Relazione   XIII CONGRESSO DELLA UST CISL CATANESE
di Salvatore Leotta


sinistra.gif (1308 byte) Pagina precedente
Rassegna stampa
    |   1   |   2   |  3   |    4   |      -      la copertina     -      2° copertina 


Amiche, amici Delegati, Signori invitati,

         Apriamo insieme oggi, il XIII Congresso della UST CISL catanese.

  Ogni congresso è momento di resoconti, di analisi di un percorso fatto ma soprattutto, momento straordinario di costruzione di un progetto che dovrà indicare il  futuro della nostra organizzazione per i prossimi 4 anni.

 I quattro anni trascorsi che ci separano dal precedente sono stati contrassegnati, sul piano organizzativo,da un eccellente risultato positivo, nonostante le straordinarie difficoltà interne ed esterne.  Dai 67.000 organizzati a gennaio '97, siamo infatti passati, con il tesseramento 2000, a oltre 73 mila iscritti.

  Questo solo dato, ritengo basti a significare la straordinarietà di una presenza sempre più radicata della CISL in tutta la provincia di Catania. E tuttavia ritengo che, da solo esso non basti a cifrare il ruolo che donne e uomini della CISL sono oggi in grado di esprimere nella nostra provincia.

          E' partendo da questa consapevolezza che mi inoltro nelle analisi del contesto nazionale in cui l'azione della CISL è chiamata a dipanarsi.

          La fase di transizione seguita al cataclisma " Tangentopoli " non solo non si è conclusa, ma forse proprio in questi mesi sta vivendo, la condizione più difficile, mentre appare lontana la meta che riconsegni il nostro Paese ad un vero equilibrio democratico.

 Un finto bipolarismo tiene strette attorno a meri progetti di potere, oligarchie sempre più concentrate che aggregano consensi più che su progetti di società, su parole d'ordine e aridi pragmatismi i cui orizzonti ben che vada non superano le quattro stagioni.

  La partecipazione democratica al gioco vero della politica diventa sempre più stanca e distratta al punto che non porvi riparo con urgenza potrebbe significare trovarsi da qui a non molto di fronte ad una sostanziale minoranza di governo che potrebbe regalarci " l'uomo della provvidenza ".

 E' anche per questo motivo, a mio modo di vedere, che suscita inevitabilmente compatimento chi, in casa nostra ,  ritiene di riaccendere la disputa su quale modello sindacale (e sposa quello industriale) mutuare nell'impegno alle nuove sfide del terzo millennio; ritenendo quasi il contesto  come fosse una variabile indipendente.

  Volendomene occupare, senza dare il senso di non rispettare la sacralità della nostra autonomia, permettetemi di dire cosa sia per me l'autonomia della nostra organizzazione.

           Essere autonomi non significa solo saper scegliere a prescindere dalle sollecitazioni esterne.

 Essere autonomi significa: lavorare, impegnarsi insieme perché i lavoratori, i più deboli, quelli che rappresentiamo, scelgano in un contesto che sia veramente rispettoso dei loro diritti dei loro bisogni; dare a tutti pari opportunità; costruire equilibrio di "Poteri". Insomma individuare la politica come lo strumento al servizio dell'Uomo che ha il compito di garantire e migliorare tale equilibrio.

          La fase che attraversiamo, purtroppo, ha prodotto dolorose fratture orizzontalmente e verticalmente nella società. Non tentare di correggere gli errori, non contribuire a correggerli, farà perdurare tali fratture, le approfondirà fino a farle sentire insopportabili e porterà a riaprire una stagione di scontri di cui certamente il nostro Paese e per ciò che da più vicino ci riguarda, il mezzogiorno, non hanno certamente bisogno.

           La politica dei redditi, la concertazione, sono appunto due strumenti aggiuntivi che la nostra Organizzazione ha messo in campo proprio all'interno di questa logica.
         Questo non solo non esclude, ma presuppone il confronto la contrattazione, se necessario lo scontro; sia nel posto di lavoro sia nel territorio; sia nei confronti dei datori di lavoro pubblici o privati, sia nei confronti delle istituzioni. Ridurre il nostro ruolo, come qualcuno anche al nostro interno agogna o immagina, ad agente organizzativo e di contrattazione è sicuramente antistorico ed inaccettabile oltre che estremamente penalizzante per i lavoratori.

Vorrei ancora considerare:

         affermare la voglia di battersi non significa non avere percezione della dimensione  dei problemi;  essere velleitari e irrealisti. Significa rendersi disponibili a fare con senso di responsabilità e con impegno la propria parte, nella certezza che i risultati piccoli o grandi, verranno. L'idealismo non è in antitesi con il realismo ma con l'irrealismo.

Il crollo del muro di Berlino, tangentopoli, mucca pazza. Un percorso veloce che esemplifica oltre dieci anni di storia del nostro Paese e del mondo. Il sistema finanziario e quello industriale in questo breve periodo si sono globalizzati, noi no; la politica ha  cambiato ruolo perdendo il suo primato. Uno dei poteri della società, quello finanziario, si è fatto governo. Dobbiamo porvi riparo. Dobbiamo contribuire a ripristinare l'equilibrio altrimenti la corsa  degli egoismi prevarrà e ripartiranno scontri, guerre e devastazioni sociali.

Nel momento  in cui è il potere finanziario quello dominante, e la politica solo uno strumento, è assai chiaro che, la articolazione della politica, quali che siano le etichette di cui si fregi  (centro destra-centro sinistra; polo delle libertà, ulivo), sono solo e sempre funzionali ad un disegno in cui non è più il bene dell'uomo il centro, il riferimento. Saltano tutte le regole della democrazia partecipativa che funziona secondo lo schema:  Progetto > raccolta del consenso > acquisizione di potere > ritorno del potere in periferia per l'allargamento del consenso e così via; e ancora alternanze con sostituzione del progetto ecc. ecc.

         La politica "strumento" non è più in grado di sollecitare l'allargamento nella base democratica della partecipazione; cerca la "singolarizzazione", della società; mira all'auto   referenzialità. L'impazzimento del sistema produce "l'uomo del destino".

Oggi, a mio avviso, abbiamo una democrazia seriamente malata. Abbiamo   il dovere di dare il nostro contributo per riportarla in salute, abbiamo l'interesse a farlo per dare speranze e futuro ai nostri figli e per difendere i più deboli.

         Al di là del volto presentato  dai due maggiori schieramenti in campo, tutti gli indicatori ci certificano la loro assoluta devozione a poteri estranei ai valori fondamentali dell'Uomo.

         Per ciò che ci riguarda, l'attuale quadro di riferimento, ci vorrebbe assegnare: da un lato (centro destra), un ruolo incidentale e corporativo subordinato ad una politica liberista onnipotente e predominante; dall'altro (centro sinistra) una condizione subordinata e strumentale ad una politica dirigistica di cui essere strumento succedaneo. Concezioni ambedue ben lontane dalla nostra cultura e dal nostro sentire che, al contrario, pensa ai soggetti intermedi della società e al sindacato quali elementi essenziali e fondamentali per il riequilibrio in senso orizzontale e solidaristico dello schema di sussidiarietà verticale che sta ridisegnando la struttura istituzionale dello Stato. Un riequilibrio, capace di leggere e governare le crescenti complessità della società che la globalizzazione accentua e moltiplica.

         Cogliamo, presumo senza eccessivo sforzo, la sostanziale differenza di impostazione che ci fa essere critici nei confronti delle due compagini politiche maggiori e il nostro straordinario interesse perché nasca qualcosa di nuovo, culturalmente più vicino al nostro sentire. Che nel rispetto dei ruoli e nella più sostanziale autonomia sia adeguata sponda sulla frontiera della politica. Senza un sistema a rete capace di intercettare a tutto tondo la società è difficile avere spazio di protagonismo e di "vita".

         Se poi quel "qualcosa di nuovo" nasce grazie ad un uomo importante e coraggioso come Sergio D'Antoni, be, io credo, al di la  dei pruriti e dei livori che ce lo possono far sentire più o meno vicino, la sua storia personale dovrebbe per noi costituire motivo se non di gioia e coinvolgimento certamente di positiva serenità.

IL NUOVO NON PUO' ESSERE ARRESTATO

           O lo affronti e lo governi (meglio; contribuisci più o meno a governarlo) o rischi di esserne travolto. La globalizzazione quindi deve essere vissuta dal sindacato, se non ne vogliamo essere succubi, (rischio assai serio), come una scommessa importante, una occasione di riscatto, di giustizia e libertà per tutti gli uomini.

         Per fare ciò è necessario un sindacato che al pari del potere finanziario si globalizzi, si mondializzi.

 L'impegno della CISL sul fronte europeo ed internazionale non può dunque costituire come in passato un impegno aggiuntivo, ma parte fondamentale della "missione". Globalizzazione; democrazia solidarietà, diritti,hanno quale presupposto il ritorno della politica alla   sua centralità, al suo ruolo che è appunto quello di governare le contraddizioni. E' questo ultimo un impegno di tutti e di tutti i soggetti.  Anche nostro:  come singoli e come insieme,  al quale   non possiamo sottrarci; non ci conviene sottrarci e per il quale dobbiamo spenderci da singoli e come associazione.

Sul piano europeo, più e meglio che per il passato, dobbiamo far sentire la nostra voce perché il processo di unificazione sia velocemente completato nell'equilibrio, pena l'inizio di sentimenti di disaffezione e di euro scetticismo.

 All'unificazione monetaria e finanziaria deve seguire quella politica, economica, sociale. La CES deve trasformarsi da luogo di incontro,  di conoscenza e di socializzazione di problemi a strumento concreto di concertazione, di contrattazione.

         Cambia il mondo, cambia l'Europa, il nostro paese. Un nuovo alfabeto è necessario per leggere ciò che ci circonda ma continuando a partire dall'Uomo.    

L'Uomo nella sua dimensione singola e nella sua pluralità solidale. Il sindacato strumento di incarnazione di questo progetto da parte dei lavoratori, dei deboli, degli emarginati in un sistema sussidiario che copra i divari sociali evitando prevaricazioni e predomini; che esalti il territorio come luogo di incontro e partecipazione democratica, in cui sia possibile il confronto e anche la contrapposizione progettuale; ma che abbia a riferimento unico e condiviso sempre l'Uomo, il Suo rispetto al di sopra di ogni altro fattore.

 A questo modello si ispira la nostra organizzazione e da questo vogliamo partire per decodificare gli straordinari cambiamenti che hanno investito l'Italia negli ultimi 7-8 anni.

 LA FLESSIBILITA'

          Quando il "sistema" italiano fu costretto a uscir fuori da sotto l'ombrello protettivo dello Stato e  sfidare il mondo, partì una rivoluzione straordinaria nella struttura organizzativa dell'impresa. Fu il periodo del crollo dei grandi. Per ciò che ci riguarda quello dei cosiddetti "Cavalieri". In quel momento ci fu una richiesta pressante di aiuto dell'impresa nei confronti del sindacato, alla quale tuttavia non si seppe rispondere con sufficiente maturità, con la lucidità necessaria. E così mentre a livello centrale una nostra intuizione: la concertazione, salvava il paese, in periferia e nelle categorie la cieca difesa ad oltranza di ciò che "era stato" sino a quel momento, fu la risposta che siamo stati capaci, in genere, di dare. Per legge fisica la nostra rigidità è stata la nostra debolezza. I lavoratori divennero il punto di scarico di ogni possibile tensione aziendale. Il lavoratore "uti"  singolo, divenne l'interfaccia dell'impresa.

 La flessibilità era nata ed aveva quale protagonista attivo l'imprenditore e negativo il lavoratore.

          La flessibilità è dunque un valore negativo in se? O è quella flessibilità che non ci ha visti adeguatamente protagonisti ad esserlo?

           Io ritengo che la seconda sia la risposta giusta.

           Il problema vero è allora come ripartire da questa difficoltà per ricostruire la strada della opportunità.

 Lo spazio dello smarrimento e dunque della difesa è finito . Anche perchè nel frattempo spazi sempre più ampi del sistema impresa hanno ricominciato a produrre ricchezza e profitti senza che noi si sia  stati capaci di creare per la nostra parte i meccanismi di ridistribuzione dentro la fabbrica (lo Stato, almeno al momento, non pare si ponga neanche il problema nella società,   magari lo farà quando tornerà un'altra pressante stagione di sacrifici,  per chiederci una parte di "conto").

          Vivere la flessibilità come una opportunità ,è una grande occasione da non perdere. All'incontrario, continuare a difendersene, rischia di produrre ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro, oltre che consequenziale e presumibile desertificazione sociale.

           Come lavoratori, l'invocare oggi "regole" terze per governare il mondo della flessibilità, sarebbe dal mio punto di vista quanto di più sbagliato si possa fare. La regola "terza" favorirebbe comunque, quali che siano i temperamenti, chi ha prodotto "l'invasione di campo". E' invece questo il momento per rideterminare attorno a questa evidente esigenza di riequilibrio, grandi fenomeni riaggregativi e trasversali nella società, di cui possiamo farci portabandiera per contribuire a far rinascere un nuovo umanesimo che partendo dall'Italia possa "contaminare il mondo".

          Solo allora, come già fu all'inizio degli anni '70, sarà il momento "terzo" che lo Stato sarà chiamato a fotografare, semmai ve ne sarà realmente bisogno.

           Le flessibilità, dunque, per ciò che ci riguarda vanno governate concertando e contrattando sia a livello centrale ma soprattutto a livello locale e aziendale; riaccendendo un percorso virtuoso che faccia della qualità del lavoro e della qualità della vita l'obiettivo principale della nostra azione.

          E' il momento di riflettere, al di là di chi cerca di dirigerci come marionette; che tenta di sollecitarci bisogni per essere pronto a soddisfarli e lucrarci; su quali siano i riferimenti fondamentali che non dobbiamo perdere di vista. Dobbiamo insieme trovare la strada per sconfiggere una cultura che tenta di misurare l'uomo e la sua apprezzabilità sociale solo in base alla quantità di ricchezza che riesce ad accumulare o produrre a prescindere da ogni forma di qualità.

          Dobbiamo battere ogni falsa scorciatoia che immagina il "presente" quale "luogo" di realizzazione che non trovi collegamento col passato e proiezione verso il futuro. Portatore di una politica dello scambio dove nulla è proiettato al futuro ma tutto si consuma nel presente.

          L'accelerazione di tutti i percorsi, semmai, deve e può spingerci a più ambiziose progettualità che non saltino comunque i necessari cicli: dell'arare, del seminare e del raccogliere.

          A che serve la monetizzazione della dignità e talvolta della vita? E' una rincorsa disperata che ci vedrebbe inesorabilmente perdenti e che asseconda disegni di egoismo distruttivi. Ogni obiettivo più che il frutto di impegno e lotta sarebbe affidato alla "lotteria" e quest'ultima si sa non ha mai determinato certezze  e ricchezze che durano nel tempo. E' giunto il momento di battersi dentro e fuori il posto di lavoro perché si affermi una vera compiuta cultura della dignità del lavoratore e delle opportunità tra uomini e  donne; tra nord e sud; tra diverse etnie; tra deboli e forti.  In questa logica si riscrivano le regole della democrazia economica; si guardi alla possibilità dell'intervento dei lavoratori diretto e collettivo nei processi di accumulazione e ridistribuzione della ricchezza prodotta; si sostenga un sostanziale ridisegno dello stato sociale, realmente rispettoso del nuovo quadro di società che intendiamo contribuire a costruire; si sostenga e potenzi il "privato sociale con finalità pubbliche".

 LA CONCERTAZIONE COME POLITICA

          "La "pietra angolare" che poniamo a base di questa scommessa, anche se non in forma assorbente, è la concertazione. Ecco il motivo per cui la riteniamo più che uno strumento, da usare o dismettere a seconda degli interessi di cui si è portatori,  una politica. Concezione indigesta alla CGIL che sottostima se stessa ma soprattutto i lavoratori e il loro ruolo nella società, si attarda nel privilegiare la bilateralità del confronto che le consente di accentuare, a secondo della più o meno marcata "vicinanza" di principio con l'interlocutore, la disponibilità o la conflittualità.

          Concertazione che non prefigura alcun sconfinamento o tentativo di indebolimento della rappresentanza politica ma che si pone al contrario come occasione di arricchimento della democrazia, capace di  spostare interessi specifici settoriali e categoriali "verso l'interesse generale" e che si fa governo delle crescenti complessità di cui è portatrice la società moderna. L'alternativa sarebbe una nuova lunga stagione di conflitti, dagli esiti incerti. Certamente almeno per il prezzo che la società tutta dovrebbe pagare.

          Perchè il disegno abbia prospettive di riuscita tuttavia, è necessario che la concertazione estenda la propria sfera di utilizzo ed applicazione, in modo sempre più capillare, al centro e in periferia, nei territori e nelle categorie. Perchè si realizzi, al centro come in periferia è essenziale dispiegare una fitta trama di relazione con gli altri corpi intermedi della società e contribuire a produrre al centro e in periferia vere e non virtuali (od occasionalmente interessate) sensibilità istituzionali e politiche verso un utilizzo convinto della concertazione. Non è cosa da poco, ma non è certamente progetto impossibile. La straordinarietà dei risultati raggiunti in tutte le occasioni in cui la concertazione è stata messa in campo sono un sicuro  punto di forza. La nostra difficoltà a farlo adeguatamente cogliere a tutti e prima di tutto ai lavoratori nostri organizzati, è certamente un punto di debolezza. Questo ripropone l'antica necessità di porre al centro del nostro impegno la formazione e la capacità organizzativa oltre che l'intensificazione del dialogo-confronto tra rappresentati e rappresentanti. La ricerca seria di modalità e utilizzo di strumenti funzionali  a questo obiettivo; di esplorazioni ardite di nuove opportunità organizzative.

          E' una ricerca, è un lavoro che è stato già avviato nella nostra Organizzazione, ma la posta in gioco merita il massimo dell'attenzione possibile. Essere pronti a sfide così alte si può se sul piano della formazione dei quadri dirigenti vecchi e nuovi ci sarà un vero, corale, sforzo posto in essere da ogni settore della struttura CISL nella sua declinazione orizzontale e verticale.

Non si tratta infatti di fare un passo avanti in un solco già tracciato,  quanto piuttosto di avere il coraggio di segnarne uno nuovo.

          C'è all'interno di ciascuno di noi e al pari in tutta la società, una sensazione indistinta di insoddisfazione,  di felicità mancata; un groviglio in cui una molteplicità di elementi ci danno segnali contradditori e spesso ci fanno assumere atteggiamenti e comportamenti schizofrenici. Con pazienza dobbiamo riprendere il bandolo della matassa ripartendo dall'uomo; per verificare ogni cosa, ogni fatto, ogni azione, in una progressione logica che porti al suo bene. Gli umili i meno tutelati, noi, il nostro mondo ha una intima voglia di comprendere di condividere. Comprenderà condividerà  nella misura in cui riusciremo a trasmettere il senso dell'autenticità dell'impegno, della generosità. Merce rara che dobbiamo ricominciare a riscoprire partendo da noi stessi.

 IL QUADRO NAZIONALE

 Abbiamo iniziato questa riflessione ragionando, se volete estremizzando, sulla perdita di primato della politica; di un sistema di poteri che ne ha assunto il ruolo; della politica che è divenuta strumento, pur mantenendo l'antica e contrapposta dicotomia (destra e sinistra) ma non più finalizzata al bene dell'uomo bensì funzionale ai poteri che la sovrastano.

           Se rileggiamo ciò che è accaduto nel nostro paese in questi 5 anni di governo, di centro - sinistra e proviamo ad   inquadrarlo in questo schema, ci verrà facile renderci conto che, come per incanto, tutto ciò che ci è sembrato aberrante, contraddittorio, schizofrenico, fuoriposto riacquisisce una sua stringente logicità.

          Abbiamo contribuito in modo determinante a portare il Paese in Europa facendoci  carico dei sacrifici forse più degli altri, certamente in ragione delle nostre condizioni di partenza, immaginando che quello era il sacrificio e il riferimento necessario che doveva preludere alla costruzione di una Europa sociale che dava piena cittadinanza ai deboli agli emarginati ai lavoratori. Sbagliato! Stando a ciò che è accaduto c'è da pensare che  per questo governo, quello era solo l'inizio dei nostri sacrifici.

 Abbiamo sollecitato una più seria lotta all'evasione fiscale nella convinzione che le risorse   recuperate dovevano essere destinate alla riunificazione del paese.

Ancora una volta sbagliato! Le risorse non sono state utilizzate per unificare il paese ma per dividerlo ancor più.

Abbiamo voluto l'ingresso in Europa con convinzione perchè in questa nuova dimensione volevamo ritrovare le certezze che i confini nazionali non garantivano a sufficienza.

 Ebbene la precarietà e la sfiducia non mi risulta siano diminuite, almeno per una parte consistente del paese.

           In questi cinque anni la disoccupazione è diminuita; ma per ciò che ci riguarda come sud è rimasta uguale a se stessa.

In sostanza le distanze sono aumentate. Non solo, ad un mercato del lavoro, forse rigido in eccesso se ne va sostituendo un'altro senza regole e sempre più precario. Il lavoro nero cresce in modo esponenziale al nord e al sud. Al nord per mancanza di lavoratori al sud per carenza di lavoro. Com'è evidente le conseguenze sono diametralmente opposte ma egualmente disastrose.

L'unico elemento unificante del fenomeno è il mancato flusso di ingenti risorse nelle casse anemiche dell'INPS.

Al sud il lavoro nero è ormai talmente patologico da disarticolare sempre più il lavoro buono, risucchiandolo in gorghi crescenti di lavoro grigio, di sottosalari, di illegalità diffuse di ogni tipo.

La conseguenza più macroscopica e più ripugnate è l'abbassamento dei più elementari sistemi di sicurezza, il crescente livello degli incidenti sul lavoro. Troppi di questi hanno quale insopportabile epilogo la morte di lavoratori. (Di queste morti ve ne sono due in particolare che vorrei ricordare, quelle del Mulino S. Lucia per le quali   aspettiamo ancora  di sapere chi le ha provocate!!!).

Quali le terapie consigliate? La lotta bla…bla… all'illegalita' e agli intrecci politico, affaristico, mafiosi! .

Ogni volta che si deve fare qualcosa di serio per il mezzogiorno, per il Sud, per la Sicilia ecco che salta fuori il "Sistema", anzi il teorema, anzi l'intreccio!.

A scanso di equivoci, noi siamo convinti che la mafia non è stata debellata; indebolita certamente, debellata no. Il problema è un altro; il governo, lo Stato, i "professionisti"non possono tirarla fuori dal cassetto all'abbisogna e spesso quando non si capisce perchè e per chi.

La lotta alla mafia deve essere un impegno visibile e costante che deve dare ai lavoratori ai cittadini la certezza che mai per un momento la guardia è abbassata.

Non possiamo non rilevare che spesso si ha invece l'impressione che si tratta di "frutta di stagione". Qualche altra volta che si tratta di "Cavoli a merenda"; il tutto col contorno di mass-media più o meno interessati.

Ma torniamo al tema.

Il divario nord-sud sul piano occupazionale sta producendo e ancor più produrrà incalcolabili guasti sull'intero territorio nazionale e sinceramente diventa a mio avviso complicato verificare quale parte del paese ne sarà più colpita.

Se da un lato assistiamo infatti ad una crescente desertificazione, "causa emigrazione",di braccia e cervelli; dall'altro verifichiamo già schizofrenie e micro esplosioni sociali che preludono sicuramente al peggio.

La terapia proposta dal Governo? Un po' di precariato al sud, case per gli emigrati al nord!

Come si può?

In questi cinque anni abbiamo avuto un inquietante aumento di poveri. Una povertà diversa da quella che conoscevamo. Non più una scala sociale con tanti gradini tutti uguali; ma una scala dove per milioni di cittadini il primo gradino e' matematicamente impossibile scalarlo se non vincendo la lotteria.

(Sarà per questo che questo governo si interessa tanto alle sale da gioco di prossimo impianto) In cima alla scala un fenomeno opposto: grandi ricchezze sempre più concentrate in poche mani. Mi spiegate dove sta il progresso? Milioni di persone non esisteranno di fatto per la società. Di che parliamo? Stiamo costruendo un futuro precario sempre più precario per milioni di nostri figli ai quali l'unico lusso consentito sarà quello di emigrare?

Dove sta l'impegno solidale dello Stato?

Le privatizzazioni che dovevano  rendere efficiente  il sistema e far saltare i monopoli hanno prodotto spesso lo straordinario risultato di consegnare i "gioielli di famiglia" a gruppi e potentati spesso stranieri, sostituendo ai vecchi monopoli nuovi monopoli. I sistemi sono diventati più razionali e più efficienti, i lavoratori hanno pagato il conto. (Ciò che è accaduto nel settore della telefonia, ma non solo, ne è esempio).

         Sul piano infrastrutturale e non parlo solo del ponte ma di viabilità in generale, (strade, autostrade, raddoppi, ferrovie) poco o nulla si muove. Per il ponte solo qualche breve considerazione. Al di là dei bla bla, questo governo, non ora in campagna elettorale, ma in tempi non sospetti, ci ha fatto sapere che non s'aveva a fare. E, che che se ne dica, anche il "nostro Ministro" è assolutamente dello stesso avviso. Il perchè è presto detto: perchè c'è la campagna elettorale e i DS vogliono riconquistare il nord; perchè nel governo ci sono i verdi e non solo; portatori di interessi diversi e assai contrastanti, perchè gli altri contano poco numericamente ancor meno politicamente;  ma soprattutto perchè noi non siamo stati ancora capaci di spiegare e dimostrare che il ponte è importante per noi dal punto di vista sociale ed economico, ma lo è molto di più per tutto il Paese.

          Ma ancora, l'alta velocità si ferma a Napoli. La Salerno-Reggio Calabria sarà completata tra trenta anni; il Frejus si fa subito, come la  variante di valico!

          Assistiamo attoniti ad un assordante silenzio progettuale per il sud, per i deboli, per la riunificazione del Paese. E' invece partita con l'ultima finanziaria una costosissima campagna elettorale che da a tutti ma produce assai poco per tutti. Tutto questo ha aperto varchi incredibili ad una opposizione che nel gioco prospettico delle parti, con meno stile forse, si appresta a vincere convinta che il suo compito è concludere l'opera.

          La politica non c'è; i corpi intermedi? un ingombro!

          A questo teorema la CISL non ci sta.

          Siamo sempre più convinti, che sia necessario, per queste battaglie, rimettere in campo a livello nazionale una grande straordinaria stagione concertativa che abbia quale obiettivo principale una concreta riunificazione sociale ed economica del sistema Paese.

Per farlo, abbiamo bisogno di ripartire con una nuova stagione di dialoghi, collegamenti, positive trasversalità (cosa assai diversa dal consociativismo e dagli inciuci). Abbiamo bisogno di referenti sempre più numerosi che si facciano carico di sostenerla. Sino ad ora, non mi pare che ci sia stata sufficiente attenzione a questi problemi come ai tanti altri di cui siamo portatori.

         Semmai abbiamo assistito ad un utilizzo distorto e di parte di essi. Per alzare polveroni e continuare a non parlare di nulla. E' per questo che  ritengo,  nel rispetto delle regole dell'autonomia, ognuno di noi abbia interesse, che si affermi una politica capace di produrre quel risultato. Anche perché, sinceramente lasciatemelo dire, io non sono tra quelli che pensano che gli attuali poli siano confusi senza idee, nè programmi come di fatto ogni giorno (vedi l'ultimo caso in Rai) si sforzano di apparire. La verità mi sembra un'altra. I programmi le idee i progetti li hanno eccome, magari chi per loro, ma sono talmente impresentabili ed indigesti che ritengono assai più utile non farli conoscere.

         Ancora, sul piano tariffario, della lotta all'inflazione non sembra possiamo sottolineare alcunchè di positivo.

         Ci pare piuttosto che ci sia un'allentamento per ciò che concerne la lotta all'evasione fiscale, soprattutto nella zona grigia del sistema e nei nuovi filoni di ricchezza, una perdita di controllo del sistema tariffario una ripresa inflativa che prefigura una ulteriore disarticolazione della politica dei redditi, la quale ultima, ha il   grande merito di avere sostanzialmente retto in questi 7-8 anni un circuito virtuoso che ha permesso al paese di ripartire. Seppure in innegabile difficoltà in questo stesso periodo la nostra Organizzazione, dimostrando la straordinaria vivacità che l'ha sempre caratterizzata, è stata protagonista. Senza supponenza la CISL ha in modo indiscutibile esercitato questo ruolo anche quando i nostri "compagni" soprattutto della CGIL erano soggiogati dal canto delle sirene di una politica che solo nell'auto definizione può dirsi di Centro-Sinistra. Questo ci ha portato a fare anche tratti di strada importanti senza la compagnia di CGIL e UIL ma avendo la condivisione della gran maggioranza dei lavoratori.

I risultati di queste nostre azioni "fuori dal coro" sono stati notevoli.

Vedi ad esempio le importanti modifiche che siamo riusciti a strappare nell'ultima finanziaria. Un solo rammarico: se non saremmo stati soli i risultati, per i lavoratori, sarebbero stati certamente più consistenti! 

         C'è sicuramente, in questo momento, una profonda diversità di vedute tra noi e la CGIL in particolare, anche su problemi fondamentali. Cogliamo timidezze e strabismi che riteniamo inaccettabili, una concezione del ruolo del sindacato che culturalmente non ci è mai appartenuta: quella dell'essere figli di un Dio minore e indirizzare in conseguenza azioni e comportamenti. Non avendo quale riferimento primario gli interessi dei nostri organizzati e dei lavoratori quanto prioritariamente quelli della "bottega" di riferimento.

Negli ultimi 5 anni  non c'è stata la possibilità di costruire una grande mobilitazione unitaria, nonostante le molteplici necessità presentatisi.   Forse qualcuno pensa di essersi risparmiato per essere più grintoso, in futuro, al mutar di quadro politico.

Non credo che così si faccia per intero l'interesse dei lavoratori. Non credo che così si possano fare passi avanti, sul terreno dell'unità

Essa è un bene ma l'identità è un valore.

IL QUADRO REGIONALE   

         Se dal piano nazionale ci trasferiamo a quello regionale purtroppo non solo la musica non cambia ma si fa ancora più stonata.

         Ho seguito tutti i congressi di categorie della CISL catanese, nonostante i grovigli gli ingorghi e le sovrapposizioni ho seguito o letto tutte le relazioni, ho seguito e partecipato ai dibattiti.

         Grande assente la Regione Sicilia.

         Eppure ritengo che non vi sia alcuno di noi a cui sfugga la essenzialità del ruolo che essa sarebbe chiamata a svolgere. Dico sarebbe non a caso. L'attuale "nanismo" che l'affligge tuttavia, da solo, non può né spiegare nè   giustificare i mille appuntamenti mancati, l'arretratezza accumulata. Ci deve essere dell'altro. Forse la forma dello strumento non è quello adatto ai siciliani, adatto a determinare occasioni utili per i siciliani.

Tranne rari momenti , (durante la presidenza Rino Nicolosi), nei quali non a caso si parlò di un governo parallelo, non è riuscita a svolgere la funzione propulsiva che avrebbe dovuto avere per lo sviluppo. E' stata un enorme "dispensificio" di generiche opportunità dove l'unico elemento di continuità logica è ancora costituito da una burocrazia egemone, intrighina,  spesso veicolo di ogni tipo di patologia presente nella società siciliana, mafia compresa. Nessun rimpianto  e tantissime recriminazioni, per le occasioni mancate, in questa legislatura, caratterizzata da  4 governi di segno diverso, già sepolti e da uno  da archiviare il più velocemente possibile. Le uniche cose non negative che riusciremo, credo,  a ricordare sono l'avvio della riforma della P.A. regionale e la legge sul precariato (n.24/2001) che finalmente affronta in modo serio e razionale il bubbone del precariato in Sicilia: una piaga da 40 mila addetti.        

Per il resto soprusi e barbarie di un inutile esercito di 90 deputati   (a che?)

Purtroppo il sopravvenente sistema elettorale detto "tatarellum" per ciò che mi è dato capire, peggiorerà le cose.

Ciò nonostante, ritengo necessario che il ruolo che come sindacato, dopo periodi bui, andiamo riacquisendo, soprattutto come CISL siciliana, venga meglio esercitato che nel passato; quanto meno per correggere arroganze e storture che, non me ne vogliono i presenti, un personale politico sempre meno adeguato alle sfide che attendono la nostra terra ritengono di poter perpetuare impunemente. Vorrei poter evidenziare   l'impegno di civiltà per: il piano delle acque e delle infrastrutture in genere; il piano dei trasporti;  ma soprattutto l'impegno per la riforma della formazione professionale sulla quale puntare perché la Sicilia diventi luogo di grandi opportunità che abbiano nell'uomo e nelle sue conoscenze un punto di forza impareggiabile.

Una formazione capace di assecondare il mercato del lavoro ma che sia nel contempo miniera di nuove ricchezze conoscitive che possono essere esaltate da un sistema universitario già oggi ricchezza straordinaria e sottoutilizzata.

Mare, Agricoltura, Turismo, Beni culturali i punti naturali di forza che facciano diventare la nostra terra, nuovo baricentro del Mediterraneo, crogiuolo culturale ed economico e non semplice "passante", come di fatto pare teorizzare un sistema di poteri, estraneo a noi e ai nostri interessi ma che tra di noi trova "ascarico"  supporto.

Agenda duemila è un occasione concertativa in parte sprecata ma che comunque può diventare una risposta alla voglia di riscatto che alberga sempre  tra i siciliani. Una riconsiderazione infine del ruolo che la Regione deve riacquisire  sul sistema del credito, dopo la grande stagione delle rinunce.

La nostra Provincia, il nostro impegno, il nostro ruolo.

Quando  quattro anni fa insieme a tanti di voi abbiamo assunto l'impegno di portare avanti il testimone della CISL in provincia di Catania, certamente sapevamo di assumere un impegno nobile ma gravoso. Forse però non sapevamo compiutamente, quanto gravoso. Era ancora il periodo in cui si contavano tra i lavoratori e le aziende, come in un martellante bollettino di guerra, i morti ed i feriti. Con coraggio e perché no, con un pizzico di sana incoscienza, abbiamo proseguito, da un lato nella titanica opera di contenimento dei danni occupazionali prodotti dal ciclone tangentopoli e della incombente globalizzazione; e dell'altro, sempre con maggiore lena, attraverso la concertazione, abbiamo incominciato ad esplorare,  una nuova progettualità indirizzata allo sviluppo, che prefigurasse il "come" andavano riempiti gli spazi rimasti vuoti.

Abbiamo con lungimiranza capito che tutto ciò era più facile se al fare si fosse aggiunto anche un impegno a mettere insieme i cocci di una società che era stata frantumata dagli eventi. Abbiamo lavorato a nuove alleanze nella società consolidando le vecchie. La "consulta delle forze sociali cristianamente ispirate" che D'Antoni tenne a battesimo nel '97 viaggiava in questa direzione.

C'era e fu fondamentale, anche nelle Istituzioni: comuni, province, università, una voglia importante di fare, di cimentarsi per ridisegnare, partendo da noi, le possibili  direttrici di una nuova stagione di riscatto. Il comune capoluogo divenne emblematicamente il luogo "dell'assemblamento concertativo", il Sindaco Bianco il riferimento visibile, sempre più visibile, oltre i confini territoriali. Tutto ciò consentì che sulla nostra provincia, partendo da Catania, "si riaccendessero i fari" facendola cogliere in questa riacquisita dimensione di territorio operoso e voglioso di farcela.

Tutti i riferimenti organizzativi della città contribuivano, il sindacato unitario e confederale certamente più degli altri.

Con Scarciofalo e Mattone, anzi con Giacomo e Angelo e quindi con CGIL e UIL certamente abbiamo lavorato bene e ci siamo assunti il compito più faticoso di tirare gli indecisi di convincere i timorosi.

Alle istituzioni la sintesi.

Riaccesa la macchina (cinque patti territoriali, tavoli concertativi sempre più moltiplicati) il problema che si pose e a mio avviso ancora irrisolto è quello di quale strada imboccare.

Non possiamo certo perdere questa  grande occasione. Lo sviluppo che vogliamo è quello che per quanto possibile abbia un radicamento forte nel territorio. Eviti una stagione di colonizzazioni. Trovi nel nostro povero  tessuto produttivo il punto di partenza e riferimento. Questo può accadere solo se l'azione concertativa andrà oltre alla costruzione del  "progetto" e proseguirà nelle fasi realizzative. So che questa è una operazione difficile, ma va tentata. Ritengo immorale che lo sforzo di tutti sia patrimonializzato da pochi e per di più, spesso, da chi ha ritenuto che il suo compito era mettersi "a tavola" o assegnare i compiti agli altri. Oppure scambiare, non si capisce con chi e dove, ciò che non si è contribuito a costruire. In questi processi deve entrare da protagonista la politica ma non la lottizzazione dei politici.

Il bene comune sia l'obiettivo. In esso ciascuno, siamone certi, troverà ciò di cui ha bisogno.

In questi anni abbiamo contribuito non poco a cambiare in meglio il volto della nostra provincia.

Oggi è un fiorire di nuove iniziative e con esse di nuove opportunità. E' ancora nostro compito se vogliamo risultati duraturi, contribuire alla scelta del tipo di sviluppo. Compito arduo ma ineludibile.

Scegliere è sempre difficile ma ci rende maturi e consapevoli. La scelta viene dal confronto. Per scegliere bisogna interrogarsi; per interrogarsi bisogna alimentare il dibattito tra di noi e nella società.

E allora mi domando e vi domando: cosa significa questo pesante insediamento di strutture commerciali medio grandi nel nostro territorio?

E' un bene? Quale rapporto costo benefici tra ciò che arriva in termini di stipendi e ciò che va via in termini di attività "nostre" che spariscono e risorse che volano via dal territorio?

ST microelettronica deve continuare a essere "un'isola" che detta le sue condizioni ai lavoratori e alle istituzioni catanesi o deve dar conto ai lavoratori e a tutta la comunità catanese.

Per essa noi abbiamo fatto tanto, anche per stato di necessità. Non so se   sul piano quantitativo e qualitativo i ritorni consentano di fare un bilancio positivo.  Su questa azienda, senza lanciare anatemi dovremmo fare serie verifiche.

Il parco dell'Etna deve continuare ad essere una occasione mancata o un riferimento di sviluppo capace di interagire con ogni attività preesistente o compatibile per dargli slancio.

Sulla portualità e sul ruolo del mare, nello sviluppo non è forse già il momento di verifiche e di impegni? Sul destino del nostro aeroporto e sulla sua gestione può più oltre essere consentito che se ne tratti come un bene sopra il quale un intreccio perverso di interessi si  scontra e dove buon ultimo viene considerato l'interesse comune?

Abbiamo parlato di democrazia economica, di ruolo partecipativo dei lavoratori. La ipotesi che stiamo sperimentando nella fase di privatizzazione della SAC di una partecipazione diretta dei lavoratori al capitolato di rischio ritengo vada   estesa.

Ecco perché partendo dal Comune di Catania per seguire in provincia e in quei comuni che si apprestano a sperimentare forme gestionali di servizi, attraverso sistemi societari pubblico-privato dobbiamo richiedere, anzi pretendere attraverso l'apertura di tavoli concertativi ad hoc  analoghe forme di  coinvolgimento dei lavoratori.

A Catania penso alla Multiservizi, alle altre aziende speciali (acqua-gas) ecc.

Le amministrazioni comunali come ogni altra istituzione nel territorio, non devono essere lasciate sole. Non dobbiamo mai in nessun momento fargli mancare il nostro contributo di partecipazione, di stimolo. C'è ad esempio un pezzo consistente di stato sociale demandato alle istituzioni territoriali che non può più, non deve essere più gestito da sindaci e assessori come spazio privato o come riserva di caccia per acquisire clientelarmente il consenso. Penso a taluni assessori alla solidarietà sociale, ma non solo. Lo spazio della "Cultura" che interseca ogni pezzo della vita della comunità non può, per esempio, diventare  fintamente aristocratica, prateria a disposizione di famelici interessi di potentati che nell'ombra continuano a lucrare alle spalle dell'intera collettività.

I bilanci di queste istituzioni devono diventare "luogo" di condivisione dell'intera comunità e quindi dei lavoratori.

         La nostra azione deve riportare il sole nel buio, la luce nelle zone grigie, nei giovani la speranza  che battersi per far migliorare la società, per dare dignità ai deboli, opportunità agli emarginati, è una scommessa che paga; che la partecipazione, oltre ad essere un dovere, è uno straordinario ed esaltante diritto.

C'è un mondo del lavoro in provincia di Catania, sempre più grande dove il lavoratore è succube, sempre più solo di fronte alle controparti. Sto parlando di gran parte delle nuove esperienze  di nuovi lavori.

Uno spazio che va esplorato sempre meglio; rispetto al quale dobbiamo riuscire a mettere in campo forme di coinvolgimento ad esso adeguate che nello strumento della bilateralità trovino la strada. Perché nessun lavoratore sia lasciato solo nel confronto e nella difesa della sua dimensione e della sua dignità.

Il "Patto" per il lavoro sottoscritto a Catania nel mese di Gennaio   muove e si fa carico di questa esigenza. Questo nuovo strumento, che speriamo di poter estendere con gradualità in tutto il territorio provinciale, tuttavia aspetta ora che, per le diverse competenze, trovi nelle categorie quel giusto protagonismo che solo può produrre i frutti sperati. Non è risolutivo dei problemi. E' un ulteriore piccolo passo avanti. La CISL l'ha voluto fortissimamente insieme a CGIL e UIL. Va dato merito all'amministrazione Scapagnini di averne colto la valenza e di aver puntato alla sua realizzazione evitando almeno per una volta di farne solo una occasione di immagine.

Con questa Amministrazione, grazie anche all'impegno della "Task force   per l'occupazione" da quest'ultima istituita, abbiamo riaperto una grande stagione concertativa con  risultati purtroppo altalenanti. Cogliamo infatti   nei suoi componenti  il continuo tentativo di sfuggire al confronto più complessivo, che invece riteniamo fondamentale. Tale comportamento è stato certamente   il "casus belli" che ci ha fatto  considerare chiuso negativamente il bilancio, almeno dal nostro punto di vista, sulla giunta Bianco.

Balbettii e reticenze, al di là delle apparenze li abbiamo colte in tante vertenze importanti chiuse o  ancora in corso a Catania. Come quella sui trasporti che ha quale fulcro l'AMT e dalla quale, apprendiamo, si vuole partire per pianificare la viabilità  nell'area metropolitana. Ma ancora sulla manifattura tabacchi, dove ad   impegni condivisi, abbiamo visto seguire una disponibilità formale   contraddetta da quella sostanziale e soprattutto lontana dallo sbocco concertato.   Concrete assenze  di ruolo in un'altra grande vertenza, forse la più importante, quella sul gruppo Costanzo, dove a mio avviso alle spalle dell'intera comunità catanese si è consumato, con la compiacenza appena mimetizzata di una parte importante dell'apparato politico istituzionale e col negativo e indiscusso protagonismo   di pezzi importanti del governo nazionale, un delitto quasi perfetto.

Quale nuovo polo delle costruzioni!  Solo regali e genuflessioni. L'imbroglio è compiuto senza pudori con sfrontatezza e c'è pure chi avendo contribuito a perpetrarlo cerca di lucrarci meriti politici.

Il gioco è fatto e i lavoratori pagano! L'intera provincia è ora chiamata ad assorbire il grande ematoma sociale prodotto. Noi non ci  arrendiamo!   Continueremo a gridare che questo è il paradigma che dobbiamo sconfiggere! Perchè questo è lo  spaccato vero del "Caso Catania".

Comprendiamo le ragioni ideali e di cassa che muovono il sistema   mass-mediatico a Catania ma ciononostante siamo costretti a ritenere che la sua intrinseca "struttura" è tale per cui diventa un dovere più che deontologico, più che morale, dare voce a tutta la comunità nel suo variegato essere con rispettosa imparzialità. Agli amici, valenti giornalisti vorremmo poter chiedere di non farsi fuorviare dalla virtualità e continuare a  produrre ancora il già encomiabile sforzo di essere voce e dare voce a tutti, anche e forse soprattutto a chi è fuori del coro e non in posizione di controcanto.  Ricordiamoci che la vivacità dei colori fa bella la vita.

Non abbiamo voluto assegnare i compiti agli altri; ho tentato spesso con imperfetta sintesi, di evidenziare qua e la  pensieri ed azioni che ci hanno accompagnato in quattro anni vissuti intensamente. Impegni e volontà che ora   guardano al futuro della nostra CISL a Catania.

Durante la prima fase congressuale abbiamo incontrato gran parte degli oltre 73.000 nostri iscritti. Anche se di fretta e in modo imperfetto abbiamo prodotto confronto, fatto sintesi, individuato strategie e nuovi obiettivi. Abbiamo fatto democrazia! Quanti altri esempi altrettanto autentici siamo in grado di individuare in questa società che ci circonda?

Forse, tuttavia, dovremmo  riuscire a moltiplicare  le occasioni di confronto tra noi. Renderci, inequivocabilmente, visibili come luogo di reale pratica democratica aperto al contributo di quanti, come noi, appartengono e sposano le ragioni dei più deboli.

Ho seguito con grande difficoltà, per eccesso di concentrazione, l'intero "cursus" delle assemblee congressuali e ho, dopo tanto tempo, verificato il trascorrere del tempo, dallo straordinario numero di volti nuovi di nuovi dirigenti che in ogni categoria si affacciano all'impegno sindacale. Ecco questo mi fa pensare che il buio sta per finire e che è davanti a noi una nuova grande stagione di conquiste. Una stagione che spero, diversamente da quella degli anni 70 sia più scommessa sul fronte della "qualità". Pensiamo in modo intelligente al futuro del mondo e ai poveri. Torniamo a cercare felicità e benessere attraverso l'ascolto e il confronto.

Perché la scommessa possa essere vinta è tuttavia fondamentale uno straordinario impegno alla condivisione. Uno sforzo convinto di confederalità che deve appartenere a ciascuno pezzo della nostra Organizzazione. Ogni categoria abbia sempre la coscienza di essere tutta l'Organizzazione e trasferisca questa certezza a ogni nostro iscritto. Una confederalità che si moltiplica e penetra sempre più il territorio è la sfida.

         Questo ci consentirà di guardare a chiunque condivida con noi questo impegno, non come qualcuno a cui chiedere, portagli il conto; ma come qualcuno insieme al quale arrivare alla stessa meta. I nostri servizi, dall'IAL al Cenasca, dall'Adiconsum al Sicet, dall'Anolf all'Etsi, dall'Apo al Centro per il Lavoro, da quello fiscale all'ufficio vertenze ecc. ecc. non saranno allora freddi sportelli ai quali inviare utenti "incazzati", ma luoghi e strumenti  in cui lavorano e si sacrificano nostri colleghi ai quali chiedere e per i quali fare   qualcosa, perché con noi condividono lo stesso obiettivo.

C'è nella nostra organizzazione un fiorire di terza giovinezza che aspetta di essere impegnata, che ha voglia di riscoprire generosità e solidarietà.
A ciascuno di noi spetta il compito di sollecitarla e renderla un patrimonio per tutta l'Organizzazione e per la società.

Un nuovo protagonismo è sempre più incarnato dalle donne nella CISL Catanese, alle quali tuttavia pensiamo più come risorsa d'emergenza che come quotidiana opportunità.

La nostra Organizzazione soffre ancora, come tanta parte della società, della mancata assunzione di ruolo di tante donne brave e capaci che una scorretta selezione, fatta di tempi di vita sbagliati,  ma soprattutto di pregiudizi e luoghi comuni, impedisce. Nessuno di noi è esente da questa accusa, Donne comprese! Non penso che d'altra parte il problema possa risolversi con sciocche forzature che nel tempo potranno costituire  alibi per ritorni al passato.

Dobbiamo proseguire però con rinnovata anzi maggiore attenzione, la strada dell'impegno  a superare gli steccati.  Se invochiamo un  mondo rispettoso dei diritti dei più deboli, perché questo fa appunto il mondo migliore,  dobbiamo avere coscienza che l'equilibrio va nella direzione non di un mondo  al maschile, ma di un mondo coniugato anche al femminile.

Care amiche, cari amici il terzo millennio è davanti a noi, aspetta il nostro impegno.

Anche se spesso si può avere la sensazione di essere sommersi e angosciati dai problemi, vi confesso di essere felice ed orgoglioso di ciò che insieme a tutti voi, a tutto il gruppo dirigente della CISL catanese abbiamo prodotto. Insieme agli amici che quotidianamente ci collaborano e che spesso sopportano anche le nostre ubbie.
Certo non tutto quello che avevamo sperato, non tutto quello di cui avevamo bisogno è diventato risultato.
Ma si sa:
gli impegni come gli esami non finiscono mai. Senza scordare il passato siamo già   qui e guardiamo fiduciosi avanti.


sinistra.gif (1308 byte) Pagina precedente