Paolo Mezzio

Relazione congressuale di:
PAOLO MEZZIO
Segretario Generale CISL SICILIA
Logo VIII° Congresso

Un Nuovo Sindacato
Per Un Sindacato  Nuovo

I  N  D  I  C   E

LO SCENARIO INTERNAZIONALE RILANCIARE LA CONCERTAZIONE LA CISL SICILIANA
L'EUROPA SVILUPPO E MERCATO DEL LAVORO CONCLUSIONI
IL SISTEMA ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO LA SICILIA E IL MERIDIONE sinistra.gif (1308 byte) Pagina precedente


Cari amici, care amiche, gentili ospiti,

la celebrazione dell’ottavo congresso della Cisl siciliana rappresenta per ognuno di noi, per l’intero gruppo dirigente, un momento fondamentale, di verifica, di analisi e di riflessione per la vita della nostra organizzazione ma anche l’occasione per prefigurare , per offrire alla valutazione dello stesso congresso, un’ipotesi politica e organizzativa capace di raccogliere le sfide vecchie e nuove che come Cisl Sicilia abbiamo il compito di lanciare e, anche di raccogliere.

 I lavori di questo congresso sono stati preceduti da un intenso, a volte appassionato, dibattito che ha coinvolto l’intero gruppo dirigente e l’organizzazione nel suo complesso; abbiamo potuto registrare certamente una forte condivisione dei temi  di discussione che sono stati proposti dalla Confederazione, ma abbiamo altresì incontrato una organizzazione con un gruppo dirigente consapevole del ruolo che è chiamato a svolgere nella realtà siciliana, un gruppo dirigente e una organizzazione  fortemente presenti, radicati nel territorio e nei posti di lavoro.

 Con queste premesse e con questi presupposti la segreteria regionale si presenta al giudizio del congresso e alla vostra valutazione partendo dalla consapevolezza che probabilmente tutti assieme abbiamo bisogno, a partire dai lavori del congresso, di avviare una fase nuova in cui si possa affermare l’idea che è necessario costruire un progetto collettivo di futuro, un progetto in cui ogni parte, ogni struttura della Cisl siciliana si senta coinvolta e protagonista.

 Questa esigenza nasce dal fatto che mai come in questo momento occorre che qualsiasi ipotesi di disegno organizzativo e di strategia politica assuma i contorni di una nuova  prospettiva, di protagonismo e di responsabilità.

Stiamo tentando di avviare, questa è la vera scommessa, una fase nuova della vita della nostra Organizzazione, sicuramente irta di difficoltà,  ma con l’obiettivo di infondere alla Cisl siciliana, a tutto il suo gruppo dirigente,  nuovo vigore ed entusiasmo.

 E’ anche vero che il percorso congressuale è stato caratterizzato da eventi che potevano in qualche modo condizionare il dibattito e la discussione in corso, ma posso affermare, essendo stato testimone diretto di quasi tutti i congressi che la Cisl ha celebrato, sia a livello territoriale che a livello di federazione,  nel merito e nel metodo che, nonostante le tante preoccupazioni manifestate in più occasioni e ai vari livelli, la temuta ‘mortificazione’ della nostra autonomia non si è affatto verificata. Ciò con buona pace di tutte quelle ‘anime nobili’ e sensibili che vagolano all’interno della stessa Cisl, anche se ritengo che la Cisl dovrà trovare, prima o poi, il modo di affrontare temi importanti e fondamentali come quelli dell’autonomia vera nel rapporto con la politica, anche alla luce del risultato elettorale e del modo in cui autorevoli rappresentanti della organizzazione hanno tentato di strumentalizzare vicende ed episodi. Noi siamo, la Cisl siciliana è, ribadiamo,  per una autonomia vera e non come si è fatto sino ad ora, per un’autonomia ipocrita e falsa, capace   di misurare solamente il livello di autonomia degli altri al  proprio. Abbiamo spesso subito questa ‘pratica’ esercitata con un particolare accanimento terapeutico nei nostri confronti.

Dentro questa cornice si è collocato e sviluppato l’intero percorso congressuale della Cisl siciliana, alla luce di queste premesse affrontiamo con la serenità d’animo che ci appartiene e che ci ha accompagnato nell'ultimo periodo, affrontiamo il giudizio del congresso consapevoli che comunque tutti insieme usciremo da questo congresso forse  diversi da come vi siamo entrati ma sicuramente più forti.                                                                                

 LO SCENARIO INTERNAZIONALE                 Torna all'indice

 Il nostro Paese sembra vivere, oggi più che mai, con ansia e forte trepidazione, quasi come frastornato, gli eventi che quotidianamente accadono in seno a scenari internazionali, che ai più appaiono non controllati né tantomeno controllabili.

 E’ come se si percepisse la strana sensazione della inesistenza di un  governo globale delle cose, della inesistenza di un governo mondiale dei processi politici ed  economici.

 Il paradosso a cui si assiste a livello planetario sembra essere quello per cui alla sempre maggiore accelerazione dei processi di globalizzazione dei mercati fa da riscontro una sempre più marcata localizzazione dei conflitti tra popoli, a volte tra tribù. Ci inquieta non poco la ripresa della spirale di violenza nella Palestina e condividiamo il forte richiamo di  S.S. Giovanni Paolo II° per ritrovare il sentiero della pace anche in quella regione.

 Un pericoloso paradosso che mette di fronte, contrapponendoli, due modelli di società, quella ricca ed avanzata e quella povera ed arretrata, entrambe combattute fra contraddizioni insite: la prima è una realtà che non riesce a ritrovare le condizioni di equilibrio nella convivenza sociale, dove violenza e sopraffazione spesso annullano ogni forma di rispetto della vita umana, ma che vuole imporre all’80% della popolazione mondiale le proprie condizioni e la propria ragione di esistere; la seconda, quella povera,  non riesce a comprendere perché dovrebbe rinunciare ad un futuro di sviluppo, di democrazia e di miglioramento delle proprie condizioni di vita.

 Riesce difficile capire se tra i due fenomeni, diversi e contrastanti fra loro, possa esistere un nesso; probabilmente l’unico filo conduttore è, nell’uno come nell’altro caso, la totale incapacità dei governi e della politica di gestire i processi.  

 Globalizzazione e competitività sembrano essere diventate le regole fondamentali a cui le politiche di ogni paese devono adattarsi, ma esistono alcune questioni di fondo: globalizzazione  e democrazia devono essere compatibili, così come occorre trovare il modo più equilibrato per conciliare i processi di globalizzazione con i processi di inclusione sociale ed economica delle fasce deboli che purtroppo, come a livello nazionale, crescono piuttosto che ridursi.

 Alla luce di questi nodi problematici, è necessario trovare strategie e mettere a punto strumenti capaci di fronteggiare le contraddizioni di un modello di sviluppo che fa della globalizzazione il suo vessillo, al fine di sviluppare maggiori e più efficaci forme di controllo sociale su di essa.

 Siamo fermamente convinti che equità ed etica devono essere tenute presenti nella ricerca di eventuali nuove regole da proporre al governo della globalizzazione. Infatti, occorrerebbe da un lato arrestare ed impedire la distruzione delle risorse naturali ed ambientali e da un altro lato sviluppare forme e processi di rigenerazione delle risorse stesse, in funzione di quello che  ormai da tempo viene proposto come ‘sviluppo sostenibile’.

 La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata il 10 dicembre 1948 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite precisa all’articolo 23:

“Ogni persona ha diritto al lavoro, alla libera scelta del suo lavoro, a condizioni eque e soddisfacenti di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione”.

 Tutto questo rischia di assumere pieghe eversive se si considera il fatto che nel mondo più di 250 milioni di bambini, di cui almeno 120 milioni compresi tra i 5 e i 14 anni diventano, di fatto, le vere vittime della spietata competizione internazionale, annullati e piegati, senza speranza,  e nel totale silenzio delle cosiddette  comunità internazionali. A questi bambini viene negato il diritto ad un pieno e sano sviluppo psico-fisico, il diritto al gioco e allo studio.    

 Infatti, esistono ancora molte, troppe contraddizioni su questo piano: assistiamo ancora a forme di sfruttamento, esistono i lavoratori schiavi, i lavoratori bambini “condannati a violenze fisiche e morali il cui prezzo è elevatissimo ed i cui segni sono indelebili”. Queste sono tutte condizioni di vita che mortificano sviliscono e offendono l’essere umano nella sua natura più intima, rappresentando la negazione di ogni diritto della persona umana, sia esso naturale, civile o politico.  

 E’ bene , in questa sede, ricordare a questo proposito il vecchio ma sempre attuale slogan che, nella sede della conferenza internazionale sul lavoro minorile, lanciò la Cisl internazionale: “ i bambini non possono aspettare: hanno solo una opportunità per crescere e hanno diritto alla loro infanzia”.

L’eliminazione dello sfruttamento del lavoro infantile e la restituzione alle bambine e ai bambini del diritto all’infanzia di tutto il mondo, potranno essere raggiunti solo attraverso un complesso di impegni a livello istituzionale, di corretti interventi di cooperazione internazionale e di comportamenti coerenti delle Istituzioni Internazionali, degli Stati e della compagine dei grandi soggetti multinazionali privati.

Oggi il mercato mondiale va configurandosi sempre più come   privo di qualsiasi regolamentazione e registra l’effetto paradossale,  contraddittorio, del contemporaneo accrescersi di ricchezze ma anche di povertà più diffuse.   

Nel mondo 1,3 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro al giorno e negli stessi  paesi ricchi, decine di milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà.

Il lavoro, una delle forme fondamentali di riproduzione della esistenza di ciascun individuo, continua a non essere equamente distribuito, né su scala mondiale né su scala nazionale; quindi non per tutti esistono opportunità di assicurarsi una vita minimamente decente e consona alla natura dell’essere umano.

In questo caso valgono ancora le parole di Martin Luther King quando affermava che “La più grande tragedia di questo periodo non è nei clamori chiassosi dei cattivi ma nel silenzio spaventoso delle persone oneste”.

A conferma di tutto quanto è stato evidenziato fino a questo punto, basti pensare che la prima potenza economica mondiale è anche, fra i Paesi industrializzati del Mondo, la prima per quanto riguarda il tasso di povertà della sua popolazione; essa è una realtà in cui la figura del “lavoratore povero” (Working poors) esprime bene ed in forma emblematica il concetto che si può vivere al di sotto della soglia di povertà, anche  lavorando e contemporaneamente non essendo  compreso nelle statistiche.

Anche per questo Seattle, al di là delle facili quanto superficiali strumentalizzazioni, segna inevitabilmente l’inizio di un processo che ha bisogno di essere fatto oggetto di attenzione. Quello delle manifestazioni del ‘Popolo di Seattle’  è un fenomeno che, sebbene debba essere controllato al fine di evitare pericolose degenerazioni, pone questioni serie come quella delle compatibilità fra sviluppo e distruzione ambientale, che le grandi potenze industriali del mondo non riescono ancora a risolvere.

E’ un movimento che pone problemi sul governo delle cose, che spinge per determinare le condizioni di un commercio più equo e solidale, per sostenere la tutela dell’ambiente, la lotta allo sfruttamento indiscriminato delle risorse e dei lavoratori, per ottenere la cancellazione del debito dai paesi del terzo mondo verso i paesi industrializzati.

La scelta del Presidente Bush di sconfessare l’accordo di Kioto è lì a dimostrare proprio questa debolezza, così come il suo attuale disimpegno nel collaborare alla preparazione del prossimo vertice del G8, che si terrà il prossimo luglio e nella cui sede si dovranno affrontare alcuni fra i più urgenti problemi per il governo dell’economia mondiale.

Tutto questo deve condurci anche ad una considerazione: gli esseri, gli individui  compresi nelle cifre che le indagini statistiche offrono non sono fondamentalmente solo dei poveri, affamati senzatetto, vittime; non possono e non devono essere solo questo, perché è nell’ordine delle cose e nella loro natura stessa che non lo siano, come non lo è ciascuno di noi. Essi sono comunque delle persone umane, esseri dotati di materialità e di spiritualità, che hanno diritto ad una vita materiale ed immateriale, di relazione, cosa che non deve essere loro più negata. Anche in questo dobbiamo credere e per questi obiettivi dobbiamo anche svolgere la nostra azione.

“ L’ordine mondiale è allora un metro su cui misurare la realtà. I diritti umani e civili devono essere pensati come universali. Fin tanto che non sono universali non sono realizzati da nessuna parte”.

In questo senso il ruolo delle  Organizzazioni mondiali Sindacali è determinante se è vero che lo stesso Presidente della Conferenza sociale mondiale di Copenaghen Juan Somavia ha detto: “ Voi, come sindacati, dovete andare al di là dei vostri compiti di sindacati e diventare un fattore di aggregazione di interessi e sensibilità e idee che vada oltre gli interessi particolari perché siete i soli ad avere questa potenzialità. Siete i soli ad avere la legittimità per farlo. Siate forza di cambiamento, andate al di là dei vostri compiti, diventate fattore di aggregazione sociale e negoziate con tutti”

Le considerazioni fatte fin qui possono sembrare catastrofiche, quanto meno pessimistiche, ma invece hanno una valenza di denuncia e di sensibilizzazione sebbene esprimano, certamente, una posizione precisa rispetto ai fenomeni citati.

Noi  diciamo anche che la globalizzazione è, sì, un rischio ma è anche e soprattutto opportunità perché, comunque, il processo di modernizzazione ad essa connesso apre ai nostri figli un futuro forse inimmaginabile, a condizione che si riesca a governarla, che questo processo interessi e coinvolga le democrazie del mondo e che le democrazie del mondo lo conducano verso il bene comune. 

 Molte sono, dunque, le conseguenze del combinarsi di tutti questi elementi, sia in senso positivo che in senso negativo. Fra queste appare chiaramente che il forte avanzamento del progresso tecnologico, che per un verso ha annullato le distanze e ha modificato enormemente l’assetto ed il comportamento dei mercati su scala mondiale, rischia di allontanare in maniera esasperata i paesi ricchi dai paesi poveri, i forti dai deboli, gli inclusi dagli esclusi, contribuendo ad accentuare la distanza fra i due elementi di una ‘forbice’ ai cui estremi si pongono le condizioni di maggiore sperequazione e disuguaglianza,  economica, sociale, umana  e civile.

L'EUROPA      Torna all'indice

 

Restringendo un po’ l’ambito di riferimento di questa riflessione, guardando all’Unione Europea, non possiamo non esprimere alcune considerazioni su quanto ha caratterizzato la sua evoluzione ed il suo assetto negli ultimi anni. Sono stati gli anni dell’accelerazione del processo di unificazione economica e monetaria, gli anni in cui si è cercato di adeguare le politiche dei governi nazionali (almeno degli undici paesi aderenti al progetto della Moneta Unica) in termini di politiche di bilancio, di finanza pubblica e di indebitamento, secondo quanto richiesto dai famosi parametri di Maastricht.

A questo proposito, il dibattito su quali costi e quali benefici comportasse per il nostro Paese l’ingresso nell’Europa della moneta unica, si è sviluppato ed è andato avanti, fra i detrattori ed i sostenitori di questo progetto, fra i quali ci siamo collocati anche noi.

Certamente, intraprendere questo cammino ha comportato per certi versi alcune scelte, non solo di responsabilità ma anche di sacrificio, ma possiamo dire che esse si sono trovate in linea con gli orientamenti di politica dei redditi, di politica economica e finanziaria, di governo dei prezzi e di controllo dell’inflazione che la CISL per prima, già da alcuni anni, ha propugnato a partire dalla necessità di fronteggiare e risolvere alcuni dei problemi dell’economia nazionale.

Certo, l’essere sostenitori di un progetto che prefiguri lo sviluppo dell’Europa dell’Euro, dell’Unione Economica e Monetaria, non ci impedisce di riconoscere che ancora molto deve essere fatto, invece, per assicurare altrettanta forza ed importanza allo sviluppo dell’Europa dei Cittadini, all’Europa sociale, a quel disegno di una comunità di Stati che, forte dell’esistenza di un documento importantissimo come la  ‘Carta Sociale’ del 1989, si faccia carico di garantire condizioni di vita e di lavoro sempre più elevate, basando il suo fondamento etico sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza, delle pari opportunità fra gruppi sociali, sull’integrazione ed il riconoscimento delle differenze, sulla valorizzazione del cosiddetto ‘modello sociale europeo’ che contraddistingue proprio il nostro continente rispetto agli altri.

Sappiamo bene che, oltre che sul piano sociale, anche sul piano del disegno politico sottostante al suo futuro assetto, la Comunità Europea ha ancora molto da lavorare; si tratta di questioni di non poco conto, che vanno dalla definizione del suo assetto istituzionale alla costruzione dei meccanismi di rappresentanza e rappresentatività di tutti i paesi che ne fanno parte e, soprattutto, che si accingono ad entravi come paesi membri. Infatti, una Comunità Europea formata da quindici Stati non può rimanere tale allorquando i suoi Stati Membri (nel giro di qualche anno) diventeranno circa trenta.

Assisteremo necessariamente ad un riassetto, non solo istituzionale ma anche del sistema di riallocazione delle risorse, che gli stessi Stati conferiscono alla Comunità: e questa prospettiva è molto più vicina di quanto non sembri.

Inoltre, l’allargamento del numero dei Paesi membri accrescerà la disomogeneità territoriale, economica e sociale che tutt’ora caratterizza l’Europa, riportando sul tappeto alcune necessità ed alcuni obiettivi (naturalmente rinnovati) proprio connessi alla politica di ‘coesione economica e sociale’, quella, cioè, che mira alla riduzione degli squilibri e delle disuguaglianze esistenti fra le ‘regioni europee’.

Da ciò deriverà, come ormai si afferma da un po’ di tempo, anche un riposizionamento delle Regioni, quale ad esempio la nostra, rispetto alla struttura di obiettivi comunitari per il sostegno allo sviluppo territoriale ed al recupero di forme di ritardo ed arretratezza nello sviluppo economico.

IL SISTEMA ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO              Torna all'indice

 Dato un simile scenario, il sistema Italia nel contesto europeo è un sistema a rischio, proprio per le differenze e le sperequazioni che continua e presentare  dal punto di vista del disequilibrio nei livelli di sviluppo economico, nei livelli di occupazione, oltre che sul piano delle condizioni della struttura e del sistema sociale.

Per questo motivo, per cercare di  avere delle opportunità in più per il recupero di queste forme di ritardo ed arretratezza (o di declino) nello sviluppo, l’inserimento a pieno titolo nei processi di crescita sul piano internazionale da parte del nostro Paese è diventato quasi una rigida prescrizione, da cui nessuno può prescindere. Così,  il ‘patto di stabilità’ diventa ora, soprattutto ora, dopo una aspra competizione elettorale in cui è sì è promesso quanto di “promettibile” era consentito alla fantasia umana, la vera discriminante tra le cose che si dicono e le cose che è possibile fare.

Anche perché, al di là dei ristretti e limitati interessi di parte, se la competizione globale si gioca tra sistemi grandi – Stati Uniti e Giappone – l’Europa, e con essa il nostro Paese,  deve entrare a far parte del circuito dei grandi sistemi.

E quanto questo sia complicato ce lo dimostra la lotta che il dollaro continua a fare con l’Euro, che ancora non riesce a rinforzarsi più di tanto nei suoi confronti, anche a causa delle dinamiche estremamente labili e subordinate agli effetti psicologici che influenzano costantemente i mercati finanziari mondiali e la dinamica degli investimenti nel mercato globale.

Per questa serie di motivi, dunque,  l’Europa della moneta unica deve trovare il modo di competere con i grandi sistemi, senza però soggiacere alla logica spietata del mercato, ma piuttosto cercando di realizzare un modello di comunità politica, con un preciso assetto istituzionale e con potenzialità e capacità di governare e gestire anche i mercati, nelle varie forme in cui essi si sostanziano e vivono, con cui determinano poi le sorti di milioni di esseri umani.

 Purtroppo, però, molte delle  resistenze cominciano proprio qui.   Perché assecondare questo progetto europeista significa da parte di ogni Stato cedere una parte della propria sovranità. Allo stesso modo,  per i sindacati nazionali, rafforzare il Sindacato Europeo vuol dire conferire ad esso quote del proprio potere di rappresentanza, ampliarne il potere ed il mandato contrattuale nei confronti delle imprese e delle istituzioni europee.

Ciò significa anche, da parte di tutte le associazioni di rappresentanza dei lavoratori, trovare linee omogenee e convergenze di comportamento nell’esercizio del ruolo e nell’azione sindacale europea.

Dunque, sovranità, sopranazionalità, rappresentatività sono i principali nodi problematici da sciogliere nel disegno di riassetto istituzionale dell’Unione Europea, anche a fronte del prossimo allargamento a Est con l’ingresso dei nuovi Paesi che da tempo hanno fatto richiesta di adesione.

Occorre quindi, anche nell’implementazione del progetto di un’Europa del futuro, perseguire una prospettiva di promozione sociale, civile ed economica dei popoli coinvolti, fondata su sempre più diverse forme di valorizzazione delle risorse, di ampliamento delle opportunità ed allo stesso tempo di riduzione dei vincoli, e dei fattori di ostacolo ad ogni forma di crescita e sviluppo, sia economico che civile.

Quando parliamo di riduzione dei vincoli intendiamo anche riferirci alla necessità di abbandonare, da parte delle forze che governano la politica e l’economia, una visione riduttiva e negativa della diversità, che impedisce ad un’area del sud d’Europa, importante sia in termini di grandezza che per intensità demografica ( pari a tre volte l’Irlanda), di affrancarsi da una condizione di arretratezza attraverso un sistema di vantaggio che la ponga in condizione di uscire dallo stato di sottosviluppo in cui ad oggi, per vari ordini di motivi, sembra inesorabilmente condannata.

Sono quei vincoli che vogliono imporre un improbabile processo di omologazione tra paesi e regioni con storie politiche ed economiche diverse.

Solo se una prospettiva simile riuscirà a trasformarsi in progetto politico, per la nostra presenza in Europa, l’allargamento ad Est della Unione Europea e della sua compagine potrà essere vissuto come una grande opportunità e non come una minaccia incombente.

Inoltre, proprio riferendoci al ruolo della Sicilia, non dobbiamo sottovalutare la grande importanza strategica che essa riveste, come cerniera fra l’Europa ed il Paesi del Mediterraneo. Per millenni siamo stati la culla del Mediterraneo, anche se questa nostra ‘rendita di posizione ’ è sempre stata poco sfruttata e prevalentemente non dal popolo siciliano.

Invece, ora più che mai, il valore di una collocazione geografica come la nostra emerge alla luce delle notevoli prospettive che la stessa Europa intende sviluppare, sia sul piano dei rapporti economici e commerciali che su quelli culturali, sul versante meridionale del proprio confine, dove sono collocati Paesi e popoli che ancora hanno un cammino da compiere verso lo sviluppo e la modernizzazione, ma che hanno anche parecchie potenzialità da offrire, in termini di risorse e di competitività,  ad un progetto di integrazione e di sviluppo per le aree di confine fra i due continenti (quello europeo e quello africano).

Anche alla luce di questa prospettiva si rivela notevole, ad esempio,  la portata della Conferenza Euromediterranea, così come una serie di programmi di sviluppo (MEDA ed altri programmi per lo sviluppo delle telecomunicazioni) che stanno avviando forme di partenariato economico soprattutto fra l’Italia ed alcuni dei paesi della costa africana del Mediterraneo.

Complessivamente, esistono differenze, disagi e difficoltà che pongono problemi seri alla tenuta delle compatibilità, che hanno rappresentato il punto di partenza dell’ Unione, della moneta unica, del Patto di stabilità.

Oggi gli stati uniti d’Europa sono molto più vicini nella coscienza e nella consapevolezza degli europei di quanto gli stessi governanti possano immaginare, per questo l’Europa politica deve trovare il modo di accompagnare questo processo con una politica il cui obiettivo sia quello di creare l’Europa del lavoro, dei popoli e quindi determinare processi di integrazione in cui l’equilibrio della crescita possa essere l’elemento fondamentale di una  carta  europea   dei diritti.

Se davvero si vuole costruire l’Europa dei cittadini, l’Europa sociale, le scelte da operare per unificare il continente devono essere inquadrate in una prospettiva strategica, che permetta davvero ai cittadini di partecipare e di controllare i processi. E questa partecipazione deve coinvolgere tutti, deve vedere il sindacato in tutta la sua interezza, a Nord come a Sud, a Est come a Ovest, impegnato in un processo di integrazione che non può riguardare solo gli altri, ma deve vedere il sindacato, la CES, protagonista  di questo percorso di integrazione.

Occorre cioè cominciare a “lavorare da subito alla costruzione della dimensione sociale dell’allargamento” ma anche alla costruzione di un sindacato europeo, capace di realizzare una politica concertativa   europea e poi di graduale omogeneizzazione dal punto di vista della tutela contrattuale.

La CES, almeno per il modo in cui oggi viene vissuta dalla dimensione nazionale dei sindacati,  non ci sembra ancora in grado di assumere, almeno così come è strutturata, la guida del movimento sindacale europeo.

Se si devono rafforzare, come è giusto e necessario che sia, le politiche europee nell’azione sindacale, occorre costruire una strategia che preveda di avviare  un lavoro comune con i sindacati degli altri paesi, sapendo che anche in questo caso la vera difficoltà sarà quella di superare il pregiudizio nei confronti di chi assume modelli diversi dai nostri,e soprattutto occorre avere la consapevolezza che sarà probabilmente necessario cedere porzioni di sovranità e di specificità territoriale.

Certamente, in questi anni molto è stato fatto, soprattutto nella condivisione della dimensione europea dell’azione sindacale, ma non basta. Esistono ancora troppi ritardi anche nella semplice gestione della tutela della rappresentanza, aggravata dall’ accelerazione che negli ultimi tempi ha avuto la mobilità, non solo quella della manodopera ma anche quella relativa alla delocalizzazione aziendale, se è vero, come è vero, che solo nella provincia rumena di Timisoara agiscono migliaia di aziende italiane, attratte e affascinate dai bassi costi di produzione, ma soprattutto da condizioni di controllo e di tutela individuale dei lavoratori praticamente inesistenti.

Tutto questo ha determinato un effetto carsico di spostamento di quote di produzione dal nostro Paese verso Est, piuttosto che verso il Sud d’Italia, e questa situazione paradossale è emersa solo immediatamente dopo i tragici fatti che hanno travolto quelle zone d’Europa.

Ma va sottolineato anche un altro dato: che è possibile spostare facilmente quote di lavoro da una regione all’altra, non solo verso Est, ma anche verso Sud, che è possibile cioè fare incontrare domanda e offerta di lavoro, creando le giuste condizioni di agibilità imprenditoriale.

Il sistema Italia, in un simile contesto, se non vuole trovarsi a vivere l’appuntamento dell’allargamento della Unione come una terribile minaccia, con una prospettiva di spietata concorrenza tra poveri, deve ricreare quelle condizioni che hanno permesso al Paese di vivere l’ingresso nel gruppo di testa della Comunità come una sfida vissuta da tutti, da molti partecipata, che  proprio per questo, è stata sopportabile e anche giustificabile dal punto di vista dei costi economici e sociali che essa ha comportato.

RILANCIARE LA CONCERTAZIONE               Torna all'indice

 Ciò significa che come ieri, o forse più di ieri, per prepararsi bene ai prossimi appuntamenti internazionali,  occorre sostenere un forte rilancio della politica di concertazione interna al nostro Paese, ma anche esterna; un rilancio di una forte politica di corresponsabilizzazione, da parte di tutti i soggetti protagonisti dello sviluppo. In assenza di ciò, con molta probabilità saremo costretti a registrare ancora occasioni perdute, ancora opportunità sfuggite e sfide conclusesi con delle sconfitte.

Esistono troppe questioni rimaste aperte nel rapporto con il resto dei paesi dell’Unione che, ancora oggi, a fronte della turbolenza dei mercati europei ed extraeuropei,  hanno bisogno di un governo meno schizofrenico delle cose e dei processi.

Per soffermarci soltanto alle questioni macroscopiche, resta   aperta quella relativa al livello di disoccupazione, tutt’ora preoccupante,  che non può lasciare indifferenti. Inoltre, sebbene il fenomeno sia grave per la Comunità Europea nel suo complesso, esso presenta anche in questo caso forti sperequazioni sul piano territoriale.

Infatti, per citare qualche cifra, si passa dal 13,5% della Spagna al 2,5% dell’Olanda e per quanto riguarda i giovani con una età al di sotto dei 25 anni dal 6% dell’Austria si arriva al 25% dell’Italia.

Così come  il tasso di inflazione che in Italia, soprattutto negli ultimi tempi a causa delle scelte tariffarie attuate dal governo italiano, ha avuto una ulteriore impennata, e resta comunque sempre tra i livelli più alti rispetto agli altri paesi della UE,che anche per quanto riguarda le previsioni di crescita  non lasciano ben sperare.

Il permanere delle condizioni di squilibrio interno tra le diverse aree del Paese, al di là degli annunci meramente elettoralistici, che dall’una e dall’altra parte degli schieramenti politici sono stati lanciati, annunci in cui, come ha affermato un autorevole economista americano “ perfino l’affidabilità del PIL è diventata una questione politicamente sensibile”, dovrebbero obbligare tutti, ma proprio tutti, sindacato compreso, a riprendere il lavoro antico della concertazione a cui nessuno, a questo punto, può sottrarsi.

Negli anni scorsi, proprio la politica condivisa della concertazione, ancorata anche all’etica della responsabilità, al centro come in periferia, ha permesso all’intero Paese di sentirsi protagonista e di giocare un ruolo positivo nella sfida che doveva permettere di fare parte del ‘gruppo di testa’ della Comunità europea. Questa politica, peraltro, non si è limitata solo ad operare scelte di natura economica, come erroneamente si continua a sostenere, ma ha determinato un clima positivo di partecipazione, di responsabilità, di coinvolgimento di forze sociali e politiche.

Oggi il vero problema è fare rinascere il clima giusto, capace di consentire al nostro Paese di rimanere a pieno titolo all’interno della stessa Comunità. 

La concertazione, dunque, è ancora, non un semplice messaggio, oserei dire quasi nostalgico, ma una scelta attuale e quanto mai necessario per l’intero Paese e per il suo futuro.

Certo, il clima avvelenato che la recente  campagna elettorale ha determinato nel paese rende tutto più difficile, almeno sul fronte della politica, ma è proprio in questi momenti che i corpi intermedi, il sindacato italiano ed europeo, dovrebbero accogliere l’invito del Santo Padre Giovanni Paolo Secondo,  quando esorta le Organizzazioni Sindacali di tutto il mondo a:

“ essere efficaci strumenti di solidarietà, che si può ottenere solo per mezzo del dialogo, della cooperazione e di una ampia e corretta convergenza fra i diversi settori della società. Insieme ad altri corpi sociali, i sindacati hanno un ruolo diretto da svolgere nell’edificazione di una partecipazione attiva e responsabile di ognuno nell’economia così come in altri settori della vita. Tutti hanno il dovere di operare per il bene dell’intera comunità nazionale ed internazionale. Vi incoraggio a continuare a rappresentare i lavoratori con le vostre abilità professionali e con uno spirito di servizio verso tutta la famiglia umana”.

 Ecco perché riteniamo indispensabile, per l’intero Paese, ritrovare la via della responsabilità, del dialogo e della concertazione se, al di là di ogni inutile propaganda,  si vuole rimettere in moto seriamente la macchina dello sviluppo equilibrato.

Anche perché il nostro paese sorprende sempre più per le grandi contraddizioni che presenta. 

Un Paese, come dice l’indagine del Censis, sospeso tra percezione e realtà, in cui ognuno si sente più libero ma anche più solo e soprattutto un Paese in cui “manca qualsiasi progettazione collettiva verso un futuro che non sia individuale”.

Un Paese che viene fuori da questa sorta di “ ipnosi collettiva” , che è stata la tornata elettorale appena passata.

Ci sarà tempo per approfondire le analisi, mi sembra grave il fatto che gran parte degli elettori non è in grado di sapere a chi hanno dato il loro consenso.

C’è seriamente da porsi il problema dell’ agibilità democratica della partecipazione consapevole alla scelta per il paese .

Perché non dirlo, in questo senso il centro sinistra si è assunto responsabilità enormi con la sua voglia frenetica di criminalizzare l’avversario e annullare le forze intermedie. Si è creata una condizione strana e paradossale come una   sorta di “Grande Fratello “ che ha guidato e preso per mano  milioni d’italiani verso un consenso spesse volte scollegato dalle sensibilità politiche e sociali della nostra società.

Un Paese in cui l’idea consolidata di Federalismo viene concepita come una sorta di concessione da elargire alle pericolose quanto odiose spinte secessionistiche di stravaganze folcloristiche, erroneamente denominati partiti politici che con la politica hanno ben poco a che vedere.  

E’ in questi momenti che negli spiragli della divisione   si insinua il veleno dell’eversione   terroristica e del disordine sociale.

Oggi come negli anni ’80 sarebbe necessaria, è necessaria, una risposta forte e unitaria da parte dell’intero paese ed occorre ritrovare finalmente le ragioni dello stare assieme, occorre sconfiggere il leghismo razzista  e fare delle diversità geografiche, storiche e a volte culturali, un motivo di forza e non di debolezza, un terreno di crescita, di integrazione e consolidamento di un popolo accomunato dai valori di libertà, democrazia ed uguaglianza.

Oggi è necessario lavorare a una rifondazione generale dello Stato, delle istituzioni, dei poteri, tale da coinvolgere tutto il paese, per rinforzare i suoi cardini fondamentali di solidarietà di libertà e di democrazia.

Oggi come ieri, più di ieri, il sindacato, la Cisl, deve farsi protagonista di una offensiva sociale e solidale, capace di estirpare la mala pianta della povertà e della disoccupazione, ma anche di rimuovere ogni tentativo di rivalsa da parte delle forze sconfitte dalla storia e, soprattutto, dalla “ostinata determinazione democratica” delle forze sane di questo paese.  

Anche perché non è pensabile restare dentro i processi europei con gli squilibri economi e sociali presenti nel nostro paese, con  i livelli di illegalità diffusa all’interno del mercato del lavoro, con la insensatezza con cui si intenderebbe governare la prospettiva di sviluppo.

SVILUPPO E MERCATO DEL LAVORO                Torna all'indice

 Per tentare di trovare qualche soluzione a questi nodi problematici, è necessario partire da una politica di riequilibrio sociale ed economico sapendo che i livelli di crescita vanno supportati ed incrementati  con iniziative globali di intervento, partendo da una bonifica seria dello stesso mercato del lavoro.

Un mercato che registra un sostanziale consolidamento della crescita occupazionale al Nord, che quindi cresce poco, ma che cresce troppo poco al Sud ed in cui risulta modestissima la riduzione dei giovani in cerca di prima occupazione, tanto da rendere sostanzialmente inefficaci i provvedimenti presi dal Governo. 

Ci troviamo davanti un Paese che ancora non si rende conto che un quarto della crescita occupazionale che è avvenuta negli ultimi due anni riguarda lavoratori extracomunitari, per cui si è avuto di fatto un “allargamento” dello stesso mercato del lavoro.

Non solo, ma lo stesso mondo della scuola sembra in ritardo rispetto all’aumento nell’ultimo anno del 40% degli alunni stranieri; esso corre il rischio di fare vivere la stagione delle grandi riforme, peraltro necessarie ma che non possono non essere frutto di una condivisione quanto più ampia possibile, con una sottile percezione di solitudine da parte di tutti: operatori ed utenti del sistema scolastico.

E ancora, come è evidenziato dall’indagine del Censis, in un Paese come il nostro al Sud la popolazione a rischio di analfabetismo raggiunge l’inquietante cifra del 42%: “ La divaricazione nei processi di sviluppo, non interessa solo la dimensione strettamente economica e produttiva ma continua a riguardare il patrimonio alfabetico individuale, ribadendo, se mai ce ne fosse bisogno, il nesso antico tra accesso alla cultura e sviluppo economico”.

La presenza di circa undici milioni di lavoratori irregolari in Italia non aiuta, in questo senso, a individuare meglio le dinamiche del mercato del lavoro,  se si considera poi che almeno il 50% di queste posizioni irregolari sono dovute al doppio lavoro, che da solo rappresenta più del 25% del PIL,  determinando una evasione contributiva e fiscale che si aggira attorno ai 250.000 miliardi. Ciò è comunque un elemento di destabilizzazione e di contraffazione del mercato del lavoro, rappresentando anche una minaccia alla tenuta del sistema previdenziale e fiscale; ad esso, poi, si aggiunge anche tutto ciò che all’interno del variegato mondo del sommerso trova  cittadinanza.

Anche il sistema dei controlli denuncia e manifesta tutta la sua inefficienza, se lo stesso Inps su circa 70.000 controlli ha rilevato 52.000 imprese per le quali sono state riscontrate comportamenti non corretti e ha scoperto 98.000 lavoratori in nero, di cui l’84% totalmente sconosciuti.

Tutto questo, a fronte di un aumento dei profitti, da parte delle aziende, del 72% nel ’99, con relative diminuzioni degli investimenti.

 Su questo terreno, il problema vero è che la profonda riorganizzazione imprenditoriale che è iniziata nei primi anni novanta, ha prodotto il ricorso a tipologie di rapporti di lavoro molto più flessibili di quanto non si fosse registrato negli anni precedenti.

Anche questo ha contribuito a determinare una ulteriore differenziazione e divaricazione nel ricorso alla flessibilità tra Nord rispetto e Sud.

Al Nord vi si è fatto ricorso per una esigenza di mobilità, ma anche come scelta individuale dei lavoratori, al Sud essa si è prospettata come unica possibilità di lavoro.

E comunque, al Nord come al Sud il lavoro flessibile o precario è comunque considerato un lavoro di “seconda scelta”.

Nel mercato del lavoro aumenta la presenza di figure sempre più variegate, figure nuove che molte volte sono private di ogni possibilità di tutela da parte sindacale; la loro esistenza dovrebbe imporre, proprio al sindacato, di rivedere le regole di gestione del mercato del lavoro e i flussi in entrata e in uscita, ma purtroppo i ritardi in questo senso sono abissali.

Il rischio vero è che con la logica incomprensibile del “fare finta di non sapere”,  quote importanti e consistenti di lavoratori rimangono senza tutela e il sindacato rinuncia, privandosene, ad aree importanti di rappresentanza.

Questo paradosso, per un sindacato che vuole entrare nei meccanismi della trasformazione della società, va superato. E la Cisl che più di altri è riuscita a cogliere questa novità, non può condurre una partita così importante giocando sulla difensiva.

L’alternativa è consegnare questa quota di rappresentanza alle imprese, così i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, il lavoro interinale, i contratti a termine, il part-time, l’apprendistato, lo stesso contratto di formazione – lavoro, diventano aspetti di una flessibilità che, se non adeguatamente controllata e contrattata, viene completamente consegnata alla controparte ed utilizzata semplicemente come meccanismo di riduzione del costo del lavoro, senza alcuna possibilità di gestione né di controllo da parte del sindacato stesso..

La legislazione vigente, nonostante gli sforzi che ha compiuto, non riesce a contenere neanche una minima parte delle figure nuove che agiscono e si muovono all’interno del mercato del lavoro, figure per cui la gestione della legge 300 diventa un retaggio del passato, inutile perché totalmente disattesa.

Solo per il settore dell’interinale nell’ultimo anno sono stati avviati più di 340.000 lavoratori, con un bacino potenziale di utenza estremamente interessante.

Ma, anche qui, la “calata” al Sud e in Sicilia delle grandi multinazionali del lavoro in affitto ci sembra più un tentativo di reclutamento di massa di manodopera da trasferire al Nord che non un’azione finalizzata a creare condizioni di occupabilità in loco.

Se non si modificano le regole di gestione in un mercato che sempre più si andrà strutturando verso il passaggio al lavoro a tempo, legato a esigenze di flessibilità, il rischio che si corre è che tra poco non ci saranno più regole.

Il tentativo della Cisl confederale, attraverso l’impegno di Bonanni, responsabile del settore e protagonista insieme a Pezzotta della incredibile vicenda dei contratti a termine e che hanno subito attacchi a volte anche volgari, da parte degli organi di stampa della sinistra, e comunque in forte polemica con la CGIL e l’intero centro sinistra, dimostra quanto ritardo ci sia all’interno del mondo sindacale nella percezione dei fenomeni nuovi che stanno radicalmente modificando il mondo attorno a noi.

Si corre il serio rischio che il Sindacato si attardi in un dibattito vecchio, fuori tempo, i cui contenuti interessano solo parzialmente il vero merito delle questioni, ricalcando solo impostazioni di ordine politico e strategico in cui emergono due modelli, due differenti visioni del mondo e della società. 

Tutto questo è il sintomo di un malessere che ha fatto permesso che la società, nella sua complessità e con le sue dinamiche, sia riuscita a precedere il sindacato e la legislazione.

Noi riteniamo che come nel passato, forse più che nel passato, ancora una volta, la Cisl è chiamata a cogliere il messaggio del nuovo, per difendere la prerogativa del sindacato confederale di farsi interprete autentico dei fermenti che agitano non solo il mercato del lavoro ma la società nel suo complesso.

In questa direzione, credo, si è mossa la nostra confederazione con Bonanni, nella vicenda dei contratti a termine in cui è stata costretta a scontrarsi con un modello di sindacato incapace di cogliere il nuovo.

Il livello dello scontro esula dal merito della questione, considerata l’accentuazione politica data alla vicenda dei contratti a termine proprio da autorevoli esponenti del governo Amato.

Non era mai accaduto nella storia di questo Paese che un Ministro dello Stato facesse dipendere la ratifica di un accordo dalla condivisione o meno di una parte rispetto al complesso delle parti in causa.

Ponendo seriamente problemi di autonomia….. al Governo.

Ma, un nuovo modello di “sindacato solidale” richiede una forte dose di coraggio, necessario per mettere in discussione regole consolidate, se si rileva che queste sono inadeguate, anche a costo di rischiare incomprensione da parte di alcuni.

In questo senso, ma lo poniamo solo come elemento di discussione e di approfondimento nel dibattito congressuale, a fronte di condizioni e dinamiche inevitabilmente diverse ed eterogenee presenti in aree diverse, è giusto stabilire regole uguali per tutto il territorio nazionale, sapendo che porzioni dello stesso territorio non crescono perché, ormai da tempo, il lavoro non si incontra con il lavoratore e, invece, in altre zone del medesimo territorio nazionale da troppo tempo il lavoratore non si incontra con il lavoro?

Rileviamo troppi ritardi, troppe timidezze nell’affrontare questioni che attengono i processi di cambiamento del mondo che noi rappresentiamo, o forse sono troppe le tentazioni di lasciare tutto inalterato, per avviare una nuova stagione di antagonismo sociale e quindi di una incomprensibile quanto inaccettabile mortificazione della concertazione.

 Diceva Mario Romani che il destino della Democrazia è indissociabile dal progresso civile ed economico dei lavoratori e noi, in questa direzione , corriamo il serio rischio di attardarci in consuetudini che mirano più a consolidare il “ceto sindacale”, con tutti i difetti che nel tempo esso ha accumulato, piuttosto che  osare, accettare una sfida forte di cambiamento.

 In una società come quella italiana non si “avverte” un sensibilità sostenuta sui temi dello sviluppo e ancora la politica non riesce e ritrovarsi su un progetto chiaro di disegno istituzionale, incapace di cogliere le sensibilità diverse che si muovono al suo interno

 Anche per questi motivi, ma non solo per questi, riterremmo del tutto sbagliato ed inopportuno assecondare questa specie di “voglia” frenetica, che con sempre maggiore insistenza comincia a cercare spazio nel sindacato e nella Cisl: la voglia di “tornare a casa”, alle certezze di ieri, di essere cioè solo un sindacato.

In diversi strati della nostra Organizzazione si avverte questa sensazione, ma si tratta, secondo me di  una visione nostalgica di un modello di Sindacato che la Cisl stessa ha sconfitto, proprio per il ruolo di soggetto politico  che il sindacato ha rappresentato negli ultimi anni, per  i Lavoratori e per il paese nella sua interezza.

Come tutti sappiamo, però,  la nostalgia non fa progetto.

La Cisl non è fatta per navigare sottocosta, al riparo delle incognite del mare aperto, non è fatta per sopravvivere, navigando a vista al sicuro dalle tempeste e dagli umori mutevoli del tempo, non saranno mai le rotte rassicuranti del sottocosta che ci permetteranno di ritornare ad antichi splendori.

Il nostro Segretario Generale Savino Pezzotta, in un incontro con il gruppo dirigente della Cisl siciliana di qualche tempo, fa ebbe a dire che” la Cisl non si può permettere il lusso di  Sopravvivere”.

 Siamo totalmente d’accordo con lui.

 La Cisl ha sempre navigato in mare aperto, ha tracciato rotte sempre nuove e moderne, ha dato il via a grandi processi di cambiamento.

 Allora, chi suggerisce il ritorno a casa e la navigazione a vista, o non conosce la storia o   ritiene   il capitano inadeguato.

Nell’uno e nell’altro caso si commette un errore clamoroso.

Noi , invece, riteniamo adeguato il capitano anche perché lo abbiamo scelto  così come la flotta e la ciurma, e restiamo affascinati dal mistero poco rassicurante ma al tempo stesso appassionante  della navigazione in mare aperto per cui invitiamo tutti, ma proprio tutti, a  osare di più ed aiutare il mondo che noi rappresentiamo a trovare  e cogliere nuove sfide, anche inquietanti, poco rassicuranti, ma che siano anche affascinanti ipotesi e progetti di cambiamento.

Noi siamo per il detto che ogni cambiamento non è mai turbamento: se i punti di riferimento sono chiari, il cambiamento a queste condizioni è solo giovamento, passione, rischio e partecipazione.

Questo siamo noi:  la Cisl di ieri, di oggi e, ci auguriamo, di domani.

Vogliamo vivere ed essere una organizzazione in continuità con la nostra storia e in coerenza con quello che siamo e che ha permesso a questo paese di restare un paese libero, solidale, forte e democratico.  

I problemi che il nostro paese si trova ad affrontare lasciano poco spazio ad incertezze; in questa fase delicatissima di forte e accelerato cambiamento per la loro risoluzione c’è bisogno di un sindacato forte, del sindacato nuovo, capace di cogliere per tempo i fermenti che si stanno muovendo nella società.

C’è bisogno, altresì, di un livello di rappresentanza che permetta di lavorare per il superamento delle diseguaglianze al Nord come al Sud, una rappresentanza cioè espressione di un sindacato portatore di istanze che sembrano essere dimenticate: sono fondamentalmente le questioni  che, come ho detto prima, riguardano la crescita equilibrata del Paese, la tutela, il diritto di cittadinanza, la solidarietà intergenerazionale.

Proprio rispetto a questo importante aspetto della nostra società, l’allungamento della aspettativa di vita ha portato il nostro paese ad essere il primo  in cui la popolazione degli ultra sessantacinquenni ha superato quella dei giovani con meno di 15 anni, un Paese in cui l’indice di vecchiaia è aumentato a 78 anni per i maschi e a 85 anni per le donne.

Le famiglie con almeno un anziano in casa sono, secondo una recente indagine ISTAT circa il 34,8% e, nello stesso tempo sono circa tre milioni gli anziani che vivono da soli.

Tutto questo pone seri problemi dal punto di vista dell’equilibrio sociale; nello stesso tempo pone a Regioni ed Enti locali responsabilità forti e nuove nella progettazione del sistema integrato dei servizi, rispetto al potenziamento dei servizi stessi di assistenza domiciliare, dei centri diurni ecc.

Per fare tutto questo sono necessarie alcune condizioni, tali da garantire un’offerta di servizi di qualità, come il rafforzamento a livello territoriale dei percorsi di partecipazione e di concertazione delle forze sociali e sindacali, l’aumento della spesa pubblica da destinare alla persona e alla famiglia, nonchè favorire percorsi formativi di sostegno.

Ma la Regione Sicilia, non avendo recepito la legge sull’assistenza che pone dopo anni e anni la questione della politica sociale al centro della sua strategi, di fatto fa diventare gli anziani siciliani diversi, di categoria inferiore rispetto a quelli del resto dell’Italia.

La FNP Sicilia bene ha fatto a rivendicare con forza al Governo della Regione il recepimento della legge nazionale 328/2000 attraverso un articolo unico da inserire in finanziaria, ma ancora una volta il livello di insensibilità delle forze politiche regionali ha avuto la meglio.

Non solo, ma questa situazione di fatto priva migliaia di persone impegnate nel volontariato di un riferimento legislativo importante,  fondamentale.

Tutto ciò è inaccettabile.

La prima richiesta che la Cisl assieme alla FNP presenterà al nuovo governo sarà proprio il superamento di questa ignobile ingiustizia.

Tutto ciò dimostra che l’iniziativa del sindacato confederale diventa determinante quando si tratta di tutelare le condizioni di vita della parte più debole e più esposta della società

Questo vale,  a maggior ragione, per chi come noi agisce e opera al Sud e in Sicilia. 

LA SICILIA E IL MERIDIONE             Torna all'indice

 Ecco, il problema di questo paese è ancora la questione meridionale, e sarà così fino a quando le problematiche che riguardano lo sviluppo del meridione saranno soltanto oggetto di pedanti discussioni sociologiche, quando va bene, nella gran parte dei casi con forti coloriture demagogiche, senza che poi nessuno sia in grado di determinare condizioni oggettive di cambiamento su questo versante. Fino a quando le cose andranno così, non ci sarà speranza non solo per i giovani del Sud e della Sicilia ma anche per il tutto il Paese,

Dice un vecchio saggio che sono sempre in tanti ad annunciare rivoluzioni, poi non mettono un solo dito per realizzarle.

Per fare questo, per determinare queste condizioni di cambiamento il Sindacato, ma soprattutto la Cisl, deve ritrovare e ristabilire una condizione forte di nuova militanza, rilanciare un nuovo impegno sul fronte della crescita e dello sviluppo.

Tutto questo significa creare le condizioni per cui sul versante delle infrastrutture si dimostri il coraggio di uscire fuori degli stereotipi consolidati. Non si capisce perché, ad esempio, sul fronte degli investimenti appare legittimo, quasi scontato, l’investimento per la realizzazione dei 52 chilometri di tunnel Torino – Lione, in quanto funzionale alla maggiore integrazione del paese nel sistema europeo, mentre la costruzione del Ponte sullo stretto crea incredibili quanto inconcludenti discussioni.

Significa anche sostenere la creazione di un sistema intermodale di mobilità che solo una visione integrata e di insieme delle cose e dei problemi può richiedere e giustificare. Ma non dimentichiamo che la Sicilia manca ancora del piano regionale dei trasporti, per cui nei fatti ogni ragionamento si infrange sulla capacità o meno del sistema autonomistico di funzionare.

L’urgenza di una adeguata progettualità e strumentazione, in questo settore, si pone  sempre di più, anche perché è necessario evitare quanto di grave è accaduto, proprio a causa di una pesante dipendenza delle nostre attività produttive dal trasporto sul gommato.

Come tutti ricorderanno, la nostra regione ha vissuto, nei mesi scorsi, una situazione di isolamento, tanto paradossale quanto incomprensibile, a causa dell’azione violenta degli autotrasportatori siciliani.

Una intera comunità è stata presa ignobilmente in ostaggio, ed abbiamo potuto constatare  una presenza ed un ruoli delle Istituzioni e della politica quantomeno discutibili.

In quella occasione, qualcuno ha definito lo sciopero indegno di una comunità civile, qualche altro ha fatto riferimento al Sud America; certamente si è avuta, nell’uno e nell’altro caso, la dimostrazione lampante e chiara della fragilità del nostro sistema economico e produttivo, che vive la forte contraddizione di essere tra le Regioni del nostro Paese quella in cui l’87% delle esportazioni riguarda prodotti energetici ma non riesce a dare sostegno ad una attività produttiva come la estrazione e la raffinazione del greggio.

Eppure, molte piccole e medie aziende hanno visto lievitare anche del 40% i costi energetici di produzione e in alcuni casi  hanno dovuto chiudere la propria attività lavorativa.

Allora, ci chiediamo, diventa così difficile avviare una azione politica e istituzionale, nei confronti dello Stato e della Comunità europea, che ponga con forza la questione, che metta assieme le due cose, cioè la determinante attività di raffinazione e gli alti costi di trasporto che la distanza dei mercati impone con gli elevati costi di produzione determinati dall’instabilità dei mercati e del costo del greggio?

Non vogliamo dire cosa sarebbe necessario fare per affrontare tale questione, perché lo sanno tutti, almeno crediamo. (Accordo di programma per la chimica, attuazione del piano di risanamento ambientale per l’area di Gela e di Priolo ecc.)

Vogliamo però chiederci perché non si è fatto!

Non può essere scambiata per politica industriale la mera smobilitazione attraverso la cessione di importanti attività produttive e solo  per breve cenno i 141  miliardi della vendita della  Vini Corvo sono passati sotto un patetico silenzio.

E vogliamo anche sottolineare il fatto che proprio la mancanza di una politica industriale regionale ha alimentato tutte quelle spinte demagogiche che individuano per le prospettive di sviluppo percorsi immediati e affascinanti ma totalmente inefficaci, se non proprio dannosi.

L’avere sottovalutato la proposta della Cisl sulle Accise derivanti dalla estrazione e dalla raffinazione del greggio, ha messo in moto un perverso movimento qualunquista che, se non opportunamente ricondotto a buon senso, potrebbe generare situazioni incontrollabili di protesta sociale, fortemente lacerante e quanto mai pericolosa.

Significa anche affidare alla Pubblica Amministrazione compiti e ruoli che oggi non riesce ad assolvere.

I tempi e le procedure che regolano la sua attività restano legati ad una concezione borbonica della burocrazia e soprattutto, la nostra è una Pubblica Amministrazione che non riesce a conciliare i suoi compiti con le proprie contraddizioni.

In un recente convegno sulla Pubblica Amministrazione è venuto fuori il dato  che l’85% delle amministrazioni è si in linea con il procedimento amministrativo, ma il 60% delle stesse amministrazioni non rispetta i requisiti di efficacia, trasparenza ed efficienza.

Lo sportello unico per le imprese stenta a decollare, lo ha istituito solo il 40% dei comuni e nel 45% dei casi funziona male.

 I processi di informatizzazione risultano troppo complessi, a volte colpevolmente complessi, anche perché probabilmente l’accesso informatico da parte dei cittadini, delle imprese, la velocizzazione delle procedure, l’efficienza dei servizi, potrebbero mettere a rischio privilegi antichi di una burocrazia che nella nostra regione si è alimentata facendo leva proprio sull’equivoco che ancora oggi, anzi soprattutto oggi, condiziona pesantemente la vita dei cittadini, delle imprese e anche la politica, si scambia con sempre maggiore frequenza un  diritto con la concessione.

 Ogni idea di modifica dello status e di assetto della burocrazia, assume i contorni, purtroppo anche dentro lo stesso sindacato, della eversione, ma anche della più bieca strumentalizzazione politica, in quanto viene vissuto come minaccia della struttura di privilegi consolidati e di richiamo a precisi doveri istituzionali, generalmente disconosciuti e disattesi.

Avviare questo processo è fondamentale per i siciliani, non solo per assicurare loro un diritto di acceso ancora oggi negato, come viene sostanzialmente negato ai siciliani un diritto pieno, totale e consapevole di cittadinanza, ma anche perché una concezione burocratica dello sviluppo, che di fatto umilia e mortifica la stessa autonomia siciliana. diventa il vero vincolo allo sviluppo.

Ma c’è un’altra battaglia da condurre ed è quella di svincolare e liberare il settore della sanità dallo stato di coma profondo in cui è stato relegato.

Non è accettabile che le uniche due novità che hanno caratterizzato il settore siano state quel Piano Sanitario regionale voluto e sostenuto dalla Cisl e la visita della Bindi per un convegno promosso dalla Cisl in Sicilia.

Con tutto il rispetto, mi sembra onestamente un po’ poco.

Bisogna fare di più per affrontare il problema dell'elevazione del livello di efficienza delle aziende ospedaliere e delle aziende sanitarie locali, ma anche per affrontare il livello di indebitamento e le ragioni che devono portare ognuno di noi a determinare una condizione di agibilità del sistema più adeguata alla domanda, anche rispetto ai controlli da effettuare a tutela dei cittadini, per i compiti che allo stesso settore vengono affidati.

In questo senso, proprio il sistema dei controlli che riguardano la salute dei cittadini, nei posti di lavoro e le ricadute che esse hanno sulla collettività ci sembra del tutto inadeguato.

Per passare ad un altro settore, le opportunità determinate da una politica ambientale sul fronte della bonifica del territorio possono diventare la grande occasione di rilancio del sistema turistico, che ancora sconta la mancanza di una vera politica per un settore che nel futuro immediato può realisticamente fare la differenza fra sviluppo e arretratezza.

Investire nel turismo, con la molteplicità di segmenti in cui esso in Sicilia può svilupparsi, significa certamente migliorare oggettivamente la vita degli abitanti di una regione come la nostra, in cui tutto questo potrebbe essere vissuto come una grande opportunità

Altri prima di noi e meglio di noi si sono attrezzati e si stanno attrezzando per percorrere questa strada.

E’ inutile ricordare, per citare qualche dato nazionale, che l’industria del divertimento nella sola Rimini, che ha il 3% del territorio siciliano, accoglie il 36% di turisti in più della Sicilia e che la sola Malta è passata da due milioni di turisti nel ’90 a 12 milioni e mezzo nel duemila. La Sicilia, da 11 milioni e mezzo nel ’90 ha raggiunto i 12 milioni nel 2000, come si evince da quanto esposto in occasione dell’ assemblea generale sul turismo, tenutasi nel Marzo del 2001.

Inoltre, c’è da sottolineare che la Sicilia spende 101 mila lire per ogni turista che viene in Sicilia e, malgrado questo, i risultati sono appena al di sopra del limite fisiologico di capacità attrattiva di turisti e di ritorno sugli investimenti.

Come è emerso dalla stessa assemblea, non basta spendere i soldi ma bisogna saperli spendere, e il rischio di perdere i finanziamenti di Agenda 2000 in questo settore è tutt’altro che scongiurato.

Ma è  necessario, avviare e realizzare una politica di risanamento ambientale e di bonifica del territorio in una regione come la nostra, che produce 350 milioni di tonnellate di rifiuti ogni  anno, di cui va in raccolta differenziata solo il 3,93% Kg/ab/anno, contro 118 Kg/ab/anno della Lombardia, e   che smaltisce solo il 3% dei rifiuti prodotti,  in una situazione in cui questo sembra sempre più diventare il vero businnes dei prossimi anni e che corre il serio rischio di essere preda delle Organizzazioni mafiose, significa dotare la regione del Piano regionale di smaltimento, in mancanza del quale lo Stato ha provveduto a commissariare la stessa regione che, alla luce di tutto questo, avrebbe bisogno di una politica del territorio efficace e lungimirante. Lo stesso Presidente del Consiglio con un proprio decreto ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti urbani nella regione siciliana, a fronte dei circa 350 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, che hanno difficoltà a trovare discariche in linea con le normative di Legge o impianti di smaltimento.

Per il modo in cui la Regione è stata commissariata, sarebbe meglio dire che è stata espropriata delle prerogative che le appartengono, di fatto anche per quanto riguarda la gestione della emergenza idrica, anche perché sul recepimento della Legge Galli, per  il riordino delle autorità di gestione, i  ritardi diventano assurdi e incomprensibili.

La stessa individuazione degli Ambiti territoriali Ottimali è stata una ulteriore occasione paradossale di divisione politica allucinante e assurda.

Nel frattempo, mentre si studia per ottenere il meglio, i gruppi di pressione si stanno attrezzando per spartirsi la gestione di un settore che sarà determinante per le condizioni di sviluppo e di civiltà della nostra regione

La questione non riguarda solamente la quota di investimenti necessari per il riassetto del sistema idrico in Sicilia, infatti si calcola che il 47% dell’acqua prelevata dalle falde si disperde a causa di una rete idrica fatiscente. Essa riguarda  anche  la gestione del sistema che diventerà il principale business dei prossimi anni.

Allo stato si sta solamente incentivando la privatizzazione mercato dell’acqua.

Con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista dei vincoli e degli inquinamenti che in questo campo si possono registrare.

Così fanno clamore Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo per la mancanza di acqua nelle case, mentre si costruiscono piscine comunali; fa meno clamore, però, il fatto che il destino di tante aziende agricole e industriali dipenda da una efficace politica di utilizzo e di ottimizzazione delle risorse idriche.

La nostra regione, di converso, continua ad essere la regione delle sanatorie agli abusi che si sono perpetrati in edilizia negli anni scorsi.

C’è stato sicuramente tanto accanimento da parte della stampa e dei mass-media su questa vicenda, ma certamente sulla questione del risanamento del territorio il peccato originale è della politica, di destra e di sinistra, per avere avuto atteggiamenti, soprattutto nei “periodi sensibili”, come quello che stiamo vivendo, di comprensione per chi devastava “per necessità” il territorio; questa è una verità storica.

Scoprire a destra e soprattutto a sinistra a posteriori  un’anima ambientalista, dopo avere permesso, proprio da parte loro, la devastazione del territorio, con le colpevoli omissioni a carico delle amministrazioni comunali, con i Piani regolatori che non si approvavano e continuano a non essere approvati, mi sembra quanto di più sbagliato e di ipocrita  si possa fare.

Troppi e troppo in fretta hanno dimenticato che i diversi Masaniello degli abusivi, nel tempo,  si sono costruiti fortune politiche incredibili.

E ancora, noi viviamo le grandi contraddizioni tra un passato che non c’è più e un futuro che si attarda ad arrivare, sospesi come siamo tra old economy che non è mai riuscita a decollare e new economy, che solo in casi eccezionali presenta opportunità di rilancio occupazionale.

L’esempio della St Microelctronics di Catania ci sembra quello che meglio rappresenta questo stato di cose, anche perché lì si è di fatto creato un collegamento forte con il mondo della scuola e soprattutto con quello universitario.

Per il resto, il mondo dei “call center” non ci sembra la scoperta della scorciatoia per elevare i livelli occupazionali, tutt’altro.

Anche perché, mai come in questo caso domanda e offerta corrono il rischio di non incontrarsi proprio per mancanza di quei necessari percorsi formativi capaci di diventare il vero punto di incontro fra le componenti del mercato del lavoro.

Nei processi di trasformazione, proprio la formazione assume un ruolo strategico, una formazione che sia tale da produrre i lavoratori qualificati, per dinamizzare e fare incontrare la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro, ma  capace anche di sostenere il reinserimento degli esclusi dal mondo del lavoro e di quelli che rischiano di perdere il lavoro che svolgono.

La formazione oggi più che mai è un fattore di crescita e di valorizzazione delle risorse umane, in tutte le sue forme, dalla formazione iniziale a quella continua e permanente. E’ ormai affermato, e noi lo sosteniamo,  l’approccio per cui la formazione ‘lungo tutto l’arco della vita’ di un individuo rappresenta una delle opportunità che ogni società avanzata può e deve offrire per rendere possibile un maggiore e più efficace impiego e messa a frutto delle risorse umane, intellettuali, culturali e tecniche in essa presenti.

 E’ necessario, dunque, accompagnare i veloci processi di cambiamento con una politica formativa che valorizzi una stretta sinergia tra scuola, università e enti di ricerca, che rischiano, mai come oggi, di diventare veri e propri corpi separati rispetto al mercato del lavoro.

E’ necessario altresì mettere al centro della nostra iniziativa la questione del diritto di accesso alla cultura, alla formazione, modificando i riferimenti consolidati, secondo cui si determina la paradossale condizione per cui nella nostra regione non è scontato che l’accesso alla formazione si trasformi in opportunità di lavoro.

La Formazione Professionale va cambiata, va superato l’anacronistico sistema sovvenzionato perché esclude dalla progettazione qualsiasi possibilità di valutazione finale sulla qualità dell’offerta formativa, e non permette, se non in minima misura, che la stessa offerta sia inserita all’interno di un processo più ampio di domanda e offerta formativa.

Ormai da anni, la Cisl ritiene che solo un regime di convenzione dei soggetti che producono la Formazione con l' amministrazione che li finanzia può creare condizioni nuove, tali da permettere un' offerta formativa adeguata ai bisogni sia delle imprese che dei soggetti destinatari.

Intanto, fra le altre cose,  la Sicilia è forse l’unica Regione d’Italia che non è riuscita a darsi una Legge per il diritto alla studio e ciò determina una condizione di estrema fragilità del sistema formativo; per questa ragione e per modificare una situazione simile,  occorrerà definire le azioni positive da portare avanti al fine di garantire a tutti un diritto ancora oggi negato.