VIII CONGRESSO FILCA CISL SICILIA
Siamo nel pieno
del dibattito congressuale che ha visto il gruppo dirigente della Filca Siciliana,
impegnato in una riflessione attenta sui temi congressuali alla quale hanno partecipato
tantissimi lavoratori che con i loro interventi hanno arricchito i contenuti e reso il
dibattito vivace ed interessante.
Un Congresso che la CISL ha
voluto mantenere nonostante che alcune scadenze elettorali, che si terranno quando ancora
non sarà del tutto completato liter congressuale,
potrebbero far passare in secondo piano i problemi del mondo del lavoro e il
dibattito che attorno ad essi sviluppiamo nelle nostre istanze congressuali.
Una sfida in più che si aggiunge alle tante che ci attendono e che abbiamo
accettato con responsabilità consapevoli del fatto che il gridare della politica, le
strumentalizzazioni che in ogni campagna elettorale si mettono in moto rischiano di
distogliere lattenzione dai veri problemi che affliggono le nostre comunità o di
affrontarli con un taglio demagogico con lunico obiettivo di catturare consensi a
tutti i costi, ma che non possono condizionare lautonomia del nostro essere
sindacato.
Infatti, mantenendo la
scadenza ordinaria dei nostri Congressi abbiamo voluto ribadire ancora una volta la nostra
autonomia e libertà decisionale da qualsiasi condizionamento esterno.
Nel dibattito
congressuale andremo a decidere quali obiettivi intendiamo raggiungere, quale programma e
quale progetto vogliamo realizzare insieme ai lavoratori, per costruire una società più
giusta e più equa basata sul lavoro, sullo sviluppo e sulla solidarietà.
Certo il
teatrino della politica non ci aiuta, così come non ci aiuta questo modello
politico basato su un maggioritario, che gli italiani hanno bocciato con il referendum, e
su due raggruppamenti politici che al loro interno poco o niente hanno in comune in
termini di proposta politica, di progettualità, di modelli di sviluppo e di
organizzazione della società; lunico collante che sembra tenerli uniti è la smania
del potere.
In questi anni non si è
fatta nessuna riforma istituzionale degna di questo nome. Si è realizzato un finto
maggioritario in cui i governi vengono ribaltati con colpi di mano in Parlamento.
Anche per queste ragioni è
apprezzabile la coraggiosa scelta di Sergio
DAntoni
di dar vita, aggregando tanti soggetti, a Democrazia
Europea,
movimento politico che non accetta lomologazione a destra come a sinistra, verso cui
invece spinge un sistema elettorale che noi consideriamo sbagliato.
Unaffermazione
elettorale di Democrazia Europea
è necessaria per ricostruire un equilibrio politico fondato davvero su un centro moderato
capace di tenere unito il Paese valorizzando le diverse potenzialità locali; ed in grado
di riaffermare le funzioni dei corpi intermedi per un reale governo democratico di una
società complessa come la nostra, recuperando così la partecipazione dei cittadini ai
processi decisionali e alla politica.
Infatti, cè da parte
dei cittadini un disinteresse crescente per la politica che si evidenzia con percentuali
sempre più alte di astensione al voto in ogni competizione elettorale: gli unici a non
accorgersi di questa disaffezione, sembrano essere i nostri politici, che fanno di tutto
per ritardare le riforme, impegnati come sono a rincorrersi nellinventare
giornalmente nuovi slogan tipo lavoro per tutti, meno tasse per
tutti, come se gli altri invece hanno voglia di far pagare sempre più tasse o non
vogliono allargare la base dei lavoratori occupati.
Il problema non è annunciare slogan per colpire la fantasia e
limmaginario collettivo.
Il vero problema è spiegare alla gente, ai cittadini, ai lavoratori, attraverso
quale impegno concreto, quali politiche economiche, quali riforme, quale programma è
possibile raggiungere questi obiettivi per dare fiducia ai giovani, ai disoccupati, ai
più deboli.
In un contesto politico così confuso, dove
lapparire sembra prevalere sullessere, cè il rischio concreto che venga
recepito il messaggio della politica gridata e basata sugli slogan: alla CISL, alla
FILCA ed in modo particolare ai Congressi
che stiamo celebrando spetta il compito, oggi più di ieri, di riportare al centro
dellattenzione e del dibattito i temi dello sviluppo, del lavoro, della
democrazia economica, delle differenze Nord/Sud e tutto quanto interessa il mondo
del lavoro.
Per la verità su questi
problemi da un po di tempo la nostra
organizzazione la Cisl si fa carico da sola di dare voce ai più deboli;
lo ha fatto il 20 Giugno 1998
con il Governo Prodi inadempiente sul versante degli impegni assunti con il Patto per il
lavoro,
e per il solo fatto di avere proposto a CGIL e UIL di scioperare, siamo stati accusati da
più parti di lesa maestà nei confronti del Governo e additati di fare il gioco della
destra perchè lo sciopero che noi proponevamo a loro dire aveva connotazioni più
politiche che sociali ed avrebbe creato grosse difficoltà al Governo Prodi a forte
caratterizzazione di sinistra. Chi sosteneva questo dimenticava che i bisogni dei
lavoratori , dei deboli, dei disoccupati, non hanno colore politico, sono bisogni e basta.
E questi bisogni il sindacato li deve sempre rappresentare con la dovuta forza a chi
governa senza distinzione alcuna di colore politico, di appartenenza o di amicizia. Alla
fine quello che doveva essere uno sciopero dalle forti richieste sindacali si è
trasformato in una semplice manifestazione, non era certo questo che volevamo, ma per
tutti gli altri limportante era contenere il conflitto evitando almeno lo sciopero.
Abbiamo continuato a dar
voce al nostro dissenso, e questa volta da soli, perché per gli altri non bisognava
disturbare il manovratore amico che nel frattempo aveva sostituito Prodi. Lo
abbiamo fatto con la manifestazione del 20 Novembre 1999 quando al Palaeur di Roma
mettemmo in guardia il Governo dal pericolo dellinflazione, infine abbiamo dato
seguito a queste nostre preoccupazioni e sempre da soli con laltra grande
manifestazione del 12 febbraio 2000 che in Sicilia si è svolta a Troina, confermando, con
il collegamento con le altre città, quello che è più di un convincimento per noi della
CISL e cioè la necessità di superare la forte differenza sempre più marcata tra Nord e
Sud, tra un Nord dove aumenta loccupazione e un Sud che fa fatica a crescere
soffocato comè dalla disoccupazione.
Cè un pezzo del
Paese che si chiama Mezzogiorno che è in grossa difficoltà, dove si registra un tasso di
disoccupazione medio del 24%
circa ma nessuno sembra accorgersene, se non per elemosinare precariato e non per dare il
lavoro vero, quello fatto di contratti e non di sigle o numeri di articoli.
Non si può allora
continuare a dire che tutto va bene e chiudere gli occhi quando invece ci sono problemi
che debbono essere affrontati con celerità e determinazione.
Bisogna capire che il Paese
è più forte nei mercati se recupera il Sud; la competitività del Paese e la
competitività del Sud non sono questioni distinte. Un Sud sviluppato accresce la
competitività del sistema Paese. Le difficoltà del Sud sono quindi un problema di tutti
e vanno portate a soluzione.
Allora il nostro compito è
quello di riportare al centro del dibattito politico le grandi questioni legate al lavoro
e alloccupazione nel Mezzogiorno per mantenere il Paese al passo con gli altri
patners europei.
Gli strumenti da utilizzare
per ottenere risultati positivi e per una vera crescita economica del Paese sono
molteplici:
-
accelerazione
della spesa per opere infrastrutturali;
-
intervento per una
maggiore efficacia della programmazione negoziata, in particolare attraverso:
patti
territoriali, contratti darea e rilancio degli strumenti di incentivazione
allinvestimento per singole aziende;
-
un più efficace
sistema di incentivazione delle assunzioni (CFL PIP - ecc), ed un più adeguato
modello per la formazione professionale;
-
forte capacità di
spesa dei fondi comunitari di Agenda 2000;
-
piena attuazione
del project-financing e piena diffusione della informatizzazione della pubblica
amministrazione da utilizzare in un sistema a rete.
Questi
strumenti, di per sé utili, rischiano però di non raggiungere i risultati sperati se non
sono sostenuti da una politica di
concertazione
necessaria per governare una società complessa come la nostra che non può fare a meno
del coinvolgimento e la partecipazione delle forze sociali.
Da qualche tempo
invece il Governo sembra avere accantonato la concertazione, intesa come politica,
riducendola a pura e semplice informazione.
Si è interrotto
così un percorso virtuoso, che ci ha permesso di entrare a pieno titolo in Europa, e che
poteva farci avanzare, a ritmi di crescita sostenuti con bassa inflazione, verso altri
traguardi occupazionali.
Infatti i primi effetti negativi non
hanno tardato a farsi sentire:
-
la crescita
economica risulta essere inferiore rispetto a quella degli altri Paesi dellU.E.;
-
si registra un
indebolimento della competitività del nostro
sistema Paese.
-
è ripresa
linflazione che ormai viaggia al 3% cioè ad un tasso quasi il doppio
della media europea, ripresa inflattiva legata soprattutto agli irresponsabili aumenti
delle tariffe (enel-gas-acqua-assicurazioni-ecc..) che il Governo aveva ed ha il dovere di
contenere. Laumento delle tariffe sta letteralmente minando la politica dei redditi,
una situazione inaccettabile che potrebbe mettere in discussione la politica salariale
finora rispettosa dellaccordo di luglio 93, ed inoltre innescando meccanismi
di inflazione strisciante e di sperequazione sociale colpisce solo apparentemente in modo
indistinto i diversi soggetti percettori di redditi, ma in realtà essa si scarica
soprattutto sui redditi fissi (stipendi e pensioni).
Per fronteggiare
questi effetti negativi è necessario allora rilanciare con nuovo impegno la politica
della concertazione, il Governo deve creare le condizioni per lo sviluppo per far crescere
loccupazione, che nella società globalizzata non si possono riassumere in logiche
assistenziali. Il Sud, il Mezzogiorno non hanno bisogno di assistenza, quello di cui hanno
bisogno è il lavoro, quello vero, quello produttivo il solo che determina condizioni di
sviluppo economico e sociale, il solo che produce ricchezza. Serve quindi una politica che
sappia stimolare liniziativa privata ad intraprendere e nel contempo sappia favorire
la partecipazione dei lavoratori alla vita dellimpresa ed una adeguata politica dei
redditi.
Siamo in una fase di grande
cambiamento del capitalismo; ci sono scoperte tecnologiche incredibili, aumenta la
ricchezza prodotta ed è inaccettabile che tutto ciò non si traduca in una migliore
qualità della vita per tutti.
La globalizzazione
dei mercati, la rivoluzione informatica, la new economy
sono fenomeni che finiranno per emarginarci se non ci attrezziamo per governarli. E
davvero incomprensibile registrare nel mondo
della politica lassenza di dibattito su questi temi.
Noi della CISL siamo
convinti che le trasformazioni del capitalismo devono essere orientate verso un modello di
sviluppo basato sulla democrazia
economica
intesa come opportunità, che viene data ai lavoratori per partecipare e per contare nei
posti dove si decide un destino comune di sviluppo. Lo sviluppo della democrazia
economica, per controllare e decidere anche noi, insieme agli altri, in tutte quelle vicende che oggi sono nei fatti
delegate ai poteri forti sia economici che politici, è per noi una priorità
irrinunciabile ed introduce unaltra riflessione: quella sulla
contrattazione.
Sarà inevitabile perché
laccordo del 1993 fu realizzato in un quadro di politica economica in cui bisognava
risanare i conti dello Stato, erano necessari i sacrifici richiesti e la stessa politica
contrattuale, con gli aumenti salariali legati allinflazione programmata, rispondeva
a questa esigenza. Adesso viviamo una fase di crescita che non è omogenea in tutto il
Paese, ecco perché ci servono delle regole contrattuali più attente alle specificità
territoriali.
Lattuale
struttura contrattuale per noi non va modificata, semmai dobbiamo fare crescere,
rafforzare e privilegiare il livello
decentrato o territoriale per meglio sostenere le politiche di settore collegando
la distribuzione del salario allincremento della produttività, alla qualità del
lavoro.
Il contratto nazionale,
garantendo dappertutto i parametri indicati nellaccordo di Luglio 93, deve
qualificarsi di più sul versante normativo. Tutto questo deve comportare piena ed
effettiva attuazione della contrattazione
decentrata,
che attualmente copre solo il 40% del lavoro
dipendente, in unottica di sviluppo economico e di crescita delloccupazione.
Ecco perché diciamo che
serve una diversa contrattazione: noi diciamo che è necessario rivedere ed adattare il
tradizionale impianto contrattuale, che i continui mutamenti nelleconomia e nel
mondo del lavoro hanno reso obsoleto, rafforzando il
secondo livello di contrattazione aziendale o territoriale. Non serve chiudersi a riccio a difesa
dellesistente, così facendo non si sopravviverà a lungo.
E necessario
invece un tavolo di concertazione senza pregiudiziali e senza paure con lobiettivo
di un nuovo 23 luglio e una forte assunzione
piena del nostro ruolo e della responsabilità che esso comporta per meglio difendere e
tutelare gli interessi dei lavoratori che rappresentiamo e per governare lo sviluppo.
La nostra azione non può
prescindere dal potenziare le politiche a livello territoriale per coglierne, in tempo
utile, esigenze e priorità. Dal territorio passano direttamente ed indirettamente tutte
le disuguaglianze; è nel territorio che si ha certezza del livello della qualità della
vita, dellassetto del sistema urbano, delle infrastrutture necessarie per lo
sviluppo, dellaccessibilità ai servizi e alle opportunità di lavoro.
Nel mondo della globalizzazione
delleconomia e dei mercati non cambia solo il capitalismo, cambia anche il mercato
del lavoro che è attraversato da profondi sconvolgimenti che richiedono al sindacato una
forte capacità di governo nel saper gestire i problemi e trovare ad essi una giusta
soluzione. Siamo chiamati ad assumere
decisioni che richiedono prova di grande responsabilità. Se non siamo capaci di costruire
solidarietà più forti e più larghe al di là dei nostri ambiti tradizionali di
rappresentanza sarà più difficile realizzare le riforme che noi vogliamo.
Loccupazione è il terreno in cui sperimentiamo la nostra capacità di essere forza
innovativa, in grado cioè di tenere insieme lavoratori, pensionati e giovani, di saldare
in una sola prospettiva di avanzamento il Nord e il Sud del Paese, di combattere le sfide
delleconomia globale nel posto di lavoro e nella società. Questa è una sfida ma
anche unopportunità per noi stessi e per gli altri.
Siamo preparati a
prenderci il carico che ci compete, lo abbiamo sempre fatto, non ci siamo mai tirati
indietro di fronte a scelte non facili sia sui grandi temi come (contratto darea,
patti territoriali) sia sulle questioni di interesse diretto per i lavoratori (come lavoro
interinale, apprendistato, lavoro flessibile, contratto a tempo determinato).
Anzi su questo
versante potremmo scaricare su altri soggetti, forze politiche e non, il peso di
ripensamenti e rifiuti che ancora registriamo
e che fanno ritardare soluzioni compatibili con le esigenze dei lavoratori.
Eclatante il
ritiro della firma da parte della CGIL dallaccordo per lartigianato in
Lombardia tanto da far dichiarare al Segretario Generale della UIL Angeletti che
Appena saputo della posizione della CGIL ha pensato di sdrammatizzare la delusione
dei suoi ed ha loro proposto di denunciare tutto il gruppo dirigente della UIL Lombardia
per il reato di circonvenzione di incapace, dove il ruolo di incapace è rivestito dalla
CGIL Lombardia che prima firma e poi si pente.
Per non parlare
poi di tutta la vicenda del contratto a tempo determinato che evidenzia come la debolezza
della sinistra e soprattutto della CGIL è nellassenza delle proposte, anzi, nel
riproporre un modello vecchio che non si adatta più al cambiamento.
La debolezza ideologica e
culturale sta in questa incapacità di non avere una visione globale di politica
economica.
Nella vicenda del contratto
a termine abbiamo rivisto una CGIL tradizionale, ancorata al modello della difesa estrema
del lavoratore e della diffidenza verso tutte le forme di flessibilità (Napoleone
Colajanni Ex Sen. PCI - Il Sole 24 Ore del 13/3/2001 pag.19).
Ma non ci interessa
alimentare polemiche, ci stanno a cuore i risultati che, invece, tardano ad arrivare per
le rigidità ideologiche dalle quali conseguono comportamenti e veti che indeboliscono
complessivamente il sindacato e il sistema delle relazioni industriali.
Il nostro sistema di
relazioni industriali con le Associazioni imprenditoriali è una risorsa straordinaria a
condizione che non si presenti come una somma di rigidità. Non si può pretendere che le
relazioni industriali contino e poi, allo stesso tempo innalzare continuamente ostracismi
e veti su temi essenziali per la vita delle imprese e dei lavoratori.
Certo temi come flessibilità e
tempo determinato
sono temi difficili che rendono il confronto complicato,
denso di rischi, ma non affrontarli, nascondendosi dietro una rigidità ideologica
fuori dal tempo, e proprio per questo non più giustificabile, significa esserne travolti,
giacchè in assenza di soluzioni attraverso percorsi negoziali
il mercato trova ugualmente i suoi aggiustamenti.
Ai lavoratori non serve un
sindacato che sappia fare solo il notaio, serve invece un sindacato che attraverso la sua autonomia
e la politica della
concertazione,
sia capace di condizionare i processi e di rappresentare in modo incisivo gli interessi
dei propri associati.
Abbiamo vissuto un periodo
di ripresa economica e nonostante ciò abbiamo visto aumentare ancora di più il divario
tra aree forti ed aree deboli del Paese.
Pur in presenza di
una sostanziale ripresa economica di cui ha goduto lItalia negli ultimi tempi, nel
Meridione una disoccupazione del 24-25% circa, il doppio della media
nazionale, più di otto volte che in alcune aree del Nord, basta da sola a delineare un
contesto di grave preoccupazione.
Siamo in una situazione eccezionale che
rischia di emarginare popolazioni ed intere aree del Paese che rappresentano 1/3
dellItalia e nei confronti di esse i soggetti istituzionali, il Governo, le forze
politiche e sociali hanno il dovere non solo di formulare proposte ma soprattutto di
produrre atti politici forti, in grado di governare i problemi ed i processi economici e
sociali.
Noi vogliamo, in piena
autonomia, fare la nostra parte misurando la nostra identità ed il nostro ruolo con le
difficoltà del tempo presente, senza delegare ad altri liniziativa per affermare
una politica per il Sud e loccupazione.
Il dibattito che da tempo
abbiamo avviato ha al centro i problemi della gente, dei disoccupati, del lavoro e dello
sviluppo. Sviluppo che manca, o perlomeno che non è uguale dappertutto, e che può
arrivare dove manca solo se cerchiamo di costruire direttamente dei vantaggi ambientali
che attirino gli investimenti e favoriscano lemersione del lavoro sommerso.
Il sommerso è come una
febbre: segnala che cè qualcosa che non va nelleconomia, al limite aiuta
anche a sopportare la malattia, ma rimane sempre una manifestazione patologica. Così come
un organismo febbricitante non funziona bene, una economia con un sommerso ampio si
sviluppa poco. Per abbattere la febbre e far uscire le imprese dal sommerso servono, a
regime, certezza e trasparenza di regole: dalla semplificazione amministrativa,
allassegnazione delle aree industriali e artigianali a costi accessibili, alle
infrastrutture, ai servizi, alla legalità diffusa, alla sicurezza del territorio. Creare
pacchetti di convenienze territoriali attraverso strumenti di flessibilità
contrattata, incentivi e quantaltro possa essere utile a far emergere interi
sistemi di imprese che oggi operano nel sommerso. Come quelli viziosi, anche i
comportamenti virtuosi si possono influenzare a vicenda; lemersione di
unimpresa dal sommerso può favorire o costringere lemersione di unaltra
che può essere unimpresa fornitrice, o unimpresa vicina o persino
unimpresa concorrente.
Certo
per rilanciare lo sviluppo e loccupazione cè da affrontare anche il problema
del costo del lavoro;
il punto nodale è che la busta paga italiana sconta il più alto peso di oneri sociali
tra i Paesi europei. E di qualche giorno fa la graduatoria Eurostat sul
costo del lavoro tra i paesi dellUnione Europea dove appare evidente come i costi
indiretti che gravano sui salari italiani siano di gran lunga i più alti. In percentuale,
gli oneri sociali arrivano al 34,5%
contro una media U.E. del 25%.
Un carico tutto a scapito delle retribuzioni nette che sono al di sotto della media U.E.,
un 65% contro
il 75%,
e di una dinamica salariale che non dà spazi alle imprese di fare politiche retributive
tarate sui livelli di produttività e performance economiche.
Già
il Patto di Natale
del 98
aveva individuato nel cumulo fiscale e contributivo un problema su cui intervenire: si era
infatti provveduto ad alleggerire il costo indiretto del lavoro, ma il passo è stato
comunque insufficiente. Allora se si
tratta di invogliare gli imprenditori ad investire ed ad assumere, per portare il lavoro
dove manca e dove ci sono disoccupati, noi siamo pronti a negoziare le flessibilità
necessarie;
riteniamo che la flessibilità
contrattata
sia uno strumento utile in questo senso.
Ma ferma restando la nostra
disponibilità alla flessibilità contrattata nelluso della forza lavoro e del
salario legato a situazioni aziendali o territoriali, la risposta che il Mezzogiorno si
attende è più complessiva e passa anche attraverso la realizzazione di progetti mirati
relativi:
-
a
infrastrutture immateriali (come la formazione) e materiali. Infatti fino a quando non
esisteranno una rete efficiente di trasporti, di telecomunicazioni, di servizi alle
imprese difficilmente le stesse imprese
investiranno al Sud;
-
al
credito le cui condizioni di accesso al Sud sono più costose rispetto al Centro/Nord;
-
alla
Pubblica Amministrazione, attraverso la puntuale attivazione dello sportello unico per le
imprese previsto dal DPR 447/98 e dal nuovo regolamento entrato in vigore il 24 febbraio
u.s. che permette di ridurre i tempi di rilascio dei pareri tecnici, nulla-osta e
autorizzazioni necessari per la costruzioni o lampliamento degli impianti
produttivi. Ad oggi, secondo lOsservatorio presso le Prefetture, solo il 25,7%
dei comuni ha utilizzato questa opportunità prevista dalla legge.
Ieri
la competizione avveniva tra singole imprese, oggi anche limpresa migliore da sola
non ce la fa.
Il modo di essere realmente competitivi sta anche nel
sistema, nel territorio, nei fattori esterni allazienda. E il territorio che
dà valore aggiunto; in un territorio povero di infrastrutture e servizi le diseconomie
assumono un tale rilievo che non favorisce né la nascita né lo sviluppo delle aziende.
Investire
nel sistema territorio è la grande vertenza che dobbiamo rilanciare, rovesciando con
forza una logica di abbandono, finalizzando a questo obiettivo risorse adeguate per la
realizzazione di opere di qualità necessarie al territorio.
O
si crea questa svolta o resteremo tagliati fuori dallo
sviluppo per chissà quanto
tempo.
Abbiamo bisogno
dellEuropa, ma il territorio deve restare il terreno della nostra iniziativa
concreta per il lavoro, per la tutela sociale e per la qualità della vita.
Il dibattito quindi si deve
sviluppare su come è possibile riuscire a rappresentare oggi il lavoro nel territorio,
con quale modello contrattuale e con quale forma organizzativa tutelarlo e dargli valore.
Abbiamo seguito con molta
attenzione il dibattito parlamentare di questi ultimi mesi sviluppatosi attorno al disegno
di legge sul federalismo.
Siamo cautamente soddisfatti per la sua recente approvazione, anche se ancora dovrà
essere sottoposto al vaglio referendario.
Il previsto rafforzamento
del potere legislativo delle Regioni potrà avere leffetto benefico di ridare fiato
sia al Parlamento nazionale che alle Assemblee regionali.
Il Parlamento perché viene
così liberato da compiti delegabili alle Regioni, e in questo modo può assolvere più
facilmente alla funzione di controllo dellattività del Governo. Le Regioni perchè
assumono un ruolo più incisivo sul versante normativo che essendo dedicato ad una
limitata area territoriale può coglierne più facilmente le specificità.
E
chiaro che il federalismo a cui noi della CISL guardiamo è quello che si basa sulla
solidarietà e sulla sussidiarietà.
Un
federalismo con queste caratteristiche è una opportunità che la Regione Siciliana deve
sapere cogliere.
Ce lo auguriamo anche se i
segnali di questi ultimi mesi non sono incoraggianti, anzi dimostrano come la Regione
Siciliana sia fortemente caratterizzata da debolezze politico-istituzionali.
Il bilancio della Regione
ha avuto difficoltà ad essere approvato, tantè che si è fatto ricorso
allesercizio provvisorio, ed è inoltre commissariata per la gestione delle
discariche e delle risorse idriche.
Tutto questo suona ad
offesa per il popolo siciliano e per i padri fondatori dello Statuto siciliano che tante
speranze per lo sviluppo della nostra isola avevano riposto sulla specialità del nostro
Statuto e sulla nostra autonomia.
La caduta di ruolo e di
credibilità della Regione inciderà profondamente sulle scelte del Paese, perché non si
può chiedere ad altri di fare qualcosa quando lautonomia è vissuta in termini di
inefficienza, spreco e occasioni perdute.
Occorre accettare la sfida
del federalismo riprendendo lo spirito dello Statuto siciliano, della volontà di
autonomia dei siciliani dentro una visione unitaria dello Stato. Sapendo che gran parte
dei problemi li dobbiamo risolvere da soli, perché nessuno può sostituirsi a noi, ma
può solo accrescere le opportunità che noi per primi dobbiamo creare.
Le prossime elezioni
siciliane assumono un rilievo tutto particolare.
Dobbiamo mettere al centro
i problemi dello sviluppo e delloccupazione che possono essere perseguiti solo con
una discontinuità di classe dirigente, del modo di fare politica e di amministrare.
Per restare nel recente
passato, bastano queste poche notazioni per giustificare il nostro giudizio fortemente
negativo nei confronti della politica dei Governi regionali che si sono succeduti in
questi ultimi anni.
I cinque Governi regionali,
da Provenzano a Drago a Capodicasa 1° e 2°, allattuale Governo Leanza non hanno
saputo dare risposte soddisfacenti ai bisogni dei disoccupati, dei deboli, di chi è alla
ricerca di un lavoro.
Le difficoltà politiche
dei nostri Governi hanno di fatto allontanato ancora di più leconomia siciliana dal
resto del Paese e gli effetti negativi si riscontrano immediatamente nel settore delle
costruzioni ed in particolare in quello edile.
Non cè dubbio che in Italia qualcosa si è mosso nel settore delle
costruzioni, tantè che la media nazionale registra corposi aumenti in termini di
bandi di gara e dei relativi importi che si sono tradotti in un aumenti
delloccupazione. Ma in Sicilia di questi segnali non se ne è accorto nessuno, anzi
registriamo crescenti difficoltà, basti pensare che rispetto al 1999
sono stati spesi quasi 2000
miliardi
in meno con un crollo verticale del 31,6%
dei bandi di gara con punti che oscillano dal 12,83%
di Trapani al 43,58%
di Palermo al 68,25%
di Catania.
Tutto questo mentre al Nord
si registra un trend positivo del +4,7%
e al Centro del +4,1%
contro in 9%
al Sud. Se disaggreghiamo il dato abbiamo un +24,4%
in Lombardia contro un 31,6%
della Sicilia.
Da Gennaio a Dicembre 2000
gli Enti locali hanno bandito meno della metà delle gare bandite nellanno
precedente per un importo complessivo di circa 1.657
miliardi
contro i 2.857 del 1999.
I cali più consistenti riguardano i comuni con il -43%
circa, le province con il -34%
circa, lIACP con il -65%
circa. Limporto medio dei bandi di gara è passato da £.1.750 milioni a 950 milioni.
La drammatica situazione
delledilizia merita risposte adeguate soprattutto dalla Regione siciliana. Gravi
sono le responsabilità dellAssemblea Regionale che, a più di due anni
dallemanazione della Legge nazionale sugli appalti meglio conosciuta come
Merloni-ter (415/98), non lha ancora recepita. Il rinvio del suo recepimento,
(ricordo che doveva esserlo il 7 dicembre scorso, ma poi è stato rinviato a dopo
lapprovazione del bilancio), determina una situazione di incertezza e di paralisi in
un settore, quale è il nostro, che ha invece bisogno di regole chiare, certe e
trasparenti per non perdere le opportunità di lavoro e di sviluppo costituite dai 18.000 miliardi di
Agenda 2000.
La Regione è chiamata a dare prova della propria capacità di programmazione e di
gestione che di fatto la caricano di responsabilità ma la rendono protagonista del
proprio destino.
Con linserimento dei
Paesi dellEst nellUnione Europea e con il conseguente abbassamento del PIL
medio la permanenza nellobiettivo 1, che legittima gli interventi
comunitari a scala territoriale, diventa
molto difficile. Infatti per le regioni del Sud, e quindi anche per la Sicilia,
difficilmente ci sarà la possibilità di ulteriori assegnazioni di fondi europei di
questa consistenza. Con gli attuali parametri, dopo lallargamento ad Est, solo la
Campania e la Calabria starebbero nellobiettivo 1. In attesa di una riparametrazione
dei criteri esistenti e di un riesame delle possibilità per gli Stati di attuare
politiche fiscali temporaneamente differenziate per territorio, bisogna sfruttare al
meglio le opportunità che ci vengono date. Quindi creare le premesse per spendere
presto e bene i fondi di Agenda 2000 deve
essere la parola dordine di questo e del prossimo Governo Regionale.
Oltre che alla rapidità
programmatoria, conterà adesso la reale capacità di spesa e quindi la qualità e la
completezza progettuale. Occorre che la Regione Siciliana affronti al meglio i problemi
procedurali relativi alle politiche autorizzatorie per evitare che anche le migliori
volontà progettuali non si traducano in tempo in cantieri ed attività produttive reali
in grado di dare occupazione e lavoro.
La Sicilia ha le carte in
regola per tentare di diventare il baricentro di un vasto mercato, quello dellarea
euro-mediterranea, un mercato di 600 milioni di abitanti che si proietta in Europa
attraverso la nostra regione. Ma per acquisire questo primato è necessario che si
attrezzi per tempo realizzando programmi di sviluppo ed infrastrutture; questo è il primo
passo indispensabile, per assicurare produttività economica e sociale a chi vuole
investire nella nostra Regione, ma è anche la scelta obbligata per ridurre, fino ad
annullarla, la situazione di marginalità, non solo geografica della Sicilia, e quindi per
garantire alle imprese le condizioni necessarie di competitività, eliminando quei costi
aggiuntivi, ai limiti della sostenibilità, oggi imposti da un assetto territoriale
pesantemente squilibrato. Infatti lo stato dei servizi inadeguati alla necessità di
mobilità configurano per la Sicilia una condizione di emarginazione. Il ruolo dei
trasporti in Sicilia è di fondamentale importanza se vogliamo superare
lemarginazione che frena il decollo delleconomia, rende difficile lo sviluppo
ed abbassa conseguentemente la qualità della vita. Se vogliamo dare una opportunità di
sviluppo socio-economico alla nostra Regione si impone una attenta valutazione dei bisogni
di mobilità sia sotto il profilo dei collegamenti europei ed interregionali, sia nei
riguardi di quelli interni alla Sicilia stessa. La Sicilia presenta una serie di elementi
che rendono difficile il sistema di trasporto; la posizione geografica, la dimensione, le
vocazioni differenziate del territorio, le vaste aree montane, queste sono tutte
difficoltà che rendono ancora più indispensabile un sistema di trasporto efficiente che
crei quindi le condizioni di base necessarie a qualsiasi ipotesi di sviluppo, in grado di
superare le attuali carenze dovute a reti infrastrutturali inesistenti o inadeguate alle
nuove esigenze e alle mutate necessità di mobilità.
Anche in questo, gravi sono
le responsabilità della Regione Siciliana che ha brillato soprattutto per lassenza
in tutte le sedi dove lo Stato decideva interventi in materia di trasporti. E
notizia di questi giorni che la commissione regionale per i trasporti ha bocciato il piano
trasporti predisposto dallAssessore Rotella perché ritenuto inadeguato. Ci
auguriamo che la Regione Siciliana sappia recuperare i ritardi sin qui registrati
potenziando e riorganizzando le infrastrutture, le reti ed i servizi al fine di innescare
un processo produttivo utile alleconomia siciliana.
Economia siciliana che ha
bisogno del completamento dellautostrada PA/ME, della SR/Gela, della SR/CT, del
raddoppio ferroviario PA/Punta Raisi, PA/ME e SR/ME e soprattutto della realizzazione del
ponte sullo Stretto.
Unopera ormai
imprescindibile per eliminare le condizioni di marginalità della Sicilia e del Meridione
e per proiettarli verso il rilancio delleconomia e dello sviluppo. Anche qui la
battaglia la Cisl ha dovuto sostenerla da sola perché per Cofferati e per il Segretario
Regionale della CGIL calabra Pignataro la realizzazione del Ponte sullo stretto non è una
priorità anzi invitavano il Governo ad affrontare altre priorità. E la risposta del
Governo non si è fatta attendere, le altre priorità su cui i pareri della CGIL, del
Governo e degli ambientalisti coincidono perfettamente sono: il collegamento
ferroviario Torino/Lione, un tunnel di 52 Km, con un impegno di 20.000 miliardi e la
variante di valico Bologna/Firenze per una spesa di 6.000
miliardi.
Per queste opere non ci sono problemi di impatto ambientale né di costi. La verità che se
ne ricava è che ancora una volta si vuole continuare ad emarginare il Sud e la Sicilia.
Noi per primi siamo
convinti che il rilancio delledilizia non può essere affidato solo alla ripresa
degli appalti, che tra laltro difficilmente potranno ritornare ai livelli del
passato. Ma che occorre invece rimodellare il settore tenendo conto sia della struttura
delle imprese che del loro modo di stare sul mercato.
Ledilizia è stata
finora un settore a basso profilo industriale, poche imprese strutturate ed una
polverizzazione di piccole e medie imprese.
In Sicilia le poche grandi
imprese esistenti sono state azzerate per difficoltà di credito, per limiti di
organizzazione e soprattutto perché si è rotto il rapporto con il mercato protetto.
Il mercato delle opere,
spesso inquinato da un legame di corruzione con le istituzioni e dalla presenza della
mafia, non ha spinto alla qualificazione.
A questo si aggiunge la
concorrenza con le più qualificate imprese del Nord, lassenza di accordi di fusione
per aumentare le capacità organizzative e gestionali e spesso la concorrenza sleale di
imprese che evadono obblighi fiscali e contributivi facendo ricorso a massicce presenze di
lavoratori in nero.
Occorre allora una
ricollocazione strategica delle imprese non sempre allaltezza delle esigenze,
riqualificare la domanda pubblica, attuare una vera politica di programmazione e
progettazione per dare alle stesse imprese certezze di mercato. Inoltre è necessaria una
chiara e convinta politica del credito, una serie di agevolazioni, quali fiscalizzazioni
contributive e determinazione di investimenti per riorganizzazioni, ristrutturazioni,
accorpamenti e specializzazioni per le piccole e medie imprese.
In breve serve una politica
industriale di largo respiro a sostegno del comparto delle costruzioni, che non può
restare un settore dequalificato, ad alto tasso di mortalità dimprese,
destrutturato finanziariamente ed organizzativamente. Accanto a questo è importante far
decollare definitivamente il project-financing, cioè il coinvolgimento di capitali
privati per la realizzazione di opere di interesse pubblico.
Oggi è ipotizzabile un
decollo effettivo del project-financing
1) perché cè una
domanda infrastrutturale insoddisfatta a cui è chiaro che non si può far fronte con soli
finanziamenti pubblici;
2) perché cè uno
strumento legislativo, la Merloni-ter, che teoricamente dovrebbe smuovere e rendere più
agevole il ricorso a questa possibilità di finanziamento in edilizia.
Sono convinto che
i processi di decentramento e federalismo possono aiutare il suo decollo a condizione che
sappiano creare condizioni di provata redditività delle opere da realizzare, in modo da
rendere interessante per il cittadino, e quindi per il capitale privato, introdurre nel
proprio portafoglio titoli anche la partecipazione alla costruzione e gestione per esempio
della metropolitana o del parcheggio, in questo modo controllando meglio allo stesso tempo
i processi di trasformazione del territorio.
Certo ci sarà da definire
procedure, tempi, costi, politiche tariffarie oltre che individuare quali segmenti di
mercato di opere pubbliche siano da affidare al capitale privato.
Il ricorso a questo
strumento sarà sempre più frequente e può rappresentare una valida alternativa alla
finanza pubblica a condizione che ci sia, a monte, da parte delle Pubbliche
Amministrazioni una forte capacità programmatoria della quale fino ad oggi non hanno
saputo dare prova.
Infatti losservatorio OICE ha rilevato che nel 2000 sono state avviate 75
procedure di project-financing per un importo di 3 mila miliardi (Il Sole 24 Ore
28/2/2001). Sono state però solo dieci, le gare bandite su proposta del promotore e solo
due le procedure concluse per un importo di 80 miliardi.
Alcune amministrazioni dopo avere attivato la procedura si sono accorte che le
opere erano in contrasto con gli strumenti urbanistici o che addirittura non erano state
inserite nel piano triennale. Questo dimostra come lapprossimazione che caratterizza
ancora le nostre amministrazioni sul versante della programmazione si traduce in
difficoltà nel reperimento e nella gestione delle risorse necessarie per lo sviluppo
territoriale.
Senza una buona programmazione e progettazione
questo strumento finanziario difficilmente potrà decollare.
La certezza e lefficacia delle regole nel
nostro settore diventano la condizione essenziale per un futuro roseo per ledilizia.
Sono le regole e soprattutto il loro
rispetto che garantiscono la qualità dellopera, la legalità, il contenimento dei
costi, la tutela del territorio e dellambiente.
Ecco perché diciamo alla Regione Siciliana di mettere ordine nel settore degli
appalti, attualmente regolato da ben otto leggi, spesso in contrasto tra loro, e di
recepire al più presto la Merloni-ter. Il nostro settore ha bisogno di regole certe e trasparenti se vogliamo veramente
pensare ad un rilancio delledilizia, come fattore strategico non soltanto per creare
occupazione ma soprattutto per sostenere lo sviluppo dei settori produttivi.
Si tratta di rimodulare la domanda pubblica, di scegliere priorità, di finalizzare
una politica per il territorio, di valorizzare le vocazioni ambientali e monumentali e
soprattutto di attrezzarsi per fare tutto questo. Il ruolo della Regione Siciliana e degli
Enti locali è fondamentale; un monitoraggio sulle OO.PP. di valore superiore ai 10 mld
effettuato nel luglio del 98 dalla Regione Sicilia ha fornito un quadro di risorse
disponibili che ammontavano a 2.600 mld. Lobiettivo del monitoraggio era quello di
accelerare la spesa pubblica e di far ripartire i lavori inceppati per carenza di
progettazione o per ostacoli burocratici. A distanza di più di due anni solo pochi
cantieri risultano aperti. A poco sono valse le numerose riunioni fatte con il
Responsabile dellOsservatorio regionale. La crisi del Governo Drago e il conseguente
avvicendamento con il primo Governo Capodicasa ha fatto perdere le tracce del lavoro fino
ad allora svolto. E necessario ripartire da qui.
Come Filca-Feneal-Fillea insieme a CGIL-CISL-UIL
dobbiamo impostare la nostra iniziativa fatta di pressioni e confronti per superare gli
ostacoli tecnici e burocratici per lapertura dei cantieri.
Agli imprenditori proponiamo di fare fronte comune
nei riguardi della Regione Siciliana per superare intanto lemergenza che interessa
il nostro settore definendo obiettivi raggiungibili in poco tempo per dare lavoro alle
buone imprese ed ai lavoratori edili.
Occorre insistere su questa strada con più forza e determinazione per rimuovere
linefficienza amministrativa, la mancanza di buona volontà, lassenza di
programmazione, sollecitando un coordinamento più efficace tra le istituzioni senza il
quale è impensabile gestire una funzione complessa quale è la realizzazione delle
OO.PP..
La nostra iniziativa, infine, non può essere rivolta solo alle grandi opere, che
saranno sempre meno in futuro, ma deve produrre piattaforme territoriali di
riqualificazione urbana e ambientale, vertenze e concertazioni con gli Enti locali. Questi
nuovi spazi per ledilizia del recupero e della manutenzione che è un mercato
immenso, possono rappresentare anche una occasione per la riqualificazione e specializzazione delle
imprese locali, ma soprattutto creare una economia indotta legata alla gestione ed alla
fruizione delle opere recuperate.
Ma fino a quando non si risolveranno i problemi legati alla regolarità
contributiva nel settore, alla sicurezza del ciclo produttivo, alla qualificazione delle
imprese e del mercato del lavoro, difficilmente possiamo pensare seriamente di fare uscire
ledilizia dalla crisi che la paralizza.
Continuiamo ad assistere ad un processo
inarrestabile di destrutturazione del sistema
delle imprese con una parcellizzazione senza uguali dellattività del lavoro
dipendente a favore dellespansione del lavoro indipendente sommerso ed irregolare.
La destrutturazione del sistema delle imprese nel settore edile è attribuibile in
lunga parte allelevato costo del lavoro ed ad una struttura fiscale distorta che
frena la crescita e loccupazione. Il prelievo contributivo per i lavoratori
dipendenti è pari al 59,77% contro il 22,50% per gli autonomi ed il 37,38% per lindustria manufattiera.
Sul costo del lavoro pesano tasse e contributi differenti tra lavoratori dipendenti
e lavoratori autonomi, tra imprese industriali e imprese artigiane e cooperative.
Il fenomeno che registriamo, che ha assunto ormai connotazioni strutturali, è la
fuga in massa dal lavoro dipendente e regolare verso forme di lavoro indipendente, svolto
al di fuori delle regole e delle normative sociali, che nascondono illegalmente il lavoro
subordinato al fine di recuperare attraverso la minore spesa in oneri sociali spazi di
competitività.
I dati pubblicati dallosservatorio di
Infocamere confermano questo ragionamento:
nel 2000 in Italia sono state censite ben 424.245 ditte individuali contro le 405.180 del 1999 con un aumento del 4,5%.
Questo fenomeno non lascia fuori neppure la Sicilia dove sempre nel 2000 sono state censite 28.367 ditte individuali contro le 27.747 del 1999 con un aumento del 2,5%.
Tutta la problematica legata alla struttura del costo del lavoro, alla riduzione
delle sperequazioni tra le forme giuridiche del lavoro parasubordinato e lavoro
dipendente, alla omogeneizzazione dei costi del settore edile con la struttura dei costi
del settore manifatturiero fanno assumere alla variabile costo una priorità
fondamentale per una incisiva lotta al lavoro sommerso ed irregolare. Ma se la questione
del lavoro nero è una questione di carattere generale di per sé già grave, per il
nostro settore diventa insostenibile.
Contrastare questo fenomeno costituisce quindi non solo un dovere da parte degli
Enti preposti ai controlli ma anche un obbligo morale da parte di amministratori, forze
sociali e di quanti altri sono chiamati a dare un loro contributo per potere governare al
meglio il territorio, rafforzando la legalità, la tutela salariale, previdenziale e di
sicurezza nei confronti delle maestranze interessate ma nello stesso tempo per garantire
una leale concorrenza a tutte quelle imprese che rischiano di essere escluse dal mercato
dalla concorrenza sleale a cui fanno ricorso le imprese che corrette non sono.
Da tempo ci impegniamo con Feneal e Fillea per limitare i guasti di questo odioso
fenomeno, arrivato ormai ad una quota superiore al 40% degli occupati, che le
imprese utilizzano come strumento di concorrenza sleale per ridurre i costi.
Il frutto di questo impegno a livello nazionale ha prodotto una politica premiale
per le imprese e precisamente:
-
lart.29 della legge 341/95 i cui
effetti, prorogati fino a Dicembre 2001, prevedono per le imprese che rispettano le leggi
ed i contratti uno sgravio previdenziale per ogni lavoratore occupato che è passato dal 9,50% del 95 all11,50% attuale;
-
la premiale INAIL che collega la riduzione del 10%
dei premi dovuti allattività di prevenzione svolta attraverso i comitati paritetici
di settore in materia di sicurezza sul lavoro;
-
la
detraibilità, riconfermata con la Finanziaria del 2001, del 36% delle spese sostenute per le
ristrutturazioni.
Abbiamo dimostrato
che attraverso meccanismi incentivanti pagare
tutti per pagare meno, non solo è possibile ma permette di abbattere il
costo del lavoro per le imprese e di tutelare in modo più efficace i lavoratori.
Attraverso il generoso impegno delle strutture territoriali, che hanno sottoscritto con
moltissime Amministrazioni comunali e stazioni appaltanti i protocolli di intesa
finalizzati a contrastare il fenomeno del lavoro nero, e grazie alla sensibilità di
qualche deputato regionale, siamo riusciti a fare approvare in Sicilia una norma, e
precisamente lart.21 della L.R. 20/99,
che condiziona il rilascio nel settore privato del certificato di abitabilità e di agibilità a
condizione che le imprese dimostrino di essere in regola con i versamenti INPS-INAIL-CASSA
EDILE.
Sul versante della
lotta al lavoro nero queste sono state conquiste importanti ma certamente non sufficienti
per sconfiggere il fenomeno.
E necessario
fare un salto di qualità, un ulteriore passo avanti che non può
prescindere:
1) dal potenziamento degli uffici preposti al controllo.
Ci auguriamo che il disegno di legge presentato dallAssessore Regionale al Lavoro
Benedetto Ad ragna possa essere approvato in tempi brevi superando così un ostacolo che
negli ultimi anni non ha permesso una azione efficace agli Ispettorati del Lavoro;
2) dalla istituzione dello sportello unico dove
cioè è possibile per le imprese presentare ununica dichiarazione valida per
lINPS, per lINAIL e per la CASSA EDILE, incrociando già di fatto i dati per
cui le stesse ore e gli stessi lavoratori sono contemporaneamente dichiarati
allINPS, allINAIL e alla CASSA EDILE;
3) dal passaggio dalla regolarità contributiva alla congruità
contributiva in relazione al progetto esecutivo dellopera;
4) dal rilascio del DURC (Documento di
regolarità contributiva).
Siamo convinti che
attraverso il controllo preventivo ed una corretta valutazione dellincidenza della
mano dopera e del costo del lavoro sulle singole opere appaltate e quindi attraverso
una verifica puntuale del rapporto tra limporto complessivo dei lavori e quello
degli imponibili retributivi denunciati, il fenomeno del lavoro nero potrebbe scomparire o
quantomeno essere circoscritto a valori risibili.
Infatti così
facendo si controlla, in tempo reale, lesatta corrispondenza tra costo
dellopera da realizzare e retribuzioni e contribuzioni versate, e quindi solo dopo
questa verifica, se tutto è in regola, le Casse Edili possono rilasciare il DURC
(Documento di regolarità contributiva).
La Cassa Edile
diventa in questo modo non solo strumento di gestione del contratto, ma sede di
certificazione della regolarità delle Imprese, di verifica dei costi del sistema, di
controllo permanente dei comportamenti delle Imprese.
Siamo altresì
convinti che per meglio incidere nel contrastare il fenomeno del lavoro nero è necessario
riappropriarci, attraverso laffidamento alla Cassa Edile, della gestione del mercato
del lavoro in edilizia sia sul versante del collocamento che del sostegno al reddito.
La discriminazione
nelle assunzioni, con il passaggio alle chiamate nominative previste dalla L.608/96, è
ulteriormente aumentata. Labolizione del nulla-osta e la sua sostituzione con una
comunicazione a posteriori, quindi ad assunzione avvenuta, permette solo ad una
percentuale irrisoria di passare per gli uffici di collocamento.
Le conseguenze
sono che, sfruttando il bisogno dei lavoratori, tutte le assunzioni sono pesantemente
contrassegnate, condizionate e finalizzate al rifiuto del rispetto dei propri diritti, ad
isolare il sindacato o a rendere più difficile la stessa attività sindacale
allinterno dei cantieri.
Di fronte ai
processi di cambiamento nel mondo delle imprese, alle innovazioni tecnologiche e del ciclo
produttivo, ai mutamenti nellorganizzazione del lavoro, è necessario adeguare e
riqualificare gli strumenti di confronto ed attuazione delle politiche contrattuali e di
partecipazione dei lavoratori.
Riconfermare e
potenziare lunicità del sistema degli
EE.BB., quali strumenti indispensabili per tenere unito il settore, frenandone la
deriva, per noi diventa strategico.
Anche qui la Filca
ha visto bene, non me ne vogliano gli amici di Fillea e Feneal, ma questi sono i fatti
inconfutabili.
Se oggi in Sicilia
i lavoratori non vivono momenti di ulteriori difficoltà questo si deve alla Filca Siciliana ed al suo Segretario pro-tempore Pippo Moscuzza che si
è rifiutato di aderire alla costituenda Edilcassa.
Successivamente
grazie allimpegno determinato dalla Filca
Nazionale di Raffaele Bonanni ed ad un forte recupero di azioni unitarie con
Fillea e Feneal si è pervenuti allormai noto e purtroppo non ancora applicato accordo di San Clemente.
Parliamo di un
accordo sottoscritto con ANCE e Associazioni
Artigiane il 18/12/1998.
Considerati i
ritardi ritengo che insieme a Feneal e Fillea, dobbiamo farci carico di forti iniziative
per favorirne la puntuale applicazione in tutte le sue parti e per evitare che si possano
risvegliare antiche smanie corporative che possono vanificare limpegno profuso in
tutti questi anni per mantenere unito il nostro settore.
Il ruolo delle
Casse Edili nellimmediato sarà fondamentale per la nostra categoria quale
lunica strada valida per estendere a tutti i lavoratori le innovazioni contrattuali
quali la previdenza complementare e la previdenza sanitaria.
In un mercato
ormai senza frontiere dove la concorrenza è non solo tra le imprese ma anche tra
lavoratori diventa centrale, per meglio cogliere le opportunità di lavoro, acquisire
sempre maggiori conoscenze e professionalità.
E necessario
allora ridefinire nuovi ambiti e qualificare la capacità formativa delle nostre Scuole Edili che dovranno imparare ad
anticipare e comunque a saper leggere i cambiamenti del mercato per meglio progettare e
programmare corsi di formazione continua o di breve durata a sostegno dei lavoratori, con
un collegamento più stretto con le imprese per favorire unintersecazione tra lavoro
e scuola ponendosi in questo modo al servizio dellintero settore.
Per evitare
sprechi di risorse è opportuno monitorare il mercato utilizzando la banca dati delle
Casse Edili in modo da formare quelle professionalità che servono al mercato.
La formazione,
così comè stata fino ad ora, credo serva poco sia ai lavoratori che alle imprese.
Tuttora
esistono ritardi nelladeguare gli strumenti formativi alle trasformazioni del
mercato del lavoro edile e alle necessità del settore.
Si pone perciò
lesigenza di una riflessione complessiva in materia di formazione professionale e al
ruolo del Formedil regionale a cui
secondo noi deve essere delegato il compito di programmazione, gestione e rapporti con le
istituzioni.
Noi intendiamo e
vogliamo una formazione che sappia veramente favorire lincontro tra domanda e
offerta di lavoro, una formazione che sappia creare vere opportunità di lavoro.
Oggi la formazione
così come è articolata nel nostro settore è molto costosa ed in più, creandoci
ulteriori problemi, non possiamo contare su opportunità di finanziamenti regionali
corposi, anzi registriamo una ingiustificabile emarginazione da parte della Regione
Siciliana del Formedil Sicilia e delle Scuole Edili che ad oggi non hanno ottenuto nessun
finanziamento per i tantissimi progetti presentati, nonostante che le nostre strutture
formative abbiano tutti i requisiti per una adeguata legittimazione a livello regionale.
Credo sia
opportuno dopo il Congresso avviare una vera e propria vertenza nei confronti del prossimo
Governo regionale per rilanciare il tema della formazione in edilizia.
Infine il CPT. Questo è il versante dove è più
forte il ritardo della categoria sia per la costituzione degli Enti sia per il loro
effettivo funzionamento. Un famoso spot televisivo dice prevenire è meglio che
curare.
Capire quali sono,
quando si verificano, dove si verificano gli infortuni più gravi e più ricorrenti può
senza dubbio facilitare una efficace azione di prevenzione.
Losservatorio degli infortuni sul lavoro;
ecco questa potrebbe essere unaltra funzione da affidare ai CPT.
La contrattazione preventiva sulle misure di
sicurezza nel nostro settore è indispensabile:
-
sia per non
perdere il diritto acquisito in tema di formazione ed informazione sulla sicurezza;
-
sia perché le
situazioni di rischio in edilizia sono molto alte e sono riconducibili a tutte le fasi di
lavoro oltre che ai turni, ai carichi di lavoro e allorganizzazione del cantiere
stesso.
Per meglio
tutelare i lavoratori abbiamo bisogno di delegati alla sicurezza preparati, ecco perché
dobbiamo investire in formazione, inoltre è necessario recuperare il ritardo di alcune
province che ancora non hanno sottoscritto laccordo con gli imprenditori per il
riconoscimento dei delegati alla sicurezza di bacino (RLST) per le imprese al di sotto dei
15 dipendenti.
In generale, per quanto attiene agli Enti
paritetici, credo sia necessario determinare una verifica puntuale sulla efficienza ed
efficacia di tutte le strutture diffuse ed articolate sui territori.
Sullinsieme delle problematiche relative agli
Enti paritetici e, in particolare, su quelle legate al ruolo ed alle funzioni delle parti
sociali negli organismi di gestione, occorre prevedere un percorso formativo come Filca
meglio ancora se comune con Feneal e Fillea Regionali.
In questi ultimi quattro anni la FILCA ha
contribuito alla buona riuscita delle manifestazioni promosse da CGIL CISL
UIL a livello territoriale, regionale e nazionale su temi specifici di categoria o più
squisitamente confederali. Tutte le volte che siamo stati impegnati alla mobilitazione, la
partecipazione dei nostri lavoratori è sempre stata numerosa e visibile. A loro in questo
Congresso va il nostro doveroso ringraziamento per i sacrifici che ogni volta sono
chiamati a sostenere.
Ricordo brevemente alcune date:
1) la manifestazione del
20 Giugno 98 a Roma;
2) lautoconvocazione
dei direttivi regionali di Feneal Filca Fillea a Palermo il 19/10/98 per
vincere la resistenza degli imprenditori ed aprire il tavolo per il rinnovo degli
integrativi territoriali;
3) lo sciopero regionale
per i trasporti indetto dagli amici della FIT a cui abbiamo dato il nostro convinto
sostegno;
4) la manifestazione del
20 Novembre 99 al Palaeur di Roma;
5) la manifestazione CISL
del 12 Febbraio 2000 a Troina.
A queste vanno
aggiunte le tante iniziative territoriali per il lavoro e loccupazione.
Ricordo le grosse
vertenze appena concluse del DL 24 a Palermo, dellIRA e della Costanzo a Catania,
del Petrolchimico e del suo indotto a Gela, dellItalcementi che ha visto impegnate
la struttura regionale e le federazioni provinciali di Catania, Palermo, Messina e
Agrigento, la vendita dellInsicem di Ragusa.
Rinnovarsi su basi
unitarie è anche la migliore risposta che possiamo dare agli attacchi che in questi
ultimi anni una parte della politica ha promosso contro il Sindacato.
Con Feneal e
Fillea dobbiamo continuare un dialogo regionale unitario soprattutto nellinteresse
dei lavoratori.
Abbiamo tanto
lavoro da fare, se ci sono o ci saranno incomprensioni o posizioni politiche differenziate
abbiamo il dovere di lavorare per superarle, la nostra categoria più delle altre, proprio
per la precarietà del lavoro che vive costantemente, ha la necessità di un Sindacato
unito pur nelle diversità per rendere più forti le nostre richieste e per meglio
tutelare i lavoratori.
Sono sicuro di
trovare ampia disponibilità su questa strada da parte di Feneal e Fillea.
Infine, per
concludere, il dato organizzativo.
Pur tra mille
difficoltà, ascrivibili alla crisi del settore, siamo,
per il secondo anno consecutivo, in crescita e ci riconfermiamo a livello regionale la
prima organizzazione mentre siamo primi a livello provinciale in sei province su nove.
Un grazie alla
CISL Regionale che ha saputo in questi anni di attività sostenerci nelle nostre
iniziative aiutandoci a mantenere qualificati livelli di organizzazione e di politica
sindacale.
Insieme abbiamo
condiviso le vicende sindacali regionali, certamente contribuendo, ma anche molto
ricevendo.
Grazie a tutti i
dirigenti, ai militanti, ai delegati, agli iscritti che costituiscono linestimabile
patrimonio di risorse che ci ha permesso di conseguire risultati ed obiettivi ben al di
là delle più rosee previsioni se rapportati al contesto ed alle difficoltà con le quali
ogni giorno siamo costretti a misurarci, sempre allinsegna della tradizione e dei
valori che caratterizzano la Filca e la Cisl.
Il cammino che
abbiamo davanti è ancora lungo e difficile ma sono sicuro, così come recitano i temi del
nostro Congresso, che limpegno dei lavoratori delle costruzioni saprà consolidare
il Sindacato del nostro futuro, una FILCA e una CISL allaltezza delle sfide del XXI
secolo.