VIII CONGRESSO FILCA CISL SICILIA

                     19 / 20 APRILE 2001           HOTEL SARACEN  – ISOLA DELLE FEMMINE  (PA)

Relazione di  Santino Spinella
Segretario Generale  FILCA


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Amici delegati, invitati

Siamo nel pieno del dibattito congressuale che ha visto il gruppo dirigente della Filca Siciliana, impegnato in una riflessione attenta sui temi congressuali alla quale hanno partecipato tantissimi lavoratori che con i loro interventi hanno arricchito i contenuti e reso il dibattito vivace ed interessante.

      Un Congresso che la CISL ha voluto mantenere nonostante che alcune scadenze elettorali, che si terranno quando ancora non sarà del tutto completato l’iter congressuale,  potrebbero far passare in secondo piano i problemi del mondo del lavoro e il dibattito che attorno ad essi sviluppiamo nelle nostre istanze congressuali.

                  Una sfida in più che si aggiunge alle tante che ci attendono e che abbiamo accettato con responsabilità consapevoli del fatto che il gridare della politica, le strumentalizzazioni che in ogni campagna elettorale si mettono in moto rischiano di distogliere l’attenzione dai veri problemi che affliggono le nostre comunità o di affrontarli con un taglio demagogico con l’unico obiettivo di catturare consensi a tutti i costi, ma che non possono condizionare l’autonomia del nostro essere sindacato.

      Infatti, mantenendo la scadenza ordinaria dei nostri Congressi abbiamo voluto ribadire ancora una volta la nostra autonomia e libertà decisionale da qualsiasi condizionamento esterno.

Nel dibattito congressuale andremo a decidere quali obiettivi intendiamo raggiungere, quale programma e quale progetto vogliamo realizzare insieme ai lavoratori, per costruire una società più giusta e più equa basata sul lavoro, sullo sviluppo e sulla solidarietà.

      Certo il “teatrino” della politica non ci aiuta, così come non ci aiuta questo modello politico basato su un maggioritario, che gli italiani hanno bocciato con il referendum, e su due raggruppamenti politici che al loro interno poco o niente hanno in comune in termini di proposta politica, di progettualità, di modelli di sviluppo e di organizzazione della società; l’unico collante che sembra tenerli uniti è la smania del potere.

      In questi anni non si è fatta nessuna riforma istituzionale degna di questo nome. Si è realizzato un finto maggioritario in cui i governi vengono ribaltati con colpi di mano in Parlamento.

      Anche per queste ragioni è apprezzabile la coraggiosa scelta di Sergio D’Antoni di dar vita, aggregando tanti soggetti, a “Democrazia Europea”, movimento politico che non accetta l’omologazione a destra come a sinistra, verso cui invece spinge un sistema elettorale che noi consideriamo sbagliato.

      Un’affermazione elettorale di Democrazia Europea è necessaria per ricostruire un equilibrio politico fondato davvero su un centro moderato capace di tenere unito il Paese valorizzando le diverse potenzialità locali; ed in grado di riaffermare le funzioni dei corpi intermedi per un reale governo democratico di una società complessa come la nostra, recuperando così la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e alla politica.

      Infatti, c’è da parte dei cittadini un disinteresse crescente per la politica che si evidenzia con percentuali sempre più alte di astensione al voto in ogni competizione elettorale: gli unici a non accorgersi di questa disaffezione, sembrano essere i nostri politici, che fanno di tutto per ritardare le riforme, impegnati come sono a rincorrersi nell’inventare giornalmente nuovi slogan tipo “lavoro per tutti”, “meno tasse per tutti”, come se gli altri invece hanno voglia di far pagare sempre più tasse o non vogliono allargare la base dei lavoratori occupati.

                  Il problema non è annunciare slogan per colpire la fantasia e l’immaginario collettivo.

                  Il vero problema è spiegare alla gente, ai cittadini, ai lavoratori, attraverso quale impegno concreto, quali politiche economiche, quali riforme, quale programma è possibile raggiungere questi obiettivi per dare fiducia ai giovani, ai disoccupati, ai più deboli.

                        In un contesto politico così confuso, dove l’apparire sembra prevalere sull’essere, c’è il rischio concreto che venga recepito il messaggio della politica gridata e basata sugli slogan: alla CISL, alla FILCA ed in modo particolare ai  Congressi che stiamo celebrando spetta il compito, oggi più di ieri, di riportare al centro dell’attenzione e del dibattito i temi dello sviluppo, del lavoro, della democrazia economica, delle differenze Nord/Sud e tutto quanto interessa il mondo del lavoro.

      Per la verità su questi problemi da un po’ di tempo  la nostra organizzazione la Cisl  si fa carico da sola di dare voce ai più deboli; lo ha fatto il 20 Giugno 1998 con il Governo Prodi inadempiente sul versante degli impegni assunti con il Patto per il lavoro, e per il solo fatto di avere proposto a CGIL e UIL di scioperare, siamo stati accusati da più parti di lesa maestà nei confronti del Governo e additati di fare il gioco della destra perchè lo sciopero che noi proponevamo a loro dire aveva connotazioni più politiche che sociali ed avrebbe creato grosse difficoltà al Governo Prodi a forte caratterizzazione di sinistra. Chi sosteneva questo dimenticava che i bisogni dei lavoratori , dei deboli, dei disoccupati, non hanno colore politico, sono bisogni e basta. E questi bisogni il sindacato li deve sempre rappresentare con la dovuta forza a chi governa senza distinzione alcuna di colore politico, di appartenenza o di amicizia. Alla fine quello che doveva essere uno sciopero dalle forti richieste sindacali si è trasformato in una semplice manifestazione, non era certo questo che volevamo, ma per tutti gli altri l’importante era contenere il conflitto evitando almeno lo sciopero.

      Abbiamo continuato a dar voce al nostro dissenso, e questa volta da soli, perché per gli altri non bisognava disturbare il “manovratore amico” che nel frattempo aveva sostituito Prodi. Lo abbiamo fatto con la manifestazione del 20 Novembre 1999 quando al Palaeur di Roma mettemmo in guardia il Governo dal pericolo dell’inflazione, infine abbiamo dato seguito a queste nostre preoccupazioni e sempre da soli con l’altra grande manifestazione del 12 febbraio 2000 che in Sicilia si è svolta a Troina, confermando, con il collegamento con le altre città, quello che è più di un convincimento per noi della CISL e cioè la necessità di superare la forte differenza sempre più marcata tra Nord e Sud, tra un Nord dove aumenta l’occupazione e un Sud che fa fatica a crescere soffocato com’è dalla disoccupazione.

      C’è un pezzo del Paese che si chiama Mezzogiorno che è in grossa difficoltà, dove si registra un tasso di disoccupazione medio del 24% circa ma nessuno sembra accorgersene, se non per elemosinare precariato e non per dare il lavoro vero, quello fatto di contratti e non di sigle o numeri di articoli.

      Non si può allora continuare a dire che tutto va bene e chiudere gli occhi quando invece ci sono problemi che debbono essere affrontati con celerità e determinazione.

      Bisogna capire che il Paese è più forte nei mercati se recupera il Sud; la competitività del Paese e la competitività del Sud non sono questioni distinte. Un Sud sviluppato accresce la competitività del sistema Paese. Le difficoltà del Sud sono quindi un problema di tutti e vanno portate a soluzione.

      Allora il nostro compito è quello di riportare al centro del dibattito politico le grandi questioni legate al lavoro e all’occupazione nel Mezzogiorno per mantenere il Paese al passo con gli altri patners europei.

      Gli strumenti da utilizzare per ottenere risultati positivi e per una vera crescita economica del Paese sono molteplici:

-          accelerazione della spesa per opere infrastrutturali;

-          intervento per una maggiore efficacia della programmazione negoziata, in particolare attraverso:

patti territoriali, contratti d’area e rilancio degli strumenti di incentivazione all’investimento per singole aziende;

-          un più efficace sistema di incentivazione delle assunzioni (CFL – PIP - ecc), ed un più adeguato modello per la formazione professionale;

-          forte capacità di spesa dei fondi comunitari di Agenda 2000;

-          piena attuazione del project-financing e piena diffusione della informatizzazione della pubblica amministrazione da utilizzare in un sistema a rete.

Questi strumenti, di per sé utili, rischiano però di non raggiungere i risultati sperati se non sono sostenuti da una politica di concertazione necessaria per governare una società complessa come la nostra che non può fare a meno del coinvolgimento e la partecipazione delle forze sociali.

Da qualche tempo invece il Governo sembra avere accantonato la concertazione, intesa come politica, riducendola a pura e semplice informazione.

Si è interrotto così un percorso virtuoso, che ci ha permesso di entrare a pieno titolo in Europa, e che poteva farci avanzare, a ritmi di crescita sostenuti con bassa inflazione, verso altri traguardi occupazionali.

            Infatti i  primi effetti negativi non hanno tardato a farsi sentire:

-          la crescita economica risulta essere inferiore rispetto a quella degli altri Paesi dell’U.E.;

-          si registra un indebolimento della competitività del nostro        

     sistema Paese.

-          è ripresa l’inflazione che ormai viaggia al 3% cioè ad un tasso quasi il doppio della media europea, ripresa inflattiva legata soprattutto agli irresponsabili aumenti delle tariffe (enel-gas-acqua-assicurazioni-ecc..) che il Governo aveva ed ha il dovere di contenere. L’aumento delle tariffe sta letteralmente minando la politica dei redditi, una situazione inaccettabile che potrebbe mettere in discussione la politica salariale finora rispettosa dell’accordo di luglio ’93, ed inoltre innescando meccanismi di inflazione strisciante e di sperequazione sociale colpisce solo apparentemente in modo indistinto i diversi soggetti percettori di redditi, ma in realtà essa si scarica soprattutto sui redditi fissi (stipendi e pensioni).

Per fronteggiare questi effetti negativi è necessario allora rilanciare con nuovo impegno la politica della concertazione, il Governo deve creare le condizioni per lo sviluppo per far crescere l’occupazione, che nella società globalizzata non si possono riassumere in logiche assistenziali. Il Sud, il Mezzogiorno non hanno bisogno di assistenza, quello di cui hanno bisogno è il lavoro, quello vero, quello produttivo il solo che determina condizioni di sviluppo economico e sociale, il solo che produce ricchezza. Serve quindi una politica che sappia stimolare l’iniziativa privata ad intraprendere e nel contempo sappia favorire la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa ed una adeguata politica dei redditi.

      Siamo in una fase di grande cambiamento del capitalismo; ci sono scoperte tecnologiche incredibili, aumenta la ricchezza prodotta ed è inaccettabile che tutto ciò non si traduca in una migliore qualità della vita per tutti.

      La globalizzazione dei mercati, la rivoluzione informatica, la new economy sono fenomeni che finiranno per emarginarci se non ci attrezziamo per governarli. E’ davvero incomprensibile  registrare nel mondo della politica l’assenza di dibattito su questi temi.

      Noi della CISL siamo convinti che le trasformazioni del capitalismo devono essere orientate verso un modello di sviluppo basato sulla democrazia economica intesa come opportunità, che viene data ai lavoratori per partecipare e per contare nei posti dove si decide un destino comune di sviluppo. Lo sviluppo della democrazia economica, per controllare e decidere anche noi, insieme agli altri,  in tutte quelle vicende che oggi sono nei fatti delegate ai poteri forti sia economici che politici, è per noi una priorità irrinunciabile ed introduce un’altra riflessione: quella sulla contrattazione.

      Sarà inevitabile perché l’accordo del 1993 fu realizzato in un quadro di politica economica in cui bisognava risanare i conti dello Stato, erano necessari i sacrifici richiesti e la stessa politica contrattuale, con gli aumenti salariali legati all’inflazione programmata, rispondeva a questa esigenza. Adesso viviamo una fase di crescita che non è omogenea in tutto il Paese, ecco perché ci servono delle regole contrattuali più attente alle specificità territoriali.

L’attuale struttura contrattuale per noi non va modificata, semmai dobbiamo fare crescere, rafforzare e privilegiare  il livello decentrato o territoriale per meglio sostenere le politiche di settore collegando la distribuzione del salario all’incremento della produttività, alla qualità del lavoro.

      Il contratto nazionale, garantendo dappertutto i parametri indicati nell’accordo di Luglio ’93, deve qualificarsi di più sul versante normativo. Tutto questo deve comportare piena ed effettiva attuazione della contrattazione decentrata, che  attualmente copre solo il 40% del lavoro dipendente, in un’ottica di sviluppo economico e di crescita dell’occupazione.

      Ecco perché diciamo che serve una diversa contrattazione: noi diciamo che è necessario rivedere ed adattare il tradizionale impianto contrattuale, che i continui mutamenti nell’economia e nel mondo del lavoro hanno reso obsoleto, rafforzando il secondo livello di contrattazione aziendale o territoriale.  Non serve chiudersi a riccio a difesa dell’esistente, così facendo non si sopravviverà a lungo.

E’ necessario invece un tavolo di concertazione senza pregiudiziali e senza paure con l’obiettivo di un nuovo 23 luglio e  una forte assunzione piena del nostro ruolo e della responsabilità che esso comporta per meglio difendere e tutelare gli interessi dei lavoratori che rappresentiamo e per  governare lo sviluppo.

      La nostra azione non può prescindere dal potenziare le politiche a livello territoriale per coglierne, in tempo utile, esigenze e priorità. Dal territorio passano direttamente ed indirettamente tutte le disuguaglianze; è nel territorio che si ha certezza del livello della qualità della vita, dell’assetto del sistema urbano, delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo, dell’accessibilità ai servizi e alle opportunità di lavoro.

     Nel mondo della globalizzazione dell’economia e dei mercati non cambia solo il capitalismo, cambia anche il mercato del lavoro che è attraversato da profondi sconvolgimenti che richiedono al sindacato una forte capacità di governo nel saper gestire i problemi e trovare ad essi una giusta soluzione.  Siamo chiamati ad assumere decisioni che richiedono prova di grande responsabilità. Se non siamo capaci di costruire solidarietà più forti e più larghe al di là dei nostri ambiti tradizionali di rappresentanza sarà più difficile realizzare le riforme che noi vogliamo. L’occupazione è il terreno in cui sperimentiamo la nostra capacità di essere forza innovativa, in grado cioè di tenere insieme lavoratori, pensionati e giovani, di saldare in una sola prospettiva di avanzamento il Nord e il Sud del Paese, di combattere le sfide dell’economia globale nel posto di lavoro e nella società. Questa è una sfida ma anche un’opportunità per noi stessi e per gli altri.

Siamo preparati a prenderci il carico che ci compete, lo abbiamo sempre fatto, non ci siamo mai tirati indietro di fronte a scelte non facili sia sui grandi temi come (contratto d’area, patti territoriali) sia sulle questioni di interesse diretto per i lavoratori (come lavoro interinale, apprendistato, lavoro flessibile, contratto a tempo determinato).

Anzi su questo versante potremmo scaricare su altri soggetti, forze politiche e non, il peso di ripensamenti  e rifiuti che ancora registriamo e che fanno ritardare soluzioni compatibili con le esigenze dei lavoratori.

Eclatante il ritiro della firma da parte della CGIL dall’accordo per l’artigianato in Lombardia tanto da far dichiarare al Segretario Generale della UIL Angeletti che “Appena saputo della posizione della CGIL ha pensato di sdrammatizzare la delusione dei suoi ed ha loro proposto di denunciare tutto il gruppo dirigente della UIL Lombardia per il reato di circonvenzione di incapace, dove il ruolo di incapace è rivestito dalla CGIL Lombardia che prima firma e poi si pente”.

Per non parlare poi di tutta la vicenda del contratto a tempo determinato che evidenzia come la debolezza della sinistra e soprattutto della CGIL è nell’assenza delle proposte, anzi, nel riproporre un modello vecchio che non si adatta più al cambiamento.

      La debolezza ideologica e culturale sta in questa incapacità di non avere una visione globale di politica economica.

      Nella vicenda del contratto a termine abbiamo rivisto una CGIL tradizionale, ancorata al modello della difesa estrema del lavoratore e della diffidenza verso tutte le forme di flessibilità” (Napoleone Colajanni – Ex Sen. PCI - Il Sole 24 Ore del 13/3/2001 pag.19).

      Ma non ci interessa alimentare polemiche, ci stanno a cuore i risultati che, invece, tardano ad arrivare per le rigidità ideologiche dalle quali conseguono comportamenti e veti che indeboliscono complessivamente il sindacato e il sistema delle relazioni industriali.

      Il nostro sistema di relazioni industriali con le Associazioni imprenditoriali è una risorsa straordinaria a condizione che non si presenti come una somma di rigidità. Non si può pretendere che le relazioni industriali contino e poi, allo stesso tempo innalzare continuamente ostracismi e veti su temi essenziali per la vita delle imprese e dei lavoratori.

      Certo temi come flessibilità e tempo determinato sono temi difficili che rendono il confronto complicato,  denso di rischi, ma non affrontarli, nascondendosi dietro una rigidità ideologica fuori dal tempo, e proprio per questo non più giustificabile, significa esserne travolti, giacchè in assenza di soluzioni attraverso percorsi negoziali il mercato trova ugualmente i suoi aggiustamenti.

      Ai lavoratori non serve un sindacato che sappia fare solo il notaio, serve invece un sindacato che attraverso la sua autonomia e la politica della concertazione, sia capace di condizionare i processi e di rappresentare in modo incisivo gli interessi dei propri associati.

      Abbiamo vissuto un periodo di ripresa economica e nonostante ciò abbiamo visto aumentare ancora di più il divario tra aree forti ed aree deboli del Paese.

Pur in presenza di una sostanziale ripresa economica di cui ha goduto l’Italia negli ultimi tempi, nel Meridione una disoccupazione del 24-25% circa, il doppio della media nazionale, più di otto volte che in alcune aree del Nord, basta da sola a delineare un contesto di grave preoccupazione.

   Siamo in una situazione eccezionale che rischia di emarginare popolazioni ed intere aree del Paese che rappresentano 1/3 dell’Italia e nei confronti di esse i soggetti istituzionali, il Governo, le forze politiche e sociali hanno il dovere non solo di formulare proposte ma soprattutto di produrre atti politici forti, in grado di governare i problemi ed i processi economici e sociali.

      Noi vogliamo, in piena autonomia, fare la nostra parte misurando la nostra identità ed il nostro ruolo con le difficoltà del tempo presente, senza delegare ad altri l’iniziativa per affermare una politica per il Sud e l’occupazione.

      Il dibattito che da tempo abbiamo avviato ha al centro i problemi della gente, dei disoccupati, del lavoro e dello sviluppo. Sviluppo che manca, o perlomeno che non è uguale dappertutto, e che può arrivare dove manca solo se cerchiamo di costruire direttamente dei vantaggi ambientali che attirino gli investimenti e favoriscano l’emersione del lavoro sommerso.

      Il sommerso è come una febbre: segnala che c’è qualcosa che non va nell’economia, al limite aiuta anche a sopportare la malattia, ma rimane sempre una manifestazione patologica. Così come un organismo febbricitante non funziona bene, una economia con un sommerso ampio si sviluppa poco. Per abbattere la febbre e far uscire le imprese dal sommerso servono, a regime, certezza e trasparenza di regole: dalla semplificazione amministrativa, all’assegnazione delle aree industriali e artigianali a costi accessibili, alle infrastrutture, ai servizi, alla legalità diffusa, alla sicurezza del territorio. Creare pacchetti di convenienze territoriali attraverso strumenti di flessibilità contrattata, incentivi e quant’altro possa essere utile a far emergere interi sistemi di imprese che oggi operano nel sommerso. Come quelli viziosi, anche i comportamenti virtuosi si possono influenzare a vicenda; l’emersione di un’impresa dal sommerso può favorire o costringere l’emersione di un’altra che può essere un’impresa fornitrice, o un’impresa vicina o persino un’impresa concorrente.

      Certo per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione c’è da affrontare anche il problema del costo del lavoro; il punto nodale è che la busta paga italiana sconta il più alto peso di oneri sociali tra i Paesi europei. E’ di qualche giorno fa la graduatoria Eurostat sul costo del lavoro tra i paesi dell’Unione Europea dove appare evidente come i costi indiretti che gravano sui salari italiani siano di gran lunga i più alti. In percentuale, gli oneri sociali arrivano al 34,5% contro una media U.E. del 25%. Un carico tutto a scapito delle retribuzioni nette che sono al di sotto della media U.E., un 65% contro il 75%, e di una dinamica salariale che non dà spazi alle imprese di fare politiche retributive tarate sui livelli di produttività e performance economiche.

Già il Patto di Natale del ’98 aveva individuato nel cumulo fiscale e contributivo un problema su cui intervenire: si era infatti provveduto ad alleggerire il costo indiretto del lavoro, ma il passo è stato comunque insufficiente. Allora se si tratta di invogliare gli imprenditori ad investire ed ad assumere, per portare il lavoro dove manca e dove ci sono disoccupati, noi siamo pronti a negoziare le flessibilità necessarie; riteniamo che la flessibilità contrattata sia uno strumento utile in questo senso.

      Ma ferma restando la nostra disponibilità alla flessibilità contrattata nell’uso della forza lavoro e del salario legato a situazioni aziendali o territoriali, la risposta che il Mezzogiorno si attende è più complessiva e passa anche attraverso la realizzazione di progetti mirati relativi:

-          a infrastrutture immateriali (come la formazione) e materiali. Infatti fino a quando non esisteranno una rete efficiente di trasporti, di telecomunicazioni, di servizi alle imprese difficilmente le stesse  imprese investiranno al Sud;

-          al credito le cui condizioni di accesso al Sud sono più costose rispetto al Centro/Nord;

-          alla Pubblica Amministrazione, attraverso la puntuale attivazione dello sportello unico per le imprese previsto dal DPR 447/98 e dal nuovo regolamento entrato in vigore il 24 febbraio u.s. che permette di ridurre i tempi di rilascio dei pareri tecnici, nulla-osta e autorizzazioni necessari per la costruzioni o l’ampliamento degli impianti produttivi. Ad oggi, secondo l’Osservatorio presso le Prefetture, solo il 25,7% dei comuni ha utilizzato questa opportunità prevista dalla legge.

Ieri la competizione avveniva tra singole imprese, oggi anche l’impresa migliore da sola non ce la fa.

Il  modo di essere realmente competitivi sta anche nel sistema, nel territorio, nei fattori esterni all’azienda. E’ il territorio che dà valore aggiunto; in un territorio povero di infrastrutture e servizi le diseconomie assumono un tale rilievo che non favorisce né la nascita né lo sviluppo delle aziende.

Investire nel sistema territorio è la grande vertenza che dobbiamo rilanciare, rovesciando con forza una logica di abbandono, finalizzando a questo obiettivo risorse adeguate per la realizzazione di opere di qualità necessarie al territorio.

          O si crea questa svolta o resteremo tagliati fuori dallo

     sviluppo per chissà quanto tempo.

      Abbiamo bisogno dell’Europa, ma il territorio deve restare il terreno della nostra iniziativa concreta per il lavoro, per la tutela sociale e per la qualità della vita.

      Il dibattito quindi si deve sviluppare su come è possibile riuscire a rappresentare oggi il lavoro nel territorio, con quale modello contrattuale e con quale forma organizzativa tutelarlo e dargli valore.

      Abbiamo seguito con molta attenzione il dibattito parlamentare di questi ultimi mesi sviluppatosi attorno al disegno di legge sul federalismo. Siamo cautamente soddisfatti per la sua recente approvazione, anche se ancora dovrà essere sottoposto al vaglio referendario.

      Il previsto rafforzamento del potere legislativo delle Regioni potrà avere l’effetto benefico di ridare fiato sia al Parlamento nazionale che alle Assemblee regionali.

      Il Parlamento perché viene così liberato da compiti delegabili alle Regioni, e in questo modo può assolvere più facilmente alla funzione di controllo dell’attività del Governo. Le Regioni perchè assumono un ruolo più incisivo sul versante normativo che essendo dedicato ad una limitata area territoriale può coglierne più facilmente le specificità.

E’ chiaro che il federalismo a cui noi della CISL guardiamo è quello che si basa sulla solidarietà e sulla sussidiarietà.

Un federalismo con queste caratteristiche è una opportunità che la Regione Siciliana deve sapere cogliere.

      Ce lo auguriamo anche se i segnali di questi ultimi mesi non sono incoraggianti, anzi dimostrano come la Regione Siciliana sia fortemente caratterizzata da debolezze politico-istituzionali.

      Il bilancio della Regione ha avuto difficoltà ad essere approvato, tant’è che si è fatto ricorso all’esercizio provvisorio, ed è inoltre commissariata per la gestione delle discariche e delle risorse idriche.

      Tutto questo suona ad offesa per il popolo siciliano e per i padri fondatori dello Statuto siciliano che tante speranze per lo sviluppo della nostra isola avevano riposto sulla specialità del nostro Statuto e sulla nostra autonomia.

      La caduta di ruolo e di credibilità della Regione inciderà profondamente sulle scelte del Paese, perché non si può chiedere ad altri di fare qualcosa quando l’autonomia è vissuta in termini di inefficienza, spreco e occasioni perdute.

      Occorre accettare la sfida del federalismo riprendendo lo spirito dello Statuto siciliano, della volontà di autonomia dei siciliani dentro una visione unitaria dello Stato. Sapendo che gran parte dei problemi li dobbiamo risolvere da soli, perché nessuno può sostituirsi a noi, ma può solo accrescere le opportunità che noi per primi dobbiamo creare.

      Le prossime elezioni siciliane assumono un rilievo tutto particolare.

      Dobbiamo mettere al centro i problemi dello sviluppo e dell’occupazione che possono essere perseguiti solo con una discontinuità di classe dirigente, del modo di fare politica e di amministrare.

      Per restare nel recente passato, bastano queste poche notazioni per giustificare il nostro giudizio fortemente negativo nei confronti della politica dei Governi regionali che si sono succeduti in questi ultimi anni.

      I cinque Governi regionali, da Provenzano a Drago a Capodicasa 1° e 2°, all’attuale Governo Leanza non hanno saputo dare risposte soddisfacenti ai bisogni dei disoccupati, dei deboli, di chi è alla ricerca di un lavoro.

      Le difficoltà politiche dei nostri Governi hanno di fatto allontanato ancora di più l’economia siciliana dal resto del Paese e gli effetti negativi si riscontrano immediatamente nel settore delle costruzioni ed in particolare in quello edile.

      Non c’è dubbio che  in Italia qualcosa si è mosso nel settore delle costruzioni, tant’è che la media nazionale registra corposi aumenti in termini di bandi di gara e dei relativi importi che si sono tradotti in un aumenti dell’occupazione. Ma in Sicilia di questi segnali non se ne è accorto nessuno, anzi registriamo crescenti difficoltà, basti pensare che rispetto al 1999 sono stati spesi quasi 2000 miliardi in meno con un crollo verticale del 31,6% dei bandi di gara con punti che oscillano dal –12,83% di Trapani al –43,58% di Palermo al –68,25% di Catania.

      Tutto questo mentre al Nord si registra un trend positivo del +4,7% e al Centro del +4,1% contro in –9% al Sud. Se disaggreghiamo il dato abbiamo un +24,4% in Lombardia contro un –31,6% della Sicilia.

      Da Gennaio a Dicembre 2000 gli Enti locali hanno bandito meno della metà delle gare bandite nell’anno precedente per un importo complessivo di circa 1.657 miliardi contro i 2.857 del 1999. I cali più consistenti riguardano i comuni con il -43% circa, le province con il -34% circa, l’IACP con il -65% circa. L’importo medio dei bandi di gara è passato da £.1.750 milioni  a 950 milioni.

      La drammatica situazione dell’edilizia merita risposte adeguate soprattutto dalla Regione siciliana. Gravi sono le responsabilità dell’Assemblea Regionale che, a più di due anni dall’emanazione della Legge nazionale sugli appalti meglio conosciuta come Merloni-ter (415/98), non l’ha ancora recepita. Il rinvio del suo recepimento, (ricordo che doveva esserlo il 7 dicembre scorso, ma poi è stato rinviato a dopo l’approvazione del bilancio), determina una situazione di incertezza e di paralisi in un settore, quale è il nostro, che ha invece bisogno di regole chiare, certe e trasparenti per non perdere le opportunità di lavoro e di sviluppo costituite dai 18.000 miliardi di Agenda 2000. La Regione è chiamata a dare prova della propria capacità di programmazione e di gestione che di fatto la caricano di responsabilità ma la rendono protagonista del proprio destino.

      Con l’inserimento dei Paesi dell’Est nell’Unione Europea e con il conseguente abbassamento del PIL medio la permanenza “nell’obiettivo 1”, che legittima gli interventi comunitari a scala territoriale,  diventa molto difficile. Infatti per le regioni del Sud, e quindi anche per la Sicilia, difficilmente ci sarà la possibilità di ulteriori assegnazioni di fondi europei di questa consistenza. Con gli attuali parametri, dopo l’allargamento ad Est, solo la Campania e la Calabria starebbero nell’obiettivo 1. In attesa di una riparametrazione dei criteri esistenti e di un riesame delle possibilità per gli Stati di attuare politiche fiscali temporaneamente differenziate per territorio, bisogna sfruttare al meglio le opportunità che ci vengono date. Quindi creare le premesse per “spendere presto e bene i fondi di Agenda 2000” deve essere la parola d’ordine di questo e del prossimo Governo Regionale.

      Oltre che alla rapidità programmatoria, conterà adesso la reale capacità di spesa e quindi la qualità e la completezza progettuale. Occorre che la Regione Siciliana affronti al meglio i problemi procedurali relativi alle politiche autorizzatorie per evitare che anche le migliori volontà progettuali non si traducano in tempo in cantieri ed attività produttive reali in grado di dare occupazione e lavoro.

      La Sicilia ha le carte in regola per tentare di diventare il baricentro di un vasto mercato, quello dell’area euro-mediterranea, un mercato di 600 milioni di abitanti che si proietta in Europa attraverso la nostra regione. Ma per acquisire questo primato è necessario che si attrezzi per tempo realizzando programmi di sviluppo ed infrastrutture; questo è il primo passo indispensabile, per assicurare produttività economica e sociale a chi vuole investire nella nostra Regione, ma è anche la scelta obbligata per ridurre, fino ad annullarla, la situazione di marginalità, non solo geografica della Sicilia, e quindi per garantire alle imprese le condizioni necessarie di competitività, eliminando quei costi aggiuntivi, ai limiti della sostenibilità, oggi imposti da un assetto territoriale pesantemente squilibrato. Infatti lo stato dei servizi inadeguati alla necessità di mobilità configurano per la Sicilia una condizione di emarginazione. Il ruolo dei trasporti in Sicilia è di fondamentale importanza se vogliamo superare l’emarginazione che frena il decollo dell’economia, rende difficile lo sviluppo ed abbassa conseguentemente la qualità della vita. Se vogliamo dare una opportunità di sviluppo socio-economico alla nostra Regione si impone una attenta valutazione dei bisogni di mobilità sia sotto il profilo dei collegamenti europei ed interregionali, sia nei riguardi di quelli interni alla Sicilia stessa. La Sicilia presenta una serie di elementi che rendono difficile il sistema di trasporto; la posizione geografica, la dimensione, le vocazioni differenziate del territorio, le vaste aree montane, queste sono tutte difficoltà che rendono ancora più indispensabile un sistema di trasporto efficiente che crei quindi le condizioni di base necessarie a qualsiasi ipotesi di sviluppo, in grado di superare le attuali carenze dovute a reti infrastrutturali inesistenti o inadeguate alle nuove esigenze e alle mutate necessità di mobilità.

      Anche in questo, gravi sono le responsabilità della Regione Siciliana che ha brillato soprattutto per l’assenza in tutte le sedi dove lo Stato decideva interventi in materia di trasporti. E’ notizia di questi giorni che la commissione regionale per i trasporti ha bocciato il piano trasporti predisposto dall’Assessore Rotella perché ritenuto inadeguato. Ci auguriamo che la Regione Siciliana sappia recuperare i ritardi sin qui registrati potenziando e riorganizzando le infrastrutture, le reti ed i servizi al fine di innescare un processo produttivo utile all’economia siciliana.

      Economia siciliana che ha bisogno del completamento dell’autostrada PA/ME, della SR/Gela, della SR/CT, del raddoppio ferroviario PA/Punta Raisi, PA/ME e SR/ME e soprattutto della realizzazione del ponte sullo Stretto.

      Un’opera ormai imprescindibile per eliminare le condizioni di marginalità della Sicilia e del Meridione e per proiettarli verso il rilancio dell’economia e dello sviluppo. Anche qui la battaglia la Cisl ha dovuto sostenerla da sola perché per Cofferati e per il Segretario Regionale della CGIL calabra Pignataro la realizzazione del Ponte sullo stretto non è una priorità anzi invitavano il Governo ad affrontare altre priorità. E la risposta del Governo non si è fatta attendere, le altre priorità su cui i pareri della CGIL, del Governo e degli ambientalisti coincidono perfettamente sono: il collegamento ferroviario Torino/Lione, un tunnel di 52 Km, con un impegno di 20.000 miliardi e la variante di valico Bologna/Firenze per una spesa di 6.000 miliardi. Per queste opere non ci sono problemi di impatto ambientale né di costi. La verità che se ne ricava è che ancora una volta si vuole continuare ad emarginare il Sud e la Sicilia.

      Noi per primi siamo convinti che il rilancio dell’edilizia non può essere affidato solo alla ripresa degli appalti, che tra l’altro difficilmente potranno ritornare ai livelli del passato. Ma che occorre invece rimodellare il settore tenendo conto sia della struttura delle imprese che del loro modo di stare sul mercato.

      L’edilizia è stata fin’ora un settore a basso profilo industriale, poche imprese strutturate ed una polverizzazione di piccole e medie imprese.

      In Sicilia le poche grandi imprese esistenti sono state azzerate per difficoltà di credito, per limiti di organizzazione e soprattutto perché si è rotto il rapporto con il mercato protetto.

      Il mercato delle opere, spesso inquinato da un legame di corruzione con le istituzioni e dalla presenza della mafia, non ha spinto alla qualificazione.

      A questo si aggiunge la concorrenza con le più qualificate imprese del Nord, l’assenza di accordi di fusione per aumentare le capacità organizzative e gestionali e spesso la concorrenza sleale di imprese che evadono obblighi fiscali e contributivi facendo ricorso a massicce presenze di lavoratori in nero.

      Occorre allora una ricollocazione strategica delle imprese non sempre all’altezza delle esigenze, riqualificare la domanda pubblica, attuare una vera politica di programmazione e progettazione per dare alle stesse imprese certezze di mercato. Inoltre è necessaria una chiara e convinta politica del credito, una serie di agevolazioni, quali fiscalizzazioni contributive e determinazione di investimenti per riorganizzazioni, ristrutturazioni, accorpamenti e specializzazioni per le piccole e medie imprese.

      In breve serve una politica industriale di largo respiro a sostegno del comparto delle costruzioni, che non può restare un settore dequalificato, ad alto tasso di mortalità d’imprese, destrutturato finanziariamente ed organizzativamente. Accanto a questo è importante far decollare definitivamente il project-financing, cioè il coinvolgimento di capitali privati per la realizzazione di opere di interesse pubblico.

      Oggi è ipotizzabile un decollo effettivo del project-financing

1)     perché c’è una domanda infrastrutturale insoddisfatta a cui è chiaro che non si può far fronte con soli finanziamenti pubblici;

2)     perché c’è uno strumento legislativo, la Merloni-ter, che teoricamente dovrebbe smuovere e rendere più agevole il ricorso a questa possibilità di finanziamento in edilizia.

Sono convinto che i processi di decentramento e federalismo possono aiutare il suo decollo a condizione che sappiano creare condizioni di provata redditività delle opere da realizzare, in modo da rendere interessante per il cittadino, e quindi per il capitale privato, introdurre nel proprio portafoglio titoli anche la partecipazione alla costruzione e gestione per esempio della metropolitana o del parcheggio, in questo modo controllando meglio allo stesso tempo i processi di trasformazione del territorio.

      Certo ci sarà da definire procedure, tempi, costi, politiche tariffarie oltre che individuare quali segmenti di mercato di opere pubbliche siano da affidare al capitale privato.

      Il ricorso a questo strumento sarà sempre più frequente e può rappresentare una valida alternativa alla finanza pubblica a condizione che ci sia, a monte, da parte delle Pubbliche Amministrazioni una forte capacità programmatoria della quale fino ad oggi non hanno saputo dare prova.

                                   Infatti l’osservatorio OICE ha rilevato che nel 2000 sono state avviate 75 procedure di project-financing per un importo di 3 mila miliardi (Il Sole 24 Ore 28/2/2001). Sono state però solo dieci, le gare bandite su proposta del promotore e solo due le procedure concluse per un importo di 80 miliardi.

                                   Alcune amministrazioni dopo avere attivato la procedura si sono accorte che le opere erano in contrasto con gli strumenti urbanistici o che addirittura non erano state inserite nel piano triennale. Questo dimostra come l’approssimazione che caratterizza ancora le nostre amministrazioni sul versante della programmazione si traduce in difficoltà nel reperimento e nella gestione delle risorse necessarie per lo sviluppo territoriale.

                        Senza una buona programmazione e progettazione questo strumento finanziario difficilmente potrà decollare.

                        La certezza e l’efficacia delle regole nel nostro settore diventano la condizione essenziale per un futuro roseo per l’edilizia.

                                   Sono le regole e soprattutto  il loro rispetto che garantiscono la qualità dell’opera, la legalità, il contenimento dei costi, la tutela del territorio e dell’ambiente.

                                   Ecco perché diciamo alla Regione Siciliana di mettere ordine nel settore degli appalti, attualmente regolato da ben otto leggi, spesso in contrasto tra loro, e di recepire al più presto la Merloni-ter. Il nostro settore ha bisogno di  regole certe e trasparenti se vogliamo veramente pensare ad un rilancio dell’edilizia, come fattore strategico non soltanto per creare occupazione ma soprattutto per sostenere lo sviluppo dei settori produttivi.

                                   Si tratta di rimodulare la domanda pubblica, di scegliere priorità, di finalizzare una politica per il territorio, di valorizzare le vocazioni ambientali e monumentali e soprattutto di attrezzarsi per fare tutto questo. Il ruolo della Regione Siciliana e degli Enti locali è fondamentale; un monitoraggio sulle OO.PP. di valore superiore ai 10 mld effettuato nel luglio del ’98 dalla Regione Sicilia ha fornito un quadro di risorse disponibili che ammontavano a 2.600 mld. L’obiettivo del monitoraggio era quello di accelerare la spesa pubblica e di far ripartire i lavori inceppati per carenza di progettazione o per ostacoli burocratici. A distanza di più di due anni solo pochi cantieri risultano aperti. A poco sono valse le numerose riunioni fatte con il Responsabile dell’Osservatorio regionale. La crisi del Governo Drago e il conseguente avvicendamento con il primo Governo Capodicasa ha fatto perdere le tracce del lavoro fino ad allora svolto. E’ necessario ripartire da qui.

                        Come Filca-Feneal-Fillea insieme a CGIL-CISL-UIL dobbiamo impostare la nostra iniziativa fatta di pressioni e confronti per superare gli ostacoli tecnici e burocratici per l’apertura dei cantieri.

                        Agli imprenditori proponiamo di fare fronte comune nei riguardi della Regione Siciliana per superare intanto l’emergenza che interessa il nostro settore definendo obiettivi raggiungibili in poco tempo per dare lavoro alle buone imprese ed ai lavoratori edili.

                                   Occorre insistere su questa strada con più forza e determinazione per rimuovere l’inefficienza amministrativa, la mancanza di buona volontà, l’assenza di programmazione, sollecitando un coordinamento più efficace tra le istituzioni senza il quale è impensabile gestire una funzione complessa quale è la realizzazione delle OO.PP..

                                   La nostra iniziativa, infine, non può essere rivolta solo alle grandi opere, che saranno sempre meno in futuro, ma deve produrre piattaforme territoriali di riqualificazione urbana e ambientale, vertenze e concertazioni con gli Enti locali. Questi nuovi spazi per l’edilizia del recupero e della manutenzione che è un mercato immenso, possono rappresentare anche una occasione per la riqualificazione e specializzazione delle imprese locali, ma soprattutto creare una economia indotta legata alla gestione ed alla fruizione delle opere recuperate.

                                   Ma fino a quando non si risolveranno i problemi legati alla regolarità contributiva nel settore, alla sicurezza del ciclo produttivo, alla qualificazione delle imprese e del mercato del lavoro, difficilmente possiamo pensare seriamente di fare uscire l’edilizia dalla crisi che la paralizza.

                        Continuiamo ad assistere ad un processo inarrestabile di destrutturazione del sistema delle imprese con una parcellizzazione senza uguali dell’attività del lavoro dipendente a favore dell’espansione del lavoro indipendente sommerso ed irregolare.

                                   La destrutturazione del sistema delle imprese nel settore edile è attribuibile in lunga parte all’elevato costo del lavoro ed ad una struttura fiscale distorta che frena la crescita e l’occupazione. Il prelievo contributivo per i lavoratori dipendenti è pari al 59,77% contro il 22,50% per gli autonomi ed il 37,38% per l’industria manufattiera.

                                   Sul costo del lavoro pesano tasse e contributi differenti tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, tra imprese industriali e imprese artigiane e cooperative.

                                   Il fenomeno che registriamo, che ha assunto ormai connotazioni strutturali, è la fuga in massa dal lavoro dipendente e regolare verso forme di lavoro indipendente, svolto al di fuori delle regole e delle normative sociali, che nascondono illegalmente il lavoro subordinato al fine di recuperare attraverso la minore spesa in oneri sociali spazi di competitività.

                        I dati pubblicati dall’osservatorio di Infocamere  confermano questo ragionamento: nel 2000 in Italia sono state censite ben 424.245 ditte individuali contro le 405.180 del 1999 con un aumento del 4,5%.

                        Questo fenomeno non lascia fuori neppure la Sicilia dove sempre nel 2000 sono state censite 28.367 ditte individuali contro le 27.747 del 1999 con un aumento del 2,5%.

                                   Tutta la problematica legata alla struttura del costo del lavoro, alla riduzione delle sperequazioni tra le forme giuridiche del lavoro parasubordinato e lavoro dipendente, alla omogeneizzazione dei costi del settore edile con la struttura dei costi del settore manifatturiero fanno assumere alla “variabile costo” una priorità fondamentale per una incisiva lotta al lavoro sommerso ed irregolare. Ma se la questione del lavoro nero è una questione di carattere generale di per sé già grave, per il nostro settore diventa insostenibile.

                                   Contrastare questo fenomeno costituisce quindi non solo un dovere da parte degli Enti preposti ai controlli ma anche un obbligo morale da parte di amministratori, forze sociali e di quanti altri sono chiamati a dare un loro contributo per potere governare al meglio il territorio, rafforzando la legalità, la tutela salariale, previdenziale e di sicurezza nei confronti delle maestranze interessate ma nello stesso tempo per garantire una leale concorrenza a tutte quelle imprese che rischiano di essere escluse dal mercato dalla concorrenza sleale a cui fanno ricorso le imprese che corrette non sono.

                                   Da tempo ci impegniamo con Feneal e Fillea per limitare i guasti di questo odioso fenomeno, arrivato ormai ad una quota superiore al 40% degli occupati, che le imprese utilizzano come strumento di concorrenza sleale per ridurre i costi.

                                   Il frutto di questo impegno a livello nazionale ha prodotto una politica premiale per le imprese e precisamente:

-          l’art.29 della legge 341/95 i cui effetti, prorogati fino a Dicembre 2001, prevedono per le imprese che rispettano le leggi ed i contratti uno sgravio previdenziale per ogni lavoratore occupato che è passato dal 9,50% del ’95 all’11,50% attuale;

-          la premiale INAIL che collega la riduzione del 10% dei premi dovuti all’attività di prevenzione svolta attraverso i comitati paritetici di settore in materia di sicurezza sul lavoro;

-           la detraibilità, riconfermata con la Finanziaria del 2001, del 36% delle spese sostenute per le ristrutturazioni.

Abbiamo dimostrato che attraverso meccanismi incentivanti “pagare tutti per pagare meno”, non solo è possibile ma permette di abbattere il costo del lavoro per le imprese e di tutelare in modo più efficace i lavoratori. Attraverso il generoso impegno delle strutture territoriali, che hanno sottoscritto con moltissime Amministrazioni comunali e stazioni appaltanti i protocolli di intesa finalizzati a contrastare il fenomeno del lavoro nero, e grazie alla sensibilità di qualche deputato regionale, siamo riusciti a fare approvare in Sicilia una norma, e precisamente l’art.21 della L.R. 20/99, che condiziona il rilascio nel settore privato del certificato di abitabilità e di agibilità a condizione che le imprese dimostrino di essere in regola con i versamenti INPS-INAIL-CASSA EDILE.

Sul versante della lotta al lavoro nero queste sono state conquiste importanti ma certamente non sufficienti per sconfiggere il fenomeno.    

E’ necessario fare un salto di qualità, un ulteriore passo avanti che non può

prescindere:

1)      dal potenziamento degli uffici preposti al controllo. Ci auguriamo che il disegno di legge presentato dall’Assessore Regionale al Lavoro Benedetto Ad ragna possa essere approvato in tempi brevi superando così un ostacolo che negli ultimi anni non ha permesso una azione efficace agli Ispettorati del Lavoro;

2)      dalla istituzione dello sportello unico dove cioè è possibile per le imprese presentare un’unica dichiarazione valida per l’INPS, per l’INAIL e per la CASSA EDILE, incrociando già di fatto i dati per cui le stesse ore e gli stessi lavoratori sono contemporaneamente dichiarati all’INPS, all’INAIL e alla CASSA EDILE;

3)      dal passaggio dalla regolarità contributiva alla congruità contributiva in relazione al progetto esecutivo dell’opera;

4)      dal rilascio del DURC (Documento di regolarità contributiva).

Siamo convinti che attraverso il controllo preventivo ed una corretta valutazione dell’incidenza della mano d’opera e del costo del lavoro sulle singole opere appaltate e quindi attraverso una verifica puntuale del rapporto tra l’importo complessivo dei lavori e quello degli imponibili retributivi denunciati, il fenomeno del lavoro nero potrebbe scomparire o quantomeno essere circoscritto a valori risibili.

Infatti così facendo si controlla, in tempo reale, l’esatta corrispondenza tra costo dell’opera da realizzare e retribuzioni e contribuzioni versate, e quindi solo dopo questa verifica, se tutto è in regola, le Casse Edili possono rilasciare il DURC (Documento di regolarità contributiva).

La Cassa Edile diventa in questo modo non solo strumento di gestione del contratto, ma sede di certificazione della regolarità delle Imprese, di verifica dei costi del sistema, di controllo permanente dei comportamenti delle Imprese.

Siamo altresì convinti che per meglio incidere nel contrastare il fenomeno del lavoro nero è necessario riappropriarci, attraverso l’affidamento alla Cassa Edile, della gestione del mercato del lavoro in edilizia sia sul versante del collocamento che del sostegno al reddito.

La discriminazione nelle assunzioni, con il passaggio alle chiamate nominative previste dalla L.608/96, è ulteriormente aumentata. L’abolizione del nulla-osta e la sua sostituzione con una comunicazione a posteriori, quindi ad assunzione avvenuta, permette solo ad una percentuale irrisoria di passare per gli uffici di collocamento.

Le conseguenze sono che, sfruttando il bisogno dei lavoratori, tutte le assunzioni sono pesantemente contrassegnate, condizionate e finalizzate al rifiuto del rispetto dei propri diritti, ad isolare il sindacato o a rendere più difficile la stessa attività sindacale all’interno dei cantieri.

Di fronte ai processi di cambiamento nel mondo delle imprese, alle innovazioni tecnologiche e del ciclo produttivo, ai mutamenti nell’organizzazione del lavoro, è necessario adeguare e riqualificare gli strumenti di confronto ed attuazione delle politiche contrattuali e di partecipazione dei lavoratori.

Riconfermare e potenziare l’unicità del sistema degli EE.BB., quali strumenti indispensabili per tenere unito il settore, frenandone la deriva, per noi diventa strategico.

Anche qui la Filca ha visto bene, non me ne vogliano gli amici di Fillea e Feneal, ma questi sono i fatti inconfutabili.

Se oggi in Sicilia i lavoratori non vivono momenti di ulteriori difficoltà questo si deve alla Filca Siciliana ed al suo Segretario pro-tempore Pippo Moscuzza che si è rifiutato di aderire alla costituenda Edilcassa.

Successivamente grazie all’impegno determinato dalla Filca Nazionale di Raffaele Bonanni ed ad un forte recupero di azioni unitarie con Fillea e Feneal si è pervenuti all’ormai noto e purtroppo non ancora applicato accordo di San Clemente.

Parliamo di un accordo sottoscritto con ANCE e Associazioni Artigiane il 18/12/1998.

Considerati i ritardi ritengo che insieme a Feneal e Fillea, dobbiamo farci carico di forti iniziative per favorirne la puntuale applicazione in tutte le sue parti e per evitare che si possano risvegliare antiche smanie corporative che possono vanificare l’impegno profuso in tutti questi anni per mantenere unito il nostro settore.

Il ruolo delle Casse Edili nell’immediato sarà fondamentale per la nostra categoria quale l’unica strada valida per estendere a tutti i lavoratori le innovazioni contrattuali quali la previdenza complementare e la previdenza sanitaria.

In un mercato ormai senza frontiere dove la concorrenza è non solo tra le imprese ma anche tra lavoratori diventa centrale, per meglio cogliere le opportunità di lavoro, acquisire sempre maggiori conoscenze e professionalità.

E’ necessario allora ridefinire nuovi ambiti e qualificare la capacità formativa delle nostre Scuole Edili che dovranno imparare ad anticipare e comunque a saper leggere i cambiamenti del mercato per meglio progettare e programmare corsi di formazione continua o di breve durata a sostegno dei lavoratori, con un collegamento più stretto con le imprese per favorire un’intersecazione tra lavoro e scuola ponendosi in questo modo al servizio dell’intero settore.

Per evitare sprechi di risorse è opportuno monitorare il mercato utilizzando la banca dati delle Casse Edili in modo da formare quelle professionalità che servono al mercato.

La formazione, così com’è stata fino ad ora, credo serva poco sia ai lavoratori che alle imprese.

Tutt’ora esistono ritardi nell’adeguare gli strumenti formativi alle trasformazioni del mercato del lavoro edile e alle necessità del settore.

Si pone perciò l’esigenza di una riflessione complessiva in materia di formazione professionale e al ruolo del Formedil regionale a cui secondo noi deve essere delegato il compito di programmazione, gestione e rapporti con le istituzioni.

Noi intendiamo e vogliamo una formazione che sappia veramente favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, una formazione che sappia creare vere opportunità di lavoro.

Oggi la formazione così come è articolata nel nostro settore è molto costosa ed in più, creandoci ulteriori problemi, non possiamo contare su opportunità di finanziamenti regionali corposi, anzi registriamo una ingiustificabile emarginazione da parte della Regione Siciliana del Formedil Sicilia e delle Scuole Edili che ad oggi non hanno ottenuto nessun finanziamento per i tantissimi progetti presentati, nonostante che le nostre strutture formative abbiano tutti i requisiti per una adeguata legittimazione a livello regionale.

Credo sia opportuno dopo il Congresso avviare una vera e propria vertenza nei confronti del prossimo Governo regionale per rilanciare il tema della formazione in edilizia.

Infine il CPT. Questo è il versante dove è più forte il ritardo della categoria sia per la costituzione degli Enti sia per il loro effettivo funzionamento. Un famoso spot televisivo dice “prevenire è meglio che curare”.

Capire quali sono, quando si verificano, dove si verificano gli infortuni più gravi e più ricorrenti può senza dubbio facilitare una efficace azione di prevenzione.

L’osservatorio degli infortuni sul lavoro; ecco questa potrebbe essere un’altra funzione da affidare ai CPT.

 La contrattazione preventiva sulle misure di sicurezza nel nostro settore è indispensabile:

-          sia per non perdere il diritto acquisito in tema di formazione ed informazione sulla sicurezza;

-          sia perché le situazioni di rischio in edilizia sono molto alte e sono riconducibili a tutte le fasi di lavoro oltre che ai turni, ai carichi di lavoro e all’organizzazione del cantiere stesso.

Per meglio tutelare i lavoratori abbiamo bisogno di delegati alla sicurezza preparati, ecco perché dobbiamo investire in formazione, inoltre è necessario recuperare il ritardo di alcune province che ancora non hanno sottoscritto l’accordo con gli imprenditori per il riconoscimento dei delegati alla sicurezza di bacino (RLST) per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti.

                        In generale, per quanto attiene agli Enti paritetici, credo sia necessario determinare una verifica puntuale sulla efficienza ed efficacia di tutte le strutture diffuse ed articolate sui territori.

                        Sull’insieme delle problematiche relative agli Enti paritetici e, in particolare, su quelle legate al ruolo ed alle funzioni delle parti sociali negli organismi di gestione, occorre prevedere un percorso formativo come Filca meglio ancora se comune con Feneal e Fillea Regionali.

                        In questi ultimi quattro anni la FILCA ha contribuito alla buona riuscita delle manifestazioni promosse da CGIL – CISL – UIL a livello territoriale, regionale e nazionale su temi specifici di categoria o più squisitamente confederali. Tutte le volte che siamo stati impegnati alla mobilitazione, la partecipazione dei nostri lavoratori è sempre stata numerosa e visibile. A loro in questo Congresso va il nostro doveroso ringraziamento per i sacrifici che ogni volta sono chiamati a sostenere.

                        Ricordo brevemente alcune date:

1)     la manifestazione del 20 Giugno ’98 a Roma;

2)     l’autoconvocazione dei direttivi regionali di Feneal – Filca – Fillea a Palermo il 19/10/98 per vincere la resistenza degli imprenditori ed aprire il tavolo per il rinnovo degli integrativi territoriali;

3)     lo sciopero regionale per i trasporti indetto dagli amici della FIT a cui abbiamo dato il nostro convinto sostegno;

4)     la manifestazione del 20 Novembre ’99 al Palaeur di Roma;

5)     la manifestazione CISL del 12 Febbraio 2000 a Troina.

A queste vanno aggiunte le tante iniziative territoriali per il lavoro e l’occupazione.

Ricordo le grosse vertenze appena concluse del DL 24 a Palermo, dell’IRA e della Costanzo a Catania, del Petrolchimico e del suo indotto a Gela, dell’Italcementi che ha visto impegnate la struttura regionale e le federazioni provinciali di Catania, Palermo, Messina e Agrigento, la vendita dell’Insicem di Ragusa.

Rinnovarsi su basi unitarie è anche la migliore risposta che possiamo dare agli attacchi che in questi ultimi anni una parte della politica ha promosso contro il Sindacato.

Con Feneal e Fillea dobbiamo continuare un dialogo regionale unitario soprattutto nell’interesse dei lavoratori.

Abbiamo tanto lavoro da fare, se ci sono o ci saranno incomprensioni o posizioni politiche differenziate abbiamo il dovere di lavorare per superarle, la nostra categoria più delle altre, proprio per la precarietà del lavoro che vive costantemente, ha la necessità di un Sindacato unito pur nelle diversità per rendere più forti le nostre richieste e per meglio tutelare i lavoratori.

Sono sicuro di trovare ampia disponibilità su questa strada da parte di Feneal e Fillea.

Infine, per concludere, il dato organizzativo.

Pur tra mille difficoltà, ascrivibili alla crisi del settore, siamo, per il secondo anno consecutivo, in crescita e ci riconfermiamo a livello regionale la prima organizzazione mentre siamo primi a livello provinciale in sei province su nove.

Un grazie alla CISL Regionale che ha saputo in questi anni di attività sostenerci nelle nostre iniziative aiutandoci a mantenere qualificati livelli di organizzazione e di politica sindacale.

Insieme abbiamo condiviso le vicende sindacali regionali, certamente contribuendo, ma anche molto ricevendo.

Grazie a tutti i dirigenti, ai militanti, ai delegati, agli iscritti che costituiscono l’inestimabile patrimonio di risorse che ci ha permesso di conseguire risultati ed obiettivi ben al di là delle più rosee previsioni se rapportati al contesto ed alle difficoltà con le quali ogni giorno siamo costretti a misurarci, sempre all’insegna della tradizione e dei valori che caratterizzano la Filca e la Cisl.

Il cammino che abbiamo davanti è ancora lungo e difficile ma sono sicuro, così come recitano i temi del nostro Congresso, che l’impegno dei lavoratori delle costruzioni saprà consolidare il Sindacato del nostro futuro, una FILCA e una CISL all’altezza delle sfide del XXI secolo.