1° Congresso Regionale CISL – F.P.S Sicilia

8/9 Maggio 2001 - Hotel Torre Normanna
Altavilla Milicia (PA)

Federazione Lavoratori Pubblici e dei Servizi regionale sicilia


sinistra.gif (1308 byte) Pagina precedente


Amministrazioni Pubbliche moderne  e Servizi Efficienti per favorire  Sviluppo e Solidarietà

Relazione di:

Paolo Greco     Greco

Segretario Generale CISL – F.P.S. Sicilia

 

Care amiche ed amici, Delegati,

Gentili ospiti, Rappresentanti delle Istituzioni e delle organizzazioni sindacali,

questo 1° Congresso Regionale della CISL FPS Sicilia rappresenta un’altra importante tappa del processo di auto riforma che era stato sancito dall’ultima assemblea programmatica ed organizzativa tenuta dalla CISL dal 5 all’8 maggio 1999 a Napoli.

Era questo un percorso obbligato, poiché la globalizzazione – che impone grandi e profondi cambiamenti epocali, che riguardano in primo luogo il mondo del lavoro, come più avanti dirò - ha posto e pone al movimento sindacale la necessità di ripensare se stesso a cominciare dagli strumenti e dalle forme dell’azione sindacale: se la rivoluzione tecnologica ha posto l’esigenza di rappresentare le nuove professionalità, la globalizzazione richiede persino di ripensare le stesse forme della rappresentanza.

È storicamente provato, ed è un principio presente nella CISL fin dalla propria nascita, che esiste un legame forte tra l’emancipazione dei lavoratori e lo sviluppo della società.

Oggi, dobbiamo purtroppo dire che non è - sempre e comunque -verificabile il contrario.

Infatti, i profondi cambiamenti che caratterizzano questa nostra epoca sono sempre più orientati all’affermazione di una democrazia di mercato, la quale rende i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.

Il primo ed importante cambiamento in atto nelle nostre società riguarda il lavoro umano.

Viviamo in un’epoca di intensa e rapida rivoluzione tecnologica. Le tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni cambiano sia il modo di produrre, sia l’organizzazione del lavoro.

Molti vecchi mestieri declinano o tendono a sparire, altri ne nascono. La rivoluzione tecnologica contiene un potenziale di progresso esaltante, ma vi è anche una componente inquietante.

Ciò che sembrava sicuro diventa incerto, precario.

In Europa, l’aggettivo più diffuso applicato al lavoro è "atipico". Atipico nel passato indicava qualcosa di anomalo, non convenzionale, in una certa misura non regolare. Oggi la maggior parte del nuovo lavoro, è nell’Unione europea "atipico".

L’atipicità è diventata un connotato tipico della nuova occupazione, e ciò ha senz’altro enormi refluenze sul modo di intendere la rappresentanza del mondo del lavoro.

L’altro potente fattore di cambiamento è definito nell’unica parola di "globalizzazione".

Gli effetti della globalizzazione sul lavoro e sui sistemi di relazioni industriali sono alla luce del sole. Le privatizzazioni, le massicce deregulation, l’abbattimento delle barriere doganali, la disoccupazione di massa in Europa, l’affermarsi più che di una economia di mercato, di una società di mercato, con una forte polarizzazione sociale, ecc., tutto ciò sta provocando profonde trasformazioni nello stesso modo di lavorare e di produrre.

Tra i settori sociali più coinvolti nel cambiamento c’è dunque il mondo del lavoro e le sue organizzazioni rappresentative.

La globalizzazione, come già accennato, pone al movimento sindacale la necessità di ripensare se stesso: un’autoriforma qualitativa, e lo dimostra il fatto che la globalizzazione richiede che i sindacati di aree geografiche diverse siano posti davanti a problemi comuni dove emerge la necessità di rappresentare il lavoro in modo diverso, prima di tutto superando le stesse barriere nazionali nell’agire sindacale.

In tal senso, ritenendo che gli Stati nazionali e le stesse istituzioni finanziarie internazionali, finora non siano state in grado di governare la globalizzazione, il sindacato – più di tutti la CISL - propone come strumento principe la partecipazione concertativa.

Vi è quasi unanimità nel sindacalismo europeo nel considerare la globalizzazione "come un processo che offre grandi opportunità, soprattutto per i più poveri, ma queste opportunità non diverranno condizioni di equità e di benessere generalizzato senza l’intervento del sindacato".

Nei paesi industrializzati, il global market ( mercato globale ) ha creato un triplice effetto negativo:

- vi è un forte incremento dell’instabilità del lavoro e una crescita delle diseguaglianze salariali;

- vi è una consistente riduzione della spesa sociale e dei consumi pubblici creando un effetto depressivo ancor più consistente in quei paesi con scarsa mobilità di capitali;

- vi è una crescita delle tensioni, che tendono a degradare e deprezzare le norme di tutela sociale a livello nazionale.

E dunque per queste società che negli ultimi cinquanta anni hanno costruito la propria legittimità sociale su un ordine fondato sulla stabilità del posto di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze e sulla sicurezza e protezione sociale, non c’è dubbio che quelle politiche, che vanno in senso opposto, creano le fondamenta per la crisi della coesione sociale.

In questo senso la globalizzazione, se non regolata e lasciata a briglia sciolta, per alcuni settori del mondo del lavoro, può avere un carattere di vera e propria disintegrazione sociale.

Ma perché la globalizzazione non sia uno strumento di attacco alla coesione sociale, il movimento sindacale deve impegnarsi nella creazione di politiche tese alla creazione di regole che contrastino ogni forma di deregolamentazione selvaggia.

Dal canto nostro, a cominciare dalla contrattazione, abbiamo attuato forme più ampie e più articolate di negoziazione collettiva, dove il livello nazionale e categoriale si combina necessariamente con quello regionale e multinazionale, a partire dai territori e dalle aziende.

Il movimento sindacale è impegnato nel distinguere le diverse concessioni che vengono proposte sulla flessibilità, fermo restando che questa rimane una materia negoziale.

Una per tutte, citiamo come emblematica la vicenda che riguarda il negoziato sul rapporto di lavoro "a termine", la cui soluzione da noi prospettata è per certi versi ritenuta "dissacrante" da chi ha una visione "integralista ed arcaica" del sindacato.

La nostra proposta è, a nostro avviso, l’opportunità di cui abbiamo bisogno per governare i processi del mondo del lavoro del futuro.

Per finire, sviluppo economico e sviluppo sociale devono andare di pari passo: la globalizzazione si governa con più politica, più partecipazione, più società, più democrazia.

Negli anni ’90 la CISL, coerentemente alle scelte ideali delle sue origini, ha sviluppato una soggettività politica forte e nuova: basti pensare agli accordi di concertazione dal ’92 al ’98, decisivi per il risanamento finanziario con sostanziale equità e per la partecipazione stessa del paese dall’inizio alla moneta europea.

Successivamente, abbiamo stigmatizzato le involuzioni dei governi di centro sinistra proprio rispetto alla politica di concertazione, alle questioni centrali del riequilibrio Nord-Sud, dell’occupazione e delle privatizzazioni, affrontate senza un progetto forte e coinvolgente di democrazia economica.

Siamo anche intervenuti nel dibattito sulle riforme istituzionali, schierandoci per un federalismo sussidiario e solidaristico.

Siamo, infine, intervenuti sulla riforma elettorale, per una ricomposizione del sistema politico che, superando un bipolarismo sempre più dominato dagli interessi elettoralistici e programmaticamente paralizzato, lo liberasse dall’egemonia del liberismo e del dirigismo ridando rappresentanza alle ragioni equilibrate e progressiste del cattolicesimo sociale e del riformismo.

Proprio questa soggettività politica, sempre presente nella nostra azione, è un’espressione alta della autonomia della CISL, della sua concezione del sindacato, della società, dello Stato, dei rapporti tra società e politica.

È una concezione fondata sul primato della persona, che si esprime nel pluralismo e nell’autonomia del sociale e nell’organizzarsi dello Stato sulla base dei princìpi di sussidiarietà e solidarietà.

L’egemonia del liberismo e del dirigismo nei due schieramenti, costretti da una legge elettorale che penalizza la politica come confronto programmatico per contenuti condivisi e, quindi, come capacità di governo efficace e coerente, ha emarginato la rappresentanza attenta al pluralismo e all’autonomia del sociale.

La crisi della politica, di questa "politica", ha incentivato - in misura sconosciuta finora - la patologia della disaffezione progressiva alla partecipazione democratica ed elettorale.

La scelta della Confederazione di confermare lo svolgimento del nostro Congresso nonostante il periodo coincida con le elezioni per il rinnovo del Parlamento si è rilevata giusta, coraggiosa ed opportuna.

Tale scelta ha dato l'opportunità - ai lavoratori ed all'intero gruppo dirigente della CISL - di poter discutere, riflettere, confrontarsi ed avanzare proposte sui problemi veri che affliggono il lavoro e la società.

Dinanzi ad una campagna elettorale priva di contenuti, che vede le principali forze politiche in campo affannate a contendersi il futuro Governo Nazionale senza sentire la minima preoccupazione di avanzare programmi o proposte, la scelta della CISL ha consentito la celebrazione di migliaia di congressi, grazie ai quali i bisogni e le esigenze di chi vive e lavora nel nostro Paese hanno trovato voce ed hanno affermato priorità politiche.

Grazie a partiti e candidati impegnati a discutere solo di se stessi e delle proprie collocazioni geopolitiche, lo spettacolo offerto dall'attuale, falso dibattito politico elettorale a cui assistiamo tutti i giorni - e nel quale i problemi veri ed i bisogni delle persone non trovano spazio ed attenzione - rischia di aggravare ancor più il distacco tra i cittadini, la politica e le istituzioni.

Come portare il lavoro dove manca, come governare il Mercato del Lavoro nel lavoro che cambia, come diminuire il divario Nord-Sud, quali le infrastrutture ed i servizi necessari da realizzare, quale dovrà essere il nostro ruolo in Europa e nel Mondo, come limitare le crescenti aree di emarginazione esistente in diversi settori delle popolazioni, come riequilibrare la distribuzione della ricchezza prodotta nel Paese: nessuno di questi problemi sembra preoccupare chi si propone per essere delegato a rappresentarci nel Governo e nel Parlamento.

Ed è in questo contesto, nel quale sembra più importante apparire piuttosto che essere, che si inserisce il progetto di "Democrazia Europea".

Abbiamo più volte affermato che guardiamo con grande attenzione e con altrettanta speranza al percorso scelto dal nostro ex Segretario Generale della CISL, Sergio D’Antoni.

La discesa in campo di Democrazia Europea si presenta con una vocazione sociale molto spiccata, con un quid in più rispetto al panorama politico.

Ora che Sergio D’Antoni ha preso il largo ed ha deciso di affrontare il mare aperto della competizione elettorale con la sua "Fondazione Democrazia Europea", noi della Cisl non possiamo nascondere che una nuova Stella Polare, una nuova speranza si è riaccesa nei confronti della politica.

Non lo diciamo perché D’Antoni ha vissuto con noi, da Segretario Generale della CISL, dieci lunghi esaltanti anni, non lo diciamo perché la CISL si deve schierare con D’Antoni, né perché ci sentiamo orfani di qualcuno o di qualcosa: la Cisl continuerà ad esistere nella sua totale autonomia da tutto e da tutti, a dispetto dei maliziosi a tutti i costi.

Lo diciamo, semplicemente perché crediamo profondamente nel ruolo dei partiti e della politica.

La posizione che D’Antoni rappresenta, lo spazio politico nel quale si vuole collocare, la battaglia contro un bipolarismo fasullo e inconcludente, la solidarietà, l’idea della concertazione come politica e non come metodo, il ruolo dei corpi intermedi in una società complessa, sono tutti principi che noi della Cisl sentiamo vicini.

Certo l’organizzazione sindacale è una cosa, le idee dei singoli appartenenti un’altra. La Cisl come organizzazione segue la sua politica senza compromessi e senza "politici amici" a cui strizzare l’occhio, ma anche senza falsi pudori quando il percorso può essere comune. Nello stesso tempo tutti gli esponenti della Cisl sono liberi di avere le loro idee, le loro convinzioni politiche, i loro valori ed i loro ideali. Anche un sindacalista ha i suoi diritti civili e politici ed ha la completa libertà di perseguirli democraticamente.

Io sono un sindacalista; molti di noi sono ex democristiani non pentiti, in molti non abbiamo mai creduto nel bipolarismo, ma democraticamente l’abbiamo accettato, l’abbiamo vissuto e ora assistiamo al suo fallimento.

L’accozzaglia di sigle che si riuniscono assieme solo per non perdere poltrone è sotto gli occhi di tutti, la pochezza di contenuti di questa stagione politica è ugualmente di fronte a chi vuol vedere; finalmente però le voci critiche si sono fatte più forti, in tanti ormai si schierano contro un bipolarismo da mercato delle vacche.

Ecco, noi speriamo che quest’epoca vada definitivamente a morire; noi speriamo che finalmente si torni a parlare di politica, di contenuti, di progetti, di valori, di società possibile.

Anche per questa nuova speranza siamo felici che Sergio D’Antoni abbia deciso di parlare il linguaggio concreto della politica.

Ed a coloro che si preoccupano per la nostra autonomia, oltre che consigliargli di andarsi a rileggere la nostra storia, diciamo - con il nostro Segretario Generale della CISL Siciliana, Paolo Mezzio – che non possiamo essere autonomi da qualcosa che ci appartiene!!!

La sfida di questo progetto di Sergio D’Antoni e di Democrazia Europea è il cambiamento della politica.

Mi piace ricordare con Voi l’appello finale del programma di Democrazia Europea:

"Le donne e gli uomini liberi che lo condividono e sono disponibili a mettersi insieme, partecipando e assumendo i rischi di questa sfida, possono essere i protagonisti di una nuova stagione politica del Paese",

ma aggiungerei anche e soprattutto della nostra Sicilia.

In estremo accordo con quelle di Democrazia Europea, la tesi della CISL è che per dare al paese un governo all’altezza delle sfide attuali, occorre il passaggio dallo Stato che conosciamo ad una Repubblica fondata sui concetti di federalismo, sussidiarietà e solidarietà.

Negli ultimi anni diverse sono state le risposte tentate alla richiesta di autonomia, di riforma delle pubbliche amministrazioni, di partecipazione: dalle leggi di decentramento e semplificazione amministrativa, all’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle regioni e delle province fino al potere statutario delle regioni.

Ma proprio questa diversità di interventi senza visione ordinata e condivisa ha finito col determinare una molteplicità di situazioni difficili da ricomporre in un disegno unitario, che pure abbiamo perseguito in maniera pervicace e con grande senso di responsabilità, spesse volte unica voce al di fuori del coro.

L’intervenuta legge costituzionale su tale tema, ci consente una breve riflessione.

Qualcuno afferma che è meglio una mezza riforma che nessuna riforma, ed io condivido tale affermazione.

Ciò detto, mi permetto di essere fortemente critico rispetto al metodo seguito dal Governo per l’occasione: leggi di questo spessore istituzionale devono coinvolgere sia maggioranza che opposizione e non possano essere approvate in maniera avventurosa con pochi voti di scarto.

Tornando al testo della legge – che deve essere sottoposta a referendum confermativo, in quanto non approvata con il quorum dei 2/3 del Parlamento - la prima novità di rilievo è l’avere sancito che Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni e Stato concorrono alla formazione della Repubblica con pari dignità, senza sovraordinamenti.

In questo senso, la logica della riforma costituzionale è abbastanza simile ad un vero assetto federale.

Infatti, non si assiste più ad un esercizio centralistico delle competenze statali, al più delegate agli enti territoriali, ma resta intestata a questi ultimi la titolarità di materie sulle quali può essere esercitata un’ampia potestà legislativa, che trova vincoli solo di natura costituzionale, nonché nelle leggi comunitarie e negli obblighi internazionali.

Una volta attuata la riforma, lo Stato potrà legiferare solo sulle materie tassativamente previste dal nuovo art. 117 della Costituzione: siamo pertanto in presenza di un "sistema ad esclusione", che cioè garantisce alle Regioni piena autonomia legislativa e regolamentare, con esclusione delle sole materie nello stesso art. 117 elencate.

Stesso ragionamento vale per le Autonomie Locali, che con il nuovo art. 118 Cost. vedono dilatate enormemente le competenze amministrative proprie, in attuazione del principio di sussidiarietà verticale.

Si assiste, cioè, ad un rovesciamento del sistema di produzione normativa, il quale deve partire dal basso e non essere imposto dall’alto, nella considerazione che in prima istanza è l’organizzazione istituzionale più vicina al territorio che deve amministrare in risposta alle istanze delle popolazioni.

A fronte di queste maggiori funzioni, l’art. 119 Cost. novellato riconosce una autonomia finanziaria e nei fatti obbliga anche ad una vera e propria autonomia impositiva di natura fiscale per il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche esercitate localmente: lo Stato, comunque, interverrà con fondi perequativi per incrementare le risorse dei territori con minori capacità di introiti fiscali.

Unico contrappeso istituzionale sono i forti poteri sostitutivi nei confronti delle autonomie locali di cui lo Stato potrà avvalersi in caso questi ultimi violino norme e trattati internazionali e comunitari, oppure quando si reputi necessario un intervento dal centro per garantire l’unità giuridica del sistema – concetto questo alquanto aleatorio - ovvero l’unitarietà della politica economica del paese.

L’autonomia degli enti comporterà anche l’eliminazione dei controlli sugli atti amministrativi: vengono, conseguentemente, abrogati tutti gli organi di controllo statale sugli atti regionali, così come quelli di controllo regionale sugli atti degli enti locali.

Speriamo che, anche stavolta, la nostra autonomia statutaria non venga utilizzata per "fermare" un processo di rinnovamento che, parziale o meno, interesserà tutta la Nazione.

Si impone, a questo punto, una riflessione sui motivi della scelta che hanno indotto i cambiamenti organizzativi della CISL e nella CISL, che hanno consentito la nascita della FPS, per essere maggiormente idonei ad intercettare le istanze di rappresentatività dei vecchi e dei nuovi soggetti del lavoro.

Una breve premessa appare, però, utile e necessaria.

Il sindacato confederale – la CISL ancora di più – non è stato coinvolto nella crisi dei grandi partiti e nella frantumazione del sistema politico, ma è impegnato a declinare in termini nuovi, rispetto ai grandi cambiamenti del mondo del lavoro, le ragioni dello stare assieme dei lavoratori nel sindacato – tutela, identità, rappresentanza – che la CISL avverte più direttamente di altri per il suo legame profondo con la società non filtrato da schemi ideologici neanche residui.

Il sindacato non è in crisi, non sta scomparendo come qualcuno spera e parecchi vanno profetizzando. La CISL, più in generale il sindacalismo confederale italiano, godono di una solida rappresentatività, intesa sia come capacità di rappresentare il sociale sia come riconoscimento conferito di fatto dagli altri attori sociali.

Per costituire la FPS è stata effettuata una scelta coraggiosa ma inevitabile che ci ha fatto sembrare obsoleta persino la precedente struttura FIST, "vecchia" di appena 4 anni.

La FPS è una struttura nuova e quello al quale ci apprestiamo è il suo primo Congresso regionale.

Come dire, abbiamo tutto dinanzi a noi .

La sua peculiarità è di essere pervenuta al suo attuale assetto attraverso l’unificazione di quattro grandi categorie del pubblico impiego: quattro grandi categorie che nel corso degli anni hanno svolto un ruolo insostituibile nella storia della Cisl e sono stati soggetti primari nella definizione dei rapporti di lavoro nel settore pubblico.

La scelta della "monocomposizione aperta" è sinonimo non di accentramento burocratico bensì di una esaltazione del posto di lavoro e delle singole specificità contrattuali: in poche parole, la riscoperta della centralità dell’iscritto, quale fonte principale di legittimazione per l’azione del sindacato.

Si è discusso a lungo sul significato di "struttura monocomposta".

Qualcuno lo ha considerato un atto persino paradossale e controcorrente, dato che le tendenze in atto nella società contemporanea si muovono verso l’articolazione ed il decentramento.

In proposito, va detto che quella decisione non ha comportato soltanto un’operazione di tipo organizzativo ma è stata soprattutto un atto politico rivolto a far fronte ad esigenze politiche.

Nei processi di trasformazione in atto nel Paese stanno assumendo rilevanza crescente gli interessi rivolti all’innovazione delle amministrazioni pubbliche: Stato, Regioni, Comuni, Ausl e così via.

La transizione da un assetto all’altro è stata lenta e contrastata, ma la nostra Federazione, la CISL, ha vissuto la stagione delle riforme da grande protagonista, non solo per la elaborazione delle politiche ma soprattutto per un uso sempre più mirato dell’azione negoziale.

Questa esperienza, tuttavia, ha reso ancora una volta esplicito quanto sarebbe stato squilibrato per il sindacato conservare il suo assetto policentrico nei rapporti con la controparte, che tendeva verso una maggiore coesione strutturale e operativa.

Da qui, l’avvio di una progressiva aggregazione e la costituzione di un assetto che è, nella sostanza, la controfaccia di quello in fieri delle amministrazioni: una forte unitarietà di indirizzo politico, assunta dalla Federazione e dai suoi organi ed una ben delineata articolazione ed autonomia operativa riconosciuta alle sue strutture.

La contestuale presenza della Federazione nei diversi punti in cui si realizza l’attività del settore pubblico - Stato, regioni, comuni, enti, Asl ed altro – sembra così correttamente assicurata.

In virtù di questo assetto si esalta il nostro ruolo di agente contrattuale: quello a livello nazionale, allo stesso tempo politico e negoziale, e quello a livello di posto di lavoro, dove in maniera sempre più diretta si esercita la nostra azione di tutela del dipendente pubblico e del cittadino utente.

La proposta politica della FPS diviene ogni giorno di più il necessario punto di riferimento per il dibattito interno confederale e per i processi di maturazione delle politiche generali.

In tale contesto, riveste primaria importanza una qualificata presenza della Federazione nei posti di lavoro ed i suoi rapporti con i lavoratori: la legittimità politica del sindacato e la sua democrazia interna derivano dal rapporto (con) e dal consenso (dei) lavoratori.

Per dirla come Mario Romani, la FPS è una Federazione veramente "NUOVA".

Le esperienze di cui i singoli comparti si avvalgono – si pensi in particolare al lavoro svolto prima nelle SAS e, più di recente nelle RSU – costituiscono un solido supporto per la nostra presenza nelle aziende e per i già detti rapporti con i lavoratori.

Il criterio che dovrà ispirare l’azione della Federazione è l’attenzione e la valorizzazione delle specificità.

E’ impensabile, infatti, che in una struttura complessa e fortemente articolata come la nostra si possano adottare politiche rigidamente omogenee, che non farebbero che uniformare verso il basso e comunque verso soluzioni generiche, le singole scelte rivendicative.

Dal riconoscimento delle specificità, discende l’esaltazione del ruolo dei singoli comparti che assicurano la piena conoscenza dei settori in cui operano.

La progressiva applicazione di questi indirizzi muterà in maniera radicale le modalità con le quali eravamo soliti gestire la contrattazione di secondo livello, che attenta come deve essere alle peculiarità dei singoli settori e più ancora dei posti di lavoro, avrà soluzioni marcatamente proprie e non omologabili.

Ciò significa che il progressivo rispetto delle specificità sfocerà, a livello di azienda, in strutture negoziali e normative fortemente diverse tra loro. Gli effetti si ripercuoteranno inevitabilmente sulle soluzioni attinenti all’inquadramento delle professionalità, ai progetti formativi e, molto probabilmente, ai livelli retributivi.

Tutto ciò, ci porta all’esigenza di rendere la vita associativa più viva e partecipe: stimolano verso questo approdo la cresciuta sensibilità politica dei lavoratori ed il proposito del sindacato di coinvolgerli direttamente nel dibattito politico per una crescita autentica della democrazia interna.

La nostra Federazione non può che muoversi lungo questa prospettiva, avvalendosi per prima degli strumenti di cui si è dotata: cioè a dire, in questo caso, di quelle procedure che sanzionano la presenza dei lavoratori negli organi e la loro legittimità ad eleggere, dai livelli di base, i propri rappresentanti ai livelli decisionali superiori.

In soldoni, la Federazione "nuova" tende ad essere una struttura sindacale che, per la sua azione politica e la sua stessa cultura, identifica sé stessa con i lavoratori che rappresenta.

Il congresso è la naturale sede di verifica di questo processo politico-organizzativo, dei suoi risultati e della rimozione delle difficoltà riscontrate nello sviluppo di questa linea, al fine di migliorare le scelte fatte e la loro capacità di incidere sullo sviluppo dell’organizzazione.

Il tutto, attraverso un processo che ha alcuni passaggi obbligati: l’affermazione di un modello culturale che veda la centralità dell’iscritto ed il necessario superamento – in termini positivi e concettuali – della diversità dell’altro come disvalore, che fa il paio con una logica perversa dell’appartenenza, che in caso contrario comporterà un ritardo nell’affermazione della Federazione.

La Segreteria regionale non potrà e non dovrà essere la sommatoria delle singole aree contrattuali di provenienza: tutt’altro !!!

Essa dovrà provvedere alla gestione politica della Federazione, perché l’esaltazione delle specificità contrattuali si realizzerà nei dipartimenti contrattuali e nei coordinamenti categoriali: in questi ultimi organismi si dibatteranno, si affronteranno, e - se del caso – si risolveranno le questioni contrattuali che interessano le singole aziende ed i singoli posti di lavoro.

Questa è la sfida vera che è davanti al gruppo dirigente della FPS, per cui, a partire dai posti di lavoro, sarà decisivo il nostro ruolo di sindacato di categoria per continuare – con rinnovato impegno – ad affermare la nostra presenza politica, sia all’interno dell’organizzazione che tra le lavoratrici ed i lavoratori ed, infine, nella società.

Occorrerà, quindi, riconfermare la nostra originaria natura di Confederazione di Federazioni, riaffermare il protagonismo delle categorie sul territorio, nei posti di lavoro, contare su una più organica presenza a tutti i livelli nelle responsabilità di governo confederale.

Presenza che – in maniera compatta ed a ogni livello – dovrà consolidare la nostra Federazione all’interno della Confederazione, e ciò non solo in virtù del grado di rappresentatività acquisito, ma soprattutto grazie alla nostra capacità di avanzare proposte, di elaborare linee e strategie, capacità ampiamente dimostrate sul versante dell’affermazione della CISL nel mondo del lavoro e nella società italiana.

L’attuale progetto di riorganizzazione determina, pertanto, un nuovo sistema di relazioni interne nella stessa Confederazione, ed è pertanto oltremodo auspicabile una presenza diretta nella rappresentanza, in particolare a livello nazionale, degli interessi del mondo del lavoro legato ai servizi pubblici e quindi della FPS.

Siamo realisticamente orgogliosi e consapevoli del grado di maturità raggiunto complessivamente dal nostro gruppo dirigente, il quale può con fiducia affrontare – con le risorse e le capacità esistenti al proprio interno – anche i cambiamenti legati all’assunzione di nuove e diversificate responsabilità nell’organizzazione.

Una riflessione a parte merita, infine, la questione dell’unità sindacale.

La Cisl con in testa Sergio D'Antoni dal '93 al '98 ha spinto per la costruzione di un sindacato nuovo ed unito perché era storicamente necessario affrontare le attuali sfide con un nuovo soggetto sociale autonomo, più forte e partecipativo.

La Cisl crede che sia sempre una necessità storica costruire un sindacato nuovo ed unitario.

Non sono problemi tattici quelli che hanno bloccato la nascita del nuovo sindacato.

Le differenze con la CGIL, ma anche con la UIL, sono di carattere strategico a cominciare dal significato diverso che abbiamo del ruolo del sindacato nella società, dell'importanza strategica della concertazione, della concezione associativa del sindacato, del rapporto tra legislazione, sindacato e negoziazione, della democrazia economica e dell'autonomia.

Nel '98 Cofferati e la CGIL hanno preferito sacrificare la possibilità di costituire un sindacato unico, perché la "sindrome da cinghia di trasmissione" in presenza di un Governo amico ( loro !!) ha preso il sopravvento sull'autonomia e sulla politica della concertazione.

Un enorme errore storico quello della CGIL, che ci auguriamo si recuperi al più presto, perché i Governi passano e con essi cambia anche l'indirizzo politico: per questo il sindacato non può sperare che le sorti del mondo del lavoro siano condizionate da un Governo più o meno illuminato o amico.

Sono queste le cause che non hanno permesso la nascita storica del nuovo sindacato.

E sono motivazioni di fondo che ci tengono ancora distanti.

Infatti, sia a livello nazionale che locale, la cosiddetta unità di azione con CGIL e UIL si realizza con facilità solo in presenza di scadenze rituali, come i contratti o sempre e solo su atteggiamenti difensivi nei confronti delle controparti.

A tale proposito, ci preoccupa l'idea che molti nella CGIL - e nel centrosinistra – pare si siano rassegnati all’idea di aver perso le elezioni, per cui sono già pronti alla mobilitazione, allo scontro per lo scontro.

Questa logica da neo Frontismo è dura a morire, perché alla base c'è l'idea che l'azione del sindacato deve sempre portare un vantaggio sul terreno politico prima ancora che all’acquisizione di buoni accordi sul terreno sindacale.

Sono le stesse motivazioni che non hanno consentito di chiudere il processo unitario che ci porteranno, senz'altro, a grandi momenti tensione nei rapporti interni.

Per queste ragioni, la prospettiva dell’unità passa sempre di più attraverso il percorso della competizione.

Competitività, ma consapevoli che il cemento di ogni possibile unità dei lavoratori è, in primo luogo, la ricerca del merito delle cose, dei problemi e delle soluzioni, indipendentemente da schieramenti di governo od ideologici.

Ciò detto, l’identità della FPS, l’autonomia delle sue proposte, le sue scelte ragionate con i lavoratori dovranno essere sempre ben chiare a dirigenti ed iscritti.

Per tale via, siamo e saremo sempre convinti della giustezza dell’idea di unità sindacale, ed in tal senso la perseguiremo.

Non potevo concludere questa parte generale senza affrontare il tema della formazione del gruppo dirigente.

Se il contesto nel quale ci muoviamo è, come abbiamo visto, un contesto che richiede sempre più conoscenze di vario tipo non possiamo pensare di affrontare la nostra "missione" soltanto con la buona volontà e lo spirito di sacrificio fin qui ampiamente dimostrato.

In tal senso, non è più tempo dei "sindacalisti fai da te": occorre lanciare un programma formativo generale, che dovrà interessare tutto il quadro dirigente - a cominciare da quello aziendale e dai nostri componenti delle RSU - e che dovrà essere indirizzato alla conoscenza delle tecniche negoziali, della normativa in materia di imposizione fiscale, dei bilanci degli enti per essere sempre più all’avanguardia con i tempi e con le controparti istituzionali.

Autonomie Locali

Intensa ed innovativa è stata, in questo settore più di altri, la produzione legislativa e regolamentare.

Non ultima, la legge n. 127 del 1997 - la cosiddetta Bassanini bis – che ha introdotto una maggiore autonomia per gli enti locali: diminuiti i controlli sia interni che esterni – controlli che sono stati quasi del tutto cancellati dalla riforma federalista - viene attribuita agli enti una maggiore e più pregnante potestà regolamentare in materia di organizzazione degli uffici e dei servizi, nonché in materia di personale.

Sempre la stessa "Bassanini" ha profondamente modificato la precedente normativa che disciplinava l’organizzazione degli uffici e del personale.

Adesso la norma dispone che i comuni e le province disciplinano con appositi regolamenti, conformi allo statuto, l’ordinamento generale degli uffici e dei servizi, sempre nel rispetto dei criteri di autonomia, funzionalità ed economicità di gestione e secondo i principi di professionalità e di gestione.

Un’autonomia organizzativa così ampia ha comportato per il sindacato un impegno eccezionale, attuato con la nostra solita efficienza ed efficacia.

Ulteriori innovazioni sono state introdotte dalla legge n. 265 del 1999, la quale è ulteriormente intervenuta nel processo di riforma in materia di autonomie locali, modificando ed integrando la precedente normativa ex legge n. 142 del 1990.

Tra le principali innovazioni introdotte : l’abolizione della tipologia degli Enti - già prevista dall’art. 2 del DPR 347 del 1983 - che non consentiva la individuazione di figure apicali al di fuori di schemi precostituiti; la previsione di una più ampia partecipazione popolare, anche a mezzo di referendum propositivi sulle materie locali; un più ampio decentramento comunale; il trasferimento delle competenze in materia di protezione civile dal Prefetto al Sindaco; una maggiore autonomia in materia di risorse, attrezzature e servizi da assegnare ai Consigli Comunali; un ulteriore ampliamento dell’autonomia statutaria.

Dicevo all’inizio, che spero che la nostra autonomia statutaria non venga utilizzata ancora una volta per "arginare" le riforme che altrove ridisegnano nuove istituzioni e nuove regole, per i lavoratori e per i servizi ai cittadini.

Ciò che è successo in passato non ci fa ben sperare !

Soltanto di recente, per esempio, e cioè nel mese di Dicembre 2000, l’Assemblea Regionale ha approvato la legge regionale n. 30, recante "Norme sull’ordinamento degli Enti Locali", legge che recepisce in parte la riforma nazionale.

Di particolare rilievo, la delega attribuita al Presidente della Regione al fine di emanare entro 180 giorni un Testo Coordinato delle leggi regionale relative all’ordinamento degli enti locali.

Si apre, in tale direzione, una nuova prospettiva che dovrà vedere la nostra Federazione, in stretto raccordo con l’Unione Regionale e con le Federazioni Provinciali, protagonista di una stagione negoziale e concertativa con i maggiori Enti locali, prima tra tutti la Regione Siciliana.

Ed a proposito di regione Siciliana, e di riforme ritardate, occorre dire che finalmente i principi contenuti nell’altra grande riforma, il D.Lgs. n. 29 del 1993 e successive modifiche ed integrazioni, sono stati recepiti con la legge regionale n. 10 del maggio 2000.

Adesso anche la Regione Siciliana ha una propria Area Dirigenziale, il rapporto di lavoro dei dipendenti regionali è stato contrattualizzato ed, infine, è stata prevista l’Agenzia per la rappresentanza negoziale siciliana, anche se l’ultima finanziaria regionale ne ha spostata la costituzione all’anno 2002.

L’attuazione della riforma va molto a rilento: i vari regolamenti organizzativi previsti dalla stessa legge tardano a venire fuori, ed anche una questione che ritenevamo di avere risolto in maniera più che soddisfacente rischia di rimanere impantanata nel marasma di questa lunga campagna elettorale.

Mi riferisco ad un adempimento prioritario che consentirà il superamento del vecchio sistema di classificazione per qualifiche funzionali e traghetterà i lavoratori della Regione verso un nuovo ordinamento professionale.

Ciò è, peraltro, previsto dal "famoso" art. 5 della suddetta L.R. n. 10/2000, il quale contiene una ulteriore previsione, quella del "costo zero" dell’intera operazione e cioè che dal primo nuovo inquadramento non deve discendere alcun onere finanziario aggiuntivo per l’amministrazione regionale.

Con questo limite, la convulsa fase negoziale sulla materia si è conclusa in maniera più che soddisfacente con la sottoscrizione di un accordo di concertazione, e non già contrattuale, con le differenze che sono chiare a tutti.

In merito alle riapertura, vera o presunta, delle trattative per il contratto dei lavoratori regionali, occorre intanto precisare che il fronte degli autonomi ha messo in discussione solamente la cosiddetta "Riclassificazione del personale" e non anche la parte che riguarda gli aumenti contrattuali e l’accordo ponte per la Dirigenza, questi sì accordi contrattuali nel vero senso del termine, e di cui rivendichiamo l’immediata applicazione, ARAN o non ARAN.

Invitiamo l’Assessore alla Presidenza ad abbandonare la perversa e mortificante linea ondivaga intrapresa che, a nostro avviso, appare dettata soltanto dalle esigenze della sua campagna elettorale.

Siamo comunque, e come sempre, aperti e disponibili a valutare tutte le proposte che il Governo, nella sua piena collegialità ed al di fuori dell’attuale clima elettorale, vorrà nel prosieguo avanzare.

Tuttavia, dette proposte dovranno essere nel solco di quelle già sottoscritte e non avere i caratteri di illegittimità, di disparità di trattamento e di demagogia che paiono invece rilevarsi dalle notizie assunte dalla stampa.

In ogni caso, la struttura finale dovrà essere equilibrata ed equa al pari della precedente già sottoscritta, perché non può essere consentito a nessuno di usare uno stato di difficoltà reale per accedere a percorsi privilegiati, che rompano quella giusta solidarietà che deve essere sempre presente in ogni categoria di lavoratori.

Per concludere con questo tema, è utile riassumere i punti salienti dell’accordo:

  1. Il nuovo sistema ordinamentale dal punto di vista gerarchico consta di soli 4 livelli (A, B, C, e D), e non più di 8 come nel precedente sistema delle qualifiche, con la conseguenza che i passaggi verticali o "di carriera" sono facilitati. Inoltre, le posizioni economiche all’interno della stessa categoria sono più che raddoppiate.
  2. Si è utilizzato un sistema di equiparazione per livelli economici che ci ha consentito di lasciare libere diverse posizioni economiche (le posizioni iniziali di C1 e D1 sono libere), la qual cosa consentirà di garantire nel primo contratto sul Nuovo Ordinamento Professionale, che non sarà a "costo zero", tutta una serie di passaggi economici e di avanzamenti di categoria, che in un triennio tra l’individuazione delle nuove Aree di attività e i pensionamenti anticipati saranno circa 6.000 in totale.
  3. Se leggiamo le declaratorie collegate alle nuove categorie, si può affermare che tutti hanno avuto un inquadramento superiore rispetto alla provenienza. In più, per evitare possibili conflitti tra personale di ruolo ed LSU, abbiamo finanziato un ulteriore passaggio nella categoria B per tutti gli ex operai lasciando vuota la categoria A per eventuali, futuri inserimenti di questi lavoratori.

È fin troppo chiaro che anzianità, professionalità e titoli di studio dovranno e saranno presi in considerazione nello sviluppo successivo: la fotografia dell’esistente, peraltro ripeto a "costo zero", è il primo passo per avviare un percorso virtuoso anche all’interno della categoria dei lavoratori regionali che, al pari dei lavoratori comunali, provinciali, statali, della Sanità veda affermarsi il cosiddetto diritto alla carriera.

Il nuovo sistema contrattuale ci impegnerà in maniera nuova e diversa e per questo occorrerà, anche qui, uno sforzo formativo che dovrà interessare tutto il quadro dirigente aziendale e territoriale.

Siamo, infine, convinti che la tornata elettorale regionale prevista per il prossimo mese di Giugno, con il nuovo sistema di selezione della classe politica e con l’elezione diretta del Presidente della Regione – chi lo sa che non possa essere il nostro Sergio D’Antoni – regole innovative sancite dalla riforma costituzionale approvata dalla Camera dei Deputati in seconda lettura il 25 ottobre del 2000, consentirà anche alla Sicilia di avviare una fase di stabilità politica e di responsabilità istituzionale mai viste fino ad ora.

AMMINISTRAZIONI DELLO STATO

Le Amministrazioni dello Stato hanno attraversato nel quadriennio scorso un periodo di profonde trasformazioni in quanto tutte interessate alle riforme proposte dalla legge 56/97 (BASSANINI), con l’aggravio di una applicazione del CCNL molto sofferta dovuta alla difficoltà di coniugare i nuovi modelli gestionali con le consuete norme di contabilità dello Stato che pongono tutte le Amministrazioni sotto la dipendenza del Tesoro in materia di disponibilità di spesa.

Non è pensabile richiedere ad un Dirigente dell’Amministrazione statale di predisporre progetti su obiettivi determinati, risponderne, e non avere disponibili e certe le risorse necessarie.

I segnali come questo continuano ad essere negativi; è il caso della chiusura dell’accordo sulle code contrattuali che raggiunto con l’ARAN ed autorizzato dal Governo, viene "osservato" dalla Corte dei Conti che ne rifiuta la registrazione. E’ la dimostrazione delle contraddizioni che sono presenti in questa realtà, dove a fronte di scelte coraggiose raggiunte dalle parti, all’indirizzo di una vera valorizzazione del fattore umano ritenendo un investimento la spesa per il personale, i formalismi ne bloccano l’iter.

Di questi fatti è infiorata la stagione contrattuale di questo comparto; diverse Amministrazioni ancora oggi non hanno applicato per intero i contratti integrativi regolarmente sottoscritti, ponendo in difficoltà il sindacato che ha giustamente intravisto in quelle soluzioni la possibilità di dare risposte certe e legittime, a lavoratori che hanno contribuito con il loro impegno alla correntezza delle Amministrazioni di appartenenza.

Se a tutto ciò si aggiunge una presenza consistente del sindacalismo autonomo che ha digerito male la riforma del rapporto di lavoro avvenuto con il dlg 29/93, innescando nei lavoratori la perdita di una condizione di privilegio derivante dal precedente status di pubblici dipendenti, la difficoltà del nostro impegno aumenta non avendo neanche, se non con poche eccezioni, una dirigenza capace di cogliere le novità di un modello di relazioni sindacali, che danno ruolo e significato all’azione di entrambi.

Siamo convinti che con l’approvazione del contratto della Dirigenza di Area 1, il nostro stimolo costante a superare le contraddizioni, l’azione capillare sui posti di lavoro, possa produrre quel clima ideale a fare emergere le condizioni di affermazione della nostra progettualità. Serve molto in questo caso la presenza di una forte Federazione così come l’abbiamo disegnata a supporto dell’azione quotidiana che il nostro gruppo dirigente di frontiera ogni giorni deve affrontare.

Nello specifico delle singole Amministrazioni dobbiamo annotare lo sforzo fatto all’interno del Ministero della Difesa, che a causa delle trasformazioni poste in essere, ha dovuto affrontare una laboriosa trattativa per reimpiego di personale, nel territorio siciliano, dovuto alla chiusura, o al ridimensionamento di strutture importanti e che ha interessato quasi tutte le provincie.

Una segnalazione particolare per i Ministeri interessati a trasferimenti quali Trasporti, Sanità, Telecomunicazioni, Industria e Commercio, Marina Mercantile, Politiche agricole, che stanno vivendo momenti di incertezza dovuti alla indeterminazione dei rapporti tra Stato e Regione Siciliana in merito alla loro sorte.

Un cenno a parte merita il MINISTERO DELLE FINANZE.

Il Dlg.vo 29/93, che disciplina l’organizzazione degli uffici ed i rapporti di lavoro con le Amministrazioni Pubbliche, ha segnato anche e soprattutto un momento di trasformazione "epocale" per il Ministero delle Finanze.

È proprio tale norma – che ha come fine la graduale integrazione della disciplina del lavoro pubblico con quello del lavoro privato – che mira al vero rinnovamento organizzativo dell’Amministrazione Finanziaria.

Tale cambiamento, nella organizzazione di questo Ministero, è strettamente connesso con la possibilità di un continuo miglioramento dei servizi, a vantaggio dei contribuenti "clienti".

È certamente un progetto ambizioso che nasce dalla volontà di modificare ed innovare il funzionamento delle strutture, dei meccanismi decisionali, delle prassi lavorative.

Tutto questo necessita, non solo dell’apprendimento di nuovi metodi lavorativi e dell’acquisizione di nuove competenze, ma soprattutto di un vero cambiamento nella mentalità e negli stili di management e di comunicazione.

È pertanto il passaggio ad una Amministrazione per Agenzie (Enti pubblici non economici) che vedrà la vera attuazione del decentramento, godendo le predette di autonomia regolamentare, amministrative ed organizzativa, nonché della semplificazione degli stessi procedimenti amministrativi, attraverso un delicato processo di deburocratizzazione.

Viene così attuato il passaggio da un’Amministrazione che agisce per adempimenti, ad una nuova che applica un modello orientato al raggiungimento di obiettivi e risultati.

Con il Decreto L.vo 300/99, vengono pertanto istituite le quattro Agenzie Fiscali (Entrate – Territorio – Dogane – Demanio), già operative sin dal mese di gennaio di quest’anno, all’insegna dei principi di legalità, imparzialità e trasparenza, adottando i tre ben conosciuti criteri di efficacia, efficienza ed economicità.

Le funzioni del Ministero, definito snello, saranno quelle delle politiche fiscali, della programmazione, del coordinamento e del controllo di gestione sulle Agenzie.

È fin troppo chiaro che riformare vuol dire ammissione di responsabilità e di mancato funzionamento di una macchina fiscale che avrebbe dovuto al meglio, combattere evasione ed elusione fiscale.

Da questa riforma ci si attende, pertanto, un forte impegno affinché venga attuata una strategia di fondamentale rilievo, che è data dalla necessità di una giusta valutazione di tutte le risorse umane, giacché la vera riuscita della riforma di un Ministero sta nella capacità degli addetti di utilizzare strutture e strumenti orientati verso una nuova cultura professionale.

A fronte di tutto ciò necessita un forte impegno da parte dell’Amministrazione Finanziaria a provvedere ad una reale formazione del personale tutto che sarà il vero protagonista di questa riforma.

Per quanto riguarda il MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE, anche qui il processo di riorganizzazione ha provocato qualche problema nei confronti dei lavoratori impegnati presso i Provveditorati scolastici del Territorio.

Fortunatamente la concertazione attivata a livello di Ministero ha consentito l’apertura di un tavolo regionale che sta consentendo di dare certezza di ruolo e di collocazione ai circa 700 lavoratori impegnati da questo versante a coniugare la trasformazione in atto nel modo della scuola con le esigenze dei singoli.

Un cenno a parte va dedicato ai lavoratori della Polizia Penitenziaria che organizziamo all’interno della Federazione, in quanto facenti capo al settore della Giustizia pur con un contratto a parte integrato all’interno di quello delle Forze di Polizia.

Trattasi di una realtà giovane, nata dalla smilitarizzazione del Corpo degli Agenti di custodia, e porta con se il passaggio da un puro regime di tipo militare a quello di un qualsiasi lavoro civile, con le peculiarità che il servizio che rendono gli impone.

Il sistema contrattuale corredato da accordi quadro specifici, hanno creato all’interno una forte sindacalizzazione, essendo necessario un impegno particolare per coniugare dovere e diritti propri della specificità di cui sono portatori. In tale stato proliferano sindacati autonomi di tutte le specie, che sorgono con estrema facilità, utilizzando e spendendo tutte le garanzie sindacali sul territorio.

Notiamo, con soddisfazione, una attenzione particolare al nostro ragionamento confederale, dimostrando nelle scelte importanti (strategie contrattuali, e capacità di presenza ai tavoli di contrattazione decentrata), la correttezza delle impostazioni coniugata con una capacità di risultati positivi raggiunti.

Certo il clima all’interno dei posti di lavoro risente e risentirà sempre della condizione del passato: gerarchia, obbedienza e quant’altro fanno il paio con la particolarità del servizio da prestare e con la vertenzialità sulle applicazioni contrattuali, che sono di tipo giornaliero; il passaggio da norme certe da applicare a quelle contrattuali, quando non anche a quelle di tipo concertativo, pone qualche problema in più.

Da ciò la necessità di seguire da vicino queste strutture, di dare a questi lavoratori, oltre che la sensazione, anche la certezza di avere uno spazio interno all’organizzazione per dimostrare che anche in questi luoghi difficili, dove si svolge un lavoro pericoloso e delicato, il Sindacato confederale, quello del progetto complessivo di una Società più giusta e anche il sindacato in grado di affrontare e possibilmente risolvere i loro problemi.

ENTI PUBBLICI

La chiusura del CCNL (1° e 2° biennio economico) della Dirigenza Area 1, ha consegnato al comparto l’ultimo pezzo della strumentazione contrattuale, ponendo la categoria nella condizione di esplicare tutta la propria azione sindacale, attraverso la contrattazione di secondo livello, in modo da conseguire, all’interno delle singole Amministrazioni, la piena attuazione di tutti gli istituti contrattuali.

I risultati ottenuti consentono di potere esprimere un giudizio certamente positivo avendo raggiunto gli obbiettivi che la categoria si era posta, con la revisione dell’ordinamento professionale ed il conseguente riconoscimento delle professionalità necessarie ad un miglior funzionamento delle strutture interessate. In questa occasione il rapporto tra revisione organizzativa e l’adeguamento, da parte delle Amministrazioni, delle professionalità necessarie, ha portato, nella maggior parte dei casi, ad un riconoscimento nei confronti dei lavoratori tale da soddisfarne anche l’aspetto economico.

I contratti integrativi, che man mano producono i loro effetti, stanno in questa linea e va apprezzato lo sforzo fatto dalle Strutture Nazionali delle singole Amministrazioni, volto all’applicazione agli istituti contrattuali partendo dalla ricerca delle somme disponibili e del loro utilizzo in sintonia con il tradizionale impegno in favore di risultati riscontrati.

Nello specifico territoriale dobbiamo annotare una condizione di difficoltà circa le modificazioni organizzative poste in essere dalle Amministrazioni.

La nuova "organizzazione per processi", ormai patrimonio comune presso tutti gli Enti, seppure ben disegnata sulla carta, stenta a prendere corpo.

Trattasi di una vera e propria rivoluzione che partendo da "un nuovo modo di lavorare", rende più concreta la natura del nuovo rapporto di lavoro di tipo privatistico, provocando le prevedibili ripercussioni sui lavoratori abituati a modelli organizzativi parcellizzati, ben definiti, con le naturali incrostazioni, che spesso ne causano remore e ritardi.

C’è una condizione di tipo anagrafico, specie nelle realtà meridionali, dove la media di età degli addetti raggiunge se non supera i 50/anni, con evidenti difficoltà di aggiornamento e riqualificazione che i nuovi modelli prevedono in dosi massicce.

Se a ciò aggiungiamo una interpretazione del decentramento gestionale in atto all’interno degli Enti, che a parole rilascia in periferia competenze e ruoli alla Dirigenza locale, ma nei fatti mantiene tutto intero il potere centrale d’intervento si finisce per innescare una miscela pericolosa, dato che i richiami nazionali agli obbiettivi comuni, finiscono per prevalere, non consentendo, quel coinvolgimento e quella partecipazione necessaria al raggiungimento dell’obbiettivo comune.

Un modello organizzativo che consente a qualunque soggetto interessato ad un rapporto con queste Amministrazioni di ottenere quanto richiesto attraverso una interazione con un solo addetto, contiene al suo interno tre fattori:

  1. un modello adeguato;
  2. una sistema informatico capace di interagire e dare risposte;
  3. un lavoratore in condizioni di reggere il confronto e raggiungere il risultato.

Tutto ciò fa emergere una condizione mai raggiunta all’interno delle Pubbliche Amministrazioni che è quella di considerare alla stessa stregua, modello, strumenti, fattore umano. In sintesi anche il fattore umano è un investimento produttivo e come tale va considerato e curato.

Per cui non servono atteggiamenti dirigistici, ma più coinvolgimento motivato; i lavoratori devono sentirsi realmente parte integrante di una sistema e non componente residuale.

Il linguaggio usato all’interno dei "Meeting nazionali", ha la necessità di essere filtrato da una buona dose di buon senso e lasciato passare "tout-court", altrimenti crea una condizione conflittuale tra centro e periferia insostenibile in una realtà che ha bisogno, al contrario, di tanta sinergia.

In definitiva rileviamo con preoccupazione che, dalla grande opportunità di valorizzare, finalmente il fattore umano, quale investimento produttivo, all’interno delle Pubbliche Amministrazioni, si rischia di minimizzarne la portata, attribuendo più al modello che alle persone, la riuscita del progetto.

Da qui il nostro impegno; su questi temi abbiamo la necessità di rafforzare il nostro rapporto con i lavoratori; convinti come siamo della bontà del progetto, il nostro compito è di stare in mezzo a loro condividendo le preoccupazioni, ma esaltando anche le opportunità offerte, verificando le loro necessità, rappresentando con tutta l’attrezzatura sindacale che possiamo mettere in campo (strutture di posto di lavoro, federazioni territoriali, coordinamenti, federazioni regionali) nelle varie istanze, le esigenze che si verificheranno.

A novembre p.v. andremo al rinnovo delle RSU e su questo terreno si giocherà la capacità del sindacato di rappresentare le reali necessità di tutela dei lavoratori; non possiamo permetterci in questo comparto di arretrare dagli ottimi risultati conseguiti, anzi, proprio perché attori protagonisti, sia nelle intuizioni progettuali sia nei risultati ottenuti, dobbiamo andare avanti.

Un’ultima considerazione sulle questioni istituzionali delle nostre Amministrazioni.

Il sistema "duale" , previsto dalla riforma, che vede da una parte il CIV Comitato d’indirizzo e vigilanza, e dall’altra il Consiglio d’Amministrazione e la Tecnostruttura, è spesso causa d’ingorghi istituzionali, perché, a nostro giudizio, titolari di interessi diversi. Il primo, con il delicato compito di approvare i bilanci preventivi e consuntivi, rappresenta i naturali titolari delle contribuzioni che affluiscono agli Enti; i secondi di nomina "istituzionale" finiscono per rispondere agli interessi di chi li ha proposti.

Condizione che provoca spesso ritardi nelle decisioni, che in molti casi ci coinvolgono come attori diretti. Non è concepibile che progettualità del tipo che abbiamo descritto, possa essere retta da contratti integrativi, che regolano quasi il 33% del salario dei lavoratori dopo verifica dei risultati, con le lungaggini che il sistema spesse volte impone.

Difatti anno per anno il piano produttivo legato alle ricognizioni contrattate delle disponibilità, chiude l’accordo non prima del mese di giugno, con la conseguenza di causare incertezze nella individuazione degli obbiettivi da definire e conseguentemente indisponibilità di somme da erogare.

Ora non vogliamo dare l’impressione di tranciare giudizi irreversibili, ma quello che ci preoccupa di più è la moda che attraversa la politica da una capo all’altro degli schieramenti. Se il "DIO MERCATO", deve dettare le regole pretendiamo che chi deve stare, per forza di cose, sul mercato abbia le stesse opportunità. Immaginate cosa può accadere agli Enti Previdenziali di stare sul mercato con il gravame di sottoporre le proprie decisioni alle volontà della politica che, a parole affida al mercato la composizione tra domanda e offerta, ma nei fatti ne determina, da qualunque parte, alla fine i risultati.

Sappiamo che all’interno dell’Organizzazione c’è un dibattito in corso, ne avvertiamo la complessità dovuta anche alle relazioni unitarie che il tema comporta, avvertiamo soltanto che lo strumento dell’Amministrare per Enti, viene utilizzato anche all’interno delle trasformazioni della macchina amministrativa dello Stato e non vorremmo che da una condizione centralizzata e burocratica, si passasse ad un’altra più pericolosa che risponde ad esigenze solo di parte.

LA VERTENZA SANITÀ IN SICILIA

L’impegno che ha contraddistinto, e che continuerà a contraddistinguere, l’azione sindacale della nostra Organizzazione nel campo dell’assistenza sanitaria, non ha trovato un positivo riscontro nell’azione politica sia dell’Assemblea e del Governo Regionale, nonché dell’Assessorato Regionale alla Sanità.

Basti pensare che dal 1997 ad oggi si sono succeduti al vertice dell’Amministrazione Regionale Sanitaria ben sei Assessori, in un clima generale di trasversalità politica negli schieramenti parlamentari regionali che non ha precedenti nella storia della Regione Siciliana, con la conseguenza che gran parte delle vertenze sindacali promosse da questa Organizzazione, venivano riproposte dall’Assessore di turno nella vana speranza che quest’ultimo mantenesse l’impegno politico per la risoluzione delle problematiche sindacali poste.

Di contro, in questi anni, il Parlamento ed il Governo Nazionale hanno posto in essere dei provvedimenti legislativi che certamente hanno stravolto il S.S.N., sulla scorta di quanto sancito dal D.L. 502/92.

Tutti i D.P.E.F. nazionali di questi ultimi anni hanno introdotto una novità che di volta in volta hanno riguardato la spesa sanitaria, il trasferimento delle competenze e delle risorse in virtù del principio di sussidarità, la gestione delle risorse, gli operatori del comparto ed altro.

È stato emanato il D.L.gls. 14/01/1997 che fissa i requisiti minimi strutturali, tecnologici ed organizzativi per tutte le strutture pubbliche e private che erogano prestazioni sanitarie.

Ultimo in ordine di tempo, ma sicuramente non in ordine di importanza, il Decreto Legislativo 229/99, cosiddetto Decreto Bindi, che chiude il ciclo riformistico del S.S.N. imperniato sull’imprescindibile diritto della tutela della salute e sull’individuazione dei livelli essenziali ed uniformi di assistenza compatibili con i nuovi modelli organizzativi, nel rispetto delle risorse disponibili.

Le Unità Sanitarie Locali, a cui lo Stato e le Regioni hanno demandato il perseguimento dei fini istituzionali, si sono costituite in Aziende con personalità pubblica ed autonomia imprenditoriale, la cui organizzazione e funzionamento sono disciplinati con atto aziendale di diritto privato.

Tuttavia questo nuovo assetto giuridico-finanziario che ha dato alle ASL ed alle Aziende Ospedaliere grande autonomia gestionale ed economica, non ha avuto refluenze positive sulla qualità dell’assistenza erogata in Sicilia.

Se è pur vero che sono stati realizzati i distretti sanitari e quindi la territorializzazione dei servizi, è anche vero che il "bisogno di salute" espresso dalla cittadinanza, difficilmente oggi trova una soddisfacente risposta nei servizi sanitari preposti.

Basti pensare alle lunghe liste di attesa che ancora esistono per semplici esami di laboratorio e di radiodiagnostica, per non parlare di indagini più complesse e specifiche quali le ecografie, le TAC o le RMN.

I pronto soccorso cittadini sono giornalmente in stato di emergenza, le degenze chirurgiche sovraffollate, le degenze pediatriche ai limiti della tollerabilità, i reparti di riabilitazione esigui, quelli di lungo degenza praticamente inesistenti.

Un lungo elenco che potremmo ancora scorrere ed argomentare per mettere in evidenza e comprendere i perché di come mai molti settori della Sanità Pubblica Siciliana sono estremamente carenti.

Le risposte hanno avuto un comune denominatore.

Le Aziende Sanitarie e le Aziende Ospedaliere Siciliane in molti casi sono state gestite in funzione degli interessi personali e corporativistici, piuttosto che in funzione del bisogno di salute espresso dalla cittadinanza.

Questi temi, la nostra Organizzazione, li ha rappresentati in sede di Governo Regionale per quanto attiene l’aspetto politico, e nelle sedi delle Aziende Sanitarie per gli aspetti che riguardano l’erogazione delle prestazioni sanitarie in termini qualitativi e quantitativi, l’organizzazione dei servizi, le aspettative degli operatori del comparto.

Sotto l’incessante azione della CISL - F.P.S., l’11 Maggio 2000 la Regione Siciliana ha finalmente approvato il 1° Piano Sanitario Regionale, primo atto normativo di programmazione e pianificazione sanitaria, i cui contenuti consentono di dare piena attuazione e specifiche disposizioni di legge ed in particolare a quanto previsto dal D.L.gls 229/99.

L’implementazione dei nuovi modelli organizzativi delle Aziende USL e delle Aziende Ospedaliere, alla cui realizzazione il Piano Sanitario Regionale da una importanza prioritaria, non è l’unico elemento della pianificazione sanitaria a cui la nostra organizzazione deve fare particolare attenzione.

Le aspettative dei cittadini e degli operatori, riguardano altri aspetti contenuti nel PSR di uguale o maggiore importanza tra cui si vuole sottolineare:

Questi ultimi aspetti, a noi particolarmente vicini perché legati al sistema delle relazioni sindacali ed alla concertazione, ci vedranno, come nel recente passato, sicuri protagonisti.

La nuova tornata di rinnovo contrattuale, già segnata dalla manifestazione del 30 Marzo 2001, ci consentirà di confrontarci con le altre Organizzazioni Sindacali Confederali in un rinnovato, si spera, clima di collaborazione, per determinare in sede di contrattazione decentrata, linee di intervento comuni, e possibilmente evitare divisioni che non giovano agli interessi dei lavoratori che rappresentiamo.

Nostro obiettivo, oltre a quello di garantire miglioramenti economici omogenei, parametrati alle singole professionalità, è quello di eliminare quelle sofferenze che caratterizzano il vigente accordo collettivo nazionale e che in sede di contrattazione decentrata si è riusciti solamente e mitigare.

Ci riferiamo al personale amministrativo del comparto, ai numerosi infermieri generici, al riconoscimento del coordinamento reale, alla disponibilità di fondi destinati alla contrattazione decentrata, che consenta di approntare una organizzazione del lavoro più rispondente alle mutate esigenze che scaturiscono dall’introduzione di nuovi modelli organizzativi.

In questa direzione, abbiamo da consolidare un importante traguardo interno: capacità di sintesi di tutte le specificità di comparto presenti nella Federazione, analisi dei bisogni da essi espressi ed iniziative consequenziali sono una pre-condizione indispensabile per l’assunzione di linee di comportamento coerenti.

Le recenti fasi dei rinnovi contrattuali che hanno interessato i vari comparti della nostra Federazione hanno registrato risultati soddisfacenti, soprattutto in relazione alle richieste da noi avanzate all’ARAN.

In questo quadro complessivamente positivo, esiste purtroppo un punto di caduta e di sofferenza che è rappresentato dal Comparto Sanità.

Certo, le trasformazioni che hanno interessato ed interessano quest’ultimo, peraltro legate anche all’applicazione delle varie fasi della riforma sanitaria, hanno certamente contribuito negativamente allo sviluppo delle vertenze.

Avvertiamo, tuttavia, la necessità di conseguire risultati contrattuali caratterizzati da una chiara ed inequivocabile linea politica a noi riconducibile, che a tutt’oggi non è invero sufficientemente visibile e marcata.

Per questo motivo, rivendichiamo una rinnovata presenza nel massimo livello di rappresentanza della nostra Federazione che sia adeguata alla dimensione dei problemi, che sia coerentemente rappresentativa delle reali specificità professionali presenti nel Comparto, che sia infine garanzia di stimolo e di traino all’attività della Segreteria Nazionale e non piuttosto, come oggi accade, un "andare a rimorchio".

Esempio emblematico delle difficoltà rappresentate è la Vertenza Sanità: la manifestazione del 30 marzo u.s. è certamente indice della gravità dei problemi che affliggono la categoria ma ha ulteriormente evidenziato quanto sia necessario un deciso impulso qualitativo nell’azione sindacale, impulso che prioritariamente deve giungere da parte della rappresentanza del Comparto Sanità.

A completare il quadro in maniera negativa aggiungiamo il fatto che, all’interno dell’iniziativa contrattuale dello stesso Comparto, è sempre più diffusa – strumentalmente o meno, non rileva – l’impressione e l’opinione di una CISL che non solo non riesce ad essere protagonista della vertenza ma è assuefatta in maniera acefala alle scelte ed alle iniziative di ampio respiro decise da altre sigle sindacali.

Non siamo abituati a subire passivamente le iniziative di altri, e mai ci abitueremo.

Per questo ed altro, crediamo che occorra individuare una dirigenza "nuova" che, in rappresentanza del Comparto Sanità, sia in grado di svolgere il proprio ruolo con la capacità propositiva necessaria, in sintonia ed in stretto raccordo con la Segreteria Generale, la quale peraltro nelle recenti iniziative politiche e contrattuali ha saputo recuperare brillantemente una situazione altrimenti destinata a registrare risultati più che insoddisfacenti, per le linee della CISL ma soprattutto per i lavoratori che rappresentiamo.

In Sicilia la vertenza sanità, per quanto attiene alla nostra azione sindacale e politica, sarà imperniata sulla realizzazione dei punti qualificanti previsti dal Piano Sanitario Regionale e nell’applicazione, in sede di contrattazione decentrata, del prossimo C.C.N.L., nella speranza che lo scenario politico che si determinerà con le prossime elezioni regionali, possa garantire maggiori certezze, quelle certezze che contraddistinguono da sempre il nostro credo sindacale e che sono le ragioni dei cittadini e dei lavoratori.

CONCLUSIONI

Si chiude oggi una delicata fase di questo lungo e impegnativo iter congressuale che ci ha visti coinvolti nel processo di costituzione della quasi totalità degli organismi provinciali e dei rispettivi gruppi dirigenti di questa nuova categoria della CISL: la Federazione Italiana dei Lavoratori Pubblici e dei Servizi.

In armonia col progetto di autoriforma voluto dalla CISL, io e gli amici della Segreteria regionale, che voglio ringraziare con affetto, unitamente alle strutture territoriali delle ex Categorie e delle Unioni, siamo stati duramente messi alla prova nella individuazione delle più idonee soluzioni atte a definire i problematici assetti organizzativi territoriali collegati alla nascita della FPS.

Desidero, in questa occasione, ringraziare tutti i dirigenti territoriali che ci hanno consentito di svolgere i vari congressi provinciali in un clima di collaborazione e di disponibilità; con il loro contributo, infatti, è stato possibile risolvere i problemi più scottanti e approntare le soluzioni più adeguate alla realizzazione del progetto affidatoci.

Mi auguro che a breve anche la struttura provinciale di Trapani possa trovare un suo assetto organizzativo, il più idoneo rispetto a questa delicatissima fase di consolidamento del processo di fusione in corso nella nostra Categoria.

Consentitemi, infine, nel momento in cui mi accingo a lasciare la guida di questa prestigiosa Federazione regionale ad un nuovo gruppo dirigente, di esprimere un personale ringraziamento a tutti coloro che mi sono stati vicini in questi anni: non farò un elenco di questi amici e dei collaboratori, che se da un lato sarebbe lungo dall’altro correrei il rischio di dimenticarne qualcuno; Vi chiedo scusa se ne cito uno in particolare – l’amico Salvo Morabito- che nell’ultimo anno ha condiviso con me, e fuori dai canoni, disagi e impegni ponendosi sempre a disposizione dell’Organizzazione.

Non posso, però, non ringraziare Rino Tarelli per la guida sicura con la quale sta caratterizzando la sua Segreteria Generale; e come posso non ringraziare affettuosamente l’amico di sempre Marco Lombardo, con il quale, oltre ad ereditarne in Sicilia il testimone, ho condiviso tante battaglie sindacali, tante sofferte esperienze, tante festività non godute e anche qualche ricorrenza (onomastici e compleanni) passata insieme lontani, purtroppo, dai nostri affetti familiari più cari.

Ed infine un sentito ringraziamento al nostro Segretario Generale della CISL Siciliana Paolo Mezzio, che tanta fiducia e sostegno mi ha dato in questi anni di guida regionale che si è caratterizzata e si sta caratterizzando per la delicatezza dei tanti temi e appuntamenti politici, vertenziali, di ristrutturazione organizzativa, di valorizzazione e rimodulazione di assetti dirigenziali che lo stanno mettendo a dura prova, mostrando però il suo grande equilibrio e capacità di iniziativa, sia per l’eccezionalità dei momenti, e tra questi anche quelli elettorali, che stiamo affrontando e che affronteremo, sia per le scelte di prospettiva che caratterizzeranno la delicatissima fase del dopo D’Antoni, che impongono un forte posizionamento della CISL Siciliana nel complessivo dibattito Confederale nazionale.

Voglio ringraziarli tutti e tre anche per il fatto che mi sono stati vicini in alcune delicate iniziative che sono state assunte nell’esclusivo interesse dell’Organizzazione.

Sono convinto che un’attenta lettura delle modalità di svolgimento della fase costitutiva della FPS, a livello territoriale e regionale, riconoscerà ai dirigenti sindacali della nostra Sicilia, tutti, un grosso contributo alla realizzazione di questo ambizioso progetto di accorpamento categoriale, ma più complessivamente dell’affermazione nel Paese e in Sicilia, in particolare, dei valori e delle politiche della CISL.

Vi è comunque un solco profondo tracciato che mi auguro possa essere seguito nel prossimo futuro; un solco profondo, come nel caso della mia recente esperienza di Commissario Straordinario della FIST di Messina, tracciato con l’impegno personale e costante che mi è costato tanto sacrificio.

Un sacrificio con il quale ho voluto proporre e sperimentare in prima persona un modello di quadro dirigente e di conseguenza del nostro modello sindacale; un modello per il quale la centralità dell’iscritto

non è un esercizio retorico ma motivo conduttore della nostra attività sindacale quotidiana.

Un modello, per concludere, all’interno del quale non ci sono solisti cui addebitare sconfitte ma squadre che festeggiano vittorie a favore dei lavoratori iscritti.

Sono sicuro di lasciare la nostra Federazione Regionale in buone mani e Vi chiedo di riservare al nuovo Segretario Generale della CISL FPS Sicilia che andremo ad eleggere domani, la stessa collaborazione, la stessa pazienza e comprensione che mi avete riservato, lo stesso autentico ed indimenticabile affetto con il quale in questi anni mi siete stati vicini.

Grazie a tutti Voi.

Auguri alla FPS, Viva la CISL


sinistra.gif (1308 byte) Pagina precedente