo e Mattone, anzi con Giacomo e Angelo e quindi con CGIL e UIL
certamente abbiamo lavorato bene e ci siamo assunti il compito più faticoso di tirare gli
indecisi di convincere i timorosi.
Alle istituzioni la sintesi.
Riaccesa la macchina (cinque patti territoriali, tavoli concertativi sempre
più moltiplicati) il problema che si pose e a mio avviso ancora irrisolto è quello di
quale strada imboccare.
Non possiamo certo perdere questa grande occasione. Lo sviluppo che
vogliamo è quello che per quanto possibile abbia un radicamento forte nel territorio.
Eviti una stagione di colonizzazioni. Trovi nel nostro povero tessuto produttivo il
punto di partenza e riferimento. Questo può accadere solo se l'azione concertativa andrà
oltre alla costruzione del "progetto" e proseguirà nelle fasi
realizzative. So che questa è una operazione difficile, ma va tentata. Ritengo immorale
che lo sforzo di tutti sia patrimonializzato da pochi e per di più, spesso, da chi ha
ritenuto che il suo compito era mettersi "a tavola" o assegnare i compiti agli
altri. Oppure scambiare, non si capisce con chi e dove, ciò che non si è contribuito a
costruire. In questi processi deve entrare da protagonista la politica ma non la
lottizzazione dei politici.
Il bene comune sia l'obiettivo. In esso ciascuno, siamone certi, troverà
ciò di cui ha bisogno.
In questi anni abbiamo contribuito non poco a cambiare in meglio il volto
della nostra provincia.
Oggi è un fiorire di nuove iniziative e con esse di nuove opportunità. E'
ancora nostro compito se vogliamo risultati duraturi, contribuire alla scelta del tipo di
sviluppo. Compito arduo ma ineludibile.
Scegliere è sempre difficile ma ci rende maturi e consapevoli. La scelta
viene dal confronto. Per scegliere bisogna interrogarsi; per interrogarsi bisogna
alimentare il dibattito tra di noi e nella società.
E allora mi domando e vi domando: cosa significa questo pesante insediamento
di strutture commerciali medio grandi nel nostro territorio?
E' un bene? Quale rapporto costo benefici tra ciò che arriva in termini di
stipendi e ciò che va via in termini di attività "nostre" che spariscono e
risorse che volano via dal territorio?
ST microelettronica deve continuare a essere "un'isola" che detta
le sue condizioni ai lavoratori e alle istituzioni catanesi o deve dar conto ai lavoratori
e a tutta la comunità catanese.
Per essa noi abbiamo fatto tanto, anche per stato di necessità. Non so se
sul piano quantitativo e qualitativo i ritorni consentano di fare un bilancio
positivo. Su questa azienda, senza lanciare anatemi dovremmo fare serie verifiche.
Il parco dell'Etna deve continuare ad essere una occasione mancata o un riferimento di sviluppo capace di interagire con ogni attività preesistente o compatibile per dargli slancio.
Sulla portualità e sul ruolo del mare, nello sviluppo non è forse già il
momento di verifiche e di impegni? Sul destino del nostro aeroporto e sulla sua gestione
può più oltre essere consentito che se ne tratti come un bene sopra il quale un
intreccio perverso di interessi si scontra e dove buon ultimo viene considerato
l'interesse comune?
Abbiamo parlato di democrazia economica, di ruolo partecipativo dei
lavoratori. La ipotesi che stiamo sperimentando nella fase di privatizzazione della SAC di
una partecipazione diretta dei lavoratori al capitolato di rischio ritengo vada
estesa.
Ecco perché partendo dal Comune di Catania per seguire in provincia e in
quei comuni che si apprestano a sperimentare forme gestionali di servizi, attraverso
sistemi societari pubblico-privato dobbiamo richiedere, anzi pretendere attraverso
l'apertura di tavoli concertativi ad hoc analoghe forme di coinvolgimento dei
lavoratori.
A Catania penso alla Multiservizi, alle altre aziende speciali (acqua-gas)
ecc.
Le amministrazioni comunali come ogni altra istituzione nel territorio, non
devono essere lasciate sole. Non dobbiamo mai in nessun momento fargli mancare il nostro
contributo di partecipazione, di stimolo. C'è ad esempio un pezzo consistente di stato
sociale demandato alle istituzioni territoriali che non può più, non deve essere più
gestito da sindaci e assessori come spazio privato o come riserva di caccia per acquisire
clientelarmente il consenso. Penso a taluni assessori alla solidarietà sociale, ma non
solo. Lo spazio della "Cultura" che interseca ogni pezzo della vita della
comunità non può, per esempio, diventare fintamente aristocratica, prateria a
disposizione di famelici interessi di potentati che nell'ombra continuano a lucrare alle
spalle dell'intera collettività.
I bilanci di queste istituzioni devono diventare "luogo" di
condivisione dell'intera comunità e quindi dei lavoratori.
La nostra azione deve riportare il sole nel buio, la luce nelle zone grigie, nei giovani
la speranza che battersi per far migliorare la società, per dare dignità ai
deboli, opportunità agli emarginati, è una scommessa che paga; che la partecipazione,
oltre ad essere un dovere, è uno straordinario ed esaltante diritto.
C'è un mondo del lavoro in provincia di Catania, sempre più grande dove il
lavoratore è succube, sempre più solo di fronte alle controparti. Sto parlando di gran
parte delle nuove esperienze di nuovi lavori.
Uno spazio che va esplorato sempre meglio; rispetto al quale dobbiamo
riuscire a mettere in campo forme di coinvolgimento ad esso adeguate che nello strumento
della bilateralità trovino la strada. Perché nessun lavoratore sia lasciato solo nel
confronto e nella difesa della sua dimensione e della sua dignità.
Il "Patto" per il lavoro sottoscritto a Catania nel mese di Gennaio
muove e si fa carico di questa esigenza. Questo nuovo strumento, che speriamo di
poter estendere con gradualità in tutto il territorio provinciale, tuttavia aspetta ora
che, per le diverse competenze, trovi nelle categorie quel giusto protagonismo che solo
può produrre i frutti sperati. Non è risolutivo dei problemi. E' un ulteriore piccolo
passo avanti. La CISL l'ha voluto fortissimamente insieme a CGIL e UIL. Va dato merito
all'amministrazione Scapagnini di averne colto la valenza e di aver puntato alla sua
realizzazione evitando almeno per una volta di farne solo una occasione di immagine.
Con questa Amministrazione, grazie anche all'impegno della "Task force
per l'occupazione" da quest'ultima istituita, abbiamo riaperto una grande
stagione concertativa con risultati purtroppo altalenanti. Cogliamo infatti
nei suoi componenti il continuo tentativo di sfuggire al confronto più complessivo,
che invece riteniamo fondamentale. Tale comportamento è stato certamente il
"casus belli" che ci ha fatto considerare chiuso negativamente il
bilancio, almeno dal nostro punto di vista, sulla giunta Bianco.
Balbettii e reticenze, al di là delle apparenze li abbiamo colte in tante
vertenze importanti chiuse o ancora in corso a Catania. Come quella sui trasporti
che ha quale fulcro l'AMT e dalla quale, apprendiamo, si vuole partire per pianificare la
viabilità nell'area metropolitana. Ma ancora sulla manifattura tabacchi, dove ad
impegni condivisi, abbiamo visto seguire una disponibilità formale
contraddetta da quella sostanziale e soprattutto lontana dallo sbocco concertato.
Concrete assenze di ruolo in un'altra grande vertenza, forse la più importante,
quella sul gruppo Costanzo, dove a mio avviso alle spalle dell'intera comunità catanese
si è consumato, con la compiacenza appena mimetizzata di una parte importante
dell'apparato politico istituzionale e col negativo e indiscusso protagonismo di
pezzi importanti del governo nazionale, un delitto quasi perfetto.
Quale nuovo polo delle costruzioni! Solo regali e genuflessioni.
L'imbroglio è compiuto senza pudori con sfrontatezza e c'è pure chi avendo contribuito a
perpetrarlo cerca di lucrarci meriti politici.
Il gioco è fatto e i lavoratori pagano! L'intera provincia è ora chiamata
ad assorbire il grande ematoma sociale prodotto. Noi non ci arrendiamo!
Continueremo a gridare che questo è il paradigma che dobbiamo sconfiggere! Perchè questo
è lo spaccato vero del "Caso Catania".
Comprendiamo le ragioni ideali e di cassa che muovono il sistema
mass-mediatico a Catania ma ciononostante siamo costretti a ritenere che la sua intrinseca
"struttura" è tale per cui diventa un dovere più che deontologico, più che
morale, dare voce a tutta la comunità nel suo variegato essere con rispettosa
imparzialità. Agli amici, valenti giornalisti vorremmo poter chiedere di non farsi
fuorviare dalla virtualità e continuare a produrre ancora il già encomiabile
sforzo di essere voce e dare voce a tutti, anche e forse soprattutto a chi è fuori del
coro e non in posizione di controcanto. Ricordiamoci che la vivacità dei colori fa
bella la vita.
Non abbiamo voluto assegnare i compiti agli altri; ho tentato spesso con
imperfetta sintesi, di evidenziare qua e la pensieri ed azioni che ci hanno
accompagnato in quattro anni vissuti intensamente. Impegni e volontà che ora
guardano al futuro della nostra CISL a Catania.
Durante la prima fase congressuale abbiamo incontrato gran parte degli oltre
73.000 nostri iscritti. Anche se di fretta e in modo imperfetto abbiamo prodotto
confronto, fatto sintesi, individuato strategie e nuovi obiettivi. Abbiamo fatto
democrazia! Quanti altri esempi altrettanto autentici siamo in grado di individuare in
questa società che ci circonda?
Forse, tuttavia, dovremmo riuscire a moltiplicare le occasioni di
confronto tra noi. Renderci, inequivocabilmente, visibili come luogo di reale pratica
democratica aperto al contributo di quanti, come noi, appartengono e sposano le ragioni
dei più deboli.
Ho seguito con grande difficoltà, per eccesso di concentrazione, l'intero
"cursus" delle assemblee congressuali e ho, dopo tanto tempo, verificato il
trascorrere del tempo, dallo straordinario numero di volti nuovi di nuovi dirigenti che in
ogni categoria si affacciano all'impegno sindacale. Ecco questo mi fa pensare che il buio
sta per finire e che è davanti a noi una nuova grande stagione di conquiste. Una stagione
che spero, diversamente da quella degli anni 70 sia più scommessa sul fronte della
"qualità". Pensiamo in modo intelligente al futuro del mondo e ai poveri.
Torniamo a cercare felicità e benessere attraverso l'ascolto e il confronto.
Perché la scommessa possa essere vinta è tuttavia fondamentale uno
straordinario impegno alla condivisione. Uno sforzo convinto di confederalità che deve
appartenere a ciascuno pezzo della nostra Organizzazione. Ogni categoria abbia sempre la
coscienza di essere tutta l'Organizzazione e trasferisca questa certezza a ogni nostro
iscritto. Una confederalità che si moltiplica e penetra sempre più il territorio è la
sfida.
C'è nella nostra organizzazione un fiorire di terza giovinezza che aspetta
di essere impegnata, che ha voglia di riscoprire generosità e solidarietà.
A ciascuno di noi spetta il compito di sollecitarla e renderla un patrimonio per tutta
l'Organizzazione e per la società.
Un nuovo protagonismo è sempre più incarnato dalle donne nella CISL
Catanese, alle quali tuttavia pensiamo più come risorsa d'emergenza che come quotidiana
opportunità.
La nostra Organizzazione soffre ancora, come tanta parte della società,
della mancata assunzione di ruolo di tante donne brave e capaci che una scorretta
selezione, fatta di tempi di vita sbagliati, ma soprattutto di pregiudizi e luoghi
comuni, impedisce. Nessuno di noi è esente da questa accusa, Donne comprese! Non penso
che d'altra parte il problema possa risolversi con sciocche forzature che nel tempo
potranno costituire alibi per ritorni al passato.
Dobbiamo proseguire però con rinnovata anzi maggiore attenzione, la strada
dell'impegno a superare gli steccati. Se invochiamo un mondo rispettoso
dei diritti dei più deboli, perché questo fa appunto il mondo migliore, dobbiamo
avere coscienza che l'equilibrio va nella direzione non di un mondo al maschile, ma
di un mondo coniugato anche al femminile.
Care amiche, cari amici il terzo millennio è davanti a noi, aspetta il
nostro impegno.
Anche se spesso si può avere la sensazione di essere sommersi e angosciati
dai problemi, vi confesso di essere felice ed orgoglioso di ciò che insieme a tutti voi,
a tutto il gruppo dirigente della CISL catanese abbiamo prodotto. Insieme agli amici che
quotidianamente ci collaborano e che spesso sopportano anche le nostre ubbie.
Certo non tutto quello che avevamo sperato, non tutto quello di cui avevamo bisogno è
diventato risultato.
Ma si sa:
gli impegni come gli esami non finiscono mai. Senza scordare il passato siamo già
qui e guardiamo fiduciosi avanti.