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Relazione congressuale di: PAOLO MEZZIO Segretario Generale CISL SICILIA |
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Un
Nuovo Sindacato
Per Un Sindacato Nuovo
Cari amici, care amiche, gentili ospiti,
la
celebrazione dellottavo congresso della Cisl siciliana rappresenta per ognuno di
noi, per lintero gruppo dirigente, un momento fondamentale, di verifica, di analisi
e di riflessione per la vita della nostra organizzazione ma anche loccasione per
prefigurare , per offrire alla valutazione dello stesso congresso, unipotesi
politica e organizzativa capace di raccogliere le sfide vecchie e nuove che come Cisl
Sicilia abbiamo il compito di lanciare e, anche di raccogliere.
Stiamo
tentando di avviare, questa è la vera scommessa, una fase nuova della vita della nostra
Organizzazione, sicuramente irta di difficoltà, ma
con lobiettivo di infondere alla Cisl siciliana, a tutto il suo gruppo dirigente, nuovo vigore ed entusiasmo.
Dentro
questa cornice si è collocato e sviluppato lintero percorso congressuale della Cisl
siciliana, alla luce di queste premesse affrontiamo con la serenità danimo che ci
appartiene e che ci ha accompagnato nell'ultimo periodo, affrontiamo il giudizio del
congresso consapevoli che comunque tutti insieme usciremo da questo congresso forse diversi da come vi siamo entrati ma sicuramente
più forti.
Ogni
persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta del suo lavoro, a condizioni eque e
soddisfacenti di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.
E bene , in questa sede, ricordare a questo
proposito il vecchio ma sempre attuale slogan che, nella sede della conferenza
internazionale sul lavoro minorile, lanciò la Cisl internazionale: i bambini non possono aspettare: hanno solo una
opportunità per crescere e hanno diritto alla loro infanzia.
Leliminazione
dello sfruttamento del lavoro infantile e la restituzione alle bambine e ai bambini del
diritto allinfanzia di tutto il mondo, potranno essere raggiunti solo attraverso un
complesso di impegni a livello istituzionale, di corretti interventi di cooperazione
internazionale e di comportamenti coerenti delle Istituzioni Internazionali, degli Stati e
della compagine dei grandi soggetti multinazionali privati.
Oggi
il mercato mondiale va configurandosi sempre più come
privo di qualsiasi regolamentazione e registra leffetto paradossale, contraddittorio, del contemporaneo accrescersi di
ricchezze ma anche di povertà più diffuse.
Nel
mondo 1,3 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro al giorno e negli stessi paesi ricchi, decine di milioni di persone vivono
al di sotto della soglia di povertà.
Il
lavoro, una delle forme fondamentali di riproduzione della esistenza di ciascun individuo,
continua a non essere equamente distribuito, né su scala mondiale né su scala nazionale;
quindi non per tutti esistono opportunità di assicurarsi una vita minimamente decente e
consona alla natura dellessere umano.
In
questo caso valgono ancora le parole di Martin Luther King quando affermava che La più
grande tragedia di questo periodo non è nei clamori chiassosi dei cattivi ma nel silenzio
spaventoso delle persone oneste.
A
conferma di tutto quanto è stato evidenziato fino a questo punto, basti pensare che la
prima potenza economica mondiale è anche, fra i Paesi industrializzati del Mondo, la
prima per quanto riguarda il tasso di povertà della sua popolazione; essa è una realtà
in cui la figura del lavoratore povero (Working poors) esprime bene ed
in forma emblematica il concetto che si può vivere al di sotto della soglia di povertà,
anche lavorando e contemporaneamente non
essendo compreso nelle statistiche.
Anche
per questo Seattle, al di là delle facili quanto superficiali strumentalizzazioni, segna
inevitabilmente linizio di un processo che ha bisogno di essere fatto oggetto di
attenzione. Quello delle manifestazioni del Popolo di Seattle è un fenomeno che, sebbene debba essere
controllato al fine di evitare pericolose degenerazioni, pone questioni serie come quella
delle compatibilità fra sviluppo e distruzione ambientale, che le grandi potenze
industriali del mondo non riescono ancora a risolvere.
E
un movimento che pone problemi sul governo delle cose, che spinge per determinare le
condizioni di un commercio più equo e solidale, per sostenere la tutela
dellambiente, la lotta allo sfruttamento indiscriminato delle risorse e dei
lavoratori, per ottenere la cancellazione del debito dai paesi del terzo mondo verso i
paesi industrializzati.
La
scelta del Presidente Bush di sconfessare laccordo di Kioto è lì a dimostrare
proprio questa debolezza, così come il suo attuale disimpegno nel collaborare alla
preparazione del prossimo vertice del G8, che si terrà il prossimo luglio e nella cui
sede si dovranno affrontare alcuni fra i più urgenti problemi per il governo
delleconomia mondiale.
Tutto
questo deve condurci anche ad una considerazione: gli esseri, gli individui compresi nelle cifre che le indagini statistiche
offrono non sono fondamentalmente solo dei poveri, affamati senzatetto, vittime; non
possono e non devono essere solo questo, perché è nellordine delle cose e nella
loro natura stessa che non lo siano, come non lo è ciascuno di noi. Essi sono comunque
delle persone umane, esseri dotati di materialità e di spiritualità, che hanno diritto
ad una vita materiale ed immateriale, di relazione, cosa che non deve essere loro più
negata. Anche in questo dobbiamo credere e per questi obiettivi dobbiamo anche svolgere la
nostra azione.
Lordine mondiale è allora un metro su cui misurare la realtà. I diritti umani e
civili devono essere pensati come universali. Fin tanto che non sono universali non sono
realizzati da nessuna parte.
In
questo senso il ruolo delle Organizzazioni
mondiali Sindacali è determinante se è vero che lo stesso Presidente della Conferenza
sociale mondiale di Copenaghen Juan Somavia ha detto: Voi, come sindacati, dovete
andare al di là dei vostri compiti di sindacati e diventare un fattore di aggregazione di
interessi e sensibilità e idee che vada oltre gli interessi particolari perché siete i
soli ad avere questa potenzialità. Siete i soli ad avere la legittimità per farlo. Siate
forza di cambiamento, andate al di là dei vostri compiti, diventate fattore di
aggregazione sociale e negoziate con tutti
Le considerazioni fatte fin qui
possono sembrare catastrofiche, quanto meno pessimistiche, ma invece hanno una valenza di
denuncia e di sensibilizzazione sebbene esprimano, certamente, una posizione precisa
rispetto ai fenomeni citati.
Noi diciamo anche che la globalizzazione è, sì, un
rischio ma è anche e soprattutto opportunità perché, comunque, il processo di
modernizzazione ad essa connesso apre ai nostri figli un futuro forse inimmaginabile, a
condizione che si riesca a governarla, che questo processo interessi e coinvolga le
democrazie del mondo e che le democrazie del mondo lo conducano verso il bene comune.
Restringendo
un po lambito di riferimento di questa riflessione, guardando allUnione
Europea, non possiamo non esprimere alcune considerazioni su quanto ha caratterizzato la
sua evoluzione ed il suo assetto negli ultimi anni. Sono stati gli anni
dellaccelerazione del processo di unificazione economica e monetaria, gli anni in
cui si è cercato di adeguare le politiche dei governi nazionali (almeno degli undici
paesi aderenti al progetto della Moneta Unica) in termini di politiche di bilancio, di
finanza pubblica e di indebitamento, secondo quanto richiesto dai famosi parametri di
Maastricht.
A
questo proposito, il dibattito su quali costi e quali benefici comportasse per il nostro
Paese lingresso nellEuropa della moneta unica, si è sviluppato ed è andato
avanti, fra i detrattori ed i sostenitori di questo progetto, fra i quali ci siamo collocati anche noi.
Certamente,
intraprendere questo cammino ha comportato per certi versi alcune scelte, non solo di
responsabilità ma anche di sacrificio, ma possiamo dire che esse si sono trovate in linea
con gli orientamenti di politica dei redditi, di politica economica e finanziaria, di
governo dei prezzi e di controllo dellinflazione che la CISL per prima, già da
alcuni anni, ha propugnato a partire dalla necessità di fronteggiare e risolvere alcuni
dei problemi delleconomia nazionale.
Certo,
lessere sostenitori di un progetto che prefiguri lo sviluppo dellEuropa
dellEuro, dellUnione Economica e Monetaria, non ci impedisce di riconoscere
che ancora molto deve essere fatto, invece, per assicurare altrettanta forza ed importanza
allo sviluppo dellEuropa dei Cittadini, allEuropa sociale, a
quel disegno di una comunità di Stati che, forte dellesistenza di un documento
importantissimo come la Carta
Sociale del 1989, si faccia carico di garantire condizioni di vita e di lavoro
sempre più elevate, basando il suo fondamento etico sul riconoscimento dei diritti di
cittadinanza, delle pari opportunità fra gruppi sociali, sullintegrazione ed il
riconoscimento delle differenze, sulla valorizzazione del cosiddetto modello sociale
europeo che contraddistingue proprio il nostro continente rispetto agli altri.
Sappiamo
bene che, oltre che sul piano sociale, anche sul piano del disegno politico sottostante al
suo futuro assetto, la Comunità Europea ha ancora molto da lavorare; si tratta di
questioni di non poco conto, che vanno dalla definizione del suo assetto istituzionale
alla costruzione dei meccanismi di rappresentanza e rappresentatività di tutti i paesi
che ne fanno parte e, soprattutto, che si accingono ad entravi come paesi membri. Infatti,
una Comunità Europea formata da quindici Stati non può rimanere tale allorquando i suoi Stati Membri (nel giro di qualche anno)
diventeranno circa trenta.
Assisteremo
necessariamente ad un riassetto, non solo istituzionale ma anche del sistema di
riallocazione delle risorse, che gli stessi Stati conferiscono alla Comunità: e questa
prospettiva è molto più vicina di quanto non sembri.
Inoltre,
lallargamento del numero dei Paesi membri accrescerà la disomogeneità
territoriale, economica e sociale che tuttora caratterizza lEuropa, riportando
sul tappeto alcune necessità ed alcuni obiettivi (naturalmente rinnovati) proprio
connessi alla politica di coesione economica e sociale, quella, cioè, che
mira alla riduzione degli squilibri e delle disuguaglianze esistenti fra le regioni
europee.
Da
ciò deriverà, come ormai si afferma da un po di tempo, anche un riposizionamento
delle Regioni, quale ad esempio la nostra, rispetto alla struttura di obiettivi comunitari
per il sostegno allo sviluppo territoriale ed al recupero di forme di ritardo ed
arretratezza nello sviluppo economico.
IL
SISTEMA ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO![]()
Per
questo motivo, per cercare di avere delle
opportunità in più per il recupero di queste forme di ritardo ed arretratezza (o di
declino) nello sviluppo, linserimento a pieno titolo nei processi di crescita sul
piano internazionale da parte del nostro Paese è diventato quasi una rigida prescrizione,
da cui nessuno può prescindere. Così, il
patto di stabilità diventa ora, soprattutto ora, dopo una aspra competizione
elettorale in cui è sì è promesso quanto di promettibile era consentito
alla fantasia umana, la vera discriminante tra le cose che si dicono e le cose che è
possibile fare.
Anche
perché, al di là dei ristretti e limitati interessi di parte, se la competizione globale
si gioca tra sistemi grandi Stati Uniti e Giappone lEuropa, e con essa
il nostro Paese, deve entrare a far parte
del circuito dei grandi sistemi.
E
quanto questo sia complicato ce lo dimostra la lotta che il dollaro continua a fare con
lEuro, che ancora non riesce a rinforzarsi più di tanto nei suoi confronti, anche a
causa delle dinamiche estremamente labili e subordinate agli effetti psicologici che
influenzano costantemente i mercati finanziari mondiali e la dinamica degli investimenti
nel mercato globale.
Per
questa serie di motivi, dunque, lEuropa
della moneta unica deve trovare il modo di competere con i grandi sistemi, senza
però soggiacere alla logica spietata del mercato, ma piuttosto cercando di realizzare un
modello di comunità politica, con un preciso assetto istituzionale e con potenzialità e
capacità di governare e gestire anche i mercati, nelle varie forme in cui essi si
sostanziano e vivono, con cui determinano poi le sorti di milioni di esseri umani.
Purtroppo, però, molte delle resistenze cominciano proprio qui. Perché assecondare questo progetto
europeista significa da parte di ogni Stato cedere una parte della propria sovranità.
Allo stesso modo, per i sindacati nazionali, rafforzare
il Sindacato Europeo vuol dire conferire ad esso quote del proprio potere di
rappresentanza, ampliarne il potere ed il mandato contrattuale nei confronti delle imprese
e delle istituzioni europee.
Ciò
significa anche, da parte di tutte le associazioni di rappresentanza dei lavoratori,
trovare linee omogenee e convergenze di comportamento nellesercizio del ruolo e
nellazione sindacale europea.
Dunque,
sovranità, sopranazionalità, rappresentatività sono i principali nodi
problematici da sciogliere nel disegno di riassetto istituzionale dellUnione
Europea, anche a fronte del prossimo allargamento a Est con lingresso dei nuovi
Paesi che da tempo hanno fatto richiesta di adesione.
Occorre
quindi, anche nellimplementazione del progetto di unEuropa del futuro,
perseguire una prospettiva di promozione sociale, civile ed economica dei popoli
coinvolti, fondata su sempre più diverse forme di valorizzazione delle risorse, di
ampliamento delle opportunità ed allo stesso tempo di riduzione dei vincoli, e dei
fattori di ostacolo ad ogni forma di crescita e sviluppo, sia economico che civile.
Quando
parliamo di riduzione dei vincoli intendiamo anche riferirci alla necessità di
abbandonare, da parte delle forze che governano la politica e leconomia, una visione
riduttiva e negativa della diversità, che
impedisce ad unarea del sud dEuropa, importante sia in termini di grandezza
che per intensità demografica ( pari a tre volte lIrlanda), di affrancarsi da una
condizione di arretratezza attraverso un sistema di vantaggio che la ponga in condizione
di uscire dallo stato di sottosviluppo in cui ad oggi, per vari ordini di motivi, sembra
inesorabilmente condannata.
Sono
quei vincoli che vogliono imporre un improbabile processo di omologazione tra paesi e
regioni con storie politiche ed economiche diverse.
Solo
se una prospettiva simile riuscirà a trasformarsi in progetto politico, per la nostra
presenza in Europa, lallargamento ad Est della Unione Europea e della sua compagine
potrà essere vissuto come una grande opportunità e non come una minaccia incombente.
Inoltre,
proprio riferendoci al ruolo della Sicilia, non dobbiamo sottovalutare la grande
importanza strategica che essa riveste, come cerniera fra lEuropa ed il Paesi del
Mediterraneo. Per millenni siamo stati la culla del Mediterraneo, anche se questa nostra
rendita di posizione è sempre stata poco sfruttata e prevalentemente non dal
popolo siciliano.
Invece,
ora più che mai, il valore di una collocazione geografica come la nostra emerge alla luce
delle notevoli prospettive che la stessa Europa intende sviluppare, sia sul piano dei
rapporti economici e commerciali che su quelli culturali, sul versante meridionale del
proprio confine, dove sono collocati Paesi e popoli che ancora hanno un cammino da
compiere verso lo sviluppo e la modernizzazione, ma che hanno anche parecchie
potenzialità da offrire, in termini di risorse e di competitività, ad un progetto di integrazione e di sviluppo per
le aree di confine fra i due continenti (quello europeo e quello africano).
Anche
alla luce di questa prospettiva si rivela notevole, ad esempio, la portata della Conferenza Euromediterranea,
così come una serie di programmi di sviluppo (MEDA ed altri programmi per lo sviluppo
delle telecomunicazioni) che stanno avviando forme di partenariato economico soprattutto
fra lItalia ed alcuni dei paesi della costa africana del Mediterraneo.
Complessivamente,
esistono differenze, disagi e difficoltà che pongono problemi seri alla tenuta delle
compatibilità, che hanno rappresentato il punto di partenza dell Unione, della
moneta unica, del Patto di stabilità.
Oggi
gli stati uniti dEuropa sono molto più vicini nella coscienza e nella
consapevolezza degli europei di quanto gli stessi governanti possano immaginare, per
questo lEuropa politica deve trovare il modo di accompagnare questo processo con una
politica il cui obiettivo sia quello di creare lEuropa del lavoro, dei popoli e
quindi determinare processi di integrazione in cui lequilibrio della crescita possa
essere lelemento fondamentale di una carta
europea
dei diritti.
Se
davvero si vuole costruire lEuropa dei cittadini, lEuropa sociale, le scelte
da operare per unificare il continente devono essere inquadrate in una prospettiva
strategica, che permetta davvero ai cittadini di partecipare e di controllare i processi.
E questa partecipazione deve coinvolgere tutti, deve vedere il sindacato in tutta la sua
interezza, a Nord come a Sud, a Est come a Ovest, impegnato in un processo di integrazione
che non può riguardare solo gli altri, ma deve vedere il sindacato, la CES,
protagonista di questo percorso di
integrazione.
Occorre
cioè cominciare a lavorare da subito alla costruzione della dimensione sociale
dellallargamento ma anche alla costruzione di un sindacato europeo, capace di
realizzare una politica concertativa europea
e poi di graduale omogeneizzazione dal punto di vista della tutela contrattuale.
La
CES, almeno per il modo in cui oggi viene vissuta dalla dimensione nazionale dei
sindacati, non ci sembra ancora in grado di
assumere, almeno così come è strutturata, la guida del movimento sindacale europeo.
Se
si devono rafforzare, come è giusto e necessario che sia, le politiche europee
nellazione sindacale, occorre costruire una strategia che preveda di avviare un lavoro comune con i sindacati degli altri
paesi, sapendo che anche in questo caso la vera difficoltà sarà quella di superare il
pregiudizio nei confronti di chi assume modelli diversi dai nostri,e soprattutto occorre
avere la consapevolezza che sarà probabilmente necessario cedere porzioni di sovranità e
di specificità territoriale.
Certamente,
in questi anni molto è stato fatto, soprattutto nella condivisione della dimensione
europea dellazione sindacale, ma non basta. Esistono ancora troppi ritardi anche
nella semplice gestione della tutela della rappresentanza, aggravata dall
accelerazione che negli ultimi tempi ha avuto la mobilità, non solo quella della
manodopera ma anche quella relativa alla delocalizzazione aziendale, se è vero, come è
vero, che solo nella provincia rumena di Timisoara agiscono migliaia di aziende italiane,
attratte e affascinate dai bassi costi di produzione, ma soprattutto da condizioni di
controllo e di tutela individuale dei lavoratori praticamente inesistenti.
Tutto
questo ha determinato un effetto carsico di spostamento di quote di produzione dal nostro
Paese verso Est, piuttosto che verso il Sud dItalia, e questa situazione paradossale
è emersa solo immediatamente dopo i tragici fatti che hanno travolto quelle zone
dEuropa.
Ma
va sottolineato anche un altro dato: che è possibile spostare facilmente quote di lavoro
da una regione allaltra, non solo verso Est, ma anche verso Sud, che è possibile
cioè fare incontrare domanda e offerta di lavoro, creando le giuste condizioni di
agibilità imprenditoriale.
Il
sistema Italia, in un simile contesto, se non vuole trovarsi a vivere lappuntamento
dellallargamento della Unione come una terribile minaccia, con una prospettiva di
spietata concorrenza tra poveri, deve ricreare quelle condizioni che hanno permesso al
Paese di vivere lingresso nel gruppo di testa della Comunità come una sfida vissuta
da tutti, da molti partecipata, che proprio
per questo, è stata sopportabile e anche giustificabile dal punto di vista dei costi
economici e sociali che essa ha comportato.
Esistono
troppe questioni rimaste aperte nel rapporto con il resto dei paesi dellUnione che,
ancora oggi, a fronte della turbolenza dei mercati europei ed extraeuropei, hanno bisogno di un governo meno schizofrenico
delle cose e dei processi.
Per
soffermarci soltanto alle questioni macroscopiche, resta
aperta quella relativa al livello di disoccupazione, tuttora
preoccupante, che non può lasciare
indifferenti. Inoltre, sebbene il fenomeno sia grave per la Comunità Europea nel suo
complesso, esso presenta anche in questo caso forti sperequazioni sul piano territoriale.
Infatti,
per citare qualche cifra, si passa dal 13,5% della Spagna al 2,5% dellOlanda e per
quanto riguarda i giovani con una età al di sotto dei 25 anni dal 6% dellAustria si
arriva al 25% dellItalia.
Così
come il tasso di inflazione che in Italia,
soprattutto negli ultimi tempi a causa delle scelte tariffarie attuate dal governo
italiano, ha avuto una ulteriore impennata, e resta comunque sempre tra i livelli più
alti rispetto agli altri paesi della UE,che anche per quanto riguarda le previsioni di
crescita non lasciano ben sperare.
Il
permanere delle condizioni di squilibrio interno tra le diverse aree del Paese, al di là
degli annunci meramente elettoralistici, che dalluna e dallaltra parte degli
schieramenti politici sono stati lanciati, annunci in cui, come ha affermato un autorevole
economista americano perfino laffidabilità del PIL è diventata una
questione politicamente sensibile, dovrebbero obbligare tutti, ma proprio tutti,
sindacato compreso, a riprendere il lavoro antico della concertazione a cui nessuno, a
questo punto, può sottrarsi.
Negli
anni scorsi, proprio la politica condivisa della concertazione, ancorata anche
alletica della responsabilità, al centro come in periferia, ha permesso
allintero Paese di sentirsi protagonista e di giocare un ruolo positivo nella sfida
che doveva permettere di fare parte del gruppo di testa della Comunità
europea. Questa politica, peraltro, non si è limitata solo ad operare scelte di natura
economica, come erroneamente si continua a sostenere, ma ha determinato un clima positivo
di partecipazione, di responsabilità, di coinvolgimento di forze sociali e politiche.
Oggi
il vero problema è fare rinascere il clima giusto,
capace di consentire al nostro Paese di rimanere a pieno titolo allinterno della
stessa Comunità.
La
concertazione, dunque, è ancora, non un semplice messaggio, oserei dire quasi nostalgico,
ma una scelta attuale e quanto mai necessario per lintero Paese e per il suo futuro.
Certo,
il clima avvelenato che la recente campagna
elettorale ha determinato nel paese rende tutto più difficile, almeno sul fronte della
politica, ma è proprio in questi momenti che i corpi intermedi, il sindacato italiano ed
europeo, dovrebbero accogliere linvito del Santo Padre Giovanni Paolo Secondo, quando esorta le Organizzazioni Sindacali di tutto
il mondo a:
essere efficaci strumenti di solidarietà, che si può ottenere solo per mezzo del
dialogo, della cooperazione e di una ampia e corretta convergenza fra i diversi settori
della società. Insieme ad altri corpi sociali, i sindacati hanno un ruolo diretto da
svolgere nelledificazione di una partecipazione attiva e responsabile di ognuno
nelleconomia così come in altri settori della vita. Tutti hanno il dovere di
operare per il bene dellintera comunità nazionale ed internazionale. Vi incoraggio
a continuare a rappresentare i lavoratori con le vostre abilità professionali e con uno
spirito di servizio verso tutta la famiglia
Ecco perché riteniamo indispensabile, per
lintero Paese, ritrovare la via della responsabilità, del dialogo e della
concertazione se, al di là di ogni inutile propaganda,
si vuole rimettere in moto seriamente la macchina dello sviluppo equilibrato.
Anche
perché il nostro paese sorprende sempre più per le grandi contraddizioni che presenta.
Un
Paese, come dice lindagine del Censis, sospeso tra percezione e realtà, in cui
ognuno si sente più libero ma anche più solo e soprattutto un Paese in cui manca
qualsiasi progettazione collettiva verso un futuro che non sia individuale.
Un
Paese che viene fuori da questa sorta di ipnosi collettiva , che è stata la
tornata elettorale appena passata.
Ci
sarà tempo per approfondire le analisi, mi sembra grave il fatto che gran parte degli
elettori non è in grado di sapere a chi hanno dato il loro consenso.
Cè
seriamente da porsi il problema dell agibilità democratica della partecipazione
consapevole alla scelta per il paese .
Perché
non dirlo, in questo senso il centro sinistra si è assunto responsabilità enormi con la
sua voglia frenetica di criminalizzare lavversario e annullare le forze intermedie.
Si è creata una condizione strana e paradossale come una
sorta di Grande Fratello che ha guidato e preso per mano milioni ditaliani verso un consenso spesse
volte scollegato dalle sensibilità politiche e sociali della nostra società.
Un
Paese in cui lidea consolidata di Federalismo viene concepita come una sorta di
concessione da elargire alle pericolose quanto odiose spinte secessionistiche di
stravaganze folcloristiche, erroneamente denominati partiti politici che con la politica
hanno ben poco a che vedere.
E
in questi momenti che negli spiragli della divisione
si insinua il veleno delleversione
terroristica e del disordine sociale.
Oggi
come negli anni 80 sarebbe necessaria, è necessaria, una risposta forte e unitaria
da parte dellintero paese ed occorre ritrovare finalmente le ragioni dello stare
assieme, occorre sconfiggere il leghismo razzista e
fare delle diversità geografiche, storiche e a volte culturali, un motivo di forza e non
di debolezza, un terreno di crescita, di integrazione e consolidamento di un popolo
accomunato dai valori di libertà, democrazia ed uguaglianza.
Oggi
è necessario lavorare a una rifondazione generale dello Stato, delle istituzioni, dei
poteri, tale da coinvolgere tutto il paese, per rinforzare i suoi cardini fondamentali di
solidarietà di libertà e di democrazia.
Oggi
come ieri, più di ieri, il sindacato, la Cisl, deve farsi protagonista di una offensiva
sociale e solidale, capace di estirpare la mala pianta della povertà e della
disoccupazione, ma anche di rimuovere ogni tentativo di rivalsa da parte delle forze
sconfitte dalla storia e, soprattutto, dalla ostinata determinazione
democratica delle forze sane di questo paese.
Anche
perché non è pensabile restare dentro i processi europei con gli squilibri economi e
sociali presenti nel nostro paese, con i
livelli di illegalità diffusa allinterno del mercato del lavoro, con la
insensatezza con cui si intenderebbe governare la prospettiva di sviluppo.
Un
mercato che registra un sostanziale consolidamento della crescita occupazionale al Nord,
che quindi cresce poco, ma che cresce troppo poco al Sud ed in cui risulta modestissima la
riduzione dei giovani in cerca di prima occupazione, tanto da rendere sostanzialmente
inefficaci i provvedimenti presi dal Governo.
Ci
troviamo davanti un Paese che ancora non si rende conto che
un quarto della crescita occupazionale che è avvenuta negli ultimi due anni riguarda
lavoratori extracomunitari, per cui si è avuto di fatto un allargamento dello
stesso mercato del lavoro.
Non
solo, ma lo stesso mondo della scuola sembra in ritardo rispetto allaumento
nellultimo anno del 40% degli alunni stranieri; esso corre il rischio di fare vivere
la stagione delle grandi riforme, peraltro necessarie ma che non possono non essere frutto
di una condivisione quanto più ampia possibile, con una sottile percezione di solitudine
da parte di tutti: operatori ed utenti del sistema scolastico.
E
ancora, come è evidenziato dallindagine del Censis, in un Paese come il nostro al
Sud la popolazione a rischio di analfabetismo raggiunge linquietante cifra del 42%:
La divaricazione nei processi di sviluppo, non interessa solo la dimensione
strettamente economica e produttiva ma continua a riguardare il patrimonio alfabetico
individuale, ribadendo, se mai ce ne fosse bisogno, il nesso antico tra accesso alla
cultura e sviluppo economico.
La
presenza di circa undici milioni di lavoratori irregolari in Italia non aiuta, in questo
senso, a individuare meglio le dinamiche del mercato del lavoro, se si considera poi che almeno il 50% di queste
posizioni irregolari sono dovute al doppio lavoro, che da solo rappresenta più del 25%
del PIL, determinando una evasione
contributiva e fiscale che si aggira attorno ai 250.000 miliardi. Ciò è comunque un
elemento di destabilizzazione e di contraffazione del mercato del lavoro, rappresentando
anche una minaccia alla tenuta del sistema previdenziale e fiscale; ad esso, poi, si
aggiunge anche tutto ciò che allinterno del variegato mondo del sommerso trova cittadinanza.
Anche
il sistema dei controlli denuncia e manifesta tutta la sua inefficienza, se lo stesso Inps
su circa 70.000 controlli ha rilevato 52.000 imprese per le quali sono state riscontrate
comportamenti non corretti e ha scoperto 98.000 lavoratori in nero, di cui l84%
totalmente sconosciuti.
Tutto
questo, a fronte di un aumento dei profitti, da parte delle aziende, del 72% nel 99,
con relative diminuzioni degli investimenti.
Anche
questo ha contribuito a determinare una ulteriore differenziazione e divaricazione nel
ricorso alla flessibilità tra Nord rispetto e Sud.
Al
Nord vi si è fatto ricorso per una esigenza di mobilità, ma anche come scelta
individuale dei lavoratori, al Sud essa si è prospettata come unica possibilità di
lavoro.
E
comunque, al Nord come al Sud il lavoro flessibile o precario è comunque considerato un
lavoro di seconda scelta.
Nel
mercato del lavoro aumenta la presenza di figure sempre più variegate, figure
nuove che molte volte sono private di ogni possibilità di tutela da parte sindacale; la
loro esistenza dovrebbe imporre, proprio al sindacato, di rivedere le regole di gestione
del mercato del lavoro e i flussi in entrata e in uscita, ma purtroppo i ritardi in questo
senso sono abissali.
Il
rischio vero è che con la logica incomprensibile del fare finta di non
sapere, quote importanti e consistenti
di lavoratori rimangono senza tutela e il sindacato rinuncia, privandosene, ad aree
importanti di rappresentanza.
Questo
paradosso, per un sindacato che vuole entrare nei meccanismi della trasformazione della
società, va superato. E la Cisl che più di altri è riuscita a cogliere questa novità,
non può condurre una partita così importante giocando sulla difensiva.
Lalternativa
è consegnare questa quota di rappresentanza alle imprese, così i rapporti di
collaborazione coordinata e continuativa, il lavoro interinale, i contratti a termine, il
part-time, lapprendistato, lo stesso contratto di formazione lavoro,
diventano aspetti di una flessibilità che, se non adeguatamente controllata e
contrattata, viene completamente consegnata alla controparte ed utilizzata semplicemente
come meccanismo di riduzione del costo del lavoro, senza alcuna possibilità di gestione
né di controllo da parte del sindacato stesso..
La
legislazione vigente, nonostante gli sforzi che ha compiuto, non riesce a contenere
neanche una minima parte delle figure nuove che agiscono e si muovono allinterno del
mercato del lavoro, figure per cui la gestione della legge 300 diventa un retaggio del
passato, inutile perché totalmente disattesa.
Solo
per il settore dellinterinale nellultimo anno sono stati avviati più di
340.000 lavoratori, con un bacino potenziale di utenza estremamente interessante.
Ma,
anche qui, la calata al Sud e in Sicilia delle grandi multinazionali del
lavoro in affitto ci sembra più un tentativo di reclutamento di massa di manodopera da
trasferire al Nord che non unazione finalizzata a creare condizioni di occupabilità
in loco.
Se
non si modificano le regole di gestione in un mercato che sempre più si andrà
strutturando verso il passaggio al lavoro a tempo, legato a esigenze di flessibilità, il
rischio che si corre è che tra poco non ci saranno più regole.
Il
tentativo della Cisl confederale, attraverso limpegno di Bonanni, responsabile del
settore e protagonista insieme a Pezzotta della incredibile vicenda dei contratti a
termine e che hanno subito attacchi a volte anche volgari, da parte degli organi di stampa
della sinistra, e comunque in forte polemica con la CGIL e lintero centro sinistra,
dimostra quanto ritardo ci sia allinterno del mondo sindacale nella percezione dei
fenomeni nuovi che stanno radicalmente modificando il mondo attorno a noi.
Si
corre il serio rischio che il Sindacato si attardi in un dibattito vecchio, fuori tempo, i
cui contenuti interessano solo parzialmente il vero merito delle questioni, ricalcando
solo impostazioni di ordine politico e strategico in cui emergono due modelli, due
differenti visioni del mondo e della società.
Tutto
questo è il sintomo di un malessere che ha fatto permesso che la società, nella sua
complessità e con le sue dinamiche, sia riuscita a precedere il sindacato e la
legislazione.
Noi
riteniamo che come nel passato, forse più che nel passato, ancora una volta, la Cisl
è chiamata a cogliere il messaggio del nuovo, per difendere la prerogativa del
sindacato confederale di farsi interprete autentico dei fermenti che agitano non solo il
mercato del lavoro ma la società nel suo complesso.
In
questa direzione, credo, si è mossa la nostra confederazione con Bonanni, nella vicenda
dei contratti a termine in cui è stata costretta a scontrarsi con un modello di sindacato
incapace di cogliere il nuovo.
Il
livello dello scontro esula dal merito della questione, considerata laccentuazione
politica data alla vicenda dei contratti a termine proprio da autorevoli esponenti del
governo Amato.
Non
era mai accaduto nella storia di questo Paese che un Ministro dello Stato facesse
dipendere la ratifica di un accordo dalla condivisione o meno di una parte rispetto al
complesso delle parti in causa.
Ponendo
seriamente problemi di autonomia
.. al Governo.
Ma,
un nuovo modello di sindacato solidale richiede una forte
dose di coraggio, necessario per mettere in discussione
regole consolidate, se si rileva che queste sono inadeguate, anche a costo di rischiare
incomprensione da parte di alcuni.
In
questo senso, ma lo poniamo solo come elemento di discussione e di approfondimento nel
dibattito congressuale, a fronte di condizioni e dinamiche inevitabilmente diverse ed
eterogenee presenti in aree diverse, è giusto stabilire regole uguali per tutto il
territorio nazionale, sapendo che porzioni dello stesso territorio non crescono perché,
ormai da tempo, il lavoro non si incontra con il lavoratore e, invece, in altre zone del
medesimo territorio nazionale da troppo tempo il lavoratore non si incontra con il lavoro?
Rileviamo
troppi ritardi, troppe timidezze nellaffrontare questioni che attengono i processi
di cambiamento del mondo che noi rappresentiamo, o forse sono troppe le tentazioni di
lasciare tutto inalterato, per avviare una nuova stagione di antagonismo sociale e quindi
di una incomprensibile quanto inaccettabile mortificazione della concertazione.
In
diversi strati della nostra Organizzazione si avverte questa sensazione, ma si tratta,
secondo me di una visione nostalgica di un
modello di Sindacato che la Cisl stessa ha sconfitto, proprio per il ruolo di soggetto
politico che il sindacato ha rappresentato
negli ultimi anni, per i Lavoratori e per il
paese nella sua interezza.
Come
tutti sappiamo, però, la nostalgia non fa
progetto.
La
Cisl non è fatta per navigare sottocosta, al riparo delle incognite del mare aperto, non
è fatta per sopravvivere, navigando a vista al sicuro dalle tempeste e dagli umori
mutevoli del tempo, non saranno mai le rotte rassicuranti del sottocosta che ci
permetteranno di ritornare ad antichi splendori.
Il
nostro Segretario Generale Savino Pezzotta, in un incontro con il gruppo dirigente della
Cisl siciliana di qualche tempo, fa ebbe a dire che la Cisl non si può permettere
il lusso di Sopravvivere.
Nelluno
e nellaltro caso si commette un errore clamoroso.
Noi
, invece, riteniamo adeguato il capitano anche perché lo abbiamo scelto così come la flotta e la ciurma, e restiamo
affascinati dal mistero poco rassicurante ma al tempo stesso appassionante della navigazione in mare aperto per cui invitiamo
tutti, ma proprio tutti, a osare di più ed
aiutare il mondo che noi rappresentiamo a trovare e
cogliere nuove sfide, anche inquietanti, poco rassicuranti, ma che siano anche
affascinanti ipotesi e progetti di cambiamento.
Noi
siamo per il detto che ogni cambiamento non è mai turbamento: se i punti di riferimento
sono chiari, il cambiamento a queste condizioni è solo giovamento, passione, rischio e
partecipazione.
Questo
siamo noi: la Cisl di ieri, di oggi e, ci
auguriamo, di domani.
Vogliamo
vivere ed essere una organizzazione in continuità con la nostra storia e in coerenza con
quello che siamo e che ha permesso a questo paese di restare un paese libero, solidale,
forte e democratico.
I
problemi che il nostro paese si trova ad affrontare lasciano poco spazio ad incertezze; in
questa fase delicatissima di forte e accelerato cambiamento per la loro risoluzione
cè bisogno di un sindacato forte, del sindacato nuovo, capace di cogliere per tempo
i fermenti che si stanno muovendo nella società.
Cè
bisogno, altresì, di un livello di rappresentanza che permetta di lavorare per il
superamento delle diseguaglianze al Nord come al Sud, una rappresentanza cioè espressione
di un sindacato portatore di istanze che sembrano essere dimenticate: sono
fondamentalmente le questioni che, come ho
detto prima, riguardano la crescita equilibrata del Paese, la tutela, il diritto di
cittadinanza, la solidarietà intergenerazionale.
Proprio
rispetto a questo importante aspetto della nostra società, lallungamento della
aspettativa di vita ha portato il nostro paese ad essere il primo in cui la popolazione degli ultra
sessantacinquenni ha superato quella dei giovani con meno di 15 anni, un Paese in cui
lindice di vecchiaia è aumentato a 78 anni per i maschi e a 85 anni per le donne.
Le
famiglie con almeno un anziano in casa sono, secondo una recente indagine ISTAT circa il
34,8% e, nello stesso tempo sono circa tre milioni gli anziani che vivono da soli.
Tutto
questo pone seri problemi dal punto di vista dellequilibrio sociale; nello stesso
tempo pone a Regioni ed Enti locali responsabilità forti e nuove nella progettazione del
sistema integrato dei servizi, rispetto al potenziamento dei servizi stessi di assistenza
domiciliare, dei centri diurni ecc.
Per
fare tutto questo sono necessarie alcune condizioni, tali da garantire unofferta di
servizi di qualità, come il rafforzamento a livello territoriale dei percorsi di
partecipazione e di concertazione delle forze sociali e sindacali, laumento della
spesa pubblica da destinare alla persona e alla famiglia, nonchè favorire percorsi
formativi di sostegno.
Ma
la Regione Sicilia, non avendo recepito la legge sullassistenza che pone dopo anni e
anni la questione della politica sociale al centro della sua strategi, di fatto fa
diventare gli anziani siciliani diversi, di categoria inferiore rispetto a quelli del
resto dellItalia.
La
FNP Sicilia bene ha fatto a rivendicare con forza al Governo della Regione il recepimento
della legge nazionale 328/2000 attraverso un articolo unico da inserire in finanziaria, ma
ancora una volta il livello di insensibilità delle forze politiche regionali ha avuto la
meglio.
Non
solo, ma questa situazione di fatto priva migliaia di persone impegnate nel volontariato
di un riferimento legislativo importante, fondamentale.
Tutto
ciò è inaccettabile.
La
prima richiesta che la Cisl assieme alla FNP presenterà al nuovo governo sarà proprio il
superamento di questa ignobile ingiustizia.
Tutto
ciò dimostra che liniziativa del sindacato confederale diventa determinante quando
si tratta di tutelare le condizioni di vita della parte più debole e più esposta della
società
Questo
vale, a maggior ragione, per chi come noi
agisce e opera al Sud e in Sicilia.
Dice
un vecchio saggio che sono sempre in tanti ad annunciare rivoluzioni, poi non mettono un
solo dito per realizzarle.
Per
fare questo, per determinare queste condizioni di cambiamento il Sindacato, ma soprattutto
la Cisl, deve ritrovare e ristabilire una condizione forte di nuova militanza, rilanciare
un nuovo impegno sul fronte della crescita e dello sviluppo.
Tutto
questo significa creare le condizioni per cui sul versante delle infrastrutture si
dimostri il coraggio di uscire fuori degli stereotipi consolidati. Non si capisce perché,
ad esempio, sul fronte degli investimenti appare legittimo, quasi scontato,
linvestimento per la realizzazione dei 52 chilometri di tunnel Torino Lione,
in quanto funzionale alla maggiore integrazione del paese nel sistema europeo, mentre la
costruzione del Ponte sullo stretto crea incredibili quanto inconcludenti discussioni.
Significa
anche sostenere la creazione di un sistema intermodale di mobilità che solo una
visione integrata e di insieme delle cose e dei problemi può richiedere e giustificare.
Ma non dimentichiamo che la Sicilia manca ancora del piano regionale dei trasporti, per
cui nei fatti ogni ragionamento si infrange sulla capacità o meno del sistema
autonomistico di funzionare.
Lurgenza
di una adeguata progettualità e strumentazione, in questo settore, si pone sempre di più, anche perché è necessario
evitare quanto di grave è accaduto, proprio a causa di una pesante dipendenza delle
nostre attività produttive dal trasporto sul gommato.
Come
tutti ricorderanno, la nostra regione ha vissuto, nei mesi scorsi, una situazione di
isolamento, tanto paradossale quanto incomprensibile, a causa dellazione violenta
degli autotrasportatori siciliani.
Una
intera comunità è stata presa ignobilmente in ostaggio, ed abbiamo potuto constatare una presenza ed un ruoli delle Istituzioni e della
politica quantomeno discutibili.
In
quella occasione, qualcuno ha definito lo sciopero indegno di una comunità civile,
qualche altro ha fatto riferimento al Sud America; certamente si è avuta, nelluno e
nellaltro caso, la dimostrazione lampante e chiara della fragilità del nostro
sistema economico e produttivo, che vive la forte contraddizione di essere tra le Regioni
del nostro Paese quella in cui l87% delle esportazioni riguarda prodotti energetici
ma non riesce a dare sostegno ad una attività produttiva come la estrazione e la
raffinazione del greggio.
Eppure,
molte piccole e medie aziende hanno visto lievitare anche del 40% i costi energetici di
produzione e in alcuni casi hanno dovuto
chiudere la propria attività lavorativa.
Allora,
ci chiediamo, diventa così difficile avviare una azione politica e istituzionale, nei
confronti dello Stato e della Comunità europea, che ponga con forza la questione, che
metta assieme le due cose, cioè la determinante attività di raffinazione e gli alti
costi di trasporto che la distanza dei mercati impone con gli elevati costi di produzione
determinati dallinstabilità dei mercati e del costo del greggio?
Non
vogliamo dire cosa sarebbe necessario fare per affrontare tale questione, perché lo sanno
tutti, almeno crediamo. (Accordo di programma per la chimica, attuazione del piano di
risanamento ambientale per larea di Gela e di Priolo ecc.)
Vogliamo
però chiederci perché non si è fatto!
Non può essere scambiata per politica industriale la mera smobilitazione attraverso la cessione di importanti attività produttive e solo per breve cenno i 141 miliardi della vendita della Vini Corvo sono passati sotto un patetico silenzio.
E
vogliamo anche sottolineare il fatto che proprio la mancanza di una politica
industriale regionale ha alimentato tutte quelle spinte demagogiche che individuano
per le prospettive di sviluppo percorsi immediati e affascinanti ma totalmente inefficaci,
se non proprio dannosi.
Lavere
sottovalutato la proposta della Cisl sulle Accise derivanti dalla estrazione e dalla
raffinazione del greggio, ha messo in moto un perverso movimento qualunquista che, se non
opportunamente ricondotto a buon senso, potrebbe generare situazioni incontrollabili di
protesta sociale, fortemente lacerante e quanto mai pericolosa.
Significa
anche affidare alla Pubblica Amministrazione compiti e ruoli che oggi non riesce ad
assolvere.
I
tempi e le procedure che regolano la sua attività restano legati ad una concezione
borbonica della burocrazia e soprattutto, la nostra è una Pubblica Amministrazione che
non riesce a conciliare i suoi compiti con le proprie contraddizioni.
In
un recente convegno sulla Pubblica Amministrazione è venuto fuori il dato che l85% delle amministrazioni è si in
linea con il procedimento amministrativo, ma il 60% delle stesse amministrazioni non
rispetta i requisiti di efficacia, trasparenza ed efficienza.
Lo
sportello unico per le imprese stenta a decollare, lo ha istituito solo il 40% dei
comuni e nel 45% dei casi funziona male.
Ogni idea di modifica dello status e di assetto
della burocrazia, assume i contorni, purtroppo anche dentro lo stesso sindacato, della
eversione, ma anche della più bieca strumentalizzazione politica, in quanto viene vissuto
come minaccia della struttura di privilegi consolidati e di richiamo a precisi doveri
istituzionali, generalmente disconosciuti e disattesi.
Avviare
questo processo è fondamentale per i siciliani, non solo per assicurare loro un diritto
di acceso ancora oggi negato, come viene sostanzialmente negato ai siciliani un diritto
pieno, totale e consapevole di cittadinanza, ma anche perché una concezione burocratica
dello sviluppo, che di fatto umilia e mortifica la stessa autonomia siciliana. diventa il
vero vincolo allo sviluppo.
Ma
cè unaltra battaglia da condurre ed è quella di svincolare e liberare il
settore della sanità dallo stato di coma profondo in cui è stato relegato.
Non
è accettabile che le uniche due novità che hanno caratterizzato il settore siano state
quel Piano Sanitario regionale voluto e sostenuto dalla Cisl e la visita della Bindi per
un convegno promosso dalla Cisl in Sicilia.
Con
tutto il rispetto, mi sembra onestamente un po poco.
Bisogna
fare di più per affrontare il problema dell'elevazione del livello di efficienza delle
aziende ospedaliere e delle aziende sanitarie locali, ma anche per affrontare il
livello di indebitamento e le ragioni che devono portare ognuno di noi a determinare una
condizione di agibilità del sistema più adeguata alla domanda, anche rispetto ai
controlli da effettuare a tutela dei cittadini, per i compiti che allo stesso settore
vengono affidati.
In
questo senso, proprio il sistema dei controlli che riguardano la salute dei cittadini, nei
posti di lavoro e le ricadute che esse hanno sulla collettività ci sembra del tutto
inadeguato.
Per
passare ad un altro settore, le opportunità determinate da una politica ambientale sul
fronte della bonifica del territorio possono diventare la grande occasione di rilancio del
sistema turistico, che ancora sconta la mancanza di una vera politica per un settore che
nel futuro immediato può realisticamente fare la differenza fra sviluppo e arretratezza.
Investire
nel turismo, con la molteplicità di segmenti in cui esso in Sicilia può svilupparsi,
significa certamente migliorare oggettivamente la vita degli abitanti di una regione come
la nostra, in cui tutto questo potrebbe essere vissuto come una grande opportunità
Altri
prima di noi e meglio di noi si sono attrezzati e si stanno attrezzando per percorrere
questa strada.
E
inutile ricordare, per citare qualche dato nazionale, che lindustria del
divertimento nella sola Rimini, che ha il 3% del territorio siciliano, accoglie il 36%
di turisti in più della Sicilia e che la sola Malta è passata da due milioni di turisti
nel 90 a 12 milioni e mezzo nel duemila. La Sicilia, da 11 milioni e mezzo nel
90 ha raggiunto i 12 milioni nel 2000, come si evince da quanto esposto in occasione
dell assemblea generale sul turismo, tenutasi nel Marzo del 2001.
Inoltre,
cè da sottolineare che la Sicilia spende 101 mila lire per ogni turista che viene
in Sicilia e, malgrado questo, i risultati sono appena al di sopra del limite fisiologico
di capacità attrattiva di turisti e di ritorno sugli investimenti.
Come
è emerso dalla stessa assemblea, non basta spendere i soldi ma bisogna saperli spendere,
e il rischio di perdere i finanziamenti di Agenda 2000 in questo settore è
tuttaltro che scongiurato.
Ma
è necessario, avviare e realizzare una
politica di risanamento ambientale e di bonifica del territorio in una regione come la
nostra, che produce 350 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, di cui va in raccolta differenziata solo il
3,93% Kg/ab/anno, contro 118 Kg/ab/anno della Lombardia, e
che smaltisce solo il 3% dei rifiuti prodotti, in una situazione in cui questo sembra sempre più
diventare il vero businnes dei prossimi anni e che corre il serio rischio di essere preda
delle Organizzazioni mafiose, significa dotare la regione del Piano regionale di
smaltimento, in mancanza del quale lo Stato ha provveduto a commissariare la stessa
regione che, alla luce di tutto questo, avrebbe bisogno di una politica del territorio
efficace e lungimirante. Lo stesso Presidente del Consiglio con un proprio decreto ha
dichiarato lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti urbani nella
regione siciliana, a fronte dei circa 350 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, che
hanno difficoltà a trovare discariche in linea con le normative di Legge o impianti di
smaltimento.
Per
il modo in cui la Regione è stata commissariata, sarebbe meglio dire che è stata
espropriata delle prerogative che le appartengono, di fatto anche per quanto riguarda la
gestione della emergenza idrica, anche perché sul recepimento della Legge Galli, per il riordino delle autorità di gestione, i ritardi diventano assurdi e incomprensibili.
La
stessa individuazione degli Ambiti territoriali Ottimali è stata una ulteriore occasione
paradossale di divisione politica allucinante e assurda.
Nel
frattempo, mentre si studia per ottenere il meglio, i gruppi di pressione si stanno
attrezzando per spartirsi la gestione di un settore che sarà determinante per le
condizioni di sviluppo e di civiltà della nostra regione
La
questione non riguarda solamente la quota di investimenti necessari per il riassetto del
sistema idrico in Sicilia, infatti si calcola che il 47% dellacqua prelevata dalle
falde si disperde a causa di una rete idrica fatiscente. Essa riguarda anche la
gestione del sistema che diventerà il principale business dei prossimi anni.
Allo
stato si sta solamente incentivando la privatizzazione mercato dellacqua.
Con
tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dei vincoli e degli inquinamenti che in
questo campo si possono registrare.
Così
fanno clamore Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo per la mancanza di acqua nelle
case, mentre si costruiscono piscine comunali; fa meno clamore, però, il fatto che il
destino di tante aziende agricole e industriali dipenda da una efficace politica di
utilizzo e di ottimizzazione delle risorse idriche.
La
nostra regione, di converso, continua ad essere la regione delle sanatorie agli abusi che
si sono perpetrati in edilizia negli anni scorsi.
Cè
stato sicuramente tanto accanimento da parte della stampa e dei mass-media su questa
vicenda, ma certamente sulla questione del risanamento del territorio il peccato originale
è della politica, di destra e di sinistra, per avere avuto atteggiamenti, soprattutto nei
periodi sensibili, come quello che stiamo vivendo, di comprensione per chi
devastava per necessità il territorio; questa è una verità storica.
Scoprire
a destra e soprattutto a sinistra a posteriori unanima
ambientalista, dopo avere permesso, proprio da parte loro, la devastazione del territorio,
con le colpevoli omissioni a carico delle amministrazioni comunali, con i Piani regolatori
che non si approvavano e continuano a non essere approvati, mi sembra quanto di più
sbagliato e di ipocrita si possa fare.
Troppi
e troppo in fretta hanno dimenticato che i diversi Masaniello degli abusivi, nel tempo, si sono costruiti fortune politiche incredibili.
E
ancora, noi viviamo le grandi contraddizioni tra un passato che non cè più e un
futuro che si attarda ad arrivare, sospesi come siamo tra old economy che non è mai riuscita a decollare e new economy, che solo in casi eccezionali presenta
opportunità di rilancio occupazionale.
Lesempio
della St Microelctronics di Catania ci sembra quello che meglio rappresenta questo stato
di cose, anche perché lì si è di fatto creato un collegamento forte con il mondo della
scuola e soprattutto con quello universitario.
Per
il resto, il mondo dei call center non ci sembra la scoperta della scorciatoia
per elevare i livelli occupazionali, tuttaltro.
Anche
perché, mai come in questo caso domanda e offerta corrono il rischio di non incontrarsi
proprio per mancanza di quei necessari percorsi formativi capaci di diventare il vero
punto di incontro fra le componenti del mercato del lavoro.
Nei
processi di trasformazione, proprio la formazione assume un ruolo strategico, una
formazione che sia tale da produrre i lavoratori qualificati, per dinamizzare e fare
incontrare la domanda e lofferta nel mercato del lavoro, ma capace anche di sostenere il reinserimento degli
esclusi dal mondo del lavoro e di quelli che rischiano di perdere il lavoro che svolgono.
La
formazione oggi più che mai è un fattore di crescita e di valorizzazione delle risorse
umane, in tutte le sue forme, dalla formazione iniziale a quella continua e permanente.
E ormai affermato, e noi lo sosteniamo, lapproccio
per cui la formazione lungo tutto larco della vita di un individuo
rappresenta una delle opportunità che ogni società avanzata può e deve offrire per
rendere possibile un maggiore e più efficace impiego e messa a frutto delle risorse
umane, intellettuali, culturali e tecniche in essa presenti.
E
necessario altresì mettere al centro della nostra iniziativa la questione del diritto
di accesso alla cultura, alla formazione, modificando i riferimenti consolidati,
secondo cui si determina la paradossale condizione per cui nella nostra regione non è
scontato che laccesso alla formazione si trasformi in opportunità di lavoro.
La
Formazione Professionale va cambiata, va superato lanacronistico sistema
sovvenzionato perché esclude dalla progettazione qualsiasi possibilità di valutazione
finale sulla qualità dellofferta formativa, e non permette, se non in minima
misura, che la stessa offerta sia inserita allinterno di un processo più ampio di
domanda e offerta formativa.
Ormai
da anni, la Cisl ritiene che solo un regime di convenzione dei soggetti che
producono la Formazione con l' amministrazione che li finanzia può creare condizioni
nuove, tali da permettere un' offerta formativa adeguata ai bisogni sia delle imprese che
dei soggetti destinatari.
Intanto,
fra le altre cose, la Sicilia è forse
lunica Regione dItalia che non è riuscita a darsi una Legge per il diritto
alla studio e ciò determina una condizione di estrema fragilità del sistema formativo;
per questa ragione e per modificare una situazione simile,
occorrerà definire le azioni positive da portare avanti al fine di garantire a
tutti un diritto ancora oggi negato.