FNP   SICILIA    Relazione congressuale

di  Mariuccia Diquattro
Segretario Generale

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SOMMARIO 

1.          Lo scenario Internazionale

1.1. I mutamenti  nell’economia

1.2.             I mutamenti sociali

1.3.             I mutamenti culturali

1.4.             I mutamenti demografici

1.5.             La globalizzazione ed i suoi effetti

 

2.                   I valori e l’etica sociale

 

2.1.             Crisi di valori e valori della crisi

2.2.             l’etica dei rapporti umani, sociali ed economici, l'etica nella politica e nel sindacato

2.3.             la persona fra economia e società

 

3.                   Bisogni vecchi e nuovi fra individuo e collettività

 

3.1               Gruppi sociali e bisogni emergenti

3.2               Dialettica fra inclusione ed esclusione sociale

3.3               Occupazione, disoccupazione ed equità fiscale

3.4               I rapporti intergenerazionali

 

 

4.                   I terreni  della rappresentanza e della tutela

4.1.             Il welfare fra sfide e minacce

4.2.             I servizi sociali e la sanità: il diritto al benessere ed alla salute

 

 

5.                   Il ruolo del Sindacato

6.1               Il Sindacato Confederale

6.2               Sindacalismo partecipativo: le peculiarità della FNP

6.3               Dimensione strategica della rappresentanza sindacale dei pensionati

6.4               Creare sviluppo per migliorare le condizioni di vita per anziani e giovani

6.5               Gli obiettivi e gli strumenti della politica sindacale per il terzo millennio

6.6               Le nostre mete

 

6.                   Sindacato e terzo settore

7.1               L’associazionismo fra Stato e mercato

7.2               Le sinergie fra soggetti collettivi: ruoli distinti e obiettivi

Comuni

7.3               l’Antea


       Ci apprestiamo a celebrare il VI congresso Regionale della FNP, orgogliosi non solo della crescita numerica raggiunta, ma anche della maturità che questa Federazione, in pochi anni (non più di 6 o 7) ha raggiunto in Sicilia, diventando un Sindacato vero, con una grande capacità nell’affrontare i problemi delle fasce più deboli della nostra società. Ciò in un clima, tutt’intorno, proiettato verso il mercato, come se questo fosse il dio del terzo millennio.

Noi, fortunatamente sappiamo e crediamo che Dio è uno solo ed è fatto di fratellanza, solidarietà, amore e rispetto per i deboli ed i bisognosi, capace di tendere sempre la mano a chi ha bisogno di aiuto.

 

     Questa breve premessa ci permette di avviare una riflessione politica ed economica, all’esordio del nuovo millennio, su alcuni elementi di fondamentale importanza per la comprensione degli scenari in cui ci muoviamo e dovremo svolgere il nostro ruolo.

Oggi, infatti, il vocabolo che sembra essere divenuto il simbolo del secolo (di quello che si è chiuso e di quello che sta iniziando) sembra essere sempre di più il “globalismo”. Bene!, anzi male se con questo vocabolo si intende trovare una giustificazione ai mali di una società sempre più chiusa, sempre più egoistica ed egocentrica, sempre più materialista, sempre più individualistica ed isolazionistica.

Tramontati gli idealismi politici, che aggregavano le persone, l’unica realtà in grado di raccogliere, razionalizzare e portare a sintesi i diversi e molteplici interessi e bisogni della società e dei soggetti che la compongono, è il Sindacato

 1.        Lo scenario Internazionale

1.1.           I mutamenti  nell’economia

       Durante lo svolgersi dell’ultimo secolo, ma si potrebbe dire degli ultimi cinquanta o sessanta anni, in Italia ed in Europa, così come sull’intero scenario mondiale, sono avvenuti mutamenti, sul versante dell’economia, della politica, della cultura, della scienza e della tecnologia, che si possono definire di portata epocale e che hanno completamente stravolto, per buona parte delle collettività umane interessate, le condizioni di vita, i canoni e le modalità di convivenza sociale. In particolare, nella società occidentale, il modello di sviluppo capitalistico ha permesso a molte fasce sociali l’elevazione del tenore di vita e del livello di reddito disponibile, rendendo fruibili, attraverso la loro produzione industriale, grandi quantità di beni (da quelli di prima necessità a quelli più voluttuari) per un numero sempre più grande di persone. Tutto ciò anche grazie al sempre più stretto intreccio fra mondo della produzione e mondo della ricerca scientifica e tecnologica. Infatti, l’ampiezza dei passi in avanti che ha compiuto l’economia occidentale è sempre stata, e continua ad essere, direttamente proporzionale alla quota di ricerca scientifica applicata sia alla progettazione di mezzi di produzione e dei processi produttivi, sia ai prodotti ed ai beni immessi sui mercati.

Soprattutto negli ultimi decenni, poi, il mondo dell’economia  è divenuto sempre più reticolare, ha fatto cadere via via tutte le barriere che si frapponevano agli scambi, alla circolazione  non solo dei beni ma anche dei servizi. Accanto a questo, un ulteriore elemento ha sempre più assunto una rilevanza strategica, (spesso eccessivamente) rispetto alle sorti del successo o dell’insuccesso dell’iniziativa economica: i capitali, le risorse finanziarie, per le quali si è creato un mercato ad un livello di evoluzione e mutamento talmente spinto da diventare, in certi casi difficilmente governabile e prevedibile nelle sue dinamiche.

Tutto ciò ha comportato, necessariamente, alcune conseguenze anche sul modo di produrre e di lavorare, sull’organizzazione dell’impresa e del lavoro, ma anche sui rapporti fra gli Stati e fra le potenze economiche che si fronteggiano sulla scena mondiale.

Certamente, accanto ai risvolti positivi di questa evoluzione, del progresso economico e scientifico, si sono manifestate contraddizioni, disfunzioni, sono stati pagati e continuano ad essere pagati prezzi a volte elevati, soprattutto da quei gruppi sociali che, nella corsa al benessere ed allo sviluppo, per motivi di varia natura, sono rimasti esclusi, si sono indeboliti.

D’altro canto, così come a livello mondiale, la disuguaglianza fra paesi ricchi e paesi poveri si è mantenuta ed in certi casi acuita, così anche a livello nazionale, lo sviluppo economico, il benessere e la ricchezza, non si sono allocati in maniera uniforme ed omogenea. L’Italia, infatti, è uno di quei Paesi che ancora oggi, sia sul piano economico che su altri versanti, presenta degli squilibri territoriali fra Nord e Sud, ancora da superare e da compensare. La Sicilia, ad esempio, è una di quelle   regioni del Mezzogiorno d’Italia, che purtroppo sconta ancora pesantemente alcune conseguenze di una arretratezza e di un ritardo di sviluppo che hanno radici lontane ma che, anche con il nostro contributo, possono e debbono essere ridotte e, speriamo, eliminate.

 1.2              I mutamenti sociali

       Non soltanto il versante dell’Economia è stato caratterizzato da grandi e profonde trasformazioni; anche la sfera sociale della vita della collettività ha conosciuto negli ultimi decenni, mutamenti di notevole entità. Infatti, i principali cambiamenti in tal senso  sono stati accompagnati da una crescente ‘mobilità sociale’ sia verticale che orizzontale, sostenuta principalmente dall’incremento dei livelli di scolarizzazione e di istruzione di quote sempre più ampie di popolazione. Lo sviluppo, prima accelerato, poi meno vertiginoso, degli insediamenti urbani e delle aree metropolitane, ha modificato l’assetto dei gruppi sociali e delle sue forme di aggregazione, a partire dalla famiglia, che via via è divenuta sempre più nucleare abbandonando, così, il modello patriarcale o comunque di nucleo allargato. Lo sviluppo e l’evoluzione delle comunicazioni di massa hanno creato nuovi aggregati di persone, sempre più spesso non presenti nello stesso luogo, hanno modificato il fondamento di alcune forme di aggregazione e di appartenenza sociale, operando dei mutamenti anche sull’identità collettiva, sulle forme di rappresentazione e percezione dei diversi gruppi sociali.

Vecchie distinzioni (la classe, il ceto) sono tramontate rendendo più fluida la ‘stratificazione sociale’ ma al contempo moltiplicando i fronti della conflittualità. E’ aumentata la ‘visibilità’ sociale, non solo all’interno di una stessa comunità nazionale, ma anche (e forse soprattutto) fra paesi e continenti diversi e ciò ha contribuito a modificare stili di vita, modelli sociali e culturali di riferimento, strutture valoriali, modalità dell’agire sociale, a partire dal comportamento individuale per giungere ai comportamenti collettivi.

Tutto ciò, in particolare in un Paese come il nostro ed ancor più in una Regione come la Sicilia, si è manifestato nel contrasto fra società tradizionale, fondata su una struttura di ruoli ben precisa e consolidata e su valori altrettanto condivisi, e società ‘moderna’ o avanzata, portatrice, invece di una serie di rotture e cesure rispetto a forme di organizzazione sociale legate ad un contesto molto più circoscritto da barriere culturali, economiche e comunicative.

Anche in questo caso, il mutamento, la modernizzazione, hanno comportato, da un lato un progredire dei rapporti sociali che si sono moltiplicati e sono divenuti più dinamici e da un altro lato, però, si sono accresciuti livelli di isolamento, di solitudine (“La folla solitaria” di Edgar Morin) di alienazione e di marginalità, soprattutto per coloro che non riescono a reggere le ‘nuove regole’ dell’attuale organizzazione sociale. Infatti, la nuova vera caratteristica di tale organizzazione sociale, sempre più  omologata fra paesi diversi, è la complessità, variabile che attraversa più o meno tutte le forme di convivenza sociale di oggi, dai rapporti di coppia ai rapporti intergenerazionali, a quelli lavorativi (nonché inter ed intra-organizzativi), per giungere a quelli politici ed istituzionali. Nel suo alveo, tra l’altro, si sono sviluppate nuove marginalità che investono immigrati, anziani, donne, giovani, che a vario titolo sono costretti a rivendicare quotidianamente il diritto di cittadinanza, la parità di opportunità, il rispetto della dignità connaturata all’essere umano. Cosa ancor più grave, i bambini cominciano ad essere, anche loro, fatti oggetto di comportamenti e situazioni che  li penalizzano, li mortificano e li rendono vittime di violenza e persecuzione.

In un simile quadro, seppure parzialmente delineato, di società, ancora costantemente in evoluzione e mutamento, la dialettica fra sicurezza e incertezza, fra stabilità e precarietà, fra protezione e rischio, fra appartenenza ed isolamento, fra inclusione ed esclusione, rappresenta una vera e propria sfida, sia per i singoli individui (soprattutto i più deboli) sia per i soggetti collettivi, fra cui il Sindacato, che con le loro strategie e le loro azioni cercano di dare voce a chi non ne ha o a chi vede sempre più affievolirsi la propria capacità di farsi sentire. In tal senso, il Sindacato dei Pensionati può dare un notevole contributo proponendosi come gruppo costituito da risorse umane ricche di esperienza, conoscenza della vita, volontà  e capacità di impegnarsi non solo per affrontare i propri problemi ma anche quelli altrui.

 1.3              I mutamenti culturali

       Poiché la dimensione culturale non è disgiunta da quella economica e sociale del consorzio umano, anche in questo campo il mutamento ha accompagnato l’evoluzione della nostra società, nel suo processo di modernizzazione. Fondamentalmente la transizione dalla società moderna a quella post moderna è stata accompagnata dal mutamento di modelli culturali di riferimento. E’ un dato di fatto che, ad esempio, la nostra cultura è diventata sempre più permeata da elementi provenienti dalla cultura americana, così come il processo di apertura delle frontiere economiche e politiche ha messo sempre più in comunicazione le culture dei vari paesi, anche della stessa Europa. Quando ci riferiamo ai modelli culturali intendiamo rifarci al modo di vedere la vita, di considerare il prossimo, di concepire il ruolo degli anziani, dei giovani, ma anche a tutto l’insieme di elementi e delle elaborazioni intellettuali che contribuiscono, dal livello individuale a quello collettivo, a definire una società nel suo aspetto immateriale. In tal senso, se pensiamo  all’insieme di valori, simboli, credenze, concezioni, modelli di comportamento, ci rendiamo conto di quanto questi siano cambiati nel tempo e tutt’ora stiano modificandosi attorno a noi; non si sa bene ancora, però, verso quale modello essi si stiano consolidando. Ciò che emerge è il fatto che le principali ‘agenzie di socializzazione’, dalla famiglia alla scuola, dagli agenti della comunicazione di massa alla politica, sembrano non offrire riferimenti  coerenti, forti e convincenti, sia per i giovani che per i meno giovani, che propongano valori, idee, concezioni volte al recupero della centralità della persona umana, della solidarietà, dell’affermazione dei diritti di cittadinanza piuttosto che all’individualismo e alla centralità dell’acquisizione di beni materiali, anche a scapito di chi non riesce ad avere il necessario. Complessivamente, se vogliamo richiamare la dicotomia proposta dall’antropologo e filosofo Erich Fromm: “avere o essere”, sembra che si stia andando sempre più verso un modello di società che, anche culturalmente, privilegia l’avere rispetto all’essere. Noi, invece, consapevoli della matrice culturale che ci contraddistingue, dei valori che hanno sempre ispirato e continuano a costituire il fondamento della nostra organizzazione, convinti della validità dei nostri principi ispiratori, vogliamo contribuire a realizzare una ‘società dell’essere’, in cui ciascuno, sia come individuo che come membro di una collettività, trovi le condizioni per essere riconosciuto, per affermare la propria dignità e per essere persona umana fino in fondo. Quindi, ciò significa tentare di arginare, anche da parte del Sindacato, l’affermarsi di una cultura, spesso diffusa nel mondo giovanile, che esalta la violenza, l’egoismo, la sopraffazione, l’etnocentrismo, l’utilitarismo, il disconoscimento della differenza in favore dell’omologazione e dell’appiattimento su valori consumistici e sulla soddisfazione di bisogni esclusivamente materiali. Questo, per noi, vuol dire operare per una crescita culturale della collettività, in modo da favorirne l’elevazione morale, spirituale ed umana, attraverso la valorizzazione di ciascuno degli individui che ne fanno parte. 

1..4.   I mutamenti demografici

       Sappiamo bene che nella nostra società si è realizzato un progressivo miglioramento delle condizioni di vita, anche se non uguale in tutte le Regioni, grazie ai progressi registrati dalla scienza medica, nel campo della biologia, della genetica, ma anche grazie all’aumento medio del reddito pro capite ed al miglioramento delle condizioni igienico sanitarie dell’ambiente di vita. Tutto ciò ha avuto come conseguenza positiva l’allungarsi della vita media sia degli uomini che delle donne o, come dicono i demografi, l’accrescimento dell’aspettativa di vita. Inoltre, si è ridotta di molto la mortalità infantile, anche grazie alle nuove possibilità di prevenzione e di diagnosi precoce di malattie dell’età neonatale. Questo primo fenomeno demografico è di per sé consolante, se corrisponde, come in effetti è, ad uno standard più elevato di salute diffusa fra la popolazione, ed anche sul piano psicologico l’allungamento della vita conferisce alla dinamica sociale una maggiore sicurezza nelle prospettive individuali, maggiore propensione alla progettualità, un senso di continuità più forte fra le generazioni ed una riduzione del senso di precarietà della vita. Ma purtroppo, anche su questo piano, non sono tutte rose e fiori, perché se da un lato si è prolungata la vita media, e le donne rispetto agli uomini tendono a vivere più a lungo, è anche vero che si è ormai affermata la tendenza ad una drastica riduzione delle nascite, sia a livello europeo sia in Italia. Naturalmente, trattandosi di una tendenza che viene affrontata con il ricorso a dati medi, un’analisi più dettagliata del fenomeno ci mostra che in Italia le regioni del Sud, tradizionalmente più prolifiche, mantengono ancora un livello di natalità superiore alla media (che è ormai pari a zero). Ad ogni modo, il dato complessivo ci dice che oltre ad una ridotta propensione, da parte delle coppie, a costituire una famiglia stabile e fondata sul matrimonio, la scelta di avere dei figli viene fatta sempre più tardi ed in molti casi si decide di averne soltanto uno. Ciò, unito al fenomeno di cui dicevo prima, del prolungamento della vita media, produce degli effetti di trasformazione della composizione sociale che nel giro di pochi anni diverranno macroscopici e si ripercuoteranno, come già si comincia a percepire sin da adesso, sull’organizzazione sociale e sulle condizioni di vita, sia materiali che immateriali, di ogni persona. Non è una banalizzazione, dunque, l’affermazione secondo cui stiamo andando verso una società fatta di nonni e di figli unici. All'orizzonte si delinea uno scenario carico di altri effetti che derivano dalle contraddizioni del nostro modello di sviluppo, di cui abbiamo parlato in precedenza. Infatti, se nascono meno bambini vuol dire che in futuro ci saranno meno giovani (almeno nelle nostre società) che sono la forza del futuro, quelli che dovranno costruire la società del domani e che con il loro lavoro dovranno sostenere l’intero corpo sociale. In secondo luogo, gli anziani che vivono più a lungo sembrano non trovare, almeno in buona parte dei casi, condizioni di vita che permettano loro di vivere serenamente la loro vita, in una rete di rapporti sociali ricchi, in condizioni di tutela ed assistenza favorevoli al soddisfacimento dei loro bisogni. A volte, infatti, è la solitudine o l’isolamento, a prevalere anche nel caso in cui l’anziano vive in famiglia, ma in una famiglia in cui i giovani sono tutto il giorno fuori casa, a lavorare o affrontare gli impegni esterni, i bambini (pochi) stanno a scuola fino a quando i genitori non rientrano. Focalizzando l’analisi proprio sulla condizione anziana, emerge il fatto che, anche in un contesto come quello delineato (non sappiamo se con toni troppo pessimistici o, piuttosto, realistici), gli anziani autosufficienti ed economicamente più forti sono quelli che riescono più e meglio ad arginare le conseguenze negative di una situazione simile, mentre ancora una volta, quelli non autosufficienti, quelli che vivono soli ed in condizioni economiche più precarie, scontano le difficoltà materiali e morali del vivere in una società che, per motivi strutturali e per motivi di ordine culturale, tende a non riconoscerli come parte viva ed attiva, come potenziale risorsa o come gruppo sociale che richiede tutela e sicurezza.  

    1.5.La globalizzazione ed i suoi effetti 

         Il fenomeno della globalizzazione, uno dei più presenti e discussi a tutti i livelli, quello politico, quello economico, quello sociale e culturale, ormai ci tocca sempre più da vicino, sia come consumatori che come cittadini, come lavoratori e come sindacalisti.

Infatti, al di là di come si possa definire la globalizzazione (cosa tutt’altro che semplice) come fenomeno macroeconomico, sappiamo che in virtù di essa ogni impresa può, in funzione delle proprie esigenze produttive, delocalizzarsi, spostarsi da un sito ad un altro, su una scala planetaria, smettendo di produrre, ad esempio in Italia, ed iniziando a farlo in Romania o in Corea. In tal senso il suo affermarsi e svilupparsi è senz’altro una espressione essenziale del potere economico e del peso che esso ha, a livello mondiale, nel condizionare le forme di organizzazione sociale, del lavoro e della produzione. Non è un caso, infatti che tutti i processi più recenti di evoluzione dell’assetto del mondo della produzione hanno spinto verso la creazione di condizioni che rendano possibile la disponibilità sul mercato mondiale di risorse, tecnologie, uomini, capitali, sostenuti possibilmente da assetti normativi a ciò favorevoli. Dunque, la delocalizzazione delle imprese (con in testa le multinazionali) rende sempre più evanescente ogni assetto produttivo, ivi compreso il suo radicamento nel territorio e nella comunità sociale cui l’impresa stessa conferisce ricchezza ed opportunità di sviluppo.

Le caratteristiche di contesto che favoriscono la globalizzazione, per come si configura attualmente, sono una innovazione pervasiva, forme di competitività globale fra le economie ed i territori, modalità di flessibilità, a volte esasperata, e dinamismo nell’uso delle risorse, materiali ed immateriali da destinare alla produzione ed alla sua organizzazione, nuove forme di integrazione, sia economica che sociale e politico-normativa.

In un quadro simile, in cui la territorializzazione diventa una variabile estremamente labile e mutevole, anche la multietnia diventa una condizione utile al capitale che gestisce la produzione e che si serve della globalizzazione. Sappiamo bene, infatti che tutte le forme di liberalizzazione di circolazione, di beni, servizi persone e capitali,  sono riconducibili a questo tipo di esigenza, ma senza dubbio complicano, anche per il soggetto sindacale, lo scenario da governare e verso cui trovare nuove forme di tutela. Infatti, se è vero che i grandi gruppi economici multinazionali chiedono una sempre crescente deregolamentazione, invocano sempre maggiori condizioni di concorrenza,

sappiamo bene, ormai, che molto spesso si creano differenze nelle condizioni di lavoro che tendono a spingere verso il basso livelli retributivi e di sicurezza e tutela sociale per i lavoratori, che fanno le stesse cose, ma in luoghi diversi, creando convenienze esclusivamente per gli imprenditori.

Le forme di mutamento del lavoro e della sua organizzazione, dunque, alla luce di tutto questo, impongono, per parte nostra, la ricerca di nuove forme di tutela sociale, di protezione e tutela dei lavoratori; un impegno che sul piano internazionale è ormai diventato uno degli obiettivi della Confederazione Europea dei Sindacati (la CES) e della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberti (la C.I.S.L. Internazionale), ma che anche per ogni Sindacato nazionale, sia confederale che di categoria, che si adopera per incrementare lo sviluppo e la crescita economica, deve rappresentare un punto di attenzione.

Noi non ci collochiamo sullo stesso piano del “Popolo di Seattle” che contrasta apertamente ogni forma di globalizzazione, perché crediamo che qualche opportunità essa la offra, ma crediamo che sia opportuno cercare di regolamentarla per quanto sia possibile, al fine di proteggere i lavoratori di tutto il mondo, siano essi italiani o no, dalle sue estreme conseguenze. Infatti, siamo contrari ad uno sviluppo dominato esclusivamente dal mercato e dalla finanza, dalle esigenze del grande capitale, dalle multinazionali. Perché lasciando mano libera ad essi probabilmente si rischia di accentuare al massimo la precarizzazione del lavoro, di ampliare gli squilibri economici e sociali, i dissesti ecologici ed ambientali, lo sfruttamento incondizionato di risorse (umane, ambientali, tecniche), quindi di distruggere ogni assetto fondato sulla dignità dell’essere umano e del lavoratore, dei giovani come degli anziani.

Per noi, dunque, non si tratta tanto di contrastare la globalizzazione, ma cercare di ‘governarla’, comprendendone i meccanismi e le prospettive; questo può riuscire anche cercando di “globalizzare la democrazia” per democratizzare la globalizzazione, per introdurre in essa nuovi criteri di equità ed equilibrio. Infatti, se è vero che, come abbiamo detto prima,  con la globalizzazione l’impresa può andare dovunque, delocalizzandosi, per perseguire i nostri obiettivi e per colmare forme di disuguaglianza  l’unica cosa da fare è tentare di adottare politiche disuguali per affrontare problemi che sorgono da contesti disuguali.

Appare chiaro, dunque, che la dimensione della globalizzazione comporta  la necessità di operare una decisa scelta, sia in chiave sindacale che politica, in quanto bisognerà garantire anche all’interno del mercato globale condizioni che permettano l’esercizio della sovranità degli interessi sociali collettivi, e non di alcuni gruppi che esercitano il potere economico.

Le ripercussioni di un simile scenario si manifestano a molti livelli della vita sociale e collettiva di ogni Paese, almeno così sembra essere in Italia. Da esso deriva da un lato la crescente necessità di politiche sociali incisive, da un altro lato una progressiva ed inevitabile inadeguatezza a fornire risposte efficaci alla massa dei rischi che queste stesse politiche dovrebbero contrastare ed arginare. Coloro che corrono maggiormente tali rischi, purtroppo, sono i deboli (i poveri), che vedono peggiorare la propria posizione sociale, ed in questo senso si sentono minacciati dalla globalizzazione.

Per questo occorre una organizzazione sindacale forte che faccia da cerniera e favorisca il passaggio verso il nuovo, che rafforzi la convinzione che per la classe lavoratrice, per i pensionati, per le fasce sociali più deboli non vi è possibilità di tutela individualistica, ma soltanto solidale e collettiva. 

2.              I valori e l’etica sociale 

2.1      Crisi di valori e valori della crisi 

Una società in transizione spesso conosce momenti di crisi anche sul piano dei valori di riferimento e senza dubbio anche noi ci troviamo in una fase in cui si parla tanto di crisi dei valori. Ne parlano in molti ma soprattutto gli anziani, che hanno vissuto momenti di maggiore stabilità, solidità materiale e morale, possono toccare con mano, valutare e percepire la reale entità di questo fenomeno.

Quando parliamo di crisi di valori, ci riferiamo non soltanto  all’indebolimento di quei vincoli che tengono insieme una società fondata sul rispetto della dignità umana, dei diritti inviolabili della persona, sul rispetto della vita stessa, ma anche all’offuscamento di certi principi che ispirano ogni forma di democrazia compiuta quali la partecipazione, la solidarietà, la libertà dal bisogno, la democrazia economica e politica, il pluralismo.

In ogni epoca di crisi, sia a livello istituzionale, e via via ad ogni livello di organizzazione della vita sociale, prevale la tendenza a trovare risposte e forme di soluzione ai problemi prevalentemente in chiave  individuale piuttosto che collettiva. Da sempre, lo studio della storia e della cultura dei popoli ci ha insegnato che nelle epoche più oscure ha prevalso il ripiegamento su se stessi: lo si vede nella letteratura, nell’arte figurativa, nelle scelte economiche (protezionismo e nazionalismo) e politiche.

Probabilmente, anche se in un contesto caratterizzato da molte forme di apertura, nella società dell’informazione e della comunicazione globale, oggi viviamo in condizioni che sempre meno ci permettono di identificare i valori ed i principi dominanti che regolano la nostra vita sociale. Questo lo sentono molto i giovani che si rifugiano nella droga o nella violenza o nella delinquenza, ma anche soltanto nell’isolamento tuffandosi in dimensioni di vita virtuale e non riuscendo a comunicare con i genitori o fra coetanei. Ma lo avvertono anche gli anziani, che fanno fatica ad adattarsi al dominio del denaro come obiettivo principale della vita, o all’indifferenza verso il bisogno o la sofferenza altrui, che si rendono conto che la corsa sfrenata al possesso ed al consumo non porta ad altro che alla lotta fra individui, all’applicazione della legge del più forte.

Anche il valore della politica come espressione della vita della collettività, il senso di appartenenza e di partecipazione, scricchiola sotto il peso da un lato dei sempre più numerosi problemi sociali ed economici da affrontare e risolvere, dall’altro della tendenza a ridurre il livello di fiducia e di partecipazione da parte dei cittadini che, oltre ad avere assistito al crollo delle principali ideologie diffuse, hanno assistito anche al dilagare della corruzione e della cura di interessi personali o di gruppi ristretti e lobby.

Se questi sono i ‘valori della crisi’, quelli che da sempre nella nostra cultura sono stati, invece, considerati disvalori, noi come anziani ma anche come cittadini e come persone umane, vogliamo riaffermare un’etica fondata sul rispetto ed il riconoscimento reciproco, sulla solidarietà, sulla partecipazione e sulla convivenza democratica.

Ribadiamo che i rapporti economici non possono essere quelli che determinano l’agire umano, il modo di relazionarsi dell’uomo con l’uomo (maschio o femmina che sia), soffocando quelle istanze più nobili ed elevate che la persona esprime come bisogno di affermare la propria identità.

In questo senso, combattiamo la prospettiva di un’avanzata inarrestabile del consumismo alienante ed indipendente dai bisogni veri della persona umana e dei popoli.

Questo stesso crollo di ideali e di valori, anche rispetto alla ricchezza che può derivare dal rapporto intergenerazionale, è uno dei fondamenti della contrapposizione, molto spesso alimentata da certe posizioni politiche e da certa propaganda diffusa dai mezzi di comunicazione di massa, che mette i nonni perversi che scialacquano il patrimonio pubblico in pensioni contro i loro nipoti, i quali da parte loro  sono chiamati a scioperare proprio contro i suddetti nonni. Così essi non si accorgono di essere manovrati con l’intento di dare una spallata ai  fastidiosi sindacati che disturbano il ‘manovratore illuminato’, intestardendosi ad avanzare richieste legate ad ‘obsoleti’ diritti sociali, che sono un ostacolo sul cammino dell’efficienza.

Non ci sembra di esagerare, dunque, se affermiamo che stiamo assistendo alla deriva dei valori unificanti e naturalmente riconosciuti da ogni uomo di buona volontà, a prescindere da razze, religioni, culture.

Proprio perché crediamo in certi valori e certi principi, che propugniamo e testimoniamo, siamo consapevoli di dovere essere protagonisti di una visione della dinamica politica non semplificata né riduttiva, che non pretenda di vedere solo i cittadini e lo Stato e nient’altro in mezzo; invece, rappresentando tanti interessi siamo portatori di un interesse generale, del bene comune, ed in tal senso capaci di interpretare e rappresentare gli interessi singoli in una visione coerente ed armonica rispetto all’interesse collettivo.

 2.2.           L’etica dei rapporti umani, sociali ed economici; l’etica nella politica e nel sindacato

 Non crediamo, dunque, di fare del moralismo quando invochiamo il riaffermasi di una nuova etica, da rispettare sia nei rapporti umani e sociali, come in quelli economici e politici. Piuttosto, questa ci sembra una delle vie più efficaci per arginare e combattere il progressivo imbarbarimento della pratica economica e politica  e per ridefinire quello che secondo noi deve essere considerato il bene comune, quali  che siano i mezzi che si auspichi di adoperare, come più idonei a conseguirlo. Vogliamo che si riaffermi un paradigma che contempli i doveri morali, per il cittadino, per il politico, per l’imprenditore, per il giurista e così via, al fine di recuperare il senso della  moralità delle azioni umane, in funzione del rispetto del valore di ogni persona, sia essa giovane o anziana. Questo per noi vuol dire recuperare una dimensione etica dell’agire sociale, che si traduca nella lotta alla sopraffazione, alla violenza, alla disuguaglianza ed all’esclusione.

Anche come sindacato dei Pensionati, non dimentichiamo che interessandoci dei problemi che ci riguardano direttamente, indirettamente agiamo anche in favore di chi anziano non è, dei nostri figli e dei nostri nipoti, magari agendo su un terreno in cui immediatamente si vedono solo alcuni risultati. Ma se, invece, riusciamo ad avviare una pratica sindacale che si muova sul piano che abbiamo appena citato, possiamo essere certi di preparare il terreno per un miglioramento delle condizioni di vita anche per la generazione futura.

 2.3.           La persona fra economia e società

Come ulteriore affermazione di quanto fin qui espresso, ribadiamo che noi non siamo perché si affermi l’uomo “ad una dimensione” (come diceva Herbert Marcuse), l’homo oeconomicus, che comunque rischia di essere stritolato dalle leggi del mercato e del capitale. Noi sappiamo, e vogliamo che tutti siano consapevoli, che l’essere umano è fondamentalmente un essere sociale, che la società è il suo contesto più naturale di vita, che per istinto e per evoluzione culturale ha bisogno di vivere con i suoi simili, di confrontarsi con essi, di stabilire relazioni di riconoscimento, fiducia, stima, collaborazione e che, per limitare gli istinti contrari a ciò  ha anche bisogno di darsi delle regole e di strutture che le facciano rispettare ad ognuno. Noi che abbiamo vissuto in una società che ha creduto in questo, noi che abbiamo anche visto come certe conquiste dell’umanità possono essere distrutte e mortificate (con le guerre, le dittature), lottiamo con più forza perché sia la politica che l’economia non perdano di vista questi moniti.

E mentre ci rivolgiamo alla politica ed all’economia, sappiamo che anche noi, come sindacato di categoria, aderente ad una Confederazione come la CISL, siamo responsabili del modo di rappresentare i bisogni, le attese, le istanze di coloro che si associano a noi. Anche una nuova etica sindacale va definita, non solo perché la mutevolezza delle condizioni esterne ci sollecita ed a volte può disorientarci, ma anche perché rimaniamo uno dei pochi soggetti collettivi che con il proprio esempio deve testimoniare un modo di fare intermediazione sociale che, nel rapporto fra istituzioni e base sociale, miri a rifondare rapporti di fiducia, di delega consapevole e partecipata, di controllo democratico e di impegno attivo.

Tutto ciò non può che rafforzare la nostra dignità si soggetto collettivo di rappresentanza, agli occhi di una politica che a volte tende a delegittimarci per indebolire il nostro ruolo, ed agli occhi dei cittadini (di quelli più deboli ma anche di tutti gli altri) che, seppure bombardati spesso da campagne denigratorie nei nostri confronti, ancora continuano a pensare che da noi possono ricevere forme di tutela ed un sostegno per fare giungere la loro voce nelle sedi opportune di mediazione ed elaborazione politica.

Forse questo, per noi, può riservare qualche elemento di sfida in più, perché magari ci induce ad abbandonare la pratica, o a non cedere alla tentazione, di fare soltanto dell’assistenza o ad assecondare aspettative di scambio fra consenso e vantaggi personali, però certamente l’altezza del nostro compito val bene uno sforzo simile. 

3..          Bisogni vecchi e nuovi fra individuo e collettività  

3.1.Gruppi sociali e bisogni emergenti 

Abbiamo detto prima della complessità come caratteristica predominante della società postmoderna, complessità nell’economia, nella politica, nella cultura ed anche nella struttura sociale. Proprio in virtù di essa, per ragioni che abbiamo già evidenziato, la nostra realtà è ormai composta da una varietà di gruppi sociali, diversi fra loro sia per condizioni esistenziali, che a volte li percorrono in maniera trasversale, sia perché portatori di istanze e bisogni differenti, alcuni dei quali pienamente riconosciuti, altri riconosciuti parzialmente, altri ancora in via di affermazione.

Un gruppo di più recente formazione, almeno per la nostra società, è quello degli immigrati che avendo raggiunto una certa consistenza numerica, nella nostra come in altre regioni, hanno ormai da qualche anno assunto una significatività sia in termini demografici che in termini di visibilità sociale. Loro esprimono bisogni di sicurezza, di integrazione (non di omologazione), di tutela ed assistenza, ma anche di riconoscimento nella loro identità. Anche le donne da tempo, avendo percorso un cammino di assunzione di consapevolezza di sé come soggetto sociale, a volte discriminato e marginalizzato, hanno pian piano fatto pesare la loro presenza, a partire dal mondo del lavoro, fino ad affermarsi (anche se ancora non compiutamente) in molti ambiti della vita sociale. Esse esprimono fondamentalmente il bisogno e l’istanza di realizzare condizioni che offrano loro pari opportunità rispetto agli uomini, che riducano le barriere (culturali, organizzative) al loro inserimento o al loro sviluppo in ambiti professionali o, a maggior ragione, di intervento nella Cosa Pubblica. Sappiamo che ancora, come molte ricerche dimostrano, le donne (soprattutto se di certe estrazioni sociali) vivono realtà di discriminazione o comunque sono costrette a sopportare il gravame sia del lavoro che della conduzione della vita familiare. Le politiche dei servizi, l’omogeneizzazione dei tempi (fra lavoro, scuola, casa) l’affermazione di alcuni diritti a partecipare, sono tutt’ora terreni in cui sono le donne ad esprimere istanze più forti, sebbene siano coinvolti in questo anche gli uomini. I giovani, come studenti, come disoccupati, o semplicemente come giovani, anche se raramente raggruppati in forme organizzate, più spesso come movimento, fanno sentire la loro voce che generalmente esprime il bisogno di una scuola più moderna e qualificata, di una occupazione meno tardiva e difficile, di forme di aggregazione più autentiche. Vi sono, però, casi in cui dalla loro espressione collettiva emerge tutto il senso di sbandamento e di precarietà che molti di loro vivono e sentono, non trovando attorno a sé punti di riferimento certi e chiari, per loro accettabili. Gli anziani, sono anch’essi un gruppo sociale, peraltro, come dicevamo prima sempre più numeroso, che in varia forma ed a vario titolo sono portatori di esigenze e bisogni a volte complessi e, comunque, differenziati. Quando dicevamo prima delle condizioni esistenziali che caratterizzano trasversalmente un gruppo formalmente omogeneo (così come per le donne) ci riferivamo anche agli anziani, i quali per un certo verso si differenziano fra coloro che sono autosufficienti, hanno una situazione economica solida, rimangono soggetti attivi a dispetto di una società che non è fatta a misura dell’anziano, e coloro che, invece, necessitano di assistenza, sostegno sia materiale che immateriale, che sono isolati ed emarginati, o quanto meno fanno molta fatica a rimanere come soggetti attivi ed accettati nella compagine sociale di appartenenza. Tutti esprimono bisogni, oggi più espliciti rispetto a qualche anno fa, che vanno, se collocati in una scala, dai bisogni primari legati alla sussistenza a quelli, secondari, legati all’appartenenza, all’autostima, al riconoscimento.

 3.2             Dialettica fra inclusione ed esclusione sociale

 Proprio in relazione alla gamma di bisogni espressi da diversi gruppi sociali ed alle opportunità, nonché alle condizioni, del loro soddisfacimento, o in relazione alla possibilità di elaborare risposte, iniziative, progetti ed azioni volti a creare forme di superamento delle difficoltà e dei problemi connessi a certe condizioni di vita di tali gruppi, si determina, in una società, così come avviene nella nostra, il grado di inclusione o esclusione sociale di gruppi o fasce di popolazione. Di questi, purtroppo, sempre più frequentemente vanno a far parte gli anziani, soprattutto nelle grosse aree metropolitane e nelle realtà urbane, nelle quali essi vivono forme di isolamento, pauperizzazione, emarginazione, pur trovandosi inseriti in una comunità numerosa ma che non offre sufficienti strutture, reti di sostegno, persone dedite all’ascolto ed all’aiuto. Altrettanto può succedere nei piccoli centri, nelle zone rurali, territorialmente più isolate, ma dove sopperisce l’esistenza di vincoli e legami più stretti tra le famiglie, dove più facilmente alla mancanza più consistente di strutture subentra la relazione di aiuto e di sostegno reciproco, basata sulla tradizione della vita di comunità, che fino a non molto tempo fa caratterizzava la società tradizionale. Per potere arginare, dunque, le tendenze all’esclusione ed alla marginalizzazione che interessano un crescente numero di soggetti, bisogna stabilire l’equilibrio tra diritti inalienabili dell’individuo e necessità di tutelarli all’interno dei valori espressi dalla comunità. Non bisogna quindi richiamare dall’esterno al rispetto dei principi etici di giustizia sociale, ma fare leva sul soggetto stesso, che è partecipe della comunità di cui intende difendere i valori dalle violazioni che si tenta di perpetrare  e dagli egoismi individuali.

Secondo Acocella questa è una immagine di riferimento del sindacalista in senso moderno, anzi del sindacato come agente collettivo, perché in esso la critica sociale affidata a ciascun militante è fondata sull’ethos comune che lo genera.

Una difficoltà che, anche rispetto a questo tipo di missione, ci si presenta, consiste nel fatto che di fronte al mercato globale il sindacato non sembra avere la forza e l’efficacia di un tempo, sia perché i lavoratori appaiono disgregati e sfiduciati nelle proprie capacità sia perché  l’organizzazione stessa è mutata nella sua composizione sociale.

 La rivoluzione liberale della rappresentanza risulta essere, così, una mera esaltazione dei particolarismi, degli egoismi, delle disuguaglianze. Se lo Stato ed il singolo cittadino restano senza formazioni intermedie, la rappresentanza puramente politica finirà per valorizzare i soli interessi forti e deprimere quelli deboli, indebolendoli sempre di più. Il sindacato custodisce una sua peculiare forma di rappresentanza che nasce sul terreno dei bisogni particolarissimi e concreti, via via però precisandosi come rappresentanza collettiva fino a liberarsi di ogni residuo corporativistico.

 3.3             Occupazione, disoccupazione, equità fiscale.

 Uno dei problemi più urgenti  che caratterizza ormai da anni la realtà del nostro paese, ma non solo quella, è il rapporto fra occupazione e disoccupazione, fra  mondo dei garantiti, che sono sempre meno, e mondo dei non garantiti o precari, che aumentano sempre di più. Già nei primi anni '90, il problema della riduzione dell’occupazione e della crescita della disoccupazione ha assunto dimensioni tali da interessare l’intera Comunità Europea (come Jaques Délors ha evidenziato nel suo Libro Bianco su Crescita, Competitività, Occupazione in Europa del 1994, lanciando l’allarme occupazione a fronte di una massa di 20 milioni di disoccupati in Europa.). Ed in Italia la disoccupazione si è andata via via diffondendo in vari settori, distribuendosi ancora una volta soprattutto al Sud, interessando più giovani e donne anche con livelli di scolarizzazione medio-alta, facendo anche numerose vittime fra persone che hanno perduto il lavoro e che difficilmente lo hanno ritrovato.

Il nostro mercato del lavoro, sia a livello nazionale che ai livelli regionali, si è sempre più trasformato, esprimendo molte contraddizioni fra cui quella della mancanza di incontro fra domanda ed offerta. Di fronte ad uno scenario molto critico e contraddittorio, sembra esserci una forma di rassegnazione a  tutto ed al contrario di tutto;  mentre da un lato sembra che si accetti con rassegnazione quasi esasperante che “il lavoro è finito”,  dall’altro lato con la stessa esasperante rassegnazione si dice che la disoccupazione è la vera grande questione sociale del nostro tempo.

Flessibilità salariale, democrazia economica sono le fondamenta della nostra modernità; Qualcuno propone di diminuire le tasse; questa però è demagogia e non fare politica. Anche noi vorremmo raggiungere un obiettivo simile, ma qualcuno ci dovrà pur dire come si fa. Secondo la formula più diffusa è possibile ridurre le tasse  tagliando la spesa corrente, cioè la spesa sociale. Ebbene, sul piano della distribuzione della ricchezza questa è una operazione iniqua perché mentre il beneficio della riduzione del peso fiscale si estende a tutti, la riduzione della spesa sociale, per la scuola, per la sanità, per le pensioni, colpisce in particolare noi e cioè i gruppi  sociali più deboli.

Nel Patto di Natale veniva detto, giustamente, di ridurre la pressione fiscale con il recupero dell’evasione, in modo da potere ridistribuire flussi finanziari alle famiglie e recuperare livelli di equità sul versante dell’evasione. Tutto ciò ci ha trovati d’accordo perché le tasse noi le abbiamo sempre pagate. Il vero problema è che di questo, poi, non se ne è fatto nulla. Qui entra in gioco la responsabilità della politica e di chi opera le scelte e mette in pratica le azioni.

Dunque, il problema è tornare alla politica vera,  che è una sfida alta e che è la nostra.

Da questo punto di vista, noi non faremo passare la linea che toccando le pensioni si liberano risorse, perché ciò non è plausibile né economicamente né politicamente ed inoltre questa è una scorciatoia che serve solo a chi mira a portare le risorse altrove (vedi Romania, Slovenia etc.). Questo, purtroppo,  non vuole capirlo neppure la sinistra, probabilmente perché anche loro sono intrisi di una politica chiamata liberismo.

Il sindacato, in un simile scenario,  deve sempre aggiornare e attualizzare il proprio ruolo se non vuole essere stritolato e neutralizzato, deve essere forte per difendersi dalla destra e dalla sinistra. Anche per questa ragione avevamo proposto l’unità, che è stata contrastata soprattutto dalla CGIL, probabilmente perché la sinistra andava al potere e quindi loro pensavano che avrebbero potuto vivere di rendita.Tutto ciò, invece, si è rivelata una prospettiva assolutamente illusoria ed infondata.

Il Governo dice: una volta i padri si toglievano il pane di bocca per i figli, oggi no, bene! Probabilmente la soluzione è quella di dare a quel padre un lavoro (se è disoccupato) per fare studiare il figlio (se è in età scolastica) oppure se il padre lavora o è pensionato, dare un lavoro al figlio (se è in età da andare a lavorare). Questo è il vero rapporto tra padri e figli e non quello di diminuire la pensione al padre per dare una assegno di disoccupazione al figlio. Infatti, al