2°   CONGRESSO REGIONALE  FAI CISL  SICILIA

Relazione congressuale di:

ARMANDO ZANOTTI

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Amici Delegati, graditi Ospiti,

Ringrazio tutti Voi, a nome mio personale e dell’intera Federazione per avere voluto presenziare ai lavori di questo II° Congresso della FAI –CISL Siciliana che ci apprestiamo a celebrare.

Un Congresso che chiude la fase d’evoluzione del percorso di mono composizione attraverso la quale si sono unite le due federazioni della FISBA e della FAT.

Percorso iniziato nel 1997, e che si concluderà con la celebrazione del Congresso Nazionale della FAI –CISL a Parma, tra qualche mese.

In un luogo appunto dove sorgerà probabilmente l’Agenzia dell’autorità Europea per la sicurezza alimentare.

Per tale motivo anche il Congresso Nazionale assumerà una valenza tanto importante quanto suggestiva sia per le scelte programmatiche ed Organizzative che saranno prese ma soprattutto per l’attenzione che il dibattito riserverà ai temi di grande attualità quali la qualità e la sicurezza alimentare.

Questo nostro Congresso, alla stessa stregua tenterà di tracciare le linee di sviluppo dell’azione sindacale, consapevole del fatto, che la FAI –CISL raccoglie un testimone pesante, rappresentato dalle esperienze significative vissute sia dalla FISBA, la categoria dei salariati e dei lavoratori Agricoli, e la FAT, la categoria dei lavoratori dell’alimentazione.

Una scelta strategica tanto importante e obbligata quanta stimolante, dal momento in cui il nuovo sistema economico globalizzato, pone il Comparto Agro – Alimentare e Ambientale in un’unica dimensione.

Da qui quindi la consapevolezza che solo una grande federazione che agirà in termini di filiera potrà dare le risposte alle sfide che il futuro ci riserverà.

Riteniamo altresì che la filiera vada completata con l’acquisizione da parte della FAI, di quel mondo che riguarda i lavoratori dipendenti da imprese commerciali dal momento che gli stessi già operano in un ciclo produttivo assimilabile a quello del comparto Agricolo tradizionale.

Su questo versante il prossimo Congresso Confederale sarà chiamato ad assumere una precisa determinazione conferendo alla FAI la rappresentanza di questi lavoratori che, operando in un sistema di filiera, possono trovare una tutela più adeguata. Siamo consapevoli quindi della responsabilità che ci siamo assunti nel rappresentare un mondo così variegato.

Pur tuttavia, ci sentiamo pronti ad iniziare il nostro cammino, forti della nostra professionalità e competenza, ed anche perché giungiamo a questo Congresso, orgogliosi delle nostre esperienze vissute, non ultime quelle rappresentate dal percorso precongressuale appena conclusasi con la celebrazione dei nove Congressi Provinciali; e dalla altrettanto esaltante esperienza vissuta in occasione della preparazione dello Sciopero Unitario Regionale del Comparto Agro – Alimentare ed Ambientale Siciliano, tenutosi a Palermo il 2 marzo scorso.

Una magnifica manifestazione cui ha visto confluire in piazza più di 10.000 lavoratori, provenienti da tutta l’isola e da ogni comparto produttivo.

Segno che la riuscita è stata solo frutto di un grande dibattito che abbiamo saputo sviluppare in ogni luogo di lavoro e del grande sforzo organizzativo che tutti assieme abbiamo saputo profondere.

Anche per questo oggi mi sento di ringraziarvi tutti.

Ed è partendo anche da quest’esperienza che dobbiamo sapere capitalizzare quanto di buono siamo riusciti a produrre, perché questo ci possa aiutare a realizzare quelle strategie politiche adeguate per costruire un progetto Organico di sviluppo da confrontare con le Associazioni Professionali e con le Istituzioni.

Assume quindi anche questo significato, il tema che abbiamo assegnato a questo Congresso, dal titolo apparentemente scontato ma altrettanto provocatorio e stimolante per un dibattito che sicuramente sarà ricco di contenuti e partecipato.

LE POLITICHE DELLA FAI PER IL SISTEMA

AGRO - ALIMENTARE

Obiettivo principale quindi della nostra nuova Federazione resta quello di avere finalmente una organica strategia Agro – Alimentare, adeguata al nuovo, con un rilevante ruolo politico dell’Agricoltura, dell’Alimentazione e dell’Ambiente sugli scenari Nazionali ed internazionali e non più solo una serie di aiuti e sostegni alle imprese (tanti) e ai lavoratori (pochi) secondo la vecchia concezione dell’aiuto ai settori assistiti ed isolati.

In questo contesto si impone pertanto:

La Politica attuale continua ad essere sempre più lontana dalla gente

 

Questo Congresso cade in un momento particolare della vita e della storia politica e sociale del Paese. Vale infatti la pena ricordare che, il decennio appena trascorso è stato segnato dalla più profonda crisi politica e istituzionale della storia repubblicana. Essa iniziò, tra scandali e "picconate", con l’assordante retorica " sull’avvento del nuovo " e sulla "rivoluzione degli onesti" nella certezza, ci assicuravano allora i mass media, dell’imminente fine della cosiddetta "Prima Repubblica", fonte di tutti i mali.

Dopo 10 anni di transizione non realizzata, permangono i problemi di sempre. Con il fatto che il percorso di questo decennio ha messo a nudo la pretesa e l’illusione che una sola legge elettorale maggioritaria e una lotta plateale alla corruzione sarebbe bastato come toccasana per affrontare e risolvere i nodi storici del nostro paese. Quell’illusione oggi è finita ma ne restano le conseguenze, non ultima l’idea pericolosa e antidemocratica, di azzerare ogni rappresentanza della società di mezzo e la retorica di ridurre la "Governabilità" a semplice questione di meccanismo elettorale. Quest’ultima considerazione accresce in noi le perplessità che ne derivano dall’attuale fase confusa e contraddittoria che sta vivendo il paese. Una fase caratterizzata da un sistema politico bloccato in un falso bipolarismo, rappresentato da due schieramenti, uniti tra loro, non per programmi e valori ma per semplici convenienze elettorali. Un sistema che esprime indifferenza ed arroganza insieme, pur essendo stato bocciato da una schiacciante volontà popolare, con una diserzione dalle urne di circa 2/3 dell’intero corpo elettorale, in occasione del referendum del Maggio ’99 sul sistema maggioritario. Nonostante tutto però, queste valutazioni sembrano non interessare nessuno. Si assiste invece, allo sviluppo di una campagna elettorale all’insegna di polemiche futili e velenose, non su ciò che dovrebbe costituire l’argomento di una seria ricerca del consenso elettorale, basato sui programmi o sulle prospettive per il Paese, bensì sul modo di comunicare sui media, e sulla loro affidabilità. Le recenti polemiche esplose su "Satyricom", quella sul "Raggio Verde" e su "Il Fatto" denotano quanto sia veramente distratto e distante il dibattito politico dalla gente.

Come si fa invece a non accorgersi che gli elettori non si riconoscono in uno scontro che non ha al suo centro i temi che davvero interessano gli italiani. Il problema del lavoro che manca, lo sviluppo; il problema Nord – Sud, la sicurezza, la sanità, la cronica inefficienza dei servizi, che rende ardua la vita del comune cittadino; una dissennata gestione delle risorse naturali, che costringe metà della popolazione a razionare l’acqua come nel deserto, sembrano non interessare ad una classe politica che, sotto qualunque bandiera si trovi schierata, appare sempre più sprofondata nella logica della spartizione del potere attraverso la sola e attenta scelta dei collegi elettorali.

Mentre ancora rimane indifferente sugli interrogativi che impone la situazione economica e sociale del Paese, sulle pressioni che vengono dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale che mettono in dubbio un risanamento affidato alle sole manovre di corto respiro in assenza di riforme strutturali della Spesa.

Ed ancora, non la turba nemmeno l’ombra di una crisi finanziaria mondiale che dal Giappone agli Stati Uniti, sebbene in modi diversi, si risolve in distruzione di risparmio, e in un’ansia crescente sul futuro. Sono questi gli argomenti sui quali i cittadini vorrebbero essere intrattenuti e sui quali le coalizioni in lizza dovrebbero confrontarsi in un pacato e serio dibattito piuttosto che sui rapporti tra satira e politica, e sulle imprese del "Partito Rai".E’ per questo che ci s’interroga sul senso di una campagna elettorale volta ad assicurare gli "Zoccoli duri" escogitando tutti gli artifizi possibili. Soprattutto quelli della scelta dei candidati operata nelle stanze dei Leader Nazionali, per poi catapultarli sul territorio, consentendo perfino ai candidati stessi, l’emigrazione da una regione all’altra, indipendentemente dalla loro appartenenza territoriale, pur di metterli al riparo dai rischi, e solo per agevolare le loro "riserve indiane". Di fronte a questo scenario ci chiediamo come faranno a convincere gli elettori che il voto del 13 Maggio aprirà nuove prospettive nelle quali i cittadini che hanno orientamenti diversi possano riconoscersi. E fra le quali possano serenamente scegliere.

Ed è per tali motivazioni invece, che ci sentiamo di esprimere un giudizio positivo e di condividere la scelta operata recentemente da D’antoni, nel tentativo di dare voce e ruolo alla politica, attraverso il neo partito "Democrazia Europea".

Riteniamo indispensabile che la politica torni ad essere confronto sulle soluzioni possibili e ricerca della partecipazione e del consenso popolare.

" L’alta Politica " dovrà riappropiarsi di quel senso nobile di cui il paese ha bisogno.

Quel ruolo propulsore capace di incitare tutti a misurarsi sulla base delle idee e dei programmi tenendo alto il valore della persona umana, della responsabilità del bene comune e respingendo la logica del consumismo e dell’individualismo capitalistico. Per tale convincimento ci sentiamo di condividere l’urgenza e la necessità di favorire una riforma istituzionale ed elettorale con l’introduzione di nuove regole che favoriscano la vera governabilità.

Solo così i cittadini potranno avere una rappresentanza adeguata senza ricorrere a surrogati dell’identità politica, come accade negli attuali cartelli elettorali dei due schieramenti che non servono a governare un paese complesso come il nostro, ma solo ad occupare il potere. Ed è in questo senso che varrà la pena nei prossimi giorni intensificare lo sforzo collettivo per raccogliere le energie di tutti coloro che vogliono cambiare, per rompere la logica di questa Politica – Bloccata e fare emergere le istanze di tutte quelle culture forti presenti nel paese e che purtroppo sono mal rappresentate.

Siamo convinti che i risultati non mancheranno e siamo ansiosi di iniziare questa nuova stagione esaltante.

Le Ragioni della CISL

 

Noi porteremo avanti tale progetto rispettosi di quel patrimonio storico e di quei valori fondativi per i quali la CISL si è sempre contraddistinta.

I valori fondativi della CISL di Pastore che sono stati l’Autonomia e la Contrattazione. Per cui ci sentiamo al riparo di tutte le critiche mosseci in questi ultimi mesi, circa un ipotetico neo – collateralismo o quello di dotare la CISL di un " braccio Politico Diretto ". A questi beceri attacchi ci sentiamo di poter rispondere senza ombra di smentita, che " Se la potevano risparmiare "!

La CISL possiede un patrimonio cromosonico " Sano " che ha sempre evitato subalternità ideologica ed ha saputo resistere a qualunque tentazione di stare a tutti i costi nelle stanze dei bottoni.

La CISL ha sempre scongiurato e scongiurerà tali " MALFORMAZIONI ". Viceversa non si è mai risparmiata a tutela ed a garanzia dell’autonomia, rimanendo in campo con le proprie idee, con i propri valori ed aver saputo guidare un cambiamento.

Una CISL che ha saputo rintuzzare ogni attacco; dai quesiti referendari, alle campagne denigratarie dei Mass Media, alla messa in discussione avanzata da taluni economisti e politologi di ogni colore. Una CISL che senza tentennamenti ha rifiutato il proprio rafforzamento con il sostegno politico o istituzionale ed ha privilegiato invece il radicamento tra la gente rappresentandone gli interessi.

Questa scelta di sindacato libero la CISL l’ha ribadita in questi ultimi quattro anni, trovandosi spesso isolata per l’autonomia delle sue battaglie. Basti ricordare:

la grande manifestazione del PALAEUR contro la finanziaria

l’iniziativa delle " Cento Città " per rivendicare vere politiche di sviluppo e di lavoro

la proposta dei salari contrattati per aree deboli del SUD

l’opposizione ostinata ad ogni svendita delle pensioni e della sicurezza sociale

il no agli interventi legislativi contro il TFR o sulle RSU

la battaglia per la parità scolastica

nonché lo stesso 1° Maggio 2000 festa del lavoro con il Santo Padre Giovanni Paolo II°.

Scelte di libertà e di responsabilità compiute in completa autonomia dai Governi, ed in solitudine sindacale.

Ma su tutto va evidenziato la grande intuizione e la tenacia con cui ha saputo inoltre sviluppare quella politica Concertativa, che a partire con l’accordo del Luglio ’93 ha consentito al Paese di raggiungere importanti traguardi come l’ingresso in Europa e il superamento del rischio inflazione. Una grande portata strategica che va rilanciata, perché rimane la strada maestra per governare una società complessa come la nostra. E perché soprattutto nell’epoca della globalizzazione serve a non lasciare campo libero alle forze anonime del grande capitalismo nel controllo dell’economia di mercato, senza tenere conto di valori e finalità sociali. Ed a tal proposito vale la pena ricordare lo stesso Santo Padre quanto ci ha richiamato in occasione del 1° Maggio a Tor Vergata a proposito della globalizzazione.

Il Papa, infatti, ha affermato che dobbiamo globalizzare non solo i mercati ma anche la solidarietà.

Ciò impone una scelta fondamentale; e cioè di non abbandonare il cantiere dove si costruisce lo sviluppo di tutto l’uomo e d’ogni uomo, secondo parametri non solo economici, ma anche morali.

Globalizzazione: un pericolo per chi non vuole cambiare.

Riaffermare l’estrema attualità dei valori della CISL non significa però negare l’importanza dei tanti nuovi problemi che oggi il sindacato deve affrontare. Il quadro in cui operare è, infatti, sempre più complesso: i cambiamenti si succedono ai cambiamenti e la tutela e la rappresentanza del lavoro devono sapersi aggiornare e migliorare.

Il primo cambiamento è la nuova dimensione " Globale " della società e dell’Economia. Essa ha assunto una dimensione totale investendo il mercato finanziario, quello industriale, quello commerciale, trascinandosi dietro l’uniformità dei consumi materiali e culturali.

Le conseguenze saranno a tutto campo e ridisegneranno la distribuzione mondiale del lavoro, perché l’omologazione dei comportamenti e dei consumi sicuramente avvantaggeranno quanti riusciranno ad essere presente contemporaneamente a livello mondiale. Ed in oltre se riusciranno a proporre modelli di comportamento transcontinentali in quanto certe produzioni a basso costo o ad alto impatto ambientale saranno a mano a mano trasferite verso i paesi in via di sviluppo. Potrà non piacere, ma la tendenza sarà questa, ignorarla rifiutarla, sicuramente non pagherà.

La globalizzazione allora è sicuramente un pericolo per chi non intenderà cambiare, viceversa sarà una opportunità immensa, se saprà essere sfruttata.

In buona sostanza per chi, non vorrà osare, per questi lo spazio del mercato si restringerà sempre più, e finiranno per avere solo quello locale con basso valore aggiunto.

Per chi invece accetterà la sfida, gli orizzonti saranno i mercati mondiali..

La mondializzazione però non è sinonimo d’abolizione del territorio ma anzi, mai come oggi, il territorio è al centro dello sviluppo e della vita delle nazioni, è proprio, infatti, nella nuova economia globale che le differenziazioni e le specializzazioni locali diventano risorse decisive per lo sviluppo.

Bisognerà quindi sapere allargare lo sguardo al di là dei consueti confini.

Ma le risposte dovranno essere plurime e differenziate ai diversi livelli:

Lo Stato dovrà aumentare e migliorare il supporto alle imprese che vorranno investire per migliorarsi. Ci si dovrà integrare sempre di più verso la nuova Coesione politica e diplomatica dell’U.E., perché solo così saremo soggetti credibili nella scena mondiale.

La Regione dovrà attrezzarsi come sistema territoriale competitivo capace di produrre esternalità positive. (Infrastrutture, viabilità, acqua – servizi ecc.).

Ma occorrerà, investire sul Capitale Umano, di cui certamente non difettiamo, e sulla sua qualificazione e Riqualificazione, e in questo senso va ripensata la FORMAZIONE PROFESSIONALE perché sia legata alle necessità aziendali e corrisponda meglio alle richieste di profili professionali presenti nel territorio.

Il nostro territorio inoltre si dovrà rendere amico dell’impresa, in modo da attivare sulla nostra Isola una corrente d’investimenti esterni e non.

Ciò dovrà significare principalmente che i procedimenti amministrativi e le strutture burocratiche dovranno essere in grado in termini di servizi di dare risposte rapide ed efficienti.

In tale contesto auspichiamo che la recente legge di riforma della PP.AA. varata dall’A.R.S., possa aiutare tale processo.

Il Governo Regionale dovrà diventare sempre più Ambasciatore Itinerante dell’impresa Siciliana. Dopo di che, superando le attuali dispersioni, occorrerà agevolare un progetto complessivo di promozione del Marchio Sicilia coinvolgendo la partecipazione di tutti i soggetti interessati.

Occorrerà ancora, essere più presente al tavolo Nazionale perché si possa trovare anche il modo di dare alla Sicilia una maggiore visibilità nell’ambito dei rapporti con i Paesi terzi del Mediterraneo.

Le Aziende quindi dovranno attrezzarsi dal punto di vista logistico – distributivo; andando in rete acquistando così quella necessaria velocità espansiva che diventerà sempre più determinante. Ciò dovrà essere accompagnata da una scelta di fondo, rappresentata dalla riconoscibilità dei prodotti, puntando sui marchi, sulla qualità e sulla promozione.

Siamo convinti che chi investirà in tale direzione sicuramente si avvantaggerà poiché la nuova economia oltre a favorire le piccole dimensioni anche quelle periferiche, privilegia il fattore umano con la sua intelligenza e la sua individualità.

Si dovrà dare inoltre un’attenzione particolare al Mediterraneo, in quanto la Globalizzazione sta generando un nuovo riposizionamento dei traffici marittimi.

Per cui il Mediterraneo per la sua naturale e strategica posizione geografica acquisterà una rilevanza straordinaria per l’accesso ai nuovi Mercati, sia per il contenimento dei costi che potrà offrire e sia per la tempistica con cui agevolerà la veicolazione delle produzioni, soprattutto sia quelle della filiera Agro – Alimentare che quelle d’Artigianato di qualità.

Riteniamo quindi che un processo di così vasta portata sia fortemente vincolato ad una ridefinizione dei ruoli e delle capacità relazionali di tutti coloro che hanno responsabilità di rappresentanza sociale ed economica sul territorio, superando posizione di parte e divenendo protagonisti di un unico " Patto di sviluppo per il sistema agro- alimentare ed ambientale siciliano".

Per tali ragioni il sindacato unitario ha sentito il bisogno di promuovere l’iniziativa del 2 Marzo scorso, lanciando un forte appello a tutti i soggetti chiamati in causa a tale ragionamento, per proporgli quel metodo concertativo necessario per generare una politica programmata di sviluppo dell’intera filiera. C’è da dire che a quest’appello hanno già risposto le OO.PP. di categoria del settore agricolo e le Organizzazioni del mondo Cooperativistico, con le quali già si è iniziato un ragionamento riscontrando grandi convergenze di vedute sugli argomenti trattati e che lasciano ben sperare circa il prosieguo di questo cammino intrapreso. Auspichiamo fiduciosi invece, che il Governo della Regione Siciliana sappia cogliere quest’opportunità ed accolga le richieste che gli sono state avanzate fra le quali:

Necessaria una politica Agro – Alimentare

 

Il sistema Agro – Alimentare negli ultimi anni, ha subito forti modifiche, essendo stato oggetto di alcuni eventi che hanno inciso notevolmente sulle relazioni strutturali tra le componenti delle diverse filiere e i mercati di riferimento.

Basti ricordare gli accordi GATT, a quelli che hanno generato la nascita di altre aree di libero scambio, nonché quello relativo all’accordo fra l’Europa e il Marocco per l’importazione di prodotti ortofrutticoli dal paese Nord – Africano.

Tali eventi hanno accentuato il processo che porta verso una maggiore liberalizzazione del Commercio dei prodotti Agro – Alimentari, come conseguenza di una globalizzazione, che sicuramente trova impreparato il Comparto Siciliano. A questo si deve aggiungere che il crollo di alcune grandi Imprese Multinazionali e la privatizzazione di altre (come la SME), hanno finito per determinare una presenza di grandi gruppi stranieri, e consegnato nelle mani delle grandi catene distributive la domanda dei prodotti agricoli.

Tutto ciò ha innescato un processo di selezione che ha evidenziato in maniera inequivocabile i punti di forza e di debolezza dei sistemi locali e nazionali in competizione avvantaggiando solo i sistemi più efficienti.

Il profilo di uno sviluppo dell’Agro – Alimentare Siciliano è rappresentato dalla capacità quindi di accettare e vincere la sfida lanciata dalla nuova frontiera della qualità, della sicurezza alimentare, della conquista dei Mercati Europei ed extra – comunitari, di produrre rispettando l’ambiente.

Si tratta di cogliere tutte le potenzialità esistenti in questo importante comparto produttivo mettendo a punto una strategia che si ponga l’obiettivo di creare occupazione di tutelare l’ambiente, di difendere gli interessi dei consumatori, di innovare e modernizzare le imprese del settore, di rompere le logiche assistenziali che hanno ispirato fino a qualche tempo fa talune organizzazioni datoriali, di incrementare la base produttiva e la produzione lorda vendibile.

E’ impensabile, però che si possa reggere il confronto della competizione, se si pensa per un attimo quanto accade nella quasi totalità dei comparti Agricoli Siciliani.

Fette di produzioni sempre meno consistenti vanno verso il mercato del fresco, altre vengono commercializzate come prodotto semilavorato lasciando quindi sul campo quel valore aggiunto che si sposta automaticamente laddove si determina il prodotto finito.

E’ questa la grande contraddizione che determina una scarsa redditività e perdita di occupazione nell’indotto, che in taluni casi è superiore rispetto a quella della produzione.

Un esempio tipico c’è dato ma non l’unico, dal Comparto Agrumicolo. I prodotti infatti che vanno alla trasformazione limitano questo processo solo all’estrazione dei succhi, che vengono commercializzati tra l’altro, in Paesi della Comunità, quali l’Olanda, per venire lavorati e poi rimessi sui nostri mercati sotto forma di prodotto finito.

Non esiste invece una saldatura con le industrie produttrici di essenze, di medicinali, di profumi, di mangimi animali che darebbero a questo comparto un valore aggiunto rendendolo un fatto economico vero. Questo esempio vale anche per (l’orto – frutta, il noccioleto, per il pistacchio, per il carciofeto, per i fichi d’india, per il pescheto ecc.).

Non è un caso, infatti, che l’Agricoltura Siciliana è al secondo posto per valore aggiunto con 5.600 Mld; dopo la Lombardia, mentre l’industria alimentare Siciliana per produzione commercializzazione e trasformazione è al 6° posto.

E’ questo uno dei problemi che gli operatori del Comparto dovrebbero affrontare, quello cioè di determinare un ciclo completo che eviti speculazioni e rendite parassitarie tra chi produce e quanti trasformano e commercializzano.

Ma questo da solo non basterebbe, bisogna restituire alla società un mondo dell’economia alimentare ed agricola che sappia cogliere l’esigenza del consumatore e la traduca in azioni concrete per la difesa dei prodotti di qualità ed a certificazione garantita. Per tale motivo, i metodi di controllo della qualità sulle attività produttive, dai sistemi volontari UNI – EN – I.S.O. (Organizzazione Internazionale di Standardizzazione) fino ad arrivare ai metodi obbligatori per legge (D.L. 155/97) come gli H.A.C.C.P. (Hazard qualysis and critical control point), nonché gli stessi Consorzi di tutela, per i compiti che rivestiranno, divengono strategici nell’ottica di quanto si dovrà delineare definitivamente circa la interconnessione chiara, che dovrà esserci tra la certezza su quello che si produce e la altrettanto sicurezza per chi acquista.

La vicenda "Mucca Pazza" è l’esempio eclatante del ragionamento fin qui sviluppato.

Si è permesso un meccanismo perverso, per certi versi contro natura, permettendo l’alimentazione delle Mucche con mangimi animali in alternativa alle naturali produzioni erbivore.

Tutto questo sull’onda di un Mercato alla ricerca del solo profitto nel nome di un liberismo sfrenato ed in barba ad ogni principio Etico.

Mentre oggi dobbiamo constatare che del disastro provocato agli speculatori gliene importa poco, se a farne le spese, sono stati i consumatori o le risorse dello Stato che deve risarcire i guasti che non è riuscito a prevenire.

Per tali ragioni riteniamo che un simile paradosso non debba essere mai più tollerato. Anche perché se non si interverrà con i dovuti correttivi sopra richiamati, probabilmente potremmo avere la sgradita sorpresa di trovarci con altre produzioni prese di chi sa quale altra "Schizofrenia".

CRISI E MEZZOGIORNO

 

Parlare di globalizzazione in chiave territoriale significa anche dare Centralità al Mezzogiorno. Pur tuttavia ancora oggi dobbiamo constatare che la mancata volontà di ricercare soluzioni al problema del Mezzogiorno è sempre un argomento di grande attualità.

Si tratta, infatti, di riconoscere anche oggi che nel Paese la "questione meridionale" è ancora aperta, ed è un problema dell’intera comunità nazionale.

Non sembri scontata questa affermazione, dal momento che si va, piuttosto, rafforzando la schiera dei cantori di una condizione non più omogenea del Sud Italia, di robuste, per quanto articolate, ramificazioni dello sviluppo, anche nelle regioni meridionali, così da impedire che si possa parlare ancora di un disagio diffuso ed omogeneo.

Siamo noi i primi, a riconoscere che il Mezzogiorno non è più una realtà del tutto omogenea, che esistono punte d’emarginazioni sociali e di depressione economica molto più acute e con distribuzione differenziata nelle varie realtà territoriali.

E’ altrettanto vero, però, che la portata complessiva del problema di una distribuzione imperfetta delle opportunità di sviluppo produttivo e di occupazione nel Paese, a questo riguardo, non è mutata, anzi si è aggravata.

L’ISTAT ha recentemente pubblicato i dati circa l’evoluzione del Mercato del Lavoro in Sicilia da cui si evince che la crescita dell’occupazione in Sicilia nell’ultimo anno è stata pari a Zero contro una crescita nazionale dell’1,3% e che, mentre il sistema Italiano nel periodo 93 – 99 ha creato circa 700.000 posti di lavoro con un saldo attivo di più 208 mila, in Sicilia nello stesso periodo il saldo negativo è stato di circa 22.000 unità.

Per cui il chiaro allontanamento del Sud rispetto al Nord si è accentuato ulteriormente.

La stessa indagine afferma che la Disoccupazione è giunta a livelli mai toccati in precedenza, qualificando l’isola come una delle regioni con il problema più acuto. Il tasso di Disoccupazione è risultato, infatti, pari al 24,2% al fronte dell’1,4% dell’Italia.

Nella graduatoria decrescente la Sicilia si colloca al secondo posto preceduta dalla Calabria con il 28% e seguita dalla Campania con il 23%.

Negli anni 93 – 99 il tasso di Disoccupazione in Sicilia è cresciuto di quasi cinque punti a fronte di una sostanziale stabilità del dato Nazionale.

Nel 99 la Disoccupazione femminile ha raggiunto il 35% contro il 15% della media nazionale. Il tasso di Disoccupazione giovanile è salito a quota 60, 7% di gran lunga superiore il livello Nazionale che si attesta invece attorno al 33%.

C’è da aggiungere inoltre, che al Sud si guadagna meno della metà del Nord: una famiglia su cinque vive con meno di due milioni al mese contro i quattro del Nord, ed ancora il denaro qui è più caro di almeno due punti. I tassi attivi a breve termine (scoperture di conto corrente o cambiali) applicati nel Nord sono mediamente al 6% contro l’8% della Sicilia. Ed emerge ancora che in Sicilia su 1.326.000 occupati, 337 mila hanno un’attività irregolare e 210.000 svolgono un doppio lavoro non regolare.

Le 38. 000 Aziende Agricole che occupano circa 160.000 addetti, solo 2000 hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e nell’ultimo biennio si è registrato una perdita occupazionale nel settore, di circa 8.000 unità. Mentre le 2.400 Aziende alimentari danno lavoro a solo 16.000 addetti.

Questi dati denunciano chiaramente la grave situazione di disagio che vive la Sicilia rispetto al resto della Comunità Nazionale. Per questo diventano provocatori e perfino patetici quei commentatori che parlano di aumento della occupazione legata magari alla razionalizzazione di quel vasto mondo del precariato, come nel caso della stabilizzazione dei rapporti degli LSU – LPU, o dei tanti rapporti precari che si instaurano anche nel settore della forestale o nel Campo Agricolo con i PIP.

La nostra realtà ha bisogno di ben altro piuttosto che questi palliativi. Purtroppo su questo terreno ci scontriamo con un potere politico sordo ed incapace di recepire le proposte che come sindacato abbiamo elaborato. Riteniamo, infatti, che, una politica per l’occupazione si costruisce attraverso una seria politica Concertativa e dove ciascuno offre all’altro il proprio pezzo di convenienza.

C’è da dire che sotto questo profilo, anche l’ultima legge Finanziaria dello Stato è stata un’occasione mancata per la Sicilia, in quanto manca di un intervento organico di largo respiro, e non lascia intravedere nessun cambiamento di rotta. Invece questo governo di Centro sinistra ci lascia ancora una volta tutti delusi perché è riuscito a non imprimere nessun atto di giustizia e di coerenza nei confronti della nostra Regione. Permangono, infatti, per intero tutti i nostri problemi, con le infrastrutture che mancano, con una rete autostradale incompleta, un trasporto su rotaie insoddisfacente, un ponte sullo stretto di Messina solo a livello di prospettiva. Spetterà a noi quindi nell’immediato futuro assumere come autentiche priorità rivendicative le questioni appena accennate. Sapendo che il terreno su cui lavorare per questo rinnovato impegno del Sindacato, è accidentato dai tanti rigurgiti d’egoismo, di Comparativismo, e diventi secessionisti presenti nel Paese. Dobbiamo anche sapere mettere in conto che la grande stampa su questo terreno non ci sarà di grande aiuto, perchè molto spesso preferisce indulgere sulle modi correnti, e sembra trovare sempre più spazio per le intemperanze dei "Cobas" che rappresentano poche migliaia di lavoratori in assetto di guerriglia e presta sempre meno attenzione a quei milioni di Disoccupati che un "Cobas" su misura non sarebbe mai in grado di organizzare.

Per tali ragioni bisognerà ritrovare quelle sensibilità riformiste ed una tensione ideale mettendo in campo quella forza d’urto di cui siamo capaci per abbattere tutti questi ostacoli.

 

POLITICA DELLE ACQUE E CONSORZI DI BONIFICA

 

Nel quadro di una più diffusa sensibilità per la politica del territorio e la gestione delle risorse naturali, l’acqua assume una rilevanza di primo piano.

In Sicilia, infatti, il paradosso è rappresentato dal fatto che, nonostante le ingenti risorse spese per la costruzione degli invasi, per le dighe, per gli acquedotti ecc. l’acqua ogni anno regolarmente finisce a mare. Tutto questo indipendentemente se Giove Pluvio riserva alla Sicilia una stagione più o meno piovosa.

Anche perché è dimostrato oltretutto da autorevoli ricerche operate dalle Università Siciliane che mediamente la nostra isola può disporre di una riserva idrica ai fini potabili pari a circa sette milioni netti di m.c., e nonostante il fabbisogno annuo ammonti a circa 2,4 milioni di m.c., puntualmente le città, le industrie e le campagne, continuano a patire le sete. Tutto questo sotto gli occhi distratti di una Regione che non ha saputo produrre una vera politica delle acque, ponendo fine agli sprechi, facendo funzionare gli impianti acquedottistici, completando le dighe e le opere di canalizzazione. Ed a tal proposito riteniamo mettere l’accento per quanto di nostra competenza, sulla questione dei Consorzi di Bonifica.

Vogliamo soffermarci sul ruolo che hanno svolto e dovranno svolgere nell’ambito di una politica programmata dello sviluppo della nostra agricoltura, una volta che gli stessi, grazie alla legge 45/95 sono impegnati a nuovi compiti come la tutela ambientale, il governo delle acque per uso irriguo, la difesa del suolo e la lotta all’inquinamento.

Ridare centralità alla questione delle risorse idriche e avviare un piano organico dello sviluppo dell’irrigazione, significa dotare l’Agricoltura Siciliana di quelle potenzialità che sono venute meno e che non hanno consentito migliori ordinamenti colturali, produzioni più abbondanti, non ultimo il tornaconto economico in termini di costo d’esercizio. Tutti questi fattori hanno finito per pesare negativamente nella competizione economica.

La mancata applicazione integrale della L.R. 45/95 rischia di vanificare lo stesso spirito della legge.

Più volte ci siamo mossi, a tutti i livelli, unitamente a FLAI e FILBI perché venissero rimossi tutti gli ostacoli.

Purtroppo gli sforzi profusi non sono bastati. Pur tuttavia rimaniamo fiduciosi di potercela fare.

Rimaniamo, infatti, convinti che solo l’accelerazione di tutte le procedure a partire dalla costituzione degli organismi democratici stessi, possono porre fine alla paralisi esistente in tutti gli istituti consortili, che lo stesso Assessorato Regionale oggi stenta a governare.

Riteniamo che ciò debba accadere in tempi brevi anche per fare chiarezza definitiva sull’assetto organizzativo di tutto il personale, a partire da quello stagionale, senza dimenticare il personale impiegatizio, tutto nel pieno rispetto delle nuove norme e procedure contrattuali, valorizzando in tal modo tutte le professionalità esistenti, applicando anche i recenti Pov approvati dalla Giunta Regionale.

Tutto ciò è improcrastinabile non solo per dare giustizia a quanti attendono ormai da troppo tempo, ma soprattutto per evitare che questo mondo diventi "terra di conquista" così com’è avvenuto in altri comparti agricoli.

Ed è per questo che riteniamo oggi di dovere indicare specifiche proposte che possano diventare patrimonio di tutti i soggetti impegnati nella bonifica e trovare accoglimento nelle sedi competenti.

Chiediamo quindi: l’applicazione immediata e integrale della L.R. 45/95 per affidare la gestione dei Consorzi ad organi democratici eletti dagli operatori del settore e ottenere che partecipino direttamente alla gestione del patrimonio delle opere, degli impianti, dei canali e della ricerca; l’emanazione immediata con Decreto Assessoriale dei Piani di classifica, un programma immediato di finanziamenti per interventi di manutenzione per l’adeguamento delle nuove esigenze territoriali dei sistemi idraulici e di scolo della bonifica; l’applicazione immediata da parte della Regione Siciliana delle norme dettate dalla Legge 183 e dalla Legge Quadro n. 36; la costituzione immediata dell’autorità unica regionale delle acque e uno statuto tipo per accordi di programma in ogni Provincia, tra i Consorzi, gli Enti Locali, ed altri soggetti istituzionali nella difesa del suolo e per l’utilizzo delle acque reflue. Proprio per tale importanza strategica quindi ci sentiamo di rivolgere l’ennesimo appello alle OO.PP. affinchè si possa dare seguito all’intesa unitaria a suo tempo sottoscritta, per traguardare gli obiettivi, sopra mensionati.

IL GOVERNO REGIONALE E LA SUA POLITICA

In questo contesto ha pesato fortemente l’assenza di un ruolo centrale del Governo della Regione Siciliana.

In questi ultimi cinque anni si sono succeduti diversi Governi sia di Centro Destra sia di Centro Sinistra, e la costante che li ha spesso caratterizzati è stata la continuità di una tradizione, di un passato, fatto di gestione del quotidiano, spesso dell’emergenza, senza porsi il problema strategico, della programmazione negoziata e del rilancio, dell’assetto strumentale.

In altri termini si è preferito una politica che ha finito per acuire la crisi economica di una Regione sull’orlo della bancarotta per effetto di tanti anni di finanza allegra, tanto che oggi si ritrova a non avere denaro per gli investimenti e quello che rimane serve solo per le spese correnti, e in taluni casi, com’è accaduto per gli ultimi bilanci, tra l’altro approvati sempre in ritardo, ha dovuto ricorrere perfino a prestiti internazionali per pagare stipendi e garantire servizi.

Un quadro alquanto desolante se si pensa oltretutto che l’Europa a queste condizioni non ci ospiterà.

Dobbiamo purtroppo ancora constatare, che la legislatura appena conclusasi si porta dietro un giudizio fortemente negativo sia per i limiti dimostrati dalla politica volta solo a logorare Governi e Coalizioni, e sia per lo scarso bilancio legislativo prodotto.

Diventa infatti arduo il compito di tracciare un bilancio delle leggi significative prodotte dall’A.R.S. in questi ultimi cinque anni. Questa Assemblea Regionale probabilmente invece rischia di passare alla storia per essere stata la meno prolifica degli ultimi Parlamenti Siciliani. Per quella di essere stata richiamata più volte dal Governo Nazionale sui temi ambientali, a tal punto di essere stata anche commissariata per l’inefficienza dimostrata a risolvere taluni problemi, come lo testimonia la recente nomina operata dal Ministro On. Bianco, a favore del Commissario Jucci quale autorità unica per la gestione della emergenza idrica in Sicilia.

Ed ancora per essere stata censurata più volte dal Commissario dello Stato della Regione Siciliana per l’incostituzionalità di alcune norme delle poche leggi Regionali approvate. Ed inoltre per quella di avere collezionato numerosi rilievi di concorrenza sleale da parte della Unione Europea.

Ma soprattutto per avere perso l’occasione di attivare la grande riforma della spesa Regionale.

E per quanto ci riguarda come settore Agro – Alimentare, la ricorderemo per la mancata attuazione dei piani di sviluppo dei vari settori Agricoli, e del Piano Agro – Alimentare. Si ricorderà invece per qualche timido sussulto dimostrato con l’approvazione del Piano Sanitario Regionale inseguito da oltre un decennio;

Per la recente legge di riforma della PP.AA. la cui efficacia però rischia di essere compromessa per effetto dei ritardi di alcune direttive applicative che si stanno registrando nell’intero apparato burocratico regionale; ed inoltre per il pallido tentativo di accennata programmazione, rappresentato dalla fase di attivazione della spesa dei fondi di Agenda 2000, che però anch’esso rischia di essere vanificato per effetto della discussa validità dello stesso POR, in quanto è stato approntato con troppa superficialità.

A lanciare tra l’altro l’ennesimo allarme su questo argomento, è stato proprio lo stesso consulente per la programmazione dell'Assessorato alla Presidenza della Regione Siciliana, che in questi giorni ha posto seri dubbi sul documento programmatico, in quanto esso contiene troppi obiettivi, che rischiano di vanificare la spesa produttiva richiesta dalla U.E., facendo perdere così alla Sicilia un’opportunità per risolvere i problemi strutturali dell’Isola.

In questo quadro rimane quindi l’amara constatazione di avere avuto dalla R.S. solo una striminzita ordinaria Amministrazione.

Troppo poco se si pensa che la Sicilia ha bisogno di ben altro per superare gli endemici ritardi strutturali.

Per questo, proprio in prossimità del rinnovo dell’A.R.S., ci sentiamo di rivolgere un appello a tutti i partiti, perché facciano quel salto di qualità necessario e perché possa riaffiorare in loro quel senso di responsabilità che la politica richiede per determinare e per infondere fiducia ai cittadini verso le istituzioni e perché il nuovo parlamento riassapori il gusto del buon governo dando quel ruolo guida che sia in grado di determinare lo sviluppo e in esso il lavoro.

FORESTAZIONE E AMBIENTE   E CIRL FORESTALI

PER LA TUTELA DELL’AMBIENTE E L’ASSETTO IDROGEOLOGICO DEL TERRITORIO ATTRAVERSO UNA POLITICA DI FORESTAZIONE.

Negli ultimi anni abbiamo colto una maggiore sensibilità ai problemi dell’ambiente anche da parte di strati della società che magari prima mostravano disinteresse in qualche caso manifestata avversione.

Ci sono voluti disastri ambientali e lutti, per risvegliare una coscienza che sembrava esistere, in qualche caso e solo in maniera strumentale, nelle associazioni ambientaliste.

Alluvioni, smottamenti e frane, corsi d’acqua piovana, che si sono ricostruiti i propri alvei alla faccia dell’uomo che aveva pensato di invaderli, ci hanno costretto a prendere atto che l’ambiente o va rispettato o si auto difende.

Lo stesso Santo Padre in occasione del Giubileo del mondo rurale, ci ha ricordato che non bisogna sfidare la natura, senza tenere conto della rivalsa che essa può porre in essere.

Anche all’interno del sindacato i temi dell’ambiente, dell’assetto idrogeologico del territorio si sono fatti strada quando si è assunta la consapevolezza che un processo di desertificazione avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per l’umanità.

Partendo da questo assunto si è avuta la capacità di coniugare i temi dello sviluppo, della sicurezza con quelli più sentiti come quello dell’occupazione.

Non è un caso che all’interno delle ultime leggi in materia di forestazione in Sicilia, si è posto l’accento non solo sull’occupazione, ma anche su un processo di rimboschimento che tenesse in debita considerazione l’ambiente e la difesa paesaggistica.

Purtroppo sui principi generali non si è andato oltre le buone intenzioni, avendo dovuto porre la nostra attenzione su tutta la parte relativa all’occupazione.

E’ stato questo un limite dell’azione sindacale, che dobbiamo urgentemente recuperare costringendo il Governo e le parti sociali a passare dai buoni propositi ai fatti concreti, valorizzando i contenuti delle leggi regionali 11/89 e 16/96.

Tutto ciò oggi è ancora più urgente ove si consideri che la tendenza della classe politica isolana tende ad ignorare la necessità di una seria politica forestale, per puntare in maniera strumentale e clientelare ad una occupazione aggiuntiva non finalizzata a quelle che sono le oggettive esigenze del bosco tanto in termini di manutenzione che di prevenzione degli incendi.

Sembra strano, eppure a guardare la massa di disegni di Legge, presentati all’A.R.S. ivi compreso quello del Governo, il Sindacato è rimasto l'unico soggetto con i piedi per terra.

Noi vogliamo una forestazione protettiva e produttiva in cui si coniughino costi e benefici, escludendo forme di mero assistenzialismo.

Per alcuni invece la forestazione dovrebbe essere un grande serbatoio capace di assorbire, anche se in modo precario, l’enorme massa di disoccupati espulsa da una attività agricola in costante recessione.

Si creano così aspettative, che si tramutano poi in rabbia, da parte di coloro che si vedono preclusa una possibilità di lavoro.

La Forestale, lo abbiamo ripetuto con grande senso di responsabilità, non può essere nemmeno per le stesse zone rurali, l’unica valvola di sfogo per la massa di disoccupati o di giovani alla ricerca di prima occupazione.

Essa però può costituire il centro motore per una serie di attività indotte che, partendo da un corretto utilizzo del territorio ai fini turistici, può offrire sbocchi occupazionali nell'agriturismo, nel taglio e nella lavorazione del legno, nella raccolta, trasformazione e commercializzazione dei prodotti del bosco e del sottobosco.

In tale direzione quindi vanno rilanciati i Parchi e le Riserve Naturali.

Il potenziamento e la fruizione per la collettività di aree debitamente attrezzate, può determinare fatti economici che da soli basterebbero a giustificare, con modesti investimenti, una notevole ricaduta sui livelli occupazionali.

Tutto ciò non può essere affidato alla sola mano pubblica, che non possiede quelle necessarie professionalità. Mentre riteniamo che, un intervento delle Amministrazioni locali, delle Provincie, dei Privati, di forme di cooperazione potrebbe assumere la gestione delle stesse conferendogli la dignità di attività produttive.

Riteniamo a tal proposito, che il nuovo Governo Regionale, dovrà necessariamente rivedere un nuovo quadro normativo per favorire tale processo.

Oltretutto tale opportunità ci viene suggerita dalle nuove possibilità delineate con Agenda 2000 (Reg. 1257/99), ma anche dai numerosi Patti Territoriali Agricoli che saranno finanziati e resi operativi.

Abbiamo chiuso nelle scorse settimane il rinnovo del contratto integrativo regionale della categoria.

Ci sembra corretto esprimere su di esso un giudizio estremamente positivo per la filosofia che ha ispirato la trattativa e i risultati a cui siamo pervenuti.

Abbiamo regolamentato una serie di norme che erano divenute nel territorio Siciliano un giungla, un fertile terreno di interpretazioni soggettive, troppo spesso sulla pelle dei lavoratori, si sono demandate talune questioni alla concertazione delle provincie per meglio calarle nel tessuto territoriale dove il lavoratore si trova a prestare la propria attività.

Abbiamo reso giustizia agli operai a tempo indeterminato che da troppo tempo avevano sofferto una condizione di malessere, sia sul piano normativo sia su quello economico.

Abbiamo chiuso importanti questioni come la malattia, l’infortunio, i recuperi, i permessi per vari motivi, nonché tutto il capitolo riguardante le varie indennità.

Ovviamente, come sempre, spetterà a noi, ai delegati di cantiere vigilare affinchè non si determinino condizioni di stravolgimento di regole scritte in maniera chiara.

Attendiamo adesso il recepimento della Giunta di Governo, per rendere operativo questo strumento nell’interesse dei lavoratori e della stessa Azienda Forestale.

UNA POLITICA PER IL SETTORE DELLA PESCA

Grande rilevanza assume oggi anche per noi il settore della pesca.

A tal proposito vale la pena ricordare che :

I 4.587 natanti iscritti nei compartimenti marittimi Siciliani che rappresentano ¼ della flotta peschereccia Italiana; il 34% del tonnellaggio di stazza; oltre 1/3 degli occupati (14mila su 43.000) e un PLV di oltre 1.000 MLD fanno della Pesca Siciliana un altrettanto settore strategico.

Ma non certo la colloca ai primi posti per modernità di impianti di cui dispone, per sicurezza sul lavoro e copertura previdenziale e contrattuale degli addetti specie dei lavoratori dipendenti.

Essa è segnata da una forte integrazione territoriale, con una netta prevalenza della piccola pesca e dei rapporti familiari, ma anche di presenze significative come quelle rappresentate dalla flotta Mazarese (TP) che riveste una importanza Nazionale. Pur con queste variegate presenze però c’è da dire che il settore sconta una carenza davvero rilevante sia per il livello di sindacalizzazione, sia per il livello delle relazioni sindacali. Paradossalmente può essere definito un sistema fragile più di quanto possa apparire. In altre parole un modello tipico "Mediterraneo" con le debolezze, le carenze e le arretratezze che appunto evidenziano i ritardi cronici della nostra terra.

Proprio per tali ragioni quindi e con le stesse modalità con le quali siamo capaci di difendere gli altri settori produttivi, alla stessa stregua dobbiamo tutelare e valorizzare il settore della Pesca, rispetto alle politiche Europee Nazionali e Regionali cercando di indirizzarlo verso processi di ammodernamento.

Per fare questo, come FAI, dobbiamo saperci organizzare ed insediarci in questo vasto mondo. Consapevoli del fatto che il compito non sarà facile per ciò, che abbiamo ereditato, ma proprio per tali ragioni lo stimolo dovrà essere più forte.

Dobbiamo quindi continuare con le iniziative intraprese a partire dalla contrattazione decentrata e dal confronto con le contro parti, per traguardare uno strumento contrattuale che dia risposte di giustizia economica e normativa in grado di tutelare e meglio rispondere alle aspettative da tanto tempo attese dagli addetti.

Inoltre nell’attesa che lo sviluppo vertenziale nazionale ci possa aiutare verso una migliore opportunità negoziale decentrata con un nuovo sistema di tutela previdenziale, con la possibilità di prevedere la costituzione di forme decentrate degli Enti bilaterali che si occupino di formazione e di sicurezza nei luoghi di lavoro e qualificazione professionale, oltre che mirino, alla costituzione di strumenti di integrazione delle forme assicurative obbligatorie, dobbiamo riprendere i grandi temi posti nella vertenza aperta sia nei confronti degli Armatori che con la Regione Siciliana. La rivendicazione infatti dovrà riguardare l’ammodernamento della flotta peschereccia, una nuova politica portuale, la valorizzazione dei prodotti ittici e mediterranei, le nuove specializzazioni produttive quali l’acquacoltura, la pesca-turismo e la politica dei marchi. Infine l’istituzione dei distretti marini e la creazione di un Osservatorio sulla pesca nel Mediterraneo per monitorare le acque del mare e tutelare l’ecosistema Marino.

L’INDUSTRIA ALIMENTARE SICILIANA

Accennare al rilancio della Politica Agro-Alimentare significa anche monitorare l’industria Alimentare presente in Sicilia.

Il comparto dell’industria alimentare Siciliano è molto debole. Esso è caratterizzato da siti industriali di dimensioni inadeguate.

Possiamo senz’altro affermare che il contributo dell’Industria alimentare alla crescita economica e allo sviluppo dell’occupazione in Sicilia è sicuramente al di sotto delle sue potenzialità.

Le Aziende che avevano costruito il loro status attraverso le "commesse facili" vedi l’esempio Agrofil di Catania, oltre ad avere subito l’effetto "tangentopoli", queste strutture produttive sono state soppiantate dalle ferree regole di mercato.

Alcune altre aziende che avrebbero potuto avere sorti diverse come nel caso della Siciliana Zootecnica Catanese operante nel settore lattiero – caseario , o della Sarderson Messinese ex azienda agrumaria meridionale, ed ancora il Pastificio Valle dei Platani, hanno avuto il torto di essere state concepite e di avere destinato le loro fortune alle sole scelte politiche di una Regione che è voluta rimanere imprenditrice a tutti i costi , che essa stessa però non è stata in grado né di reggere il mercato né di avere saputo promuovere la nascita di un’imprenditoria privata alternativa. Il risultato inevitabile è stato la chiusura definitiva dei siti.

Oggi se togliamo la presenza di alcune aziende vinicole operanti nel Marsalese come la Florio o la Pellegrino, l’Amaro Averna a Caltanissetta nel settore dei liquori, alcune aziende del settore delle pasti alimentari nel trapanese e nel palermitano, di alcune aziende per l’imbottigliamento di acque minerali nel catanese e nel messinese, altre di trasformazione del pescato, alcune nelle trasformazioni degli agrumi come la MG Parmalat e la Panagrumi, qualche azienda lattiero - casearia come la Gala Italia e Zappalà e quelle delle bibite come la Coca-Cola di Palermo e Catania, rimaniamo in una situazione di debolezza totale. C’è invece un versante dell’industria artigianale e delle microattività di trasformazione industriale verso le quali non sono state riversate le dovute attenzioni. Per le quali invece riteniamo che occorrerà dedicare maggiore impegno a partire dal nostro, attraverso gli Enti bilaterali che hanno assunto un ruolo determinante in questo nuovo mondo produttivo.

Infine ci sembra doverosa una sottolineatura verso due siti importanti, per le quali tra l’altro vi sono due vertenze in corso, e che lasciano con tanta apprensione centinaia di famiglie, per il destino che li riguarda, soprattutto per quello occupazionale, rappresentato dalla paventata ipotesi della perdita di circa 800 posti di lavoro. Ci riferiamo alla dismissione dei due siti industriali ex Monopoli di Stato, di PA e CT decisi dall’ETI (Ente Tabacchi Italiani) , e alla dismissione decisa dalla Regione Siciliana, della casa vinicola Duca di Salaparuta, unica azienda pubblica Siciliana con bilancio attivo e con il noto marchio "Vino Corvo".

Per ambedue i casi ci sentiamo di affermare che questo ennesimo torto che si sta perpetuando nei confronti della Sicilia, non può passare inosservato e non potrà concludersi oltre che con il danno economico per l’Isola , con la beffa per i lavoratori.

Per tali ragioni il Governo nazionale che in questi giorni è interessato a sfornare solo dati ottimistici sulla Disoccupazione in Sicilia, dovrà garantire ai lavoratori dei Monopoli, certezze concrete circa la loro destinazione e maggiore tutela per tutto il personale attualmente in forza. Alla stessa stregua alla Regione Siciliana, tenuto conto che, entro il mese di Giugno di quest’anno, dopo due bandi pubblici per la vendita ai privati, lo stabilimento verrà dismesso. Quindi chiediamo una tutela e garanzia per tutto il personale , la continuità dell’esistenza del Marchio CORVO e la permanenza dello stabilimento in Sicilia indipendentemente chi ne acquisterà la proprietà.

A fronte quindi di tali carenze strutturali e congiunturali dell’industria alimentare Siciliana, è urgente assumere iniziative, anche se di difficile individuazione. Per questo ci sentiamo di insistere nella richiesta avanzata alla Regione Siciliana per la costituzione di una CONSULTA REGIONALE AGRO – ALIMENTARE con il compito di programmare la spesa, di monitorare produzioni, Mercato e Consumi presupposto indispensabile per orientarne le strategie industriali di medio periodo.

 

POLITICA ZOOTECNICA E ASSOCIAZIONE REGIONALE ALLEVATORI

Sulla politica zootecnica e sul ruolo assunto in Sicilia, in questi anni, dalla A.R.A.S. ci sentiamo di affermare che, nonostante si rilevi il grande impegno e l’alta professionalità dei dipendenti, esprimiamo una forte riserva circa l’azione complessiva svolta dall’A.R.A.S. a favore della zootecnia Siciliana.

Riteniamo invece non più rinviabile il rilancio di una seria politica Zootecnica che deve necessariamente puntare sulla sicurezza alimentare e sulla qualità per ridare fiducia ai consumatori fortemente provati dalla sindrome della BSE, dall’AFTA Epizotica e dalla Brucellosi.

Per essere in grado di fronteggiare questa sfida, riteniamo indispensabile la interconnessione che dovrà esserci sempre di più presente tra la produzione, la ricerca scientifica e l’assistenza tecnica. Tale metodo a nostro avviso non è più rinviabile se vogliamo tra l’altro tutelare i lavoratori del settore dell’allevamento e quelli della macellazione oltre che i consumatori.

Per tale motivo ci chiediamo se non sia arrivato il momento di rivedere ruoli e compiti di cui dispone oggi la stessa ARAS.

Così come va ripensata la presenza e l’altrettanto interconnessione che dovrà coesistere tra l’Istituto Zootecnico e l’Istituto Zooprofilattico .

Un compito certamente non facile.

Ma ai quali dedicheremo grande attenzione per la forte vertenzialità che abbiamo aperto nell’intero settore.

L’A.R.A.S. è la prima destinataria con la quale vogliamo ragionare sui temi fin qui esposti. Per tale ragione abbiamo voluto rilanciare un negoziato forte con la dirigenza. Alla stessa abbiamo chiesto tre questioni di fondo:

C’è da dire che su questo ultimo argomento, avevamo già accennato un primo approccio, ma l’insipienza e la incapacità dimostrata dalla dirigenza dell'A.R.A.S, nel rendere agibile il negoziato, ci ha costretto appena qualche giorno fa, a proclamare lo sciopero generale della categoria. Attendiamo adesso segnale riconciliatrici da parte dell’associazione e valuteremo quindi successivamente come ci si dovrà determinare.

LA CONTRATTAZIONE REGIONALE

In un Comparto Agro-Alimentare con una agricoltura isolana così variegata e così determinante per l’economia dell’intera Regione, la tutela degli aspetti economici, politici e previdenziali dei lavoratori agricoli, per la FAI Siciliana in questi quattro anni ha assunto e continuerà ad assumere per il futuro particolare importanza.

Grazie infatti al Contratto Nazionale di Lavoro che ha dato una svolta storica alla contrattazione in agricoltura, valorizzando la parte più professionalizzata dei lavoratori agricoli, riservando maggiore attenzione alla parte più debole e più precaria, e rivalutando il ruolo di soggetto contrattuale dello stesso sindacato, passando quindi da un contratto "FINTO" ad un contratto "VERO" , si è arrivati a sottoscrivere in Sicilia i nove contratti provinciali.

Un grande risultato, se si pensa che in talune provincie questo non accadeva da diversi anni.

Certo raggiungere questo obiettivo non è stato affatto facile, nulla è stato lasciato al caso, nulla ci è stato concesso in termini di regalia.

Parecchie sono state le sessioni di trattative in tutte le provincie.

In quasi tutte le realtà si è rischiata la rottura del negoziato.

Soprattutto in quei momenti, quando le controparti hanno tentato di destrutturare l’impianto del contratto stesso, richiedendo la scorciatoia del solo contratto di riallineamento.

Bene abbiamo fatto a tenere duro! E soprattutto alla luce dei risultati ottenuti crediamo che le stesse, Organizzazioni Professionali oggi debbano ritenersi soddisfatte, perché comunque sia andata, un dato rimane inconfutabile: quello che dopo tanti anni siamo riusciti tutti assieme ad essere protagonisti e capaci di rilanciare nuove e moderne relazioni sindacali.

Per completare però questo importante risultato, auspichiamo che quanto prima si possa arrivare alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa per l’applicazione del DL 626/94 che in Sicilia purtroppo stenta a decollare.

Da qui il significato del nuovo Contratto Provinciale con le opportunità che si aprono rispetto alla possibilità di ricontrattare tutto e ricollocare tutti dentro le regole. Un presupposto essenziale questo, per governare il mercato del lavoro in agricoltura, che dovrà diventare un’esigenza di tutte le parti sociali, a prescindere dai ruoli e dalle responsabilità, perché un’abdicazione in questo senso provocherebbe danni irreparabili.

Abbiamo quindi il dovere di rilanciare le norme contrattuali riferite alle pari opportunità, alla produttività, ai fondi integrativi, al rilancio della rappresentanza sindacale in azienda, ai rappresentanti della sicurezza.

Rilanceremo ciò anche in quei settori dove la contrattazione assumerà rilevanza strategica soprattutto per il superamento dei limiti legislativi. Ci riferiamo alla "Associazione Allevatori", alla "Forestale", alla "Bonifica".

Infine privilegeremo anche nel Settore Alimentare e della Pesca il metodo di contrattazione decentrata territoriale, per cercare di risolvere il problema della copertura contrattuale di quelle piccole imprese in cui non è stato possibile praticare nemmeno il livello aziendale.

Per una maggiore tutela del lavoro nelle campagne, notevole importanza assumono le risposte ai problemi delle riforme intervenute e quelle che devono intervenire in materia di lavoro e di previdenza agricola.

UNA MIGLIORE GESTIONE SOCIALE DEL MERCATO DEL LAVORO

Per meglio introdurre il tema del mercato del lavoro, ci sembra opportuno sottolineare due dati sulla Agricoltura regionale delle settimane scorse che, meritano una particolare attenzione.

Anche se ciò non ha prodotto un vantaggio sui prezzi, perché gli Agricoltori Siciliani nell’anno precedente avevano beneficiato di una lievitazione delle quotazioni all’origine superiore al tasso di inflazione, esso mostra una vitalità delle nostre produzioni almeno quanto a resa e tecniche colturali.

Esse ammontano a 11.502.978 per gli OTD e a 595.251 per gli OTI la somma è pari a circa 12 milioni di giornate. Se a queste si sottraggono solamente quelle di tre grossi datori di lavoro pubblici (Forestale – Bonifica – Esa) scendiamo a circa 6 milioni di giornate dichiarate.

Se le cose stanno così, delle due l’una: o in Sicilia le produzioni agricole crescono e si sviluppano quasi senza il concorso del lavoro umano o siamo di fronte a un palese e grave fenomeno di evasione contributiva.

Poiché quindi il calo delle giornate dichiarate in Agricoltura è un trend costante e inarrestabile negli ultimi anni, c’è da chiedersi: LE COSE POTRANNO CAMBIARE? A CHI CONVIENE CHE SI CONTINUI COSI’? QUALE VANTAGGIO HANNO LE AZIENDE SICILIANE A PERMANERE IN QUESTA SITUAZIONE?

Da più parti e da parecchio tempo ormai si cerca di illustrare i vantaggi che le aziende possono avere dall’emersione del lavoro nero e dal sottosalario.

Ma sembra che questo non debba riguardare l’agricoltura. Anche se in passato poco o nulla si è fatto per fare pagare i contributi alle aziende, e invece molto e giustamente si è fatto per colpire posizioni contributive false e illecite dei lavoratori dipendenti, crediamo sia arrivato il momento soprattutto in una logica di filiera Agro-Alimentare, di verificare seriamente i livelli occupazionali.

Per fare questo riteniamo che le politiche di gestione del Mercato del Lavoro devono tornare ad essere uno degli strumenti centrali dell’azione sindacale. Dopo l’esaurirsi della funzione del vecchio collocamento Pubblico e il prevalere di logiche puramente mercantiliste , la prospettiva migliore è quella di un governo bilaterale del Mercato del Lavoro, da realizzare a più livelli e caratterizzato da una pluralità di strumenti. L’auspicato decentramento della funzione del collocamento realizzatosi con la L. 467/97, non sembra avere dato finora i risultati sperati, in particolare nel ruolo effettivo delle parti sociali, nelle nuove commissioni provinciali e regionali. La strada è aperta, e le parti e le istituzioni dovranno saperla prendere senza nessuna tentazione neo – centralista e nella prospettiva della sussidiarietà. In agricoltura di ciò ce né è tanto bisogno, perché permane la piaga del lavoro nero, del caporalato ed anche per la presenza di extra comunitari.

Quindi sarà decisivo il livello locale di gestione della domanda e dell’offerta di lavoro, dove le parti dovranno essere protagonisti sviluppando corrette relazioni sindacali a partire dalla Contrattazione territoriale per affrontare medianti appositi accordi, problemi come il precariato, l’emersione del sommerso e la valorizzazione delle professionalità. In questo contesto sarà altresì determinante la formazione professionale in grado di valorizzare le professionalità necessarie. Per fare ciò occorrerà anche una gestione bilaterale dei programmi da parte di tutti i soggetti chiamati in causa.

In altri termini tutti devono partire dalla consapevolezza che la prima condizione per stare sul Mercato è quella di accettare le regole, e la regola delle regole è mettersi in regola. Per questo chiederemo a tutti passi concreti in tale direzione.

LA SICUREZZA SOCIALE E PREVIDENZA AGRICOLA

Parlare di sicurezza sociale e di previdenza, significa anche essere consapevoli dell’assunto che la competizione dei sistemi produttivi dei vari Paesi, generata dalla globalizzazione dei mercati, sta mettendo in crisi i sistemi del Welfare: la pressione a ridurre sia il costo del lavoro sia le tasse rischia di minare alle fondamenta il patto fra i cittadini e Stato che ha fondato, dall’Ottocento, i sistemi di protezione sociale.

Anche nel nostro paese da oltre un decennio questo argomento è stato al centro del dibattito politico determinato, sia dall’esigenza di coniugare i problemi di bilancio dello Stato e sia per meglio rispondere alle domande sociali. D’altro canto la diffusione di forme di lavoro mobile, discontinuo, l’assenza di lavoro in vasti territori, le dinamiche sociali caratterizzate dal prolungamento delle aspettative di vita, da una radicale trasformazione della struttura familiare, da nuove domande di assistenza e di benessere hanno determinato e determinano, una struttura di bisogni sempre più vasta e complessa da soddisfare.

Pur tuttavia rispetto a questo dilemma, la CISL si è collocata al centro di questo dibattito, sempre con estrema chiarezza.

Ha saputo tracciare quella linea di demarcazione netta tra ciò, che doveva e deve significare il diritto inalienabile del lavoratore alla sicurezza sociale, e la propensione che deve esserci verso una necessaria riforma degli strumenti e delle modalità erogative ed organizzative dello Stato Sociale. In altri termini la CISL si è battuta e si batterà per costruire un nuovo sistema generale articolato, capace di garantire a tutti, ed in particolare per i più bisognosi, attraverso adeguate politiche pubbliche, una solida base minima di sicurezza e benessere.

Da qui tutta l’avversità dimostrata ad ogni tentativo di deristrutturazione della riforma del Sistema Pensionistico in vigore, in quanto mostra ancora oggi tutta la sua validità e attende soltanto la messa a regime dell’intero meccanismo.

Mentre bisognerà sempre di più attenzionare come forme di ulteriori trattamenti, i fondi previdenziali autonomi, scaturiti dalle nuove esperienze Contrattuali presenti in quasi tutti i settori, che nell’ottica della bilateralità potranno essere gestiti dalle parti. Rimane ancora invece da completare la riforma del Welfare col collegamento, tuttora carente, tra lavoro ed ammortizzatori sociali per tutelare i lavoratori e governare tutta le flessibilità che li coinvolgono.

In questo quadro assume anche grande rilevanza la tanto auspicata riforma della Previdenza Agricola.

Purtroppo però dobbiamo registrare l’ennesima occasione mancata, rappresentata dal fatto, che il Governo ancora una volta essendosi ostinato ad esercitare la propria delega non ha varato nessuna riforma.

Così, e chi sa, per quanto tempo ancora, il sistema previdenziale Agricolo resterà in piedi con le sue mille contraddizioni se non addirittura aggravato.

La legge finanziaria del 2000 approvata da questo Governo ha infatti, introdotto nella legislazione alcune norme, in materia previdenziale e di diritto al lavoro, che determineranno inaccettabili sperequazioni e innescheranno processi di destrutturazione del lavoro agricolo dipendente.

Ci riferiamo al comma 19 dell’Art. 78 della legge in questione, che ha elevato al 40% la percentuale dell’indennità di disoccupazione Ordinaria, escludendo immotivatamente il settore Agricolo.

Mentre c’è da dire che sull’argomento il Ministro del lavoro On. SALVI si era impegnato ad affrontare questa specificità nell’ottica complessiva della riforma degli ammortizzatori sociali.

Inoltre come se ciò non bastasse, nella stessa legge è stato adottato un provvedimento che conseguirà il risultato di minare alle radici la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro subordinato con il prevedibile rischio di emulazione anche per altri settori di lavoro.

Ci riferiamo all’articolato attraverso il quale è consentito ai Coltivatori diretti di potere instaurare dei rapporti di Collaborazione con parenti ed affini entro il 5° di parentela, in deroga alla normativa vigente. Inoltre viene data la possibilità agli stessi Coltivatori Diretti di potere appaltare lavori di forestazione con manutenzione del territorio.

Tutto ciò ci sembra alquanto surreale.

Non appare infatti assolutamente condivisibile l’adozione di un provvedimento che mentre da un lato priva i lavoratori di qualsivoglia tutela giuridica, previdenziale e sindacale, dall’altro, consegue il risultato di dissestare ancora di più l’equilibrio della gestione finanziaria, contributiva e previdenziale del settore agricolo, dando liceità giuridica a quote di lavoro nero ed irregolare.

Per tali ragioni riteniamo che queste norme vadano rivisitate al più presto e se occorrerà anche facendo ricorso alla Corte Costituzionale per invalidare questo assunto normativo che certamente ha in sé tutte le caratteristiche della incostituzionalità. E’ nostra convinzione quindi che il Sindacato Nazionale debba andare oltre i pronunciamenti ed affrontare in termini vertenziali l’intera questione partendo dalle nostre note proposte per volgere alla chiarezza e dare nuove prospettive al settore. Nel quadro di una sempre più improrogabile esigenza di avere questa reale tutela delle questioni previdenziali, diventa altresì non più rinviabile il miglioramento dei servizi erogati dall’INPS. Diventano infatti ingiustificabili tutte le inadempienze e le disfunzioni mostrate fino ad oggi da parte dell’ISTITUTO che hanno momenti la perdita dell’ex SCAU pur con tutti i limiti e le contraddizioni che lo caratterizzavano.

Per tali ragioni abbiamo insistito nel rivendicare la specificità del Settore Agricolo all’interno dell’Istituto, attraverso un finito per creare disagi e perfino leso diritti ai lavoratori. I ritardi registratisi nell’erogazione delle prestazioni, la incapacità di gestione degli Elenchi Anagrafici, i limiti nel raffrontare le denunce trimestrali, il mancato controllo dei contratti di riallineamento, la mancata riscossione contributiva, gli scarsi risultati ottenuti in materia di lotta al lavoro nero ed elusione contributiva, mettono a nudo tutta la inadeguatezza organizzativa mostrata fino ad oggi dall’INPS. Tanto da fare rimpiangere in taluni riassetto organizzativo che fosse in grado di rispondere al meglio alla molteplicità ed alla complessità degli adempimenti che l’intero comparto richiede.

In tale direzione la sottoscrizione del protocollo Nazionale firmato tra le parti, al Ministero del lavoro alcuni mesi fa, volto alla creazione dell’unità di processo Agricolo, ed il recente protocollo regionale sottoscritto all’INPS Sicilia con tutti i soggetti interessati, ricalcando i contenuti Nazionali, e divenuto successivamente l’assunto dell’intero Comitato Regionale, rappresentano la giusta strategia volta a dare l’inversione di tendenza all’intero sistema.

Occorrerà quindi attivare la giusta politica concertativa con le OO.PP. e l’INPS per traguardare gli obiettivi che ci siamo prefissati.

L’ORGANIZZAZIONE

Cari delegati, graditi ospiti,

fin qui il nostro impegno di analisi e di proposta.

Ma è giunto il momento di parlare di noi, della FAI siciliana e del suo gruppo dirigente che qui è presente con circa 100 delegati in rappresentanza di 40.000 iscritti.

La domanda che ci poniamo e alla quale il dibattito congressuale deve dare risposta riguarda la esigenza delle condizioni necessarie e sufficienti per reggere il confronto con lo scenario che abbiamo precedentemente delineato.

Per fare ciò è bene indicare i punti di consistenza dai quali partire per rispondere alle sfide già enunciate.

Il primo – è sempre utile ribadirlo – riguarda la natura associativa del nostro sindacato. In un momento di grandi cambiamenti, frammentazioni sociali e fantasiose inventive, ci sentiamo di riaffermare con forza, convinzione e senza presunzione, che la FAI è garanzia di libertà e autonomia.

Forse in ciò non siamo molto alla moda, visto che oggi sembrano trovare più consensi "partiti leggeri", "partiti di opinione ", ecc.

Qua è là serpeggia, forse più fuori che dentro il sindacato, l’ipotesi di fare prevalere aspetti importanti ma non preminenti del nostro essere sindacato: Noi non vogliamo essere né solamente un sindacato di servizi né solamente un sindacato di opinione, non vogliamo confonderci né con associazioni culturali né con enti benefici o assistenziali.

Ribadiamo la centralità della libera adesione dell’iscritto che va tutelata e salvaguardata in ogni istante.

L’iscritto, appunto!

L’iscritto è innanzitutto un lavoratore da tutelare e promuovere soprattutto se vive di un lavoro stagionale, temporaneo, precario o illegale.

Ma l’iscritto deve essere considerato sempre più una persona che lavora (o magari cerca lavoro) e sempre meno una prestazione da rendere per avere in cambio una tessera.

La vita e l’azione sindacale dell’iscritto si è espressa in questi anni quasi sempre all’interno della Lega comunale, luogo pivilegiato di incontro, di dibattito, di tutela, di democrazia, di delega.

Nel riaffermarne l’importanza occorre però aggiungere che l’iscritto, soprattutto se potenziale, deve essere cercato nei luoghi di lavoro, li dove vive ed esplica la sua prestazione lavorativa.

Ciò sta diventando pian piano una prassi anche in una realtà precaria e frazionata come è l’agricoltura siciliana.

I Consorzi di Bonifica, l’Associazione Allevatori, e per certi versi anche la Forestale, si configurano sempre più anche per noi come luoghi di lavoro.

Ma occorre fare un passo avanti nella direzione delle aziende agricole.

Sappiamo bene che esse sono per la maggior parte piccole e con occupazione stagionale, ma lì dobbiamo incontrare i lavoratori perché da lì deve partire, anche se a piccoli passi, la nostra azione di tutela.

Altrimenti perché plaudire ai contratti provinciali rinnovati se essi non dovessero trovare concretizzazione nei luoghi di lavoro?

Dare nuovo impulso alla presenza nelle aziende agricole ci consentirà una elevazione della interlocuzione con le organizzazioni professionali dei datori di lavoro, con cui il rapporto spesse volte è stato solo verticistico.

Un nuovo e più qualificato impegno verso le aziende Alimentari imporrà un lavoro più significativo e più arduo. Perché bisognerà affrontare i cambiamenti che attraverseranno l’Agro-Alimentare.

Ed anche se sembrerà essere sempre lo stesso, esso sarà percorso da improvvise, se pur localizzate, accelerazione di processi innovativi che riguarderanno sempre il modo di lavorare e quindi necessariamente i soggetti che vi opereranno.

Il nostro impegno consisterà dunque nel capire, e se sarà possibile prevenire questi cambiamenti.

Nelle provincie siciliane in cui questo processo è già partito la FISBA prima e la FAI adesso, ha incrementato il proprio potere contrattuale e i propri iscritti. Nuove forme di lavoro vorrà dire anche nuove e più moderne forme di tutela.

Per ultimo il rapporto fra azienda e contesto economico in cui essa opera.

Sempre più i micro – scenari locali e sub provinciali saranno l’umus in cui una azienda potrà svilupparsi ed un'altra magari andrà alla malora.

Seguire le aziende significherà quindi conoscere il contesto nelle quali vivono.

Queste considerazioni, hanno dal nostro punto di vista, un'unica e grande conseguenza: la ridefinizione del ruolo di tutti noi : Militanti, Operatori, Dirigenti.

La prima verifica del cambiamento e della flessibilità, come l’abbiamo definita all’inizio, si vedrà su ciascuno di noi.

Non bisognerà fermarsi!

I nuovi rappresentanti sindacali in azienda o nel territorio dovranno diventare il vero motore organizzativo locale della FAI, coordinando ed orientando l’azione sindacale in tutte le realtà produttive e i contesti locali del territorio stesso. Inoltre per una maggiore funzionalità ed efficacia sindacale, verranno favoriti, ad ogni livello, aggregazioni e coordinamenti per valorizzare le specificità professionali e di settore, secondo una articolazione interna che sarà definita subito dopo il Congresso Nazionale.

Continuare quindi significa non adagiarsi sull’acquisito ed avere sempre antenne pronte per captare la direzione giusta verso cui muoversi.

Fra le tante ne suggeriamo due che per molti motivi riteniamo prioritarie: la sindacalizzazione delle donne e degli extra comunitari.

La presenza della manodopera femminile in quasi tutti i comparti, nell’agro Alimentare siciliano è ormai un fatto consolidato e notorio.

Ad esse vanno indirizzate politiche di proselitismo prima e spazi politici poi nelle nostre federazioni territoriali che, senza configurarsi come moderne riserve indiane, ne valorizzino le originalità di apporto per tutta l’organizzazione.

Il flusso crescente di lavoratori extracomunitari è al momento inarrestabile. Molte delle nostre strutture provinciali hanno con loro un rapporto continuativo, ma spesso esso non si trasforma in un coinvolgimento definitivo per molteplici motivazioni, legate anche ad una loro legittima diffidenza.

A partire dei luoghi in cui questo rapporto è più consolidato bisogna predisporre iniziative specifiche di tutela e di sindacalizzazione volte a fare anche di loro dei soci a tutti gli effetti iscritti al nostro sindacato.

Due strumenti, fra tutti, riteniamo si debbano privilegiare e incentivare in questa azione: la democrazia interna e la formazione.

Democrazia vuol dire capacità e volontà di confrontarsi, di rendere ragione delle proprie scelte e di cambiarle per un interesse più ampio, ma vuol dire anche convocazione frequente degli organismi eletti, dalle Leghe, alle RSA, ai Consigli Generali e applicazione delle regole collegialmente stabilite.

Quanto alla formazione guai a sentirsi appagate per quella già fatta. In questi quattro anni trascorsi, pur tra tante difficoltà essa è stata svolta in diversi territori ed anche con buoni risultati.

Bisognerà rilanciarla a partire dallo studio e conoscenza che imporranno i nuovi settori.

Le scelte operative saranno fatte dagli organismi eletti dal congresso.

Infine bisognerà dare una grande attenzione verso le attività di informazioni, orientamento e comunicazione esterna.

In quanto di fronte alla quantità di notizie che bombardano i nostri lavoratori, il problema di una qualità dell’informazione mirata e selezionata si fa sempre più necessaria. Non si tratta di dare loro "ancora carte" , come spesso ci accontentiamo di fare, ma strumenti in grado di "sapere leggere" quello che accade nel mondo sindacale e ciò che riguarda direttamente i lavoratori.

Bisognerà quindi utilizzare la rete telematica per far circolare tempestivamente notizie, documenti ed esperienze.

Inoltre andranno valorizzati oltre i giornali locali le TV private.

E’ giunto adesso il momento di rivolgermi, fra tutti gli ospiti presenti, a quelli con cui c’è un rapporto più intimo e consolidato: i rappresentanti della CGIL e della UIL.

Desidero risparmiare a tutti il giudizio, peraltro arcinoto, sulla unità sindacale mancata.

In primo luogo occorre stabilire se riteniamo sufficiente la pratica di unità quotidiana che abbiamo vissuto e viviamo nella attività sindacale a livello regionale. Come FISBA prima e come FAI oggi rispondiamo positivamente. Però vogliamo aggiungere due sottolineature.

La prima : sufficiente vuol dire che può migliorare ed aumentare. La seconda: l’unità aumenta in modo direttamente proporzionale all’autonomia che ogni federazione riesce ad esprimere da Governi e Partiti.

Non vogliamo dare lezioni a nessuno, ma nessuno ritenga questa questione risolta una volta per tutte, o risolta per ciascuno a secondo del tipo di Governo che abbiamo. Noi tutti sappiamo che è più difficile essere autonomi da Governi o da Partiti amici o presunti tali. Ciò che ci ha aiutato, tutti insieme, è ricordarci via via di questo principio, man mano che i Governi cambiavano.

Alla fine ci hanno guadagnato i lavoratori e dunque le nostre singole federazioni.

Vi chiediamo, se siete d’accordo su questo giudizio e di continuare su questa strada.

Care Amiche, cari Amici, Delegati, Invitati nel ringraziarvi ancora una volta tutti per la splendida testimonianza che avete voluto riservare a questo congresso, voglio concludere questa relazione, senza alcuna citazione particolare, ma facendo un richiamo inusuale per un congresso. Ma lo faccio lo stesso. Voglio ringraziare pubblicamente la mia famiglia che si è saputa sacrificare consentendomi di svolgere nei migliori dei modi, il compito affidatomi.

Spero tanto esserci riuscito!

Spero tanto poter continuare.

L’E.S.A.  ENTE DI SVILUPPO AGRICOLO

Nell’ottica di una politica sempre più funzionale e di supporto all’intero comparto Agro-Alimentare ed Ambientale, assumono oggi grande rilevanza tutti quegli Enti che sono preposti ad erogare servizi, a divulgare l’innovazione tecnologica, a coordinare e divulgare la ricerca scientifica, a promuovere politiche di Marketing ed a fornire una adeguata Assistenza Tecnica.

Non potendo fare in questa sede una lunga disamina di tutti gli Enti che operano sul territorio siciliano, ci limiteremo a citarne uno per tutti: L’ESA.

Da ex consigliere di Amministrazione , mi sentirei da fare un lungo ed articolato elenco delle questioni che riguardano questo ENTE.

Ma solo per brevità di tempo e per non acuire una polemica sempre ricorrente, mi limiterò ad alcune considerazioni.

La prima riguarda il giudizio sulla sua validità, avendone constatato di persona i nodi strutturali che attanagliano la struttura organizzativa interna.

Una struttura che non riesce a decollare per i limiti storici derivanti da una volontà politica che non ha saputo imprimere quella necessaria azione riformatrice non consentendo quel salto di qualità necessario.

A nulla infatti sono serviti gli anni di Commissariamento che dovevano vagliare una riforma complessiva che desse quella capacità manageriale rafforzandone ruoli e compiti, rimodulando servizi ed uffici, riqualificando il personale esistente e dotando l'ENTE con altre figure professionali occorrenti.

La politica ha ritenuto invece, circa due anni fa, di baipassare tutto questo ed ha affidato al C.D.A. di nuova nomina, il compito di traguardare taluni obiettivi. Non si è preoccupata però di assecondare alcune esigenze ritenute basilari per l’arduo compito demandato.

Permangono infatti a tutt’oggi per intero i limiti sopra richiamati:

Tutto questo ha reso è rende arduo il compito di programmare ed innovare quella azione riformatrice auspicata.

Inoltre se a questo si aggiunge il nodo cardine di cui è afflitto l’ENTE, derivante dall’esiguità del Bilancio, che a stento serve a pagare le spese correnti, aggravate tra l'altro dai numerosi contenziosi da onorare, per effetto di gestioni tanto allegre quanto incoscienti del passato, verrebbe naturale chiedersi se in una situazione del genere non fosse il caso di ipotizzare la chiusura dello stesso ENTE.

Pur tuttavia anche in presenza di tante contraddizioni e se può apparire un paradosso, non mi sento di avvalorare una ipotesi del genere in quanto ritengo che vi siano ancora oggi, più di ieri i presupposti che l’E.S.A., purché riformata, possa ritornare utile alla causa di una Agricoltura sempre più esposta al processo di industrializzazione e di evoluzione tecnologica. L’E.S.A. quindi dovrà essere in grado di fornire dei moderni e dinamici servizi che li rendano competitivi nel mercato ed aiutino la imprenditoria nella competizione e nella economicità gestionale delle aziende.

Tutto questo però comporta a fare la seconda riflessione, che è insita nel ragionamento fin qui sviluppato e che riguarda la Gestione Politica dell’ENTE.

Anche qui c’è una nota dolente.

Il vero motivo tra l’altro che mi ha spinto a dimettermi dal C.D.A.

Sono infatti profondamente convinto che solo una guida forte e nello stesso tempo libera da condizionamenti politici, possa favorire questa nuova fase evolutiva sopra delineata.

Purtroppo invece l’E.S.A. ha avuto e continua ad avere una gestione politica, rappresentata da una Presidenza che bada soltanto ad occuparsi dell’ordinario, riuscendo in taluni momenti a sminuire anche il compito stesso dello C.D.A.

Non si riesce in altri termini ad intravedere quella figura di alto spessore e di grande autorevolezza che dovrebbe essere in grado di imprimere quell’azione necessaria che il ruolo istituzionale richiederebbe per un Ente che ha bisogno di acquistare credibilità e valenza politica nel territorio.

Sono queste le considerazioni per le quali, ho ritenuto opportuno di concerto con la mia Organizzazione di dimettermi dall’incarico.

Una scelta dolorosa ma al quanto provocatoria, poiché ad essere sincero mi sarei aspettato una sorta di reazione da parte di taluni Consiglieri che in più occasioni mi avevano manifestato solidarietà e condivisione rispetto all’azione profusa.

Tutto invece è passato come se nulla fosse successo, tranne qualche eccezione.

Pur tuttavia non mi strappo le vesti, anche perché ad essere altrettanto sincero e non me ne vogliano i tanti amici che avevano riposto in me, tanta fiducia, per la visibilità dell’azione sindacale che pure ero riuscito ad imprimere, devono anche comprendere che tal volta un uomo può anche essere votato al sacrificio, ma non al suicidio politico. Anche perché ad onor del vero non è la necessaria presenza nel C.D.A. che deve contraddistinguere la linea e l’azione sindacale, tra l’altro a testimonianza di tale ragionamento lo dimostra invece il protocollo d’intesa che in questi giorni abbiamo sottoscritto con l’ENTE, per quanto riguarda la campagna di Meccanizzazione Agricola 2001, traguardandola ai nuovi obiettivi di economicità dell’intervento, inserendola nel contesto di un migliore ed innovativo servizio all’Agricoltura e ponendo le basi per una migliore stabilizzazione del personale.

Spetterà a noi vigilare l’applicazione di tale protocollo.


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