CISL Scuola Sicilia

1°Congresso Regionale

.....SCELTE DI FUTURO

Dionisio Bonomo

Segretario Generale

        sinistra.gif (1308 byte) Pagina precedente                                                |                                      copertina

San Paolo Palace Hotel   Palermo    23-24 Aprile 2001

 

INTRODUZIONE                                            

Viviamo oggi immersi in una civiltà che negli ultimi cinquant’anni ha registrato un incredibile progresso, paragonabile a quello avutosi in almeno due secoli di storia, prendendo come punto iniziale di riferimento il processo di industrializzazione.

 

L’estensione dei mercati al di là dei confini nazionali conosce oggi forme e dimensioni prima sconosciute e il venir meno di ogni legame territoriale nella produzione di beni e servizi: tutto, può essere prodotto e commercializzato ovunque e i capitali si recano là dove possono trovare le migliori condizioni di remunerazione e di profitto, sostanzialmente nei luoghi in cui i costi del lavoro sono proporzionalmente più bassi di quelli esistenti in patria o dove esistono norme fiscali più favorevoli e minori vincoli alla libertà delle imprese.

 

Alla crescita oltre ogni precedente dell’economia mondiale si accompagna il vertiginoso sviluppo dei mercati finanziari dove gli scambi di valute, azioni e titoli hanno ormai raggiunto volume e velocità tali da superare giornalmente il prodotto interno lordo di molti paesi; nello stesso tempo la rivoluzione tecnologica nel settore delle comunicazioni e dell’informazione ha, a sua volta, contribuito alla caduta delle barriere, facendo aumentare a dismisura la platea di potenziali abitanti del “ global village “ e i partecipanti alla comunità virtuale degli utenti di nessi telematici.

 

Sul piano sociale e politico i contraccolpi della globalizzazione economica si traducono in una generalizzata riduzione della protezione assicurata ai cittadini dai sistemi del welfare in vigore in tutti i paesi industrializzati dell’Occidente e in un aumento delle diseguaglianze e della distanza che separa coloro che si trovano al vertice e quelli che stanno alla base della piramide sociale; da un lato si accentua la concentrazione della  ricchezza, dall’altro si diffondono fenomeni di nuova povertà, di esclusione e di marginalizzazione.

 

Una simile civiltà, può essere considerata un effettivo, tangibile guadagno sul piano della felicità esistenziale se al costante progresso si accompagna una enorme crescita della violenza individuale e collettiva, un aumento della disoccupazione, retribuzioni più basse, indebolimento degli stati, sfruttamento dei paesi in via di sviluppo? O non si tratta di una società tale solo nominalmente se è vero che la disgregazione del tessuto civile, l’aumento della solitudine e dell’individualismo sono problemi che coinvolgono ciascuno di noi in una spirale drammaticamente crescente?

 

La verità è che la crisi assiologica attuale è appannaggio di tutto il mondo e la tecnocrazia non può essere la risposta adeguata!

 

Globalizzazione è parola magica per indicare, non solo un evento fisico, concreto, plurale, ma anche, se non soprattutto, uno stato d’animo, un  evento mentale, perché essa è diventata una percezione che ciascuno di noi si porta “dentro”.

 

Ma “globalizzazione” è anche parola-concetto densa e contraddittoria che si può declinare in modi opposti e alternativi tra loro, ora come processo che integra e uniforma, ora come processo che separa e differenzia.

 

In ogni caso, processo che alimenta competizione e cambiamenti, che gioca tutto  se stesso sulle reali capacità che ciascuna persona, ciascun gruppo, ciascuna comunità, ciascuna regione del mondo sa esprimere nel produrre valore aggiunto con le risorse di cui dispone, tecnologiche, sociali o professionali che siano.

 

Se negli anni '50 i problemi legati allo sviluppo sociale ed economico erano quelli di sviluppare il mercato dei beni o  di rendere funzionale la gestione di impresa con lo sviluppo di strutture di line e di staff, oggi il ritmo è mutato e il “cambiamento” sta diventando la bussola di riferimento per scegliere la direzione di marcia.

 

Si é passati da una rappresentazione di società sostanzialmente statica ad una altamente dinamica caratterizzata da velocità e ritmi molto più elevati rispetto a quelli di una volta, e in cui anche nel breve periodo le variabili in gioco e il loro peso relativo mutano con straordinaria prontezza e rapidità : una massima che riassume molto bene la situazione è questa : “ciò che andava bene ieri non è detto che dia gli stessi buoni risultati oggi!”.

 

     Il noto studioso di processi sociali ma anche impegnato editore  di importanti collane di saggi sui nuovi modelli organizzativi della società, Franco Angeli, parla di una sorta di “paradosso globale” : più il sistema diventa grande (la mondializzazione dell'economia e la conseguente velocità con cui quanto avviene in un luogo si ripercuote sul resto del pianeta) e tanto più piccole, con maggior potere e importanza diventano le parti del sistema.

 

Internet ci rende più globali ma, nello stesso tempo più locali; l'e-commerce favorisce l'integrazione di grandi imprese che operano nel mondo ma allo stesso tempo permette grandi occasioni per le piccole imprese o addirittura per le singole persone.

 

Non c’è dubbio che questa inaspettata condizione geografica e planetaria impone di rispondere ad almeno due istanze cruciali: come fare per progettare e sviluppare risorse socio-economiche/culturali e risorse socio-professionali in grado di vivere, ma anche di governare questo mondo?

 

E anche nel mondo dell’impresa e del lavoro la domanda che gira sempre più frequentemente, oggi, è sempre la stessa: come bisogna organizzare l’innovazione ?

 

Fatalmente ci si accorge che in definitiva la questione di fondo, il punto chiave, è sempre lo stesso: è necessario sviluppare un solido “basamento” culturale sia per gli individui sia per le organizzazioni produttive. 

 

     In Europa, il processo di unificazione anche grazie ai progressi che sono stati fatti negli ultimi anni, sta diventando per tutti una realtà sempre più solida e concreta, una realtà determinante soprattutto per la politica di crescita e di sviluppo di quanti nello scenario continentale si vanno via  proponendo come nuovi candidati dell’Unione.

 

     Ed è paradossalmente proprio questa prospettiva di allargamento dello spazio comune che oggi fa discutere molto ampi settori della classe politica e della stessa opinione pubblica.

 

     Ci si interroga tutti su come potrà essere il futuro che stiamo costruendo ed emergono, più o meno esplicitamente, timori per tutto quello che, nel bene e nel male, il processo di costruzione porterà con sé.

 

     Da una parte una condizione ancora forte di differenziazione tra le varie tradizioni culturali, socio-tecniche ed economiche che caratterizzano i paesi europei, dall’altra la natura e la qualità di una irreversibile integrazione che fa percepire come a rischio la stessa sopravvivenza delle identità nazionali.

 

Il tutto fortemente complicato dai fattori di mondializzazione delle economie nazionali che stanno modificando in profondità non solo i rapporti tra i sistemi di produzione e di consumo di beni e servizi ma anche gli stessi modelli culturali su cui si reggono le organizzazioni sociali.

 

     Come rispondere a tutto questo? La CISL è convinta che la risposta può stare solo nella capacità che tutti noi siamo in grado di esprimere nel rappresentarci un’unica “Europa della Conoscenza”, una realtà sociale e culturale, cioè, che sia emblema di “cittadinanza europea” e che non si riconosca solo come espressione di forza tecnica ed economica di alcuni ma come unità di valori condivisi e di sentimenti di appartenenza.

 

     Ma per sostenere ed alimentare una tale rappresentazione di una realtà europea non si può fare a meno di due fattori indispensabili e determinanti che possono agire come strumenti strategici di riconoscimento per una comunità alle prese con il suo futuro : l’Educazione e la Cooperazione.

 

     La Dichiarazione congiunta, sottoscritta da tutti i Paesi dell’Unione Europea il 25 Maggio di tre anni fa, era il 1998, a Parigi, ha messo in evidenza due punti importanti :

 

-il ruolo centrale che devono svolgere la Scuola e l’Università nel rendere più rapida e più solida la costruzione di una dimensione culturale dell’Europa

-la necessità di realizzare un forte sistema educativo e formativo europeo come strumento strategico per rendere il cittadino capace di vivere nel terzo millennio e di misurarsi con una realtà in cui la circolazione e l’occupabilità della risorsa umana rappresentano un requisito essenziale dello sviluppo.

 

La CISL è ben consapevole di tutto questo e sa che si tratta di una grande sfida, di una sfida nuova ed impegnativa che richiede grandi sforzi e grande passione. Una sfida alla quale bisogna partecipare con senso di responsabilità ma soprattutto con determinazione mettendo in campo tutte le energie di cui dispone.

 

La CISL è pronta ad accettare questa sfida richiamando i suoi valori fondanti che da sempre la sorreggono e che sono i valori del Sindacato, quei valori che sul piano sociale, della giustizia, dell’equità, del benessere della persona, costituiscono beni preziosi che non si posseggono pienamente  “se non si opera con forza per porli a disposizione anche degli altri“.

 

Diventa necessario, strategicamente necessario trovare il modo di controllare gli effetti dirompenti di questo processo che dall’Europa ci proietta in una dimensione planetaria di globalizzazione che da una parte tende ad includere  il mondo mentre dall’altra esclude l’uomo.

 

Ecco allora la nostra strategia, il nostro obiettivo più grande e più voluto : Riuscire ad includere l’uomo nel mondo.

 

Lo sviluppo complessivo del pianeta non può prescindere da un progetto comune, un progetto mondiale che metta al centro dell’attenzione insieme la persona e il suo diritto a progettare la propria vita con dignità e rispetto, un progetto, in ultima analisi, che punti ad un giusto riequilibrio delle differenze tra il Nord e il Sud del mondo.

 

Dovrà essere questo il punto di forza del sindacato che, tradotto in termini di iniziative nazionali, significa contribuire a sanare lo squilibrio economico tra il Nord e il Sud del Paese: e ciò sarà possibile se ripartiremo dalla “ Sicilia “, se la “ navigazione “ che stiamo per intraprendere avrà come punto di partenza il Mediterraneo, inteso non come Sud ma come Centro del mondo ( forse non è stato così per i Greci e per i Romani? Chi meglio di noi può dirlo! ).

 

“ Navigazione “ attraverso il suo nome evoca viaggi, avventure, procelle, approdi.

 

“ Mediterraneo “ è metafora per indicare le scelte della rotta giusta.

 

Insieme vogliono manifestare la continuità dell’impegno della CISL e della CISL Scuola.

 

Vogliono mettere in evidenza la realtà di un “ arcipelago “ di istituzioni, di entità, di eventi e di contesti che stanno per essere collegate tra loro con “ traghetti  e  ponti “.

 

Le rotte del prossimo quadriennio 2001-2005 che la CISL Scuola siciliana ha tracciato e che vuole percorrere fino alla meta sono:

 

q                  L’Autonomia nell’Autonomia

q                  L’Offerta Formativa Integrata

q                  Le Nuove Professionalità

q                  Il Novo Volto dell’Organizzazione

q                  Le Nostre Scelte di “Futuro”

 

 

 

 

 

L’AUTONOMIA NELL’AUTONOMIA

 

Il lungo percorso di riforma, durato oltre 10 anni, ha mutato profondamente il sistema educativo italiano nella  sua intrinseca  struttura; dalla logica gentiliana della piramide istituzionale gerarchica e burocratica, si è progressivamente affermata una struttura funzionale centrata su una poliarchia di funzioni e responsabilità, che ruota attorno a due principi:

 

-  quello della devoluzione alle Regioni di responsabilità dirette nelle politiche

   attive dell’istruzione e della formazione professionale ;

 

-  quello dell’autonomia funzionale delle istituzioni educative.

 

Adesso, l’attenzione della politica dell’educazione, è destinata a crescere verso gli effetti del processo di valorizzazione del capitale umano, alla luce della centralità sociale ed economica che il valore del capitale intellettuale assume nello sviluppo delle democrazie evolute.

 

Secondo il 34° rapporto Censis, “ le politiche educative infatti debbono rispondere a due nuovi bisogni: ampliare le opportunità di accesso – accessibilità e generare risultati visibili a breve, medio e lungo termine “.

 

In  tutti i paesi europei, ormai, tutti i grandi processi di riforma dei sistemi educativi sono stati accompagnati dalla istituzione di organismi di valutazione, come di recente è avvenuto anche per l’Italia con la nascita dell’Istituto Nazionale per la Valutazione della Qualità dell’Istruzione. Le riforme di questo decennio, tuttavia, non riescono ancora a tradurre in risultati concreti e in programmi di sviluppo sostenibili  le complesse scelte istituzionali.

 

Ma noi,  a quale tipo di processo di riforme abbiamo contribuito e quale è stato, fin qui, il nostro cammino?

 

Il progetto di riforma che si è sviluppato a largo raggio, rivoluzionando parti importanti del sistema istituzionale, al fine di realizzare quei principi di decentramento, sburocratizzazione, agile tenuta della periferia nei confronti del centro, è stato da noi condiviso, seguito nel tempo, e richiesto con forza e determinazione.

 

Con altrettanta forza ci sentiamo di affermare, però, che sulle modalità di attuazione delle riforme, non sempre sono state garantite la concertazione o la consultazione dei lavoratori della scuola (solo virtuale), e questo a causa di una esasperata strategia governativa di tipo mass - mediatico, a volte concitata quanto inopportuna.

 

I numerosi provvedimenti succeduti alla L.59/97 e all’art. 21, sicuramente attesi e necessari, hanno sviluppato alcuni principi fondamentali che vale la pena di ricordare in questa sede:

 

·                   il principio di sussidiarità con l’attribuzione delle finalità dei compiti e delle funzioni amministrative ai Comuni, alle Provincie e alle Comunità Montane;

·                   il principio di completezza con l’attribuzione alle Regioni delle funzioni amministrative e di programmazione;

·                   il principio di efficienza ed economicità, anche con la soppressione delle funzioni divenute superflue;

·                   il principio di cooperazione tra Stato, Regioni ed EE LL;

·                   i principi di responsabilità ed unicità dell’amministrazione con la conseguente attribuzione ad un unico soggetto delle funzioni e dei compiti connessi;

·                   il principio di autonomia organizzativa e regolamentare e di responsabilità degli enti locali nell’esercizio delle funzioni ad essi conferiti.

 

Per  essi,  prima come  SISM  e  SINASCEL  nel ‘93  con il Convegno  di Roma “ La scuola dell’autonomia: una scommessa per il futuro “  e poi come CISL Scuola nel 98 con il convegno di Mantova “Autonomia Autonomie“, ci siamo fatti promotori  di  un nuovo modello organizzativo fondato sulla responsabilità del risultato e sulla valorizzazione di tutto il sistema scolastico.

 

Rimettevamo in discussione la configurazione di una “scuola apparato”, il centralismo burocratico, l’uniformità delle procedure, la rigidità delle normative, rivendicando un ruolo per la scuola centrale ed interagente con la realtà circostante e con compiti di coinvolgimento di tutti gli altri soggetti istituzionali.

 

Abbiamo sostenuto, insieme ad Alessandro Pajno il “padre della scuola dell’Autonomia” che la riforma del sistema scolastico doveva ispirarsi  a criteri di efficienza, di espansione qualificata del servizio e non a logiche burocratiche e accentratrici.

 

In questi anni abbiamo maturato la consapevolezza che la riforma dell’autonomia era una risorsa da utilizzare, non solo perché presente anche nelle pressanti richieste degli studenti ma anche a seguito della crescente denuncia della inadeguatezza dei servizi che offriva, delle strutture edilizie, delle dotazioni tecnologiche e didattiche. Insomma ci siamo resi conto che la scuola stava lontana e sganciata dal mondo del lavoro, caratterizzata sempre di più da un forte squilibrio fra natura e qualità dei titoli di studio che rilasciava.

 

Richieste e preoccupazioni, quelle del mondo studentesco, che non hanno certo trovato riscontro nell’emanazione dello Statuto delle studentesse e degli studenti.

 

In tale scenario, i quattro anni di storia recente hanno portato ad una produzione di provvedimenti, che con la più recente riforma dei cicli, hanno completato quel mosaico, nel quale manca soltanto il riordino degli OO CC della scuola.

 

L’autonomia organizzativa, didattica, finanziaria, di ricerca e sviluppo, dunque, all’interno di un sistema di autonomie, è stata riconosciuta alle istituzioni scolastiche e oltre a caratterizzarsi come modello organizzativo, è e rappresenta la forma - valore più autentica del modo di essere e di fare scuola nelle democrazie avanzate.

 

E’ un modus vivendi, è uno stile di pensiero, è un valore di profondo significato culturale e sociale; esalta la funzione di servizio che, nell’ambito delle prestazioni pubbliche, l’istituzione deve rendere alla collettività.

 

L’autonomia, fattore di propulsione al cambiamento, ha richiesto e sta richiedendo l’attivazione di condizioni e relazioni tra i soggetti, di strutture flessibili, di decentramento di politiche su base provinciale, di dotazione di risorse aggiuntive, di gestione della modularità, di strategie per la formazione in servizio, di procedure di autoanalisi e valutazione di sistema interna ed esterna.

 

Il dimensionamento, elemento primario per il riconoscimento dell’autonomia a seguito del riordino della rete scolastica, si è rivelato nei fatti, uno dei momenti più vissuti a livello locale, con dinamiche che hanno alla fine prodotto una riorganizzazione della rete scolastica spesso disarticolata e non sempre omogenea.

 

Questo ha rappresentato per il sindacato un elemento di criticità, che però in Sicilia è stato affrontato con una posizione di tutela degli interessi della scuola che ha fatto assumere alla CISL Scuola siciliana un ruolo determinante nelle Conferenze Provinciali previste dalla L.R. 6 del 2000.

 

Auspichiamo per il futuro un vero ed autentico governo del problema a livello regionale più che per monadi provinciali.

 

Per la CISL Scuola siciliana, l’autonomia è stata e continua ad essere una sfida, un impegno per tutti per condurre azioni di concertazione e di condivisione politico sociale che, più di altre, ci hanno dato la consapevolezza che questo processo innovativo e di nuova decisionalità rappresenta  una battaglia civile ed istituzionale da condurre fino in fondo;

 

-                       una battaglia civile perché cambia il rapporto con la società e chiama ad un protagonismo diverso di tutti i soggetti, i quali attuano un “patto“ tra le professionalità esistenti nelle scuole, gli studenti e il contesto sociale;

 

-                       una battaglia istituzionale perché attraverso la realizzazione dell’autonomia si dà un forte contributo alla crescita delle istituzioni di un paese in termini di consapevolezza e di vera cittadinanza.

 

Caratterizzante, in tale fase di rinnovamento, è la creazione di nuove relazioni e di sinergie con il territorio, con gli enti. Tramite una filiera di collaborazioni e interscambi professionali all'interno e all’esterno del Sindacato, determinante diventa per noi, la creazione di un gruppo di consulenza progettuale, non solo di categoria, ma trasversale alla confederazione come nucleo dipartimentale.

 

Procedere per questa via, significherà ora, con forte tensione etica e politica, puntare alla qualità degli effetti della riforma, privilegiando l’aspetto della partecipazione come capacità di diventare soggetto, di darsi da sé un proprio assetto, di diventare protagonista rinnovando forme, procedure e modalità dei nostri meccanismi partecipativi.

 

E’ questa la nostra “autonomia“ quella sindacale, ed è questo il progetto complessivo che rilanciamo; cambiare i rapporti tra il nostro sindacato e la scuola e la società, pensando ad un modello orizzontale e non verticale, fatto di reticoli, di unità operative, dove si agisce in vista del raggiungimento di comuni obiettivi, dove si fa formazione, si fa ricerca, attraverso una serie di modelli flessibili e collegati alle vocazioni del territorio.

 

Il nostro ruolo sindacale, all’interno del disegno riformatore, si espleta nel coinvolgimento degli enti locali e delle altre istituzioni, soprattutto per agire nelle aree di maggiore disagio sociale e per la risoluzione di tutte le questioni legate al ritardo culturale e ai rischi di analfabetismo culturale che ancora oggi si manifestano in diverse aree del Paese ; per agire anche tra i giovani e per recuperare il ritardo di cui ancora soffre la nostra società nello sviluppo di consumi culturali e tecnologici evoluti; per far superare le difficoltà in cui si dibatte il sistema scolastico e per far ritrovare ai suoi operatori una identità professionale nel nuovo modello educativo, garantendo così una migliore qualità media dei risultati e dei servizi offerti.

 

Il disagio complessivo che la categoria vive, nell’essere elemento responsabilizzato e centrale della riforma, spinge la CISL - Scuola ad assolvere al suo ruolo di rappresentanza e di tutela, mantenendo la sua autonomia, coniugando la rappresentanza di interessi di parte con obiettivi più ampi di bene comune.

 

Le nuove relazioni sindacali, il quadro normativo più flessibile, possono individuare terreni nuovi rendendo più esplicita la relazione tra la contrattazione, i suoi esiti, le ricadute sulle condizioni di lavoro e la qualità dei processi.

 

Nel nostro essere espressione di un mondo, di una cultura, di un sistema di valori, nel nostro pluralismo interno che è permanente garanzia della nostra autonomia, siamo interlocutori tra i sistemi e per questo dobbiamo avere una maggiore capacità di comunicare non solo tra di noi, ma verso l’esterno, dando maggiore visibilità al nostro progetto nella chiarezza di obiettivi concreti e credibili.

           

Non dimentichiamo infatti che le caratteristiche che contraddistinguono, oggi, i sistemi produttivi sono l'elevata dinamicità e soprattutto l'innovatività e ciò significa che lavoro, apprendimento e cambiamento procederanno sempre di più  in parallelo avendo come fattore di riconoscimento il fatto che la gestione della conoscenza, cioè il saper costruire e trasformare conoscenza, non ricoprirà più un ruolo strumentale ma costituirà essa stessa l'unica vera, fondamentale risorsa dei processi stessi.

 

Ciò significa che dovremo preoccuparci sempre di più di privilegiare aspetti che riguardano i modi di apprendere e l'efficacia delle strategie cognitive messe in atto nei processi di pensiero di un individuo più che le semplici applicazioni del suo comportamento pratico.

 

Quello che va sottolineato è che il paradigma della formazione fondata sul legittimo contributo di una scuola ricca, impegnata ed aperta è un dovere ancor prima che una garanzia non solo per lo sviluppo di reali competenze utili al mondo del lavoro ma anche per il contributo di supporto sociale nei confronti dei gruppi di soggetti, variamente svantaggiati che trovano difficoltà a tenere il passo con l'innovazione e le trasformazioni del mondo.

 

L’autonomia nell’autonomia per noi deve significare questo. Dare sempre più valore alla scuola nella rete di valori che la nostra società deve condividere per andare avanti e vivere il futuro costruendo se stessa insieme agli altri.

 

Quello che apprendiamo, bene ormai lo sappiamo tutti e lo vivono in prima persona i nostri giovani,  diventa velocemente obsoleto e va fuori corso rapidamente e questo ci sta spingendo a cambiare persino la stessa definizione di “società educata” : non sembra più determinante, ai fini del successo personale e sociale, essere in possesso di un dato livello di conoscenza, di comprensione, di abilità, di capacità o di competenza, anche in modo strutturato in uno o più campi, ma avere invece appreso a stare nella vita con uno spirito di continua ricerca e di motivazione all'apprendimento.

 

Paradossalmente gli individui che meglio degli altri si trovano oggi avvantaggiati  dal nuovo spirito di frontiera che sta dilagando nel mondo sono quelli che alla fine del proprio corso di studi rimangono meno impressionati dall'estensione di quanto hanno appreso rispetto alle prospettive senza limiti di apprendimento che hanno davanti a loro.

 

In questo solo un luogo può essere in grado di promuovere una tale capacità : una scuola in grado di insegnare a volare alto. Una scuola che sappia dialogare da pari a pari con il territorio e la società, che assuma nell’autonomia ruolo e funzione di guida e di sviluppo per governare il cambiamento continuo. E non solo quello tecnologico.

 

Soprattutto quello sociale, professionale e culturale perché sempre di più domani, e qui forse sta il senso di quanto ci riserva un futuro non molto lontano, un numero sempre più grande di lavoratori si vedrà costretto a dare maggiore rilevanza alle interazioni con le irregolarità e le casualità dei comportamenti degli uomini piuttosto che con una prevedibile regolarità delle macchine.

 

Che significa, in altre parole, la necessità di sviluppare capacità di buona comunicazione, di facile relazionalità,  di espressione di una professionalità spendibile in una società ormai post - industriale.

 

Solo una reale capacità di essere autonomi nell’autonomia, e la Cisl ne è profondamente consapevole, può garantire di governare tutta la complessità dei canoni  interpretativi che la cultura tecnico - razionale prevalente oggi nella società sta imponendo al mondo delle professionalità e  della formazione al lavoro (basti pensare ai tentativi sviluppati negli ultimi tempi da parte di alcuni dei modelli applicativi di progettazione formativa più noti, come quello del superamento della logica delle ISO 9000 e della Total Quality a favore di una riscoperta dell’importanza della valenza pedagogica nel progetto formativo dell’individuo).

 

La parola "formazione", per la scuola dell’autonomia che vive nell’autonomia del territorio, deve assumere e mantenere per noi significati valoriali e culturali alti: deve essere una categoria interpretativa della relazionalità sociale in grado di rispettare compiutamente il principio di sviluppo personale di un individuo.

 

 

IL SISTEMA FORMATIVO INTEGRATO

 

 

La CISL e la CISL Scuola hanno condiviso la costruzione di un sistema integrato attraverso una concertazione tra le parti iniziata con il “ Patto del lavoro “ del 96 e proseguito con il “ Patto sociale per lo sviluppo e l’occupazione “ del dicembre 98. Il Master - plan specifico per la scuola e la formazione ha rappresentato un inedito momento di sinergia che purtroppo non ha avuto seguito alcuno. Resta un valido documento sospeso, però,  nel tempo.

 

La motivazione di fondo che ha spinto verso un nuovo modello integrato si può ricercare nella carente risposta del sistema scolastico e di quello della formazione professionale del nostro Paese alla sfida posta dalla globalizzazione dell’economia e dei mercati e alle parallele necessità di diffusione in tutti i settori della società, di nuove competenze e di nuovi saperi.

 

Il sistema italiano, tradizionalmente rigido nella struttura, caratterizzato da una storica dispersione di risorse e dall’incapacità di essere permeabile, doveva essere aggredito in modo forte e di conseguenza trasformato, in tempi brevi per poter collocare l’Italia nell’economia mondiale.

 

Ecco allora che si sono sviluppate tutte le azioni politiche volte a riallineare il nostro sistema ai livelli europei, attraverso due strategie convergenti: 

 

-                       da un lato l’allargamento quantitativo della base giovanile coinvolta nella frequenza di percorsi scolastici secondari e superiori con l’obbligo di istruzione - formazione a 18 anni di età; l’istituzione di corsi di istruzione e formazione tecnica superiore post secondaria paralleli al percorso universitario ma più breve, con articolazione dei titoli universitari nelle lauree di primo livello o “junior”, nella laurea tout-court e nel dottorato di ricerca ;

 

-                       dall’altro, in considerazione dell’eccessiva permanenza dei giovani nel sistema secondario e superiore (in media ci si laurea a 26 anni e su 100 giovani che arrivano al diploma, 30 sono in ritardo) si è provveduto alla diminuzione della durata degli studi: riduzione di istruzione scolastica pre - universitaria da 13 a 12 anni; risparmio sui tempi di permanenza scolastica con il sistema dei crediti e dei debiti comunque acquisiti dal giovane in ambiente extrascolastico o in quello della formazione professionale; contrazione con il 3+2, almeno di un anno della durata dei percorsi accademici di laurea e di specializzazione.

 

Tutto ciò è sembrato il frutto ragionevole di due riflessioni: il desiderio di dissipare il meno possibile risorse e capacità individuali e collettive e la consapevolezza che non è oggi possibile pretendere di confinare “tutta“ l’istruzione necessaria per una vita civile e professionale “buona“ solo nella fase che intercorre dall’infanzia alla giovinezza e che bisogna ormai pensare l’istruzione come tutto l’arco della vita.

 

Pur condividendo l’obiettivo strategico di innalzamento dei livelli formativi complessivi, anche come antidoto al rischio di impoverimento culturale ed alfabetico denunciato in larghi strati della popolazione adulta e giovanile, come CISL Scuola abbiamo tuttavia evidenziato come questo sistema si è rinnovato fino ad oggi solo nel contenitore, tradendo nella sostanza “ l’obiettivo condiviso “.

 

L’attenzione del dibattito e degli articoli del disegno di legge ci è sembrato che si sia concentrata più sui nomi e sull’estensione temporale dei contenitori (scuola di base piuttosto che scuola primaria e scuola media o ciclo primario/secondario; scuola secondaria che resta secondaria sebbene i primi due anni siano di fatto più la conclusione  degli  studi precedenti  che l’avvio di quelli successivi ) piuttosto che sui “ risultati di apprendimento “ che è lecito attendersi oggi e in regime di autonomia delle scuole è doveroso certificare a livello nazionale ed europeo.

 

Cancellare due segmenti del sistema scolastico, quello della scuola elementare e quello della media, ha significato per noi un grave errore perché, di fatto, ha messo fine a due esperienze forti e consolidate, riconosciute anche all’estero.

 

Eliminare, poi, la scuola media ha dato l’impressione  di  trascurare  che  storicamente, essa è stata l’unica  che ha  cercato di “ rispondere al principio democratico di elevare il livello di educazione e di istruzione personale di ciascun cittadino e generale di tutto il popolo italiano, accrescendone di conseguenza la capacità di partecipazione e di contributo ai valori della cultura e della civiltà “ dal D.M. 24 Aprile 1963.

 

Quest’idea, a nostro avviso, sarebbe dovuta diventare il punto di forza dell’intera proposta di riordino. Affermare, come è stato fatto, che la scuola media è stata ed è l’anello debole del sistema scolastico italiano e che, in quanto tale, merita il rimpasto nella scuola di base, significa, per dirla con Giuseppe Bertagna, “ cancellare dalla memoria collettiva questa sua originaria, emblematica mission democratica e pedagogica “.

 

Ci siamo interrogati anche sull’obbligo scolastico e sul percorso successivo. Continuiamo a nutrire più di qualche perplessità rispetto a un obbligo che si compie a quindici anni, al termine del secondo anno, perché non è chiaro quali siano le sue caratteristiche di terminalità: tendono forse a configurare un ciclo sostitutivo della scuola media e quindi a ridurre in pratica il vero percorso secondario a tre anni? Il rinvio dei curricoli del ciclo secondario non ci consente di porre fine ai nostri dubbi!

 

Ribadiamo, in questa sede, le critiche avanzate dalla delegazione CNPI della CISL Scuola al documento di attuazione, che evidenziano tutte le riserve di ordine culturale, pedagogico e professionale espresse sui contenuti della legge quadro di Riordino dei Cicli e che reclamano quelle reali e coerenti condizioni di fattibilità senza le quali si rischia un pericoloso fenomeno di implosione della scuola dell’autonomia.

 

Il parere negativo espresso dal CNPI, massimo organo di rappresentanza della scuola, nella seduta del 10 u.s., conferma la validità delle nostre convinzioni e rilancia le ragioni del rinvio in assenza di condizioni di fattibilità (mancano le risorse economiche, finanziarie e di organici).

 

Prima, eravamo  da soli, oggi, riscontriamo tante nuove adesioni di personalità, associazioni e comitati che iniziano a darci ragione.

 

Siamo coscienti che, in quanto legge dello Stato va applicata e rispettata, ma siamo altrettanto consapevoli che la libertà di pensiero non può essere orientata o “ dominata “.

 

Un’altra questione su cui la CISL Scuola pone la sua attenzione è quella relativa al decollo e alla funzionalità piena di un sistema formativo integrato.

 

Il futuro sembra presentare, relativamente a ciò, grandi richiami, orizzonti molto seducenti che riguardano le nuove frontiere del 2000; uno di questi è indubbiamente il fatto che con la mondializzazione e la globalizzazione dei mercati, la formazione assume una centralità indispensabile; come sostiene l’ISTAT le capacità competitive di un paese e del suo sistema socio - economico dipendono anche dall’investimento e dallo stock di conoscenze incorporato nel capitale umano di cui esso dispone.

 

Questo modo di vedere caratterizza oggi la totalità delle organizzazioni produttive attribuendo alla formazione e alla sua qualità un ruolo assolutamente strategico, un ruolo che scaturisce dalla necessità di conseguire diversi obiettivi insieme, come :

 

·                         la valorizzazione del capitale umano, perché in una società dominata dal cambiamento continuo, ad un vantaggio tecnologico sempre meno duraturo nel tempo, solo il capitale umano di cui dispone l’impresa può garantire la sua sopravvivenza ;

 

·                                               la creazione di nuove "culture" funzionali al sistema, perché oggi nella definizione usuale di cultura si trova il riferimento al concetto di formazione dell'individuo inteso come sviluppo intellettuale e morale della persona in funzione del ruolo che le compete nella società;

 

 

·                       la programmazione dello sviluppo organizzativo, perché non è concepibile una pianificazione aziendale senza fare incontrare esigenze dell’organizzazione ed esigenze dell'individuo.

 

Di qui il ruolo fondamentale della scuola. Perché la dinamica del “cambiamento continuo” sta comportando grandi sforzi di adattamento per tutti e in questa condizione sta la ragione del grande discutere sui nuovi e diversi scopi che deve avere “l’esperienza educativa” del giovane, sulla natura e sulla struttura di un sistema formativo adeguato ai tempi, sulla sorte stessa della scuola per come siamo stati abituati a vederla.

 

La scuola può rispondere, ci chiediamo, alle necessità di una società tecnologica che sta modificando dalle fondamenta la rete dei costrutti esistenziali storicamente sedimentati nella cultura sociale modificando in profondità la stessa percezione che l’uomo ha di sé, dei suoi scopi e delle sue ragioni di vita?