FNP SICILIA Relazione congressuale
di
Segretario Generale
SOMMARIO
1. Lo scenario Internazionale
1.1. I mutamenti nelleconomia
1.2. I mutamenti sociali
1.3. I mutamenti culturali
1.4. I mutamenti demografici
1.5. La globalizzazione ed i suoi effetti
2.
I valori e letica sociale
2.1. Crisi di valori e valori della crisi
2.2. letica dei rapporti umani, sociali ed economici, l'etica nella politica e nel sindacato
2.3. la persona fra economia e società
3.
Bisogni vecchi e nuovi fra individuo e collettività
3.1 Gruppi sociali e bisogni emergenti
3.2 Dialettica fra inclusione ed esclusione sociale
3.3 Occupazione, disoccupazione ed equità fiscale
3.4 I rapporti intergenerazionali
4.
I terreni della rappresentanza e della tutela
4.1. Il welfare fra sfide e minacce
4.2. I servizi sociali e la sanità: il diritto al benessere ed alla salute
5.
Il ruolo del Sindacato
6.1 Il Sindacato Confederale
6.2 Sindacalismo partecipativo: le peculiarità della FNP
6.3 Dimensione strategica della rappresentanza sindacale dei pensionati
6.4 Creare sviluppo per migliorare le condizioni di vita per anziani e giovani
6.5 Gli obiettivi e gli strumenti della politica sindacale per il terzo millennio
6.6 Le nostre mete
6.
Sindacato e terzo settore
7.1 Lassociazionismo fra Stato e mercato
7.2 Le sinergie fra soggetti collettivi: ruoli distinti e obiettivi
Comuni
7.3 lAntea
Noi, fortunatamente sappiamo e crediamo che Dio è uno solo ed è fatto di
fratellanza, solidarietà, amore e rispetto per i deboli ed i bisognosi, capace di tendere
sempre la mano a chi ha bisogno di aiuto.
Questa breve premessa ci permette di avviare una
riflessione politica ed economica, allesordio del nuovo millennio, su alcuni
elementi di fondamentale importanza per la comprensione degli scenari in cui ci muoviamo e
dovremo svolgere il nostro ruolo.
Oggi, infatti, il vocabolo che sembra essere divenuto il simbolo del secolo
(di quello che si è chiuso e di quello che sta iniziando) sembra essere sempre di più il
globalismo. Bene!, anzi male se con questo vocabolo si intende trovare una
giustificazione ai mali di una società sempre più chiusa, sempre più egoistica ed
egocentrica, sempre più materialista, sempre più individualistica ed isolazionistica.
Tramontati gli idealismi politici, che aggregavano le persone, lunica
realtà in grado di raccogliere, razionalizzare e portare a sintesi i diversi e molteplici
interessi e bisogni della società e dei soggetti che la compongono, è il Sindacato
1.1. I mutamenti
nelleconomia
Soprattutto negli ultimi decenni, poi, il mondo delleconomia è
divenuto sempre più reticolare, ha fatto cadere via via tutte le barriere che si
frapponevano agli scambi, alla circolazione non solo dei beni ma anche dei servizi.
Accanto a questo, un ulteriore elemento ha sempre più assunto una rilevanza strategica,
(spesso eccessivamente) rispetto alle sorti del successo o dellinsuccesso
delliniziativa economica: i capitali, le risorse finanziarie, per le quali si è
creato un mercato ad un livello di evoluzione e mutamento talmente spinto da diventare, in
certi casi difficilmente governabile e prevedibile nelle sue dinamiche.
Tutto ciò ha comportato, necessariamente, alcune conseguenze anche sul modo
di produrre e di lavorare, sullorganizzazione dellimpresa e del lavoro, ma
anche sui rapporti fra gli Stati e fra le potenze economiche che si fronteggiano sulla
scena mondiale.
Certamente, accanto ai risvolti positivi di questa evoluzione, del progresso
economico e scientifico, si sono manifestate contraddizioni, disfunzioni, sono stati
pagati e continuano ad essere pagati prezzi a volte elevati, soprattutto da quei gruppi
sociali che, nella corsa al benessere ed allo sviluppo, per motivi di varia natura, sono
rimasti esclusi, si sono indeboliti.
Daltro
canto, così come a livello mondiale, la disuguaglianza fra paesi ricchi e paesi poveri si
è mantenuta ed in certi casi acuita, così anche a livello nazionale, lo sviluppo
economico, il benessere e la ricchezza, non si sono allocati in maniera uniforme ed
omogenea. LItalia, infatti, è uno di quei Paesi che ancora oggi, sia sul piano
economico che su altri versanti, presenta degli squilibri territoriali fra Nord e Sud,
ancora da superare e da compensare. La Sicilia, ad esempio, è una di quelle
regioni del Mezzogiorno dItalia, che purtroppo sconta ancora pesantemente alcune
conseguenze di una arretratezza e di un ritardo di sviluppo che hanno radici lontane ma
che, anche con il nostro contributo, possono e debbono essere ridotte e, speriamo,
eliminate.
Vecchie distinzioni (la classe, il ceto) sono tramontate rendendo più fluida
la stratificazione sociale ma al contempo moltiplicando i fronti della
conflittualità. E aumentata la visibilità sociale, non solo
allinterno di una stessa comunità nazionale, ma anche (e forse soprattutto) fra
paesi e continenti diversi e ciò ha contribuito a modificare stili di vita, modelli
sociali e culturali di riferimento, strutture valoriali, modalità dellagire
sociale, a partire dal comportamento individuale per giungere ai comportamenti collettivi.
Tutto ciò, in particolare in un Paese come il nostro ed ancor più in una
Regione come la Sicilia, si è manifestato nel contrasto fra società tradizionale,
fondata su una struttura di ruoli ben precisa e consolidata e su valori altrettanto
condivisi, e società moderna o avanzata, portatrice, invece di una serie di
rotture e cesure rispetto a forme di organizzazione sociale legate ad un contesto molto
più circoscritto da barriere culturali, economiche e comunicative.
Anche in questo caso, il mutamento, la modernizzazione, hanno comportato, da
un lato un progredire dei rapporti sociali che si sono moltiplicati e sono divenuti più
dinamici e da un altro lato, però, si sono accresciuti livelli di isolamento, di
solitudine (La folla solitaria di Edgar Morin) di alienazione e di
marginalità, soprattutto per coloro che non riescono a reggere le nuove
regole dellattuale organizzazione sociale. Infatti, la nuova vera
caratteristica di tale organizzazione sociale, sempre più omologata fra paesi
diversi, è la complessità, variabile che attraversa più o meno tutte le forme di
convivenza sociale di oggi, dai rapporti di coppia ai rapporti intergenerazionali, a
quelli lavorativi (nonché inter ed intra-organizzativi), per giungere a quelli politici
ed istituzionali. Nel suo alveo, tra laltro, si sono sviluppate nuove marginalità
che investono immigrati, anziani, donne, giovani, che a vario titolo sono costretti a
rivendicare quotidianamente il diritto di cittadinanza, la parità di opportunità, il
rispetto della dignità connaturata allessere umano. Cosa ancor più grave, i
bambini cominciano ad essere, anche loro, fatti oggetto di comportamenti e situazioni
che li penalizzano, li mortificano e li rendono vittime di violenza e persecuzione.
In un simile quadro, seppure parzialmente delineato, di società, ancora
costantemente in evoluzione e mutamento, la dialettica fra sicurezza e incertezza, fra
stabilità e precarietà, fra protezione e rischio, fra appartenenza ed isolamento, fra
inclusione ed esclusione, rappresenta una vera e propria sfida, sia per i singoli
individui (soprattutto i più deboli) sia per i soggetti collettivi, fra cui il Sindacato,
che con le loro strategie e le loro azioni cercano di dare voce a chi non ne ha o a chi
vede sempre più affievolirsi la propria capacità di farsi sentire. In tal senso, il
Sindacato dei Pensionati può dare un notevole contributo proponendosi come gruppo
costituito da risorse umane ricche di esperienza, conoscenza della vita, volontà e
capacità di impegnarsi non solo per affrontare i propri problemi ma anche quelli altrui.
1..4.
I mutamenti demografici
1.5.La globalizzazione ed i suoi effetti
Il fenomeno della globalizzazione, uno dei più presenti e discussi a tutti i livelli,
quello politico, quello economico, quello sociale e culturale, ormai ci tocca sempre più
da vicino, sia come consumatori che come cittadini, come lavoratori e come sindacalisti.
Infatti,
al di là di come si possa definire la globalizzazione (cosa tuttaltro che semplice)
come fenomeno macroeconomico, sappiamo che in virtù di essa ogni impresa può, in
funzione delle proprie esigenze produttive, delocalizzarsi, spostarsi da un sito ad un
altro, su una scala planetaria, smettendo di produrre, ad esempio in Italia, ed iniziando
a farlo in Romania o in Corea. In tal senso il suo affermarsi e svilupparsi è
senzaltro una espressione essenziale del potere economico e del peso che esso ha, a
livello mondiale, nel condizionare le forme di organizzazione sociale, del lavoro e della
produzione. Non è un caso, infatti che tutti i processi più recenti di evoluzione
dellassetto del mondo della produzione hanno spinto verso la creazione di condizioni
che rendano possibile la disponibilità sul mercato mondiale di risorse, tecnologie,
uomini, capitali, sostenuti possibilmente da assetti normativi a ciò favorevoli. Dunque,
la delocalizzazione delle imprese (con in testa le multinazionali) rende sempre più
evanescente ogni assetto produttivo, ivi compreso il suo radicamento nel territorio e
nella comunità sociale cui limpresa stessa conferisce ricchezza ed opportunità di
sviluppo.
Le
caratteristiche di contesto che favoriscono la globalizzazione, per come si configura
attualmente, sono una innovazione pervasiva, forme di competitività globale fra le
economie ed i territori, modalità di flessibilità, a volte esasperata, e dinamismo
nelluso delle risorse, materiali ed immateriali da destinare alla produzione ed alla
sua organizzazione, nuove forme di integrazione, sia economica che sociale e
politico-normativa.
In
un quadro simile, in cui la territorializzazione diventa una variabile estremamente labile
e mutevole, anche la multietnia diventa una condizione utile al capitale che gestisce la
produzione e che si serve della globalizzazione. Sappiamo bene, infatti che tutte le forme
di liberalizzazione di circolazione, di beni, servizi persone e capitali, sono
riconducibili a questo tipo di esigenza, ma senza dubbio complicano, anche per il soggetto
sindacale, lo scenario da governare e verso cui trovare nuove forme di tutela. Infatti, se
è vero che i grandi gruppi economici multinazionali chiedono una sempre crescente
deregolamentazione, invocano sempre maggiori condizioni di concorrenza,
sappiamo
bene, ormai, che molto spesso si creano differenze nelle condizioni di lavoro che tendono
a spingere verso il basso livelli retributivi e di sicurezza e tutela sociale per i
lavoratori, che fanno le stesse cose, ma in luoghi diversi, creando convenienze
esclusivamente per gli imprenditori.
Le
forme di mutamento del lavoro e della sua organizzazione, dunque, alla luce di tutto
questo, impongono, per parte nostra, la ricerca di nuove forme di tutela sociale, di
protezione e tutela dei lavoratori; un impegno che sul piano internazionale è ormai
diventato uno degli obiettivi della Confederazione Europea dei Sindacati (la CES) e della
Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberti (la C.I.S.L. Internazionale), ma che
anche per ogni Sindacato nazionale, sia confederale che di categoria, che si adopera per
incrementare lo sviluppo e la crescita economica, deve rappresentare un punto di
attenzione.
Noi
non ci collochiamo sullo stesso piano del Popolo di Seattle che contrasta
apertamente ogni forma di globalizzazione, perché crediamo che qualche opportunità essa
la offra, ma crediamo che sia opportuno cercare di regolamentarla per quanto sia
possibile, al fine di proteggere i lavoratori di tutto il mondo, siano essi italiani o no,
dalle sue estreme conseguenze. Infatti, siamo contrari ad uno sviluppo dominato
esclusivamente dal mercato e dalla finanza, dalle esigenze del grande capitale, dalle
multinazionali. Perché lasciando mano libera ad essi probabilmente si rischia di
accentuare al massimo la precarizzazione del lavoro, di ampliare gli squilibri economici e
sociali, i dissesti ecologici ed ambientali, lo sfruttamento incondizionato di risorse
(umane, ambientali, tecniche), quindi di distruggere ogni assetto fondato sulla dignità
dellessere umano e del lavoratore, dei giovani come degli anziani.
Per
noi, dunque, non si tratta tanto di contrastare la globalizzazione, ma cercare di
governarla, comprendendone i meccanismi e le prospettive; questo può riuscire
anche cercando di globalizzare la democrazia per democratizzare la
globalizzazione, per introdurre in essa nuovi criteri di equità ed equilibrio. Infatti,
se è vero che, come abbiamo detto prima, con la globalizzazione limpresa può
andare dovunque, delocalizzandosi, per perseguire i nostri obiettivi e per colmare forme
di disuguaglianza lunica cosa da fare è tentare di adottare politiche
disuguali per affrontare problemi che sorgono da contesti disuguali.
Appare
chiaro, dunque, che la dimensione della globalizzazione comporta la necessità di
operare una decisa scelta, sia in chiave sindacale che politica, in quanto bisognerà
garantire anche allinterno del mercato globale condizioni che permettano
lesercizio della sovranità degli interessi sociali collettivi, e non di alcuni
gruppi che esercitano il potere economico.
Le
ripercussioni di un simile scenario si manifestano a molti livelli della vita sociale e
collettiva di ogni Paese, almeno così sembra essere in Italia. Da esso deriva da un lato
la crescente necessità di politiche sociali incisive, da un altro lato una progressiva ed
inevitabile inadeguatezza a fornire risposte efficaci alla massa dei rischi che queste
stesse politiche dovrebbero contrastare ed arginare. Coloro che corrono maggiormente tali
rischi, purtroppo, sono i deboli (i poveri), che vedono peggiorare la propria posizione
sociale, ed in questo senso si sentono minacciati dalla globalizzazione.
Per
questo occorre una organizzazione sindacale forte che faccia da cerniera e favorisca il
passaggio verso il nuovo, che rafforzi la convinzione che per la classe lavoratrice, per i
pensionati, per le fasce sociali più deboli non vi è possibilità di tutela
individualistica, ma soltanto solidale e collettiva.
2. I
valori e letica sociale
2.1
Crisi di valori e valori della crisi
Una società in transizione spesso conosce momenti di crisi anche sul piano
dei valori di riferimento e senza dubbio anche noi ci troviamo in una fase in cui si parla
tanto di crisi dei valori. Ne parlano in molti ma soprattutto gli anziani, che hanno
vissuto momenti di maggiore stabilità, solidità materiale e morale, possono toccare con
mano, valutare e percepire la reale entità di questo fenomeno.
Quando parliamo di crisi di valori, ci riferiamo non soltanto
allindebolimento di quei vincoli che tengono insieme una società fondata sul
rispetto della dignità umana, dei diritti inviolabili della persona, sul rispetto della
vita stessa, ma anche alloffuscamento di certi principi che ispirano ogni forma di
democrazia compiuta quali la partecipazione, la solidarietà, la libertà dal bisogno, la
democrazia economica e politica, il pluralismo.
In ogni epoca di crisi, sia a livello istituzionale, e via via ad ogni
livello di organizzazione della vita sociale, prevale la tendenza a trovare risposte e
forme di soluzione ai problemi prevalentemente in chiave individuale piuttosto che
collettiva. Da sempre, lo studio della storia e della cultura dei popoli ci ha insegnato
che nelle epoche più oscure ha prevalso il ripiegamento su se stessi: lo si vede nella
letteratura, nellarte figurativa, nelle scelte economiche (protezionismo e
nazionalismo) e politiche.
Probabilmente, anche se in un contesto caratterizzato da molte forme di
apertura, nella società dellinformazione e della comunicazione globale, oggi
viviamo in condizioni che sempre meno ci permettono di identificare i valori ed i principi
dominanti che regolano la nostra vita sociale. Questo lo sentono molto i giovani che si
rifugiano nella droga o nella violenza o nella delinquenza, ma anche soltanto
nellisolamento tuffandosi in dimensioni di vita virtuale e non riuscendo a
comunicare con i genitori o fra coetanei. Ma lo avvertono anche gli anziani, che fanno
fatica ad adattarsi al dominio del denaro come obiettivo principale della vita, o
allindifferenza verso il bisogno o la sofferenza altrui, che si rendono conto che la
corsa sfrenata al possesso ed al consumo non porta ad altro che alla lotta fra individui,
allapplicazione della legge del più forte.
Anche il valore della politica come espressione della vita della
collettività, il senso di appartenenza e di partecipazione, scricchiola sotto il peso da
un lato dei sempre più numerosi problemi sociali ed economici da affrontare e risolvere,
dallaltro della tendenza a ridurre il livello di fiducia e di partecipazione da
parte dei cittadini che, oltre ad avere assistito al crollo delle principali ideologie
diffuse, hanno assistito anche al dilagare della corruzione e della cura di interessi
personali o di gruppi ristretti e lobby.
Se questi sono i valori della crisi, quelli che da sempre nella
nostra cultura sono stati, invece, considerati disvalori, noi come anziani ma anche come
cittadini e come persone umane, vogliamo riaffermare unetica fondata sul rispetto ed
il riconoscimento reciproco, sulla solidarietà, sulla partecipazione e sulla convivenza
democratica.
Ribadiamo che i rapporti economici non possono essere quelli che determinano
lagire umano, il modo di relazionarsi delluomo con luomo (maschio o
femmina che sia), soffocando quelle istanze più nobili ed elevate che la persona esprime
come bisogno di affermare la propria identità.
In questo senso, combattiamo la prospettiva di unavanzata inarrestabile
del consumismo alienante ed indipendente dai bisogni veri della persona umana e dei
popoli.
Questo stesso crollo di ideali e di valori, anche rispetto alla ricchezza che
può derivare dal rapporto intergenerazionale, è uno dei fondamenti della
contrapposizione, molto spesso alimentata da certe posizioni politiche e da certa
propaganda diffusa dai mezzi di comunicazione di massa, che mette i nonni perversi che
scialacquano il patrimonio pubblico in pensioni contro i loro nipoti, i quali da parte
loro sono chiamati a scioperare proprio contro i suddetti nonni. Così essi non si
accorgono di essere manovrati con lintento di dare una spallata ai fastidiosi
sindacati che disturbano il manovratore illuminato, intestardendosi ad
avanzare richieste legate ad obsoleti diritti sociali, che sono un ostacolo
sul cammino dellefficienza.
Non ci sembra di esagerare, dunque, se affermiamo che stiamo assistendo alla
deriva dei valori unificanti e naturalmente riconosciuti da ogni uomo di buona volontà, a
prescindere da razze, religioni, culture.
Proprio perché crediamo in certi valori e certi principi, che propugniamo e
testimoniamo, siamo consapevoli di dovere essere protagonisti di una visione della
dinamica politica non semplificata né riduttiva, che non pretenda di vedere solo i
cittadini e lo Stato e nientaltro in mezzo; invece, rappresentando tanti interessi
siamo portatori di un interesse generale, del bene comune, ed in tal senso capaci di
interpretare e rappresentare gli interessi singoli in una visione coerente ed armonica
rispetto allinteresse collettivo.
Anche come
sindacato dei Pensionati, non dimentichiamo che interessandoci dei problemi che ci
riguardano direttamente, indirettamente agiamo anche in favore di chi anziano non è, dei
nostri figli e dei nostri nipoti, magari agendo su un terreno in cui immediatamente si
vedono solo alcuni risultati. Ma se, invece, riusciamo ad avviare una pratica sindacale
che si muova sul piano che abbiamo appena citato, possiamo essere certi di preparare il
terreno per un miglioramento delle condizioni di vita anche per la generazione futura.
Come ulteriore affermazione di quanto fin qui espresso, ribadiamo che noi non
siamo perché si affermi luomo ad una dimensione (come diceva Herbert
Marcuse), lhomo oeconomicus, che comunque rischia di essere stritolato dalle leggi
del mercato e del capitale. Noi sappiamo, e vogliamo che tutti siano consapevoli, che
lessere umano è fondamentalmente un essere sociale, che la società è il suo
contesto più naturale di vita, che per istinto e per evoluzione culturale ha bisogno di
vivere con i suoi simili, di confrontarsi con essi, di stabilire relazioni di
riconoscimento, fiducia, stima, collaborazione e che, per limitare gli istinti contrari a
ciò ha anche bisogno di darsi delle regole e di strutture che le facciano
rispettare ad ognuno. Noi che abbiamo vissuto in una società che ha creduto in questo,
noi che abbiamo anche visto come certe conquiste dellumanità possono essere
distrutte e mortificate (con le guerre, le dittature), lottiamo con più forza perché sia
la politica che leconomia non perdano di vista questi moniti.
E mentre ci rivolgiamo alla politica ed alleconomia, sappiamo che anche
noi, come sindacato di categoria, aderente ad una Confederazione come la CISL, siamo
responsabili del modo di rappresentare i bisogni, le attese, le istanze di coloro che si
associano a noi. Anche una nuova etica sindacale va definita, non solo perché la
mutevolezza delle condizioni esterne ci sollecita ed a volte può disorientarci, ma anche
perché rimaniamo uno dei pochi soggetti collettivi che con il proprio esempio deve
testimoniare un modo di fare intermediazione sociale che, nel rapporto fra istituzioni e
base sociale, miri a rifondare rapporti di fiducia, di delega consapevole e partecipata,
di controllo democratico e di impegno attivo.
Tutto ciò non può che rafforzare la nostra dignità si soggetto collettivo
di rappresentanza, agli occhi di una politica che a volte tende a delegittimarci per
indebolire il nostro ruolo, ed agli occhi dei cittadini (di quelli più deboli ma anche di
tutti gli altri) che, seppure bombardati spesso da campagne denigratorie nei nostri
confronti, ancora continuano a pensare che da noi possono ricevere forme di tutela ed un
sostegno per fare giungere la loro voce nelle sedi opportune di mediazione ed elaborazione
politica.
Forse questo, per noi, può riservare qualche elemento di sfida in più,
perché magari ci induce ad abbandonare la pratica, o a non cedere alla tentazione, di
fare soltanto dellassistenza o ad assecondare aspettative di scambio fra consenso e
vantaggi personali, però certamente laltezza del nostro compito val bene uno sforzo
simile.
3..
Bisogni vecchi e nuovi fra individuo e
collettività
3.1.Gruppi sociali e bisogni emergenti
Abbiamo
detto prima della complessità come caratteristica predominante della società
postmoderna, complessità nelleconomia, nella politica, nella cultura ed anche nella
struttura sociale. Proprio in virtù di essa, per ragioni che abbiamo già evidenziato, la
nostra realtà è ormai composta da una varietà di gruppi sociali, diversi fra loro sia
per condizioni esistenziali, che a volte li percorrono in maniera trasversale, sia perché
portatori di istanze e bisogni differenti, alcuni dei quali pienamente riconosciuti, altri
riconosciuti parzialmente, altri ancora in via di affermazione.
Un
gruppo di più recente formazione, almeno per la nostra società, è quello degli
immigrati che avendo raggiunto una certa consistenza numerica, nella nostra come in altre
regioni, hanno ormai da qualche anno assunto una significatività sia in termini
demografici che in termini di visibilità sociale. Loro esprimono bisogni di sicurezza, di
integrazione (non di omologazione), di tutela ed assistenza, ma anche di riconoscimento
nella loro identità. Anche le donne da tempo, avendo percorso un cammino di assunzione di
consapevolezza di sé come soggetto sociale, a volte discriminato e marginalizzato, hanno
pian piano fatto pesare la loro presenza, a partire dal mondo del lavoro, fino ad
affermarsi (anche se ancora non compiutamente) in molti ambiti della vita sociale. Esse
esprimono fondamentalmente il bisogno e listanza di realizzare condizioni che
offrano loro pari opportunità rispetto agli uomini, che riducano le barriere (culturali,
organizzative) al loro inserimento o al loro sviluppo in ambiti professionali o, a maggior
ragione, di intervento nella Cosa Pubblica. Sappiamo che ancora, come molte ricerche
dimostrano, le donne (soprattutto se di certe estrazioni sociali) vivono realtà di
discriminazione o comunque sono costrette a sopportare il gravame sia del lavoro che della
conduzione della vita familiare. Le politiche dei servizi, lomogeneizzazione dei
tempi (fra lavoro, scuola, casa) laffermazione di alcuni diritti a partecipare, sono
tuttora terreni in cui sono le donne ad esprimere istanze più forti, sebbene siano
coinvolti in questo anche gli uomini. I giovani, come studenti, come disoccupati, o
semplicemente come giovani, anche se raramente raggruppati in forme organizzate, più
spesso come movimento, fanno sentire la loro voce che generalmente esprime il bisogno di
una scuola più moderna e qualificata, di una occupazione meno tardiva e difficile, di
forme di aggregazione più autentiche. Vi sono, però, casi in cui dalla loro espressione
collettiva emerge tutto il senso di sbandamento e di precarietà che molti di loro vivono
e sentono, non trovando attorno a sé punti di riferimento certi e chiari, per loro
accettabili. Gli anziani, sono anchessi un gruppo sociale, peraltro, come dicevamo
prima sempre più numeroso, che in varia forma ed a vario titolo sono portatori di
esigenze e bisogni a volte complessi e, comunque, differenziati. Quando dicevamo prima
delle condizioni esistenziali che caratterizzano trasversalmente un gruppo formalmente
omogeneo (così come per le donne) ci riferivamo anche agli anziani, i quali per un certo
verso si differenziano fra coloro che sono autosufficienti, hanno una situazione economica
solida, rimangono soggetti attivi a dispetto di una società che non è fatta a misura
dellanziano, e coloro che, invece, necessitano di assistenza, sostegno sia materiale
che immateriale, che sono isolati ed emarginati, o quanto meno fanno molta fatica a
rimanere come soggetti attivi ed accettati nella compagine sociale di appartenenza. Tutti
esprimono bisogni, oggi più espliciti rispetto a qualche anno fa, che vanno, se collocati
in una scala, dai bisogni primari legati alla sussistenza a quelli, secondari, legati
allappartenenza, allautostima, al riconoscimento.
Secondo
Acocella questa è una immagine di riferimento del sindacalista in senso moderno, anzi del
sindacato come agente collettivo, perché in esso la critica sociale affidata a ciascun
militante è fondata sullethos comune che lo genera.
Una
difficoltà che, anche rispetto a questo tipo di missione, ci si presenta, consiste nel
fatto che di fronte al mercato globale il sindacato non sembra avere la forza e
lefficacia di un tempo, sia perché i lavoratori appaiono disgregati e sfiduciati
nelle proprie capacità sia perché lorganizzazione stessa è mutata nella sua
composizione sociale.
Il nostro mercato del lavoro, sia a livello nazionale che ai livelli
regionali, si è sempre più trasformato, esprimendo molte contraddizioni fra cui quella
della mancanza di incontro fra domanda ed offerta. Di fronte ad uno scenario molto critico
e contraddittorio, sembra esserci una forma di rassegnazione a tutto ed al contrario
di tutto; mentre da un lato sembra che si accetti con rassegnazione quasi
esasperante che il lavoro è finito, dallaltro lato con la stessa
esasperante rassegnazione si dice che la disoccupazione è la vera grande questione
sociale del nostro tempo.
Flessibilità
salariale, democrazia economica sono le fondamenta della nostra modernità; Qualcuno
propone di diminuire le tasse; questa però è demagogia e non fare politica. Anche noi
vorremmo raggiungere un obiettivo simile, ma qualcuno ci dovrà pur dire come si fa.
Secondo la formula più diffusa è possibile ridurre le tasse tagliando la spesa
corrente, cioè la spesa sociale. Ebbene, sul piano della distribuzione della ricchezza
questa è una operazione iniqua perché mentre il beneficio della riduzione del peso
fiscale si estende a tutti, la riduzione della spesa sociale, per la scuola, per la
sanità, per le pensioni, colpisce in particolare noi e cioè i gruppi sociali più
deboli.
Nel
Patto di Natale veniva detto, giustamente, di ridurre la pressione fiscale con il recupero
dellevasione, in modo da potere ridistribuire flussi finanziari alle famiglie e
recuperare livelli di equità sul versante dellevasione. Tutto ciò ci ha trovati
daccordo perché le tasse noi le abbiamo sempre pagate. Il vero problema è che di
questo, poi, non se ne è fatto nulla. Qui entra in gioco la responsabilità della
politica e di chi opera le scelte e mette in pratica le azioni.
Dunque,
il problema è tornare alla politica vera, che è una sfida alta e che è la nostra.
Da
questo punto di vista, noi non faremo passare la linea che toccando le pensioni si
liberano risorse, perché ciò non è plausibile né economicamente né politicamente ed
inoltre questa è una scorciatoia che serve solo a chi mira a portare le risorse altrove
(vedi Romania, Slovenia etc.). Questo, purtroppo, non vuole capirlo neppure la
sinistra, probabilmente perché anche loro sono intrisi di una politica chiamata
liberismo.
Il
sindacato, in un simile scenario, deve sempre aggiornare e attualizzare il proprio
ruolo se non vuole essere stritolato e neutralizzato, deve essere forte per difendersi
dalla destra e dalla sinistra. Anche per questa ragione avevamo proposto lunità,
che è stata contrastata soprattutto dalla CGIL, probabilmente perché la sinistra andava
al potere e quindi loro pensavano che avrebbero potuto vivere di rendita.Tutto ciò,
invece, si è rivelata una prospettiva assolutamente illusoria ed infondata.
Il Governo dice: una volta i padri si toglievano il pane di bocca per i figli, oggi no, bene! Probabilmente la soluzione è quella di dare a quel padre un lavoro (se è disoccupato) per fare studiare il figlio (se è in età scolastica) oppure se il padre lavora o è pensionato, dare un lavoro al figlio (se è in età da andare a lavorare). Questo è il vero rapporto tra padri e figli e non quello di diminuire la pensione al padre per dare una assegno di disoccupazione al figlio. Infatti, al